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venerdì 16 giugno 2017

"Fiamme" su Mangialibri


FIAMME

Fiamme
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Emma siede nell’ufficio della direttrice dell’orfanotrofio in cui vive da centocinquantadue giorni, da quando i suoi genitori sono morti in un incidente. Pensava di essere rimasta sola al mondo e invece ora, di fronte a lei, c’è una vecchietta ossuta che dice di essere sua nonna. È venuta a prenderla: le chiede, la implora, di andar via con lei. Emma, turbata e titubante – non sapeva di avere una nonna eppure quella donna le ricorda così tanto la madre, ma lei non vuole ricordare, non vuole più piangere, deve essere forte – decide di seguirla. Il tempo di mettere in valigia i suoi pochi averi, qualche vestito, la vecchia divisa da pioniera col distintivo giallo fatto a treccia, una fotografia a colori un po’ sbiadita di una gita al lago con i genitori. L’ultimo saluto alle compagne d’istituto, l’ultimo sguardo al dormitorio, alle aule. Tre macchie chiare a forma di rettangolo in ogni stanza le ricordano dove una volta c’erano la foto del compagno generale e scritte rosse che parlavano di patria, popolo, partito, pace; il grande falò di capodanno, il viso sorridente del compagno generale che bruciava; la gioia incontenibile delle ragazze che cantavano a squarciagola “che non c’era più, che era tutto finito, olé olé”. È tutto finito ora ed Emma non sa cosa le riserverà la sua nuova vita in un paese che ha appena ritrovato la libertà, a fianco di quella donna dal volto severo e dai profondi occhi grigi che sembrano quasi poter piegare il suo volere e leggerle nel pensiero…
Un regime esecrabile, il suo crollo. Rancori latenti, sete di giustizia. Una neonata, fragile libertà. Il pattern storico pressoché universale delineato da György Dragomán nel suo terzo romanzo, senza etichette, colori o precise coordinate spazio-temporali, trova piena oggettivazione nella turbolenta metamorfosi di Emma, non più bambina, non ancora donna, alla ricerca di una maturità personale e insieme collettiva, necessaria per definire il labile confine tra verità e menzogna e far tesoro dei lasciti del passato. Ottime le intuizioni che guidano l’autore nel proporre, come già ne Il re bianco, un’acuta lettura di alcune delle pagine più nere della storia contemporanea, filtrata dallo sguardo innocente e sincero della fanciullezza. Tuttavia, il tumultuoso intrecciarsi di storia individuale, memoria collettiva e continua richiesta di sospensione dell’incredulità rischia, a tratti, di confondere più che stregare. La cronaca della voce narrante, asettica, non di rado disturbante e iper-realistica, tende a rallentare il ritmo e a soddisfare solo a piccoli sorsi la sete di conoscenza del lettore, sottacendo dinamiche più profonde. Ben altro mordente deriva dall’elemento magico, inaspettato, spiazzante e abilmente inserito nel “quotidiano” attraverso gesti semplici e naturali, e da intensi e drammatici flashback, dolorosi squarci sul passato. Una storia intrigante ma discontinua, che cova lentamente sotto la cenere e non riesce a divampare del tutto, malgrado le indubbie potenzialità.
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Fonte: http://www.mangialibri.com/libri/fiamme

venerdì 7 agosto 2015

Miklós Vajda, Ritratto di madre, in cornice americana - recensione

Scrive Gianluigi Bodi su senzaudio.it (e che gioia per me leggerlo! - http://senzaudio.it/vajda-miklos-ritratto-di-madre-in-cornice-americana/
"E’ inutile girarci intorno. Il rapporto tra madre e figlio è quanto di più complesso esista al mondo e, in quanto complesso, può essere raccontato in milioni di modi diversi.
In questo libro di Miklós Vajda, “Ritratto di madre in cornice americana” è il titolo stesso a suggerirvi quale approccio sia stato utilizzato dall’autore per parlare del proprio problematico rapporto con la madre. L’approccio autobiografico.
Nella notte di capodanno 1956 le strade di madre e figlio si separano. La madre ha avuto problemi con la giustizia, problemi di natura politica ed è stanca di entrare ed uscire dalla prigione. La scarcerano e l’occasione e propizia, fugge dal paese e si rifugia in america. Il figlio invece, convinto che fuggire sia un tradimento imperdonabile contro il proprio paese decide di rimanere a Budapest. La separazione è dolorosa e il libro di Miklós Vajda ce la racconta con uno sguardo limpido, volto a non abbellire o rendere artificiosa la realtà dei fatti.
Il rapporto tra scrittore e la madre Judit Csernovics è burrascoso, odio e amore che il figlio nutre nei confronti della madre, per essere scappata e per aver scelto una meta agli antipodi rispetto alla natura ungherese. In realtà, quello che salta subito agli occhi, attraverso la descrizione dei piccoli vezzi della madre e delle noie quotidiane è soprattuto la grande tenerezza che Vajda nutre nei confronti della madre. Empatizzando riesce a comprendere lo sforzo immane che questa ha dovuto fare per separarsi dal figlio, riesce a comprendere il dilemma interiore che l’ha portata alla fuga per non soccombere in carcere.
Miklós Vajda avrebbe voluto che la madre fosse al suo fianco, che combattesse con lui le sue battaglie, perché per quando sembra sdolcianto dirlo, con una madre al fianco nulla sembra impossibile ad un figlio.
E’ un libro di una tenerezza che spesso tendiamo a dimenticare sovrastati dallo stress quotidiano. Un libro che può aiutarci a rimestare tra i nostri ricordi e farci venire in mente un motivo in più per ringraziare nostra madre.
Miklós Vajda però racconta pur sempre una separazione. Nonostate madre e figlio siano riusciti a ricongiungersi il peso della separazione ha prodotto delle scorie che non possono essere smaltite facilmente. Ed è forse questo il nucleo di tutto. L’impossibilità di porre rimedio a qualcosa di sepolto nel tempo. L’impossibilità di avere tempo, ancora tempo, per stare assieme. Inoltre, lo scrittore si trova a dover ri-conoscere la madre in quanto la persona fuggita da Budapest non è più la stessa che ha trovato agio e pace in terra americana.
Non riesco ad imbrigliare le anime di Voland, quanto penso che siano principalmente francofoni poi mi capita tra le mani un libro che di francofono non ha nulla ed esplora il lato est europeo della casa editrice romana. Senza contare Manacorda che con i suoi libri è uncapitolo a parte.
Chissà cosa ne potrebbe pensare il buon vecchio Miklós Vajda della traduzione di Andrea Renyi visto che egli estesso è stato un traduttore. Probabilmente saprebbe meglio di me cogliere i tratti positivi del lavoro di Renyi, basando le proprie opinioni su una solida base professionale. Ahimé, io non ho tali competenze e quindi mi devo limitare a dire che il lavoro di traduzione è svolto in maniera egregia e che se il libro scivola via sereno è anche per merito di chi l’ha tradotto.
Nato a Budapest nel 1931 Miklós Vajda è scrittore, saggista e affermato traduttore dall’inglese e dal tedesco. Ha collaborato per anni con le migliori case editrici magiare, ed è stato redattore della rivista “The New Hungarian Quarterly” fino al 2005. Scritto all’età di 78 anni, Ritratto di madre, in cornice americana è il suo primo romanzo e lo colloca di buon diritto tra i grandi maestri della prosa ungherese."

mercoledì 19 settembre 2012

Péter Nàdas, LA BIBBIA

Riporto la lettera di un'amica veronese, Elvira Marinelli, su "La Bibbia" di Péter Nàdas, perché le sue parole compongono una recensione sensibile e molto interessante:

"ll primo racconto LA BIBBIA è uno straordinario universo sonoro. Sì, la cosa che mi ha subito stupito profondamente e coinvolto, inducendomi a immedesimarmi nel protagonista e a immergermi nei luoghi descritti, è stata la forte, costante presenza di suoni e rumori. Sono i suoni e i rumori a tratteggiare il profilo degli ambienti, a scandire la quotidianità nei suoi rituali e nelle sue sorprese, a segnare confini, a tracciare linee direttrici per il pensiero e per gli spostamenti/movimenti, a segnare il ritmo delle emozioni, a evocare ricordi, a permettere di orientarsi nella nebbia, nella confusione, nella paura. I suoni e i rumori costituiscono come una mappa entro cui il ragazzo si muove nella quotidianità che gli adulti che gli stanno intorno vorrebbero silenziosa. “I rumori componevano un insieme, si incolonnavano.” Rumori e suoni attesi, amati o temuti. Rumori e suoni che danno sicurezza ma talvolta spaventano. Che si impongono, che contrastano il grande silenzio che regna nella casa. Nel giardino. Il silenzio tra lui e suo padre, (“sempre fuori della sua portata”) tra lui e la madre (che capisce di non poter amare), che non hanno tempo e attenzione per lui, che non colgono le sue esigenze di piccolo adolescente curioso del mondo e bisognoso, com’è normale, di compagnia, di affetto, ascolto, fisicità nelle relazioni. Un silenzio “martellante nelle orecchie”, pregno di ipocrisia, formalità di rapporti, paure, sospetti, pregiudizi. Ma questo silenzio Andrea vuole forse rappresentare qualche cosa d’altro? È forse una metafora del silenzio a cui si è costretti sotto un regime? Non so se esagero e vedo anche quello che non c’è… 
Davvero mirabile com’è tratteggiata la figura di questo ragazzino, come Nádas ce lo fa sentire da dentro, dall’interno profondo e misterioso delle sue emozioni, delle sensazioni, dei sentimenti. Ce li fa scoprire insieme a Gyuri, ne restiamo stupiti, angosciati o felici insieme a lui. Ne prendiamo atto e ci interroghiamo su di essi a mano a mano che lui stesso li prova e li scopre. Ma tutti i personaggi sono ben delineati. Contraddistinti da precisi gesti e parole. Sembrano pronti per un copione cinematografico. Pensavo mentre leggevo al “Barone rampante”, a Cosimo e al suo giardino, ma anche ad altri giardini luoghi di avventure e formazione e conquista delle proprie autonomie.
Insomma è un racconto intenso, profondo, coinvolgente scritto magistralmente con un grande senso di partecipazione da parte dello scrittore che sembra calarsi completamente nel personaggio e che lo descrive così bene da farcelo toccare, vedere e sentire. La scrittura è sapiente, talvolta così imprevedibile e perfino sconcertante, nelle dettagliate descrizioni che respingono una lettura superficiale e frettolosa . Un racconto silenzioso e assordante, forse in bianco e nero, o meglio con pochi colori, fatta forse eccezione per il giardino. Con quel color beige della valigetta del padre ch’è tutto un programma, con colori accesi solo nei sogni e nell’immaginazione del ragazzo (il velluto rosso, il tulle rosa), con quell’unica macchia di colore in casa, l’azzurro delle maioliche del bagno e della stufa. Unici punti caldi e accoglienti di quell’ambiente freddo, forse.

Anche il secondo racconto mi è piaciuto, anche questo ragazzino mi ha conquistato con il suo impegno “a comprendere il mondo da solo”, non compreso, trattato come un adulto, senza alcun rispetto da parte del padre per il suo dolore, senza alcuna attenzione per il suo diverso modo di soffrire, senza alcun accompagnamento verso l’elaborazione di un lutto e il mistero della morte… questo ragazzino e quel suo pianto liberatorio, finalmente, fino allo sfinimento e la sua voglia di aiutare non compresa, la sua tristezza e consapevolezza di non essere capito scambiate per freddezza… in una casa in cui dopo la morte della madre l’allegria appartiene forse solo alle gocce che cadono dalla grondaia. Terribile e stilisticamente incisiva, a sottolineare inequivocabilmente l’estraneità e la distanza di quel padre, la scelta dello scrittore di chiamarlo sempre “il giardiniere”. La paratassi insistente sembra ulteriormente scarnificare insieme ai discorsi tutte le possibili relazioni umane.

Il terzo racconto, scritto in un altro periodo, dopo anni, è difficile e misterioso. Filosofico. Un po’ onirico e surreale, a tratti assurdo. La stessa struttura sintattica delle frasi, l’alternanza dei tempi presente e passato, il passaggio continuo dalla prima alla terza persona… oltre al contenuto, contribuiscono a rendere complessa la lettura e la comprensione. Talvolta mi sembra di sentire un coro di voci, come in un dramma pirandelliano, in cui a stessa situazione viene vissuta e narrata da diversi, anche contrastanti punti di vista.. Turba e inquieta. Non so se è importante capire, o se lo scopo dello scrittore sia proprio quello di creare inquietudine, insicurezza, disagio. E ancora una volta ti chiedo se tutto questo sia funzionale ad un messaggio che lo scrittore vuole dare al di là della storia in sé. Quello stare alla finestra ad aspettare, o appartato, quasi nascosto nell’angolo, con gli occhi chiusi, alieno anche in mezzo alla gente, è forse una metafora del vivere sotto un regime, privati della libertà personale e della propria individualità? Penso che dovrò rileggerlo per orientarmi un po’ di più. Bello comunque vedere come lo scrittore scelga di usare una lingua diversa a seconda non solo della situazione e dei personaggi, ma anche delle reazioni ed emozioni che vuole suscitare nel lettore.

Per quanto riguarda invece la prefazione dell’auture posso dirti che sono bellissimi i dettagli del suo rapporto con le contadine e sul cibo. È un discorso importante sul valore delle cose semplici che sono così preziose nei momenti di difficoltà. ”Aspetto dignitoso” è l’espressione chiave. In una dimensione di vita “mordi e fuggi” come quella di oggi in cui non c’è tempo per gustare veramente le cose, di riflettere sul loro valore, di apprezzare le loro intrinseche caratteristiche, l’elenco dei frutti e delle verdure spicca, è una macchia di colore intenso nel grigio della vita senza libertà, che ridà dignità alla persona, in quanto permette di superare la semplice dimensione della sopravvivenza."

Péter Nàdas, La Bibbia, BUR, 2009, trad. A. Rényi