Il famoso professore di
medicina uscì con espressione mefistofelica da palazzo Dobróy.
Moglie e marito rimasero seduti a lungo muti e spaventati. Erano
terribilmente, mortalmente scossi. La donna, la signora Dobróy
si fece coraggio. Balzò in piedi dal sofà e afferrò il marito per
le spalle. Batté i piedi, pianse, diede in escandescenze, strillò.
“Sei
stato tu, tu, l'hai presa da qualcuna delle tue puttane!”
Dobróy,
un ometto nero e rachitico, stava per arrabbiarsi. Il coraggio della
donna gli fece tornare il sangue freddo. Si divincolò con
espressione ironica e fece alcuni giri del salone con risata
sardonica. Nel frattempo, fra uno svenimento e l'altro, la donna si
accasciò sul sofà. Dobróy
non era in pena, si fermò davanti alla donna colta dal malore e
domandò scandendo le parole con voce rauca, offensiva, della persona
abituata al comando.
“E
se dovesse sbagliarsi, cara baronessa? Dovrebbe frugare fra i suoi
ricordi. Tutti quei bellimbusti, tenori e pittori, tutti quei giovani
sventati?”
La
signora Dobróy
sprofondò la testa fra i cuscinetti del sofà. Gemeva e in risposta
calciava l'aria con i suoi piedini formosi. Sapeva che se suo marito
le dava della baronessa la situazione era seria. Preferì rifugiarsi
nel porto degli attacchi di nervi. Fra i cuscinetti mormorò, ormai
piuttosto remissiva:
“Maledetto,
maledetto, maledetto.”
Dobróy
sorrise, cercò un sigaro, si sedette e lo accese. I due rifletterono
una buona mezz'ora. La donna riparata sul sofà, l'uomo seduto,
piegato, fumando il sigaro. All'improvviso videro la storia della
loro vita in comune tutti e due nello stesso modo. La donna era una
baronessa nata, vera. I Dobróy
sposavano sempre solo discendenti di famiglie di magnati. Per il
resto Ákos
Dobróy
era un uomo ricco, un ciambellano. Anche sua moglie era ricca, ma
Dobróy
sapeva della sua fuga all'età di quindici anni con un attore di
Miskolc. In ogni caso si erano amati appassionatamente per un anno
intero. In seguito scelsero strade separate. Il mingherlino Dobróy
fece ritorno alle sue attricette di un tempo e la signora Dobróy
inaugurò un salone per accogliere giovani attori, pittori e altri
artisti. Erano sposati più o meno da quattro anni. Da due mesi erano
spaventati, ognuno per conto suo. Alla fine convocarono il famoso
professore che confermò il sospetto di entrambi. Era vero quello a
cui non avrebbero voluto credere. Il diavolo pestilenziale dell'amore
si era insinuato nei loro corpi. Erano malati, terribilmente malati
entrambi. Mi chi era il colpevole, il contaminatore? Ognuno sapeva
come viveva l'altro. Era un tacito accordo fra loro da tre anni.
Avevano la stessa possibilità di prendersi la malattia. Infine la
signora Dobróy
si mise seduta e guardò suo marito. Dobróy
avvicinò la sedia al sofà. Espose il suo progetto con tono
amichevole, quasi affettuoso, ma con una certa retorica:
“Senta,
Bella, non facciamoci del male. La malattia è abbastanza seria e
acuta. Non ho voglia di ritirarmi in sanatorio in queste condizioni.
Non lo consiglio neppure a lei, Bella. Abbiamo un villaggio che non
abbiamo mai visto: Kövérháza.
Un bel possedimento con bosco, casa e parco. Oggi stesso scrivo al
fattore affinché sistemi tutto il prima possibile. Portiamo con noi
un giovane medico, uno raccomandato dal professore. L'estate si sta
avvicinando e approfitteremo per farvi anche le vacanze. Una bella
zona, un bel villaggio ungherese. Vi restiamo per qualche mese e
torneremo a casa completamente guariti. Potremmo anche prenderci
qualche soddisfazione, viaggiare, star bene.”
Era
la prima metà della storia, ora sarebbe venuta la seconda. Kövérháza
accolse la notizia dell'arrivo dei signori con entusiasmo.
Finalmente, dopo tanto tempo il castello Dobróy
non sarebbe stato disabitato. Tutti si prepararono al grande evento.
Persino il prete chiese al vescovo di Kassa un nuovo cappellano. Uno
giovane, di modi signorili e di bell'aspetto. Il fattore assunse le
più belle ragazze del villaggio per i lavori al castello. E i
signori arrivarono davvero.
Naturalmente
nelle prime settimane si annoiarono infinitamente. La signora Dobróy
era tentata di ripartire. Sarebbe andata piuttosto in sanatorio, o si
sarebbe chiusa nel palazzo di Budapest per tutta l'estate. Ma un
giorno si accorse delle belle mani del cappellano. Del suo viso rosa
e degli occhi di fuoco. Prima di lei Dobróy
aveva già scoperto cose liete. Come le belle ragazze fresche che
abitavano al villaggio. Ne sapeva già qualcosa il cappellano. Perché
non si lasciava monopolizzare dall'attenzione di sua eccellenza, la
signor Dobróy.
Ma neppure i giovani campagnoli rinunciavano alle ragazze soltanto
perché i signori vi villeggiavano e c'era anche un nuovo cappellano.
La decadenza si diffuse nel villaggio vergine, sano, bello, come
fosse la Sodoma dell'Antico Testamento. Finché era possibile, la
gente spaventata tentava di nascondere anche a se stessa l'orrore con
la pudicizia delle persone primitive, semplici. Nessuno pensava ai
signori che erano ripartiti d'autunno. Gli abitanti di Kövérháza
sono dispiaciuti ancora oggi di non averli più rivisti. Questa è
una storia di quasi vent'anni fa. Il bel villaggio di un tempo ora è
solo decadenza e miseria nera. Al forestiero all'arrivo viene
consigliato di astenersi dai baci a Kövérháza.
1907
(Trad. di Andrea Rényi)
