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martedì 14 agosto 2018

Intervista a György Dragomán

LA FANTASIA PERMETTE DI SFUGGIRE ALLA TIRANNIDE

Intervista a György Dragomán, scrittore e traduttore ungherese pubblicato in Italia da Einaudi

di  6 agosto 2018

Il prossimo 8 settembre lo scrittore e traduttore editoriale György Dragomán dialogherà con il giornalista e scrittore Wlodek Goldkorn al Festivaletteratura di Mantova, e il giorno successivo sarà con Federico Taddia per parlare del classico di Jaroslav Haŝek, Le avventure del bravo soldato Ŝvejk nella grande guerra (Mondadori, 2016)nell’ambito della serie di incontri intitolati “Il libro più divertente che ho letto”. Dragomán è noto in Italia grazie a due suoi romanzi pubblicati da Einaudi, Il re bianco (traduzione di Bruno Ventavoli) e Fiamme (traduzione di Andrea Rényi), entrambi tradotti anche in numerose altre lingue. Fiamme concorreva anche nella Long list del premio von Rezzori di quest’anno. Nel 2016, dal Re bianco è stato tratto un film in coproduzione inglese, svedese, tedesca e ungherese, che però non è riuscito a restituire sullo schermo la magia del romanzo.
György Dragomán è nato nel 1973 in Romania, in una Transilvania multietnica. Nel 1988 si trasferisce con la famiglia in Ungheria, dove si laurea in lingua e letteratura inglese, e ancora giovanissimo sposa la poetessa Anna T. Szabó. La coppia si stabilisce a Budapest e ha due figli. Nel 2002 esordisce con il romanzo Il libro della distruzione, per il quale gli viene assegnato il premio Sándor Bródyi sucessivi due romanzi, noti anche nella traduzione italiana, gli valgono il premio Tibor Déry e il premio Sándor Márai. Nel frattempo Dragomán si distingue anche come eccellente traduttore di Samuel Beckett, James Joyce e Irvine Welsh.
Autore e traduttore molto apprezzato, in Ungheria Dragomán è anche un punto di riferimento: per migliaia di persone la giornata inizia con la lettura di un suo post su Facebook, dove offre piccoli scritti inediti, ricette pratiche e ben collaudate, pubblica interviste e articoli usciti sui media in cui espone le proprie ragioni (sempre con rispettoso garbo) anche con brevi estratti con i quali cerca di avvicinare i lettori ai suoi romanzi.
In vista degli appuntamenti di Festivaletteratura, Dragomán sta studiando l’italiano (che un poco conosce già)perciò ho deciso di intervistarlo in italiano. Ha risposto in ungherese, ma soltanto per timore di qualche fraintendimento.
Inizierei con una domanda che spero non troverà indiscreta: il suo cognome in italiano significa dragomanno, che come dice la Treccani è la «denominazione europea degli interpreti fra gli europei e i popoli (di lingua araba, turca e persiana) del Vicino Oriente, che svolgevano la loro funzione nelle ambasciate e nei consolati, al seguito delle missioni politiche e commerciali, nei porti e nelle dogane, nelle corti europee e presso i sovrani orientali». Per caso, aveva un dragomanno fra i suoi avi?La parola dragomanno è presente in molte lingue e si trova anche in qualche classico ungherese come termine indicativo di un mestiere. La mia famiglia ha origini armene, insieme ad altre cento si è stabilita nel 1680 in Transilvania, dove pian piano si è trasformata in famiglia ungherese. Dicono che il nonno di mio nonno parlasse ancora l’armeno, ma mio nonno si considerava già pienamente di madrelingua ungherese. Probabilmente c’erano dei veri e propri dragomanni fra i miei avi, infatti nella mia famiglia tutti sono attratti dalle lingue straniere per tradizione. Uno dei miei primi ricordi è l’immagine di mio padre studia il francese. Anch’io attribuisco molta importanza alla traduzione e all’interpretariato, i primi soldi li ho guadagnati a quindici anni come interprete alla frontiera fra l’Austria e l’Ungheria, dove sfruttavo la mia conoscenza del romeno per fare da interprete alle guardie di confine. In seguito ho fatto il traduttore editoriale, traduco dall’inglese all’ungherese, e sono particolarmente orgoglioso di essere riuscito a tradurre Watt di Samuel Beckett, un romanzo giovanile famoso per le difficoltà di traduzione.
Abbiamo in comune l’infanzia e parte della gioventù trascorse in una dittatura, io in Ungheria e lei in Romania, e forse anche la sensazione che chi ha vissuto sempre in uno stato libero non riesce a immedesimarsi veramente nello stato d’animo e nelle limitazioni che quell’ordine delle cose comportano. Conserva il ricordo del momento, di un episodio in particolare, di quando ha preso coscienza di non vivere in uno stato libero?
La Romania della mia infanzia era una dittatura piuttosto selvaggia. Ricordo chiaramente il momento in cui presi coscienza del posto in cui vivevamo: avevo quattro anni, mio padre mi portava alla scuola materna spiegandomi che non avrei dovuto raccontare nulla di quello che si diceva a casa, e che non avrei dovuto credere a nulla di quello che mi avrebbero insegnato a scuola. Disse che se non avessi tenuto la bocca chiusa, loro sarebbero finiti in prigione e io in un riformatorio. Disse tutto questo con una tale naturalezza come se avesse voluto insegnarmi a non sputare o a non entrare nelle pozzanghere. Da quel momento in poi mi era chiaro che il regime fortemente militarizzato in cui vivevo (già alla scuola materna ci proclamavano “falchi della patria” e dovevamo indossare l’uniforme) mentiva e voleva distruggerci.
Che cosa significa far parte di una minoranza linguistica? Al suo arrivo in Ungheria – se non sbaglio era un ragazzo di quindici anni – ha trovato delle differenze fra l’ungherese della sua nativa Transilvania e l’ungherese dell’Ungheria? In quella fase storica la dittatura assumeva tinte fortemente nazionaliste, avanzò di nuovo il concetto dello stato nazionale omogeneamente rumeno che rendeva un atto politico l’appartenere alla minoranza linguistica, parlarne la lingua, pensare o anche sognare in quella lingua. Essendo la lingua un elemento fortemente identitario, vennero gradualmente ristrette le possibilità d’uso della lingua madre della minoranza. Non fu un processo rapido, perché in quell’area geografica la tradizione del multilinguismo, la disponibilità di comprenderci reciprocamente e parlare più lingue erano ancora forti. Il potere fece di tutto per invertire questa tendenza. Da questo punto di vista posso dire di essere cresciuto sul fronte: a Marosvásárhely (nome ungherese di Târgu Mureş) abitavamo in un quartiere misto, e nel marzo del 1990 in tutto l’ex-blocco dei Paesi dell’Est in questa città ci furono i primi scontri sanguinosi tra le etnie.
Per rispondere alla seconda parte della domanda, l’ungherese che parlavo non presentava differenze importanti rispetto alla lingua parlata in Ungheria. Era interessante osservare invece l’ungherese parlato subito dopo il confine con l’Austria, le sottili influenze dell’austriaco, le non molte e non sostanziali difformità nel lessico.Finora Einaudi ha pubblicato due suoi romanzi, Il re bianco e Fiamme. In una vecchia intervista a “VS”, la bella rivista ungherese, ha raccontato dell’immagine che ha dato il via alla composizione di Fiamme: il giardino di sua nonna in cui da bambino ha trascorso molto tempo. Qual è stata l’immagine di partenza per Il re bianco?
L’avvio di Il re bianco è dovuto non a un’immagine ma a una frase: «a noi portieri consigliavano di non tuffarci dietro la palla, di evitare di toccarla, perché la palla raccoglie tutta la radioattività dell’erba». Lessi questa frase terribile e brutalmente assurda in un’intervista al portiere della Steaua Bucarest, che raccontava come si erano preparati dopo Černobyl´alla finale dei Coppa dei Campioni. L’assurdità di questa frase mi scosse a tal punto che mi sembrò di udire la voce di un bambino, e appena mi misi a scrivere sentii la voce del protagonista che mi avrebbe permesso di raccontare in questo libro tutte le paure della mia infanzia.
Come tutti, suppongo che anche lei avrà un certo numero di libri che hanno determinato, o almeno influenzato, il suo percorso intellettuale, e forse anche la sua carriera di scrittore. Non oso domandarle i titoli, so che è una domanda con qualche pericolo insito, ma mi piacerebbe sapere se crede di aver subito qualche influenza, o se invece il suo mondo, la sua tecnica, si sono formati in un modo almeno apparentemente indipendente.
Gli autori più importanti per me sono stati Orwell, Kafka, Haŝek, Beckett, Hrabal, Faulkner, Singer e Géza Ottlik, senza di loro non sarei quello che sono, ma credo che la loro influenza non sia percettibile direttamente. Ho più voci, e i romanzi tradotti in italiano possono trarre in inganno in quanto entrambi sono monologhi di bambini, anche se i protagonisti parlano in modi completamente diversi. Scrivo cose molto diverse fra loro, la voce del mio primo libro, Il libro della distruzione, è totalmente differente, e anche le mie novelle vanno in direzioni diverse. Tuttavia credo che in tutto quello che ho scritto ci sia un’atmosfera tipicamente e solamente mia, che però non saprei definire. E forse sarebbe meglio non provarci nemmeno.
Lei è felicemente sposato a una poetessa di grande talento, Anna T. Szabó, anche lei proveniente dalla Transilvania magiarofona, e siete genitori di due ragazzi, uno dei quali è affermato traduttore editoriale fin da giovane età. Suppongo che in famiglia ci sarà un forte sodalizio letterario, può parlarcene?Viviamo dalla mattina alla sera fra libri e testi. Le giornate iniziano spesso con Anna che legge ad alta voce quello che ho scritto all’alba, oppure legge ad alta voce una poesia. (Lei spesso si sveglia con qualche verso in mente che annota rapidamente, se sono suoi, o cerca di capire di chi siano se sono citazioni o loro storpiature). Una volta i bambini scesero quatti quatti perché ci avevano sentito parlare ad alta voce nel soggiorno dopo mezzanotte. Scoppiarono a ridere quando trovarono Anna che stava leggendo poesie di Sándor Weöres. Lavoriamo entrambi a casa, scriviamo e traduciamo a casa e condividiamo il lavoro, perché stiamo insieme da quando eravamo adolescenti, e in realtà siamo diventati uno il revisore dell’altra. I ragazzi sono cresciuti in quest’officina ed era naturale che cominciassero a tradurre, a parlare le lingue e a leggere. Per noi la letteratura è una sorta di casa dove poter vivere in libertà, felicemente, e in ricchezza.
Ringrazio György Dragomán per la disponibilità e per le risposte sincere e aggiungo una notizia curiosa, un dettaglio non piccolo e non insignificante, qualcosa che lui ha sottolineato in più interviste ungheresi e che ho avuto il modo di verificare: i due romanzi tradotti in italiano funzionano anche come novelle, brevi racconti. Possiamo aprirli in un punto qualsiasi e vi troviamo una storia che oltre a comporre la trama può avere anche vita autonoma.
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L'intervista è tratta dal sito di Flanerì

venerdì 20 aprile 2018

Fiamme di Dragomán sul Piccolo di Trieste


La nonna è proprio una strega

Ci hanno insegnato che le streghe sono donne malvagie. Ci hanno spiegato che commerciano con il diavolo, sono brutte e vecchie, mangiano i bambini. Ed è per questo che Emma, protagonista dello...





Ci hanno insegnato che le streghe sono donne malvagie. Ci hanno spiegato che commerciano con il diavolo, sono brutte e vecchie, mangiano i bambini. Ed è per questo che Emma, protagonista dello splendido romanzo “FIamme” dello scrittore ungherese, nato in Romania, Gyõrgy Dragomán, tradotto da Andrea Rényi per Einaudi (pagg. 376, euro 24), non riesce a fidarsi della misteriosa vecchina che viene a prenderla all’orfanotrofio.
Anche se afferma di essere sua nonna.


Accanto a lei, però, la tredicenne scoprirà che le streghe non sono cattive come dicono. E che la magia, a volte, è l’unica via per riconquistare la libertà in un mondo che pensa soltanto a limitare i diritti delle persone.

giovedì 3 agosto 2017

Ancora di "Fiamme" di György Dragomán, Einaudi

Oggi ne ha parlato Luca Scarlini qui: Il Segnalibro

E queste sono le parole di Franco Cordelli su La Lettura del 28 maggio 2017:


L’io io io non funziona (più)

Bilanci «Fiamme» di György Dragomán e «Il ritorno» di Hisham Matar mostrano i limiti di un racconto orizzontale, lineare, esplicito: intrattenimento, in pratica. Per cercare il senso della letteratura si deve tornare, per esempio, a due romanzi centrati s


Senza sembrare convincente Andrea Bajani, recensendo Fiamme del romeno di lingua ungherese György Dragomán, ne paragonava lo stile a quello di Agota Kristof. L’accostamento risultava poco convincente: possibile che a così breve distanza di tempo, e tra due scrittori che si esprimono in lingue diverse (lei in francese essendo nata in Ungheria), vi fosse un simile accostamento? Invece Bajani aveva ragione. Rispetto al precedente romanzo Il re bianco, Dragomán è come se avesse fatto un passo indietro cercando di farne uno in avanti, verso uno stile più riconoscibile, più pronunciato: vale a dire uno stile elementare, infantile — che mostrasse con chiarezza come a parlare (o a pensare) fosse un non adulto.
Pure, essendo questo ciò di cui voglio dire, lo stile, non è il punto. Il punto è che Il re bianco e Fiamme, diversi, si assomigliano tremendamente. Se ne capisce la ragione. Dragomán è ossessionato dalla vita del suo Paese, che immagina simile se non identica a quella di tutti i Paesi vissuti sotto il regime comunista: e nel- l’uno e nell’altro romanzo non fa che ripetere le stesse cose, mostrare gli stessi casi di oppressione, di invivibilità, di sopraffazione, di violenza, di tortura. In realtà, ciò che domina nei romanzi di questo scrittore è ciò che chiamiamo contenuto o forse, meglio, tema. È la ragione per cui li si legge, li si traduce, li si commenta. Qualcosa di simile si vede in un libro di Hisham Matar, uno scrittore nato a New York di origine libica: Il ritorno.
Nato nel 1970 e autore di due romanzi, Nessuno al mondo e Anatomia di una scomparsa, Matar nel nuovo Il ritorno racconta di un viaggio a Bengasi nel marzo del 2012 insieme alla madre e alla moglie Diana, fotografa. Ci si aspetta una cronaca dal vivo, o da vicino, della recente caduta di Gheddafi, e così in parte è. Pure, anche Il ritorno di fatto è un libro il cui tema è la violenza della dittatura: «Gli oppositori del regime venivano impiccati nelle piazze e negli stadi. Ai dissidenti in fuga dal Paese si dava la caccia e alcuni venivano sequestrati o assassinati. Negli anni Ottanta in Libia si manifestò anche la prima decisa resistenza armata alla dittatura. Mio padre era una delle figure di spicco dell’opposizione». Ma il padre di Matar presto esce di scena, dalla scena del romanzo ossia dalla scena della vita: clandestino, scomparso, morto. In realtà tutta la famiglia era finita in prigione, per usare un termine eufemistico: «Zio Mahmoud, zio Hmad e i miei cugini Saleh e Ali scoprirono di essere tutti rinchiusi là dentro». «Mi è venuta la nausea — ricorda Hisham — come se il mio cuore si fosse spezzato». «Come se il mio cuore si fosse spezzato» è una frase che mi ha colpito per la sua chiarezza e ovvietà — identifica (e semplifica) l’immediata e irrimediabile reazione emotiva di fronte a una notizia drammatica che coinvolge l’intera famiglia e presumibilmente il padre, la persona che non viene nominata. A questo punto il libro di Matar non ha più segreti, si può continuare a leggere o si può smettere, sarebbe la medesima cosa.
Ma non è questa la caratteristica dominante della letteratura narrativa del nuovo secolo? Che cosa cerchiamo in essa se non una notizia approfondita, diciamo vissuta, ben raccontata e a noi fino a questo momento ignota? È, non per nulla, una delle prerogative della letteratura mondiale, dell’essere ciò che continuiamo almeno in parte a chiamare romanzo, il prodotto di una cultura ovunque diffusa, da ogni dove emergente. Essa, prima di tutto, ci parla di fatti, persone, luoghi simili ai nostri, che conoscevamo e che continuiamo almeno in parte a vivere e conoscere, con in più, o di diverso, un elemento che un tempo definivamo snobisticamente esotico e che ormai esotico non può essere ma che nell’esotico ha le sue radici. Vorrei aggiungere: la letteratura narrativa contemporanea mostra di avere in comune, come sua prerogativa d’eccellenza, questo esotismo che possiamo definire racconto di un caso inedito ovvero estremo, raro, in qualche modo prelibato. Dominanti, da un punto di vista referenziale (stilistico, eccetera) sono la prima persona (la testimonianza, reale o supposta), la memoria (dell’accaduto), la ricostruzione storica (non proprio il romanzo storico ma la ricostruzione, con la sua pretesa di verità

domenica 25 giugno 2017

Ancora su "Fiamme" di György Dragomán

L’orfana e la nonna: magie e dura realtà 

Secondo volume della trilogia dello scrittore ungherese Uno stile crudo e incisivo che risulta evocativo e poetico
“Sogno di un fuoco. Non so cosa bruci. Vedo alte fiamme rosse, dalla cima, dalla cima si innalza del fumo fuligginoso, il fuoco crepita, sibila e scoppietta, le fiamme stormiscono come il vento. Fa buio, c’è solo il fuoco a illuminare, non voglio guardarlo ma non riesco a voltarmi, devo guardarlo per forza, in mezzo alle fiamme vedo assi e travi, fogli carbonizzati, nella brace si muove qualcosa di rosso, non vedo cosa sia, non so cosa sia, non lo voglio sapere”. Questo il primo sogno che fa Emma, tredici anni, nella sua nuova casa. In Fiamme, il secondo volume della trilogia dello scrittore ungherese György Dragomán, cominciata con Il re bianco, tradotto con grande sensibilità da Andrea Rényi, la protagonista rimane orfana di entrambi i genitori a causa di un incidente automobilistico e viene accolta in un orfanotrofio. Sino a quando non si presenta un’anziana donna, che le dice di essere la nonna materna, che non ha mai conosciuto e di cui non conosceva neppure l’esistenza. Emma la segue nel villaggio natale della sua famiglia e scopre che la nonna è vista con timore perché capace di riti magici e di prevedere il futuro. Il nonno inoltre, scomparsa da due mesi, sembra vivere ancora nella casa.

Fiamme ci immerge da subito nei misteri che circondano la vita dell’anziana, ma la magia lascia presto il posto alla durissima realtà. Ne fa le spese subito Emma, appena entrata a scuola, emarginata perché accusata di far parte di una famiglia di traditori. La ragazzina cerca di ricostruire il passato dei genitori, al tempo stesso di non pensare troppo a loro. La memoria personale e collettiva è uno dei temi centrali del romanzo: “Nonna dice che devo sapere che dimenticare è facile. Forse credo che non dimenticherò mai nulla, che ricorderò sempre tutto, ma non sarà così. Si possono dimenticare anche le cose più importanti, le migliori e le peggiori, il dolore più grande e la gioia più grande, tutto, proprio tutto. Mi guarda negli occhi e dice che l’oblio è come una maledizione che si posa sulle spalle di tutti, sulle mie, sulle sue, solo che sulle sue pesa di più”.

Da una parte i ricordi familiari di cui la casa della nonna è una sorta di catalogo più o meno misterioso, dall’altra la memoria storica, la persecuzione nazista, il comunismo, la violenza, le rappresaglie, le divisioni sociali. Il romanzo è come la magia che la nonna fa con la farina: “sparge della farina sulla spianatoia, la liscia, crea uno strato uniforme…disegna un volto, lo riconosco. È il viso di nonno… immerge i palmi nella farina, li solleva, sulla spianatoia restano le impronte delle sue mani, si vedono le linee dei palmi, le grinze vorticose dei polpastrelli, si mescolano alla venatura del legno della tavola. Sospira, non profondamente, causando appena un lieve turbinio della farina, dice che sa da tempo che si può dimenticare tutto, che infatti dimenticherà tutto…”.

Dalla polvere bianca pian piano si riconoscono i volti, gli oggetti, le storie, i pensieri. Si torna al passato e si vede un futuro che non riesce a scrollarsi di dosso la pesante eredità di ciò che è accaduto. Il lettore all’inizio rimane sorpreso e diffidente, come Emma, poi via via la farina si spiana e cominciamo a capire quello che è accaduto al professore, chi è in realtà Peter, cosa ha sofferto la nonna. Grazie anche allo stile duro e incisivo di Dragomán, che riesce, quasi magicamente, a risultare insieme evocativo e poetico.

Simonetta Bitasi

venerdì 16 giugno 2017

"Fiamme" su Mangialibri


FIAMME

Fiamme
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Emma siede nell’ufficio della direttrice dell’orfanotrofio in cui vive da centocinquantadue giorni, da quando i suoi genitori sono morti in un incidente. Pensava di essere rimasta sola al mondo e invece ora, di fronte a lei, c’è una vecchietta ossuta che dice di essere sua nonna. È venuta a prenderla: le chiede, la implora, di andar via con lei. Emma, turbata e titubante – non sapeva di avere una nonna eppure quella donna le ricorda così tanto la madre, ma lei non vuole ricordare, non vuole più piangere, deve essere forte – decide di seguirla. Il tempo di mettere in valigia i suoi pochi averi, qualche vestito, la vecchia divisa da pioniera col distintivo giallo fatto a treccia, una fotografia a colori un po’ sbiadita di una gita al lago con i genitori. L’ultimo saluto alle compagne d’istituto, l’ultimo sguardo al dormitorio, alle aule. Tre macchie chiare a forma di rettangolo in ogni stanza le ricordano dove una volta c’erano la foto del compagno generale e scritte rosse che parlavano di patria, popolo, partito, pace; il grande falò di capodanno, il viso sorridente del compagno generale che bruciava; la gioia incontenibile delle ragazze che cantavano a squarciagola “che non c’era più, che era tutto finito, olé olé”. È tutto finito ora ed Emma non sa cosa le riserverà la sua nuova vita in un paese che ha appena ritrovato la libertà, a fianco di quella donna dal volto severo e dai profondi occhi grigi che sembrano quasi poter piegare il suo volere e leggerle nel pensiero…
Un regime esecrabile, il suo crollo. Rancori latenti, sete di giustizia. Una neonata, fragile libertà. Il pattern storico pressoché universale delineato da György Dragomán nel suo terzo romanzo, senza etichette, colori o precise coordinate spazio-temporali, trova piena oggettivazione nella turbolenta metamorfosi di Emma, non più bambina, non ancora donna, alla ricerca di una maturità personale e insieme collettiva, necessaria per definire il labile confine tra verità e menzogna e far tesoro dei lasciti del passato. Ottime le intuizioni che guidano l’autore nel proporre, come già ne Il re bianco, un’acuta lettura di alcune delle pagine più nere della storia contemporanea, filtrata dallo sguardo innocente e sincero della fanciullezza. Tuttavia, il tumultuoso intrecciarsi di storia individuale, memoria collettiva e continua richiesta di sospensione dell’incredulità rischia, a tratti, di confondere più che stregare. La cronaca della voce narrante, asettica, non di rado disturbante e iper-realistica, tende a rallentare il ritmo e a soddisfare solo a piccoli sorsi la sete di conoscenza del lettore, sottacendo dinamiche più profonde. Ben altro mordente deriva dall’elemento magico, inaspettato, spiazzante e abilmente inserito nel “quotidiano” attraverso gesti semplici e naturali, e da intensi e drammatici flashback, dolorosi squarci sul passato. Una storia intrigante ma discontinua, che cova lentamente sotto la cenere e non riesce a divampare del tutto, malgrado le indubbie potenzialità.
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Fonte: http://www.mangialibri.com/libri/fiamme

domenica 23 aprile 2017

György Dragomán, Fiamme - recensione di Andrea Bajani

Oggi su il Manifesto è uscita la recensione di Andrea Bajani. Impeccabile, tranne che per il nome di battesimo dell'autore che è György, e non Györgi, e per l'imprecisa collocazione geografica dell'autore: Dragomán era nato in Romania, membro della minoranza ungherese, ma si trasferisce ancora adolescente, con la famiglia, in Ungheria, dove vive tuttora.

Györgi Dragomán, le catene del passato

Narrativa. Attraverso una iniziazione all’età adulta, lo scrittore romeno di lingua ungherese racconta l’Europa in rovina, alludendo alla necessità di sfilarsi dal ricatto dei ricordi: 
«Fiamme»

Quando, a cinquant’anni compiuti, Agota Kristof pubblicò Il grande quaderno, provammo tutti la sensazione lancinante che i nonni evocati rappresentassero l’armadio in cui sta chiuso a chiave il passato. L’Ungheria di cui si parlava, sebbene mai apertamente citata, era costretta in una cornice di violenze: Kristof era nata nel 1935, il secondo conflitto mondiale l’aveva dunque travolta a pochi anni, lasciandola spiaggiata in tempo di cosiddetta pace con una sporta di violenza e domande ingoiate a forza. La Storia scoppia in faccia ai bambini, dicevano i due gemelli della Trilogia della città di K, e lascia morti per terra. Ai bambini non resta che ratificare l’orrore, aggiungere al mondo precedente altre ipotesi, altre domande: «Una volta, lontano nella foresta, sull’orlo di un grosso buco fatto da una bomba, troviamo un soldato morto. È tutto intero, gli mancano solo gli occhi per via dei corvi».
A tenersi stretti il passato, con certezze e segreti, sono i vecchi. «Ecco vostra Nonna – dice la Madre ai gemelli. Resterete con lei per un po’, fino alla fine della guerra». I genitori stanno a cavallo della Storia, troppo impegnati a non farsi disarcionare per occuparsi anche dei figli. Ai figli resta la loro assenza da ricapitolare ogni giorno e una Nonna cui imputare la propria condizione di orfani, e insieme la colpa di essere stati messi in salvo, ma tenuti fuori dalla Storia. E resta la missione del ricordo, sebbene l’oggetto della loro memoria sia qualcosa di mai vissuto in prima persona.
Emma, la protagonista di Fiamme, del quarantaquattrenne romeno di lingua ungherese Györgi Dragomán (Einaudi, traduzione di Andrea Rényi, pp. 364, euro  22,00), è parente prossima dei gemelli della Trilogia. E il romanzo è un evidente – seppur non esplicito – corpo a corpo con il capolavoro di Agosta Kristof, aggiornato al 1989: il crollo di un paradigma, quello comunista, su cui si reggeva un mondo, la condanna a morte dei tiranni, gli spari per le strade, i traditori a piede libero. Dopo aver perso entrambi i genitori in un incidente stradale, Emma vede arrivare in orfanotrofio una donna che sostiene di essere sua nonna: «La direttrice dice che la vecchietta è qui per me. La vecchietta dice che è mia nonna e che è venuta a prendermi. Le dico che non ho nonne. Né nonni. Non ho nessuno».
Lo stile rimanda direttamente alla prosa di Agota Kristof, riprende la secchezza di un’infanzia brutalizzata anche nel linguaggio, i sentimenti volutamente cauterizzati: «Continuiamo così – dicevano i gemelli nel Grande quaderno – finché le parole non entrano più nel nostro cervello, non entrano nemmeno nelle orecchie. Ci esercitiamo in questo modo una mezz’ora circa ogni giorno. (…) A forza di ripeterle, le parole a poco a poco perdono il loro significato e il dolore che portano si attenua». È l’unica difesa dei bambini di fronte alla bocca spalancata della Storia.
Già nel Re bianco, Györgi Dragomán aveva raccontato le violenze del regime di Ceaucescu, l’infanzia al tempo del sospetto, l’insidioso gioco paranoico delle colpe. Lì, c’era un padre dissoltosi nel nulla, finito dentro il buco nero della polizia segreta. I riferimenti letterari costituivano l’impasto fenomenale tra un passo narrativo tutto dickensiano e un immaginario smaccatamente postsovietico. Ironia, empatia e Securitate.
In Fiamme, Dragomán sceglie come suoi custodi Agota Kristof e Herta Müller, una ungherese (sebbene scrivesse in francese), e una romena di lingua tedesca
Sceglie due esuli, dunque, per tornare a casa. Ed è in fondo una casa quella che cerca la protagonista del suo romanzo, Emma.
Il rovello dei nipoti nella Trilogia era come trovare una casa dentro il tempo, come individuare la propria posizione lungo l’asse del tempo. Emma vive un momento storico e personale in cui tutto salta in aria: la rivoluzione, il dominio sul suo corpo. Varcata quella linea sarà impossibile tornare indietro, adolescenza e capitalismo insieme. «Parla di marmellate, carta igienica, scatolette di pesce, crema al cioccolato, c’è tutto e ci sarà tutto, ormai ci sarà sempre tutto, lo dice con un tono di preghiera, come se non ci credesse». A tredici anni, Emma ha un piede in un’infanzia sovietica data per fallita, e un altro in un mondo che dovrebbe essere migliore, ma fa più paura ancora, un mondo che brandisce il vessillo dell’abiura.
Il presente di Emma è un faccia a faccia con i morti, ha i piedi conficcati nel passato. Si evoca di continuo il foro del proiettile sulla fronte di Ceausescu, giustiziato nel fango insieme alla moglie. E poi i morti accanto all’andirivieni dei sopravvissuti, sbucati indenni dentro il mondo nuovo: «Péter va sul ghiaccio, dice che è per i morti. Dicono che dopo le raffiche li hanno tenuti qui, sul ghiaccio, per qualche giorno, prima di nasconderli da un’alta parte. (…) Il ghiaccio è grigio, non è una pista di ghiaccio, pattiniamo su un lago ghiacciato con le crepe, (…) vedo i morti che fluttuano nel ghiaccio».
Quella che Dragomán in fondo racconta è quanta zavorra di passato i nipoti sono costretti a portarsi sulle spalle. Racconta un’Europa di rovine ereditate. Solo le macerie contano, solo i morti, i segreti messi un una bara. Commemorare senza capire fino in fondo, è questa la scure dell’eredità. Emma non a caso riceve in dono dalla nonna un orologio, che fu a suo tempo di sua madre. Ciò che conta, sembra dire Dragomán, è la quantità di giri che hanno fatto le lancette per arrivare sin qui. «Il dolore aiuta a ricordare – le dice la nonna –, non solo il dolore ma tutto, perché esiste solo quello che ricordiamo, quello che dimentichiamo non c’è più scompare dal passato, scompare dal mondo”; “l’oblio è come una maledizione che si posa sulle spalle di tutti».
Emma diventa grande così, con un passato da portare alla catena, impossibile da far passare veramente, ammucchiato lì tutto insieme, tutto già fallito, il più antico e il più recente: «Il signor Pali ha trovato i morti (…). Stavano nella vallata dietro la fabbrica di mattoni abbandonata. Dicevano che era sicuramente una fossa comune della Prima guerra mondiale, o il luogo di sepoltura dei morti del ghetto».
È sempre tempo di ricordare, ci induce a pensare Györgi Dragomán in questo romanzo importante, ma è anche venuta l’ora di sfilarsi dal ricatto iscritto in ogni eredità, storica e privata.