sabato 10 marzo 2018

Dezső Kosztolányi, Vuoi giocare?

“Vuoi giocare?” Una poesia ungherese, il suo autore e la sua traduttrice

“Vuoi giocare?” Una poesia ungherese, il suo autore e la sua traduttriceVuoi giocare? non è la poesia più bella di Dezső Kosztolányi (1885-1936), non è nelle classifiche delle prime trenta poesie ungheresi dove ai primi posti troviamo comunque la sua Ebbrezza all'alba, ma fa parte del novero delle poesie spesso citate e molto amate. Va sottolineato che l'Ungheria ha una lunga storia lirica e riserva una cura particolare alla sua tradizione poetica, un'arte coltivata con molto impegno e passione anche oggi.
Kosztolányi era uno degli intellettuali più originali e prolifici del primo Novecento ungherese: come poeta, romanziere, giornalista, saggista e traduttore ci ha lasciato un'opera monumentale di inestimabile valore. Era anche un esperto linguista e partecipò al rinnovamento della poesia magiara, alla rivolta della nuova generazione di poeti contro l'accademismo della tradizione. Il semplice elenco dei suoi volumi di poesie, novelle, romanzi, saggi, articoli e traduzioni occuperebbe un'intera pagina, ci limitiamo quindi all'antologia Modern költők (Poeti moderni) di circa 500 pagine, del 1914, che fu uno dei più grandi avvenimenti della letteratura ungherese, perché riguarda anche la poesia italiana. In essa Kosztolányi presenta le traduzioni di poesie di ben centodue poeti stranieri con tanto di breve ritratto di ciascuno. Fra gli italiani troviamo Ada Negri, Gabriele D’Annunzio, Arturo Graf, Lorenzo Stecchetti, Giosuè Carducci, Luciano Croci, Edmondo De Amicis, Filippo Tommaso Marinetti, Paolo Buzzi, Aldo Palazzeschi, presenti con ventitré poesie. Queste traduzioni servivano a Kosztolányi anche per trovare una propria voce, un suo linguaggio poetico.

Nel 2003 l’opera omnia di Dezső Kosztolányi ha ottenuto il premio “Eredità ungherese”, un'onorificenza conferita ogni anno a figure ritenute capaci di conservare l’identità ungherese nel tempo e contemporaneamente in grado di offrire anche un contributo di grande valore alla cultura europea.
Dezső Kosztolányi è noto al pubblico italiano soprattutto come romanziere, è l'autore di Anna Édes (prima edizione: Edizioni Anfora, 2014, traduzione di Andrea Rényi e Mónika Szilágyi, cura e note di Mónika Szilágyi; a breve la seconda edizione sempre delle Edizioni Anfora, con la prefazione di Antonella Cilento),Kornél Esti (Mimesis, 2012, traduzione e cura di Alexandra Foresto),Allodola (Sellerio, 2000, a cura di Matteo Masini), Il medico incapace(Rubbettino, 2009, traduzione di Roberto Ruspanti) e Nerone (Castelvecchi, 2014, traduzione di Silvio De Massimi), sebbenenel 1970 Guanda avesse pubblicato anche una raccolta di sue poesie a cura di Guglielmo Capacchi, oggi purtroppo non più in commercio.
“Vuoi giocare?” Una poesia ungherese, il suo autore e la sua traduttrice
Qui con Vuoi giocare? desideriamo offrireappena un sorso spumeggiante del mare Kosztolányi, e un'anticipazione di una seconda figura, quella di Edith Bruck, autrice della felice traduzione della poesia.
Dimmi, vuoi essere la mia
compagna di giochi?
Vuoi sempre, sempre giocare?
Andare insieme nel buio,
con cuore infantile sembrare
importante,
prendere posto con serietà
a capotavola,
versare vino e acqua con sapienza,
lanciare perle, gioire con niente,
e con nostalgia indossare
vecchi vestiti?
Dimmi, vuoi giocare a tutto
quel che è vita,
all'inverno nevoso e al lunghissimo
autunno,
si può bere il tè, muti,
il tè di rubino e il vapore giallo?
Vuoi vivere davvero con cuore puro,
stare in silenzio a lungo,
a volte aver paura,
perché sulla piazza si aggira
il novembre,
perché lo spazzino è un uomo
povero e malato;
chi fischia sotto la nostra finestra?
Vuoi giocare al serpente, all'aquila,
ai lunghi viaggi, al treno, alla nave,
al Natale, al sogno,
a tutte le cose belle?
Vuoi giocare all'amante felice?
Fingere il pianto, il funerale colorato?
Vuoi vivere, vivere per sempre,
vivere nel gioco che è diventato vero?
Stare distesi per terra tra i fiori
e vuoi, vuoi giocare alla morte?

Qui la poesia nella scena del film Maladolescenza del 1977. Qui invece cantata e suonata nell'interpretazione del nazionalpopolare gruppo ungherese Kaláka, ovviamente in ungherese.
Vuoi giocare? è una delle poesie che costituiscono il volume Màk (Semi di papavero) pubblicato nel 1916; secondo le fonti Kosztolányi la scrisse a sua moglie e il componimento rispecchia fedelmente il carattere, lo stile e il linguaggio giocoso eppure serio del poeta homo aestheticus ancora giovane: la vita è un gioco e il gioco vitalizza.


“Vuoi giocare?” Una poesia ungherese, il suo autore e la sua traduttrice
Se oggi possiamo apprezzare appieno questa poesia di Kosztolányi lo dobbiamo a Edith Bruck (1932-), poetessa, scrittrice e traduttrice ungherese naturalizzata italiana. Kosztolányi veniva da una famiglia borghese agiata di una regione che oggi fa parte della Serbia, Edith Steinschreiber Bruck invece da una poverissima famiglia ebrea di una zona depressa dell'Ungheria. Ha dodici anni quando con la famiglia viene deportata ad Auschwitz, poi a Christianstadt e infine a Bergen-Belsen, dove viene liberata dagli Alleati nel 1945. Nei successivi nove anni vive viaggiando in Europa e in Israele, si sposa tre volte, e infine, nel 1954, approda in Italia dove entra in contatto con diversi intellettuali e viene incoraggiata da Primo Levi a ricordare la Shoah. Pubblica il suo primo romanzo nel 1959 che sarà l'inizio di una lunga e feconda carriera non solo di scrittrice ma di regista cinematografica, giornalista e traduttrice di poeti ungheresi. Sposa il poeta Nelo Risi, fratello di Dino, e insieme porteranno avanti un sodalizio sentimentale e artistico durato mezzo secolo, fino alla morte di lui nel 2015.

L'articolo sul Sul Romanzo 

lunedì 5 marzo 2018

András Forgách, Gli atti di mia madre

LA DELAZIONE CHE MI HA NUTRITO

Una drammatica scoperta postuma che rivela l'animo del proprio genitore

di  5 marzo 2018
Da giorni provo a scrivere di Gli atti di mia madre di András Forgách (Neri Pozza, 2018) ma non riesco a ricacciare i terribili ricordi che mi hanno travolto durante la lettura: quelli della delazione, del diffuso spionaggio privato, forzato o volontario, che era stato elemento onnipresente prima del regime dello stalinista ungherese Mátyás Rákosi, e dopo il 1956, fino alla caduta del Muro, del regime meno violento di János Kádár.
La protagonista del romanzo documentario di Forgách, sua madre, era una spia (non si sa fino a che punto costretta dalle circostanze, o in che misura per sua scelta libera ideologica e opportunista). Io e i miei genitori, in un episodio che sarebbe potuto diventare fatale, eravamo invece le vittime, non direttamente della signora Pápai, come viene chiamata la signora Forgách negli atti riservati dei servizi segreti, ma di quella rete di spionaggio che aveva inoculato potenti veleni nella società ungherese per decenni. Per una vittima e figlia di vittime è difficile valutare con oggettività, guardare alla signora Forgách/Pápai con occhio benevolo, provare l’empatia suggerita dal figlio, ma da recensore devo tentare.Mi vengono in soccorso queste righe dell’autore su sua madre. quasi a metà del libro: «Era sensibile alle arti, disponibile con chiunque le si rivolgesse per una qualche lamentela, aveva aiutato tantissima gente, anche chi non lo avrebbe meritato, parlava diverse lingue, comprendeva i disagi fisici e psicologici della gente, come interprete praticante aveva a che fare con persone delle più diverse classi sociali, stranieri e ungheresi, e incantava sistematicamente i suoi interlocutori».
András Forgách, classe 1952, drammaturgo, sceneggiatore, romanziere, docente universitario, illustratore e traduttore, scopre nel 2014 che sua madre, la bellissima Bruria Avi-Shaul, nata e cresciuta in Palestina, per una decina di anni prima della sua morte avvenuta nel 1985, era un’agente dei servizi segreti magiari. Era stata assoldata per sostituire suo marito, il giornalista Marcell Forgács nato Friedman, signor Pápai per i servizi segreti, che era ricoverato, inguaribile, in una clinica psichiatrica. I coniugi Forgács si erano stabiliti in Ungheria subito dopo la Seconda guerra mondiale e avevano quattro figli, Gli atti di mia madre è una creatura del figlio maschio più piccolo, András, fortemente sostenuto dal fratello maggiore.
Non è la prima volta che un’opera letteraria ungherese abbia per tema l’insospettabile storia di spia del proprio genitore. Un esempio su tutti: dopo il romanzo familiare Harmonia caelestis (Feltrinelli, 2003, traduzione di Antonio Sciacovelli, a cura di Giorgio Pressburger), l’autore, Péter Esterházy, entra in possesso di documenti che testimoniano l’attività di informatore di suo padre con i servizi segreti fra il 1957 e il 1980 e ne nasce la dolorosa L’edizione corretta di Harmonia caelestis (Feltrinelli, 2005, traduzione di Marinella D’Alessandro).
Gli atti di mia madre è una ricostruzione complessa, riordinata in tre parti suddivise in capitoli stilisticamente e tematicamente molto diversi fra loro, delle vite non comuni di due ebrei divenuti ungheresi per una scelta ideologica fatta alla fine degli anni Quaranta, senza più farsi influenzare dalla naturale evoluzione della Storia, o quasi. Un’opera discontinua che narra l’emozionante e allo stesso tempo indisponente storia di un’ebrea antisionista legata indissolubilmente a Israele che arriva a tradire persino un amico del figlio, il compianto poeta György Petri. Forgách accusa, spiega e assolve, e non fa parola degli effetti provocati dall’attività 
dei genitori: non sappiamo chi e in che misura ha subìto, se ha subìto, per mano loro.
Il capitolo degli informatori dei servizi segreti è un nervo scoperto in Ungheria, e questo libro ne è testimone. E malgrado gli sforzi della traduttrice, in collaborazione con l’autore, è probabile che il lettore italiano faccia molta fatica a farsene un’idea non superficiale, per via dell’approccio narrativo rivolto a lettori ungheresi già al corrente di fatti e circostanze che in Italia non sono noti. Ma resta una lettura utile per avvicinarsi a un certo periodo storico di un paese e ad alcune sfaccettature dell’animo umano.
(András Forgách, Gli atti di mia madre, Neri Pozza, 2018, Trad. di Mariarosaria Sciglitano, 320 pp., € 18,00)

La recensione su Flanerì

giovedì 1 marzo 2018

I ragazzi di via Pál - recensione

Un articolo di Antonio D'Orrico Corriere della Sera - Sette


PASSAPAROLA

Quei ragazzi della via Pál che finirono come il ragazzo della via Gluck

La nuova edizione, con traduzione di Andrea Rényi, è l’occasione giusta per rileggere il capolavoro di Ferenc Molnar

PER NOI CHE DA BAMBINI leggemmo I ragazzi di via Pál, è marzo il mese più crudele, non aprile come sancì il poeta. È nei tiepidi giorni di marzo del 1889 che si svolgono le vicende, culminanti in una orribile tragedia, di un gruppo di undicenni (questa dovrebbe essere all’incirca la loro età) di Budapest. Una tragedia tale che ancora, per quanto mi riguarda (e riguarda non solo la mia generazione, ma anche molte delle precedenti), I ragazzi di via Pál resta il romanzo che mi ha fatto piangere di più nella vita. E mi ha fatto piangere di nuovo in questa edizione Salani appena uscita e con una bellissima (finalmente) traduzione di Andrea Rényi che gli restituisce tutta la sua velocità, tutta la sua avventurosità.
Molti che tradussero il romanzo prima di Rényi non sapevano nemmeno una parola di ungherese. Trovo una sola pecca in questa lodevole impresa: la prefazione di Guido Quarzo laddove si esclude che la nostalgia possa essere un motivo per consigliare la lettura del romanzo ai ragazzi di oggi. Penso che, invece, la nostalgia sia una ragione fondamentale per leggerlo: insegnare (e quindi imparare) ad avere nostalgia di un mondo che non si è conosciuto, o in cui non si è vissuto, è un esercizio sentimentale fondamentale. Gli scrittori scrivono per nostalgia di qualcosa che non c’è più, che è perduto; i lettori leggono per lo stesso motivo Ferenc Molnár compose il romanzo in sette settimane a un tavolino del Café New York di Budapest incalzato dalla rivista che lo avrebbe pubblicato a puntate nel 1905. Nella fretta compì alcuni errori che non furono mai corretti e sono rimasti scolpiti come nel marmo nelle pagine di questo capolavoro. L’errore più interessante (parlo da un punto di vista freudiano) è che nel mondo dei ragazzi dalla via Pál non è mai domenica. Cosa vorrà mai dire? I ragazzi di via Pál è stato per quasi un secolo il Guerra e pace dei teenager. Racconta la storia di una battaglia, lo scontro di due eserciti (i ragazzi del titolo e le Camicie Rosse) che si contendono il possesso di un territorio (il grund, il campo dove giocare), il confronto strategico e tattico tra due nobili generali (Boka, il capo dei ragazzi, e Feri Áts, il comandante nemico, così temibile da essere stato espulso dall’Istituto Tecnico). Come in tutte le storie belliche c’è un tradimento, ci sono ambascerie, ci sono consigli di guerra, ci sono dolorose e ingiuste cerimonie di degradazione. E c’è un eroe, l’eroe che sovrasta in quanto a coraggio tutti gli altri, ed è quello a cui non daresti una lira: il soldato semplice (l’unico soldato semplice, gli altri sono tutti ufficiali) Nemecsek, il biondino, il figlio del sarto, l’agnello sacrificale. Questo romanzo che sembrava immortale oggi non lo legge più nessuno. Peccato, perché è un piccolo grande classico. Rileggerlo significa entrare in un mondo (mai dimenticato) fatto di compiti di stenografia e becchi di Bunsen, società segrete da ridere (come quella che custodisce lo stucco dei vetri come un Graal) e ruffianelli in pectore (come il servizievole Csengey del primo banco che si precipita, quando suona l’ora, ad aiutare il professor Rácz a mettere il soprabito). Significa trovare atmosfere che anticipano quelle del film L’attimo fuggente, ma anche Il ragazzo della via Gluck, come nel dialogo tra Boka e il guardiano della segheria dove sorge il campo dei giochi. Boka: «Un architetto? Cosa ci fa qui?». Il guardiano: «Costruiranno». Ultime righe per Molnár, l’autore che si sposò tre volte e sempre con donne bellissime e così si raccontò: «Nato nel 1878 a Budapest; 1895: studente di diritto a Ginevra; 1904: giornalista e scrittore noto; 1914: commediografo ancora più noto; 1930: vorrei ancora essere studente a Ginevra».
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