domenica 11 settembre 2016

In ricordo della rivoluzione ungherese del 1956 - una storia di vita vissuta


Chiunque io abbia sentito parlare della rivolta - penso agli ungheresi che nel 1956 avevano l'età della ragione -, erano tutti concordi, la misura era colma, una inevitabile reazione violenta a quello che stava succedendo era nell'aria da mesi, se non da anni.

Avevo soltanto quattro anni ma conservo molti ricordi, sicuramente alimentati anche da successive rielaborazioni e conferme, in particolare di mia madre, che negli anni ha dato un ordine ai brandelli di memoria nella mia testa, e ha anche aggiunto quegli elementi che hanno permesso agli episodi rammentati di diventare storia.

Qui e oggi rievoco solo un episodio, quello che mia madre e io abbiamo ricordato forse più spesso di altri, perché è il più eloquente. Diventa comprensibile però solo se ricostruisco brevemente parte della vita di mio padre (voce nell'Enciclopedia Biografica: Kázmér Rényi). Nato in Cecoslovacchia nel 1921, frequenta Medicina a Bratislava, non risponde alla chiamata alle armi e da disertore si trasferisce a Vienna, dove si laurea nel 1945. Nell'ultimo anno di università e l'anno dopo presta servizio all'Ospedale Israelitico di Vienna, dove cura i sopravvissuti all'Olocausto. Allo scoppio della guerra civile greca pensa di potersi rendere utile sul posto, vorrebbe curare i partigiani, si ferma a Budapest per raccogliere le forze e le sostanze necessarie per partire per la Grecia ma incontra mia madre e rimane in Ungheria. Si sposano, e lui può aiutare i partigiani e le vittime civili della guerra civile greca all'ospedale a loro destinato a Budapest. Nel frattempo in Austria gli viene conferita la cittadinanza austriaca, potrebbe tornare a Vienna, in Occidente, ma non lo fa. Poiché non prende la tessera del partito perché non è comunista, e perché non trova democratico il sistema monopartitico, lo arruolano medico militare primario all'ospedale di Pécs, e dopo due anni all'ospedale centrale di Budapest, dove ha mano libera come professionista, ma è tenuto sotto stretto controllo.

Nell'estate del 1956 mi ammalo di varicella in forma molto virulenta, vengo ricoverata al reparto pediatrico dell'ospedale di mio padre e a causa di complicazioni cardiologiche rimango ricoverata a lungo. Torno a casa smagrita e pallida, ma mio padre ha un'idea per farmi rimettere bene: la colonia dell'ospedale a  Gencsapáti. All'epoca ogni ente aveva anche più di una struttura dove far trascorrere le ferie dei lavoratori, e per le colonie dei figli dei dipendenti; di solito erano castelli o dimore aristocratiche requisiti ai proprietari. Mio padre vuole venire con me, la soluzione è quella da lui adottata tante volte: fare la guardia medica. Gencsapáti è una località ai piedi delle Prealpi a pochi chilometri dal confine austriaco; boschi, aria buona, l'ideale per una bambina che si deve riprendere. Partiamo noi due, il mio stato di salute migliora, ma per ottenere il risultato desiderato mio padre pensa che io abbia bisogno di altre due settimane. Chiede una proroga che gli viene concessa. Passati due-tre giorni del secondo turno alla colonia, si presentano due ufficiali con la classica macchina nera dei servizi segreti e dicono a mio padre di salire in macchina insieme a me: dobbiamo tornare di corsa a Budapest, perché mia madre sta molto male. 

Invece di portarci a Budapest, ci fanno scendere in una radura quasi al confine con l'Austria, dicono che tornano subito e ci lasciano lì. Ricordo ancora la desolazione e il freddo, è settembre, siamo abbastanza in alto. Passano le ore e non succede nulla, i due non tornano. Mio padre capisce che è una trappola, non mi permette di muovermi, sente che da qualche parte ci stanno tenendo sotto la mira. La leggenda familiare vuole che le ore trascorse fossero quattro prima che i due ceffi tornassero. Ci fanno risalire in macchina, ci lasciano sotto casa a Budapest, dove troviamo Mamma in ottima forma. Casca dalle nuvole, non è stata male, non ha chiesto il nostro ritorno.

Poche settimane dopo, durante la rivolta, il direttore dell'ospedale militare apre gli archivi e consegna le schede personali a tutti i dipendenti. Mio padre scopre che era stato denunciato da una collega, secondo la quale lui aveva chiesto la proroga a Gencsapáti per scappare in Austria, portandomi con sé. E i due ufficiali avevano l'ordine di sparare a vista non appena ci fossimo mossi in direzione del confine.

Sconfitta la rivoluzione, il direttore dell'ospedale viene condannato all'ergastolo per l'apertura dell'archivio.