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sabato 14 febbraio 2015

Il "romanzo autobiografico" di György Konrád

György Konrád, "Partenza e ritorno", Keller editore, 2015, traduzione di Andrea Rényi (foto tratta dalla bacheca Facebook di Keller editore)
Articolo di Francesca Sforza

TuttoLibri, 14 febbraio 2015

György Konrád (nato nel '33), scrittore, giudice e sociologo, è stato uno dei punti di riferimento del dissenso ungherese ai tempi del socialismo; fu tra i fondatori del Movimento dei liberi democratici, secondo partito alle prime elezioni libere del '90. Tra i suoi romanzi, in italiano, "Il visitatore", "Il perdente", "Il collaboratore". 

"Gli ebrei erano portati per l'ingenuità, coltivavano di continuo fantasie di sopravvivenza… I nostri vicini potevano essere deportati, ma nel nostro paesino no, non poteva succedere, e poi i tedeschi erano troppo civilizzati per farci questo". Ragiona così, parlando in un tedesco roco e placato György Konrád, ebreo ungherese nato nel 1933 a Berettyóújfalu, circa trecento chilometri a sud est di Budapest, quasi al confine con la Romania. Il suo libro Partenza e ritorno sta per uscire in questi giorni in Italia per Keller editore. Il sottotitolo recita "romanzo autobiografico". "Ma non c'è nulla che non sia davvero accaduto così come l'ho descritto", ci precisa dal suo studio di Budapest, dove adesso vive con la moglie Judith.

György aveva undici anni quando lasciò il soggiorno blu della sua casa. I suoi genitori erano stati deportati, lui e sua sorella erano rimasti soli. Potevano aspettare che qualcuno decidesse per loro, ma invece no, e con incoscienza tutta infantile attraversarono il paese con la stella gialla cucita sui cappotti verso la stazione. Sarebbero andati da alcuni parenti in campagna, e poi forse i loro genitori sarebbero tornati. "Se avessimo tardato un solo giorno, saremmo finiti ad Auschwitz: mia sorella aveva quattordici anni e forse sarebbe sopravvissuta, ma io ne avevo undici e il dottor Mengele aveva inviato tutti i miei compagni di classe nella camera a gas", scrive.

Nella decisione di lasciare tutto e partire c'è non solo il segreto della salvezza personale di György, ma anche - in un'estensione più ampia - la mossa che sancisce per sempre la fine della borghesia ebraica del XIX secolo. "Gli ebrei di allora non erano contadini né proprietari di terre ma erano bravi nel commercio, nell'industria, e i più istruiti avevano successo negli studi. La convivenza con i gentili era umana, e se non potevamo dirci assimilati, integrati sì, lo eravamo. Ricordo ad esempio - ci racconta Konrád - che il magazzino di mio padre era sempre pieno di gente, ma non tutti erano clienti venuti per comprare. Molti si scaldavano le mani al fuoco quando faceva freddo, altri commentavano notizie sul giornale, ci si scambiava sempre piccoli favori e tante cortesie: le comunicazioni non erano mai affrettate, nessuno si aspettava tempi rapidi di reazione". Perché da un giorno all'altro, si sarebbe dovuto abbandonare tutto e fuggire?

L'abitudine a una vita tranquilla, la pigrizia dulcamara della vita di provincia, tendine ricamate appese alle finestre della cucina e ghette lucide prima di uscire: come era possibile che tutto questo venisse sostituito in così breve tempo da fosse comuni, filo spinato e Zyklon B? "Una volta, nei primi anni Quaranta - dice ancora Konrád - arrivò negli uffici della comunità ebraica di Budapest un gruppetto di uomini che dicevano di essere fuggiti da Auschwitz. Non erano ungheresi, ma cecoslovacchi, parlavano di docce che non erano docce ma camere a gas, di forni crematori, di schiere di parrucchieri incaricati di tagliare tutti i capelli alle donne prima che fossero uccise… Il rabbino li stette ad ascoltare in silenzio, e alla fine li ringraziò per avergli raccontato tutte quelle cose. Ma appena furono andati via si voltò verso la sua segretaria e le disse: 'Se dovessero tornare non li faccia più entrare, sono completamente pazzi'". Un episodio che sembrerebbe confermare la leggerezza di alcuni ebrei di potere: non capirono, scelsero di negoziare, trattarono con un nemico di cui non avevano capito la ferocia. "Certo, Hannah Arendt poteva permettersi di essere intelligente e arguta a New York dopo la guerra - osserva Konrád pensando alle tesi sostenute nella Banalità del male - ma a Budapest durante l'occupazione tedesca nel 1944 era difficile essere così sottili. Molti hanno tentato di fare qualcosa, e se è vero che in tanti hanno sbagliato, l'arroganza con cui la Arendt ha trattato la cosa non mi è mai piaciuta".

Forse non serviva arrivare al 1941 per capire che qualcosa si era spezzato nel contratto non scritto tra ebrei e gentili nell'Ungheria di quel tempo. "I primi germi della dissoluzione si rintracciano con la prima guerra mondiale", ricorda Konrád. "Prima di allora nel Paese convivevano diversi stati nazionali: la maggioranza era ungherese ma c'erano anche serbi, croati, romeni. La nascita del nazionalismo ungherese, la progressiva magiarizzazione della società, fu l'inizio della fine. Anche per noi ebrei la vita cominciò a farsi più difficile: dovevamo studiare obbligatoriamente l'ungherese, dovevamo partecipare alle parate, dovevamo mostrare entusiasmo. Il nazionalismo ti offre sempre solo due possibilità: "sei come me e allora vieni con me", oppure "non sei come me, vattene via". Gli ebrei si configurarono subito come i non-ungheresi, e per loro la vita cominciò a esser difficile da allora".

E' stato un miracolo che György si sia salvato - "Non so se sia stato un caso, il destino, o forse una statistica: qualcuno sarebbe pur dovuto sopravvivere…" - e anche che i genitori alla fine non siano finiti ad Auschwitz, ma abbiano potuto fare ritorno nel soggiorno blu. Ad aspettarli, però, c'erano i sovietici. Un'altra violenza, ma di natura diversa: "I sovietici conservavano ancora un tratto di bolscevismo, e i bolscevichi al fondo coltivavano un'idea internazionalista - dice Konrád - che del resto aveva contribuito ad abbattere lo varismo, con tutte le sue storture".

Negli anni a venire Konrád parlò anche con Tatiana Tolstoj - cosa differenziava la follia comunista da quella nazionalsocialista? "Lei mi disse che nella radice russa c'era l'imperialismo, una sorta di ossessione che li spingeva a radunare popoli ed etnie diverse sotto il loro dominio, anche con la violenza e il sopruso". I tedeschi no, non pensavano a un'inclusione del diverso, ma al suo annientamento. "Il nazismo era il livello più alto del nazionalismo discriminatorio, e l'Olocausto il livello più alto del nazionalsocialismo. I russi - dice ancora Konrád - hanno fatto cose orrende, Stalin aveva persino un piano di distruzione degli ebrei, condivideva con Hitler dei tratti paranoici - tipico dei tiranni o di chi assurge a ruoli di grandissimo potere - quindi i russi ne hanno uccisi tantissimi di ebrei, forse pochi di meno dei nazisti…" Ma' "Ma non posso dimenticare il mio ritorno a Berettyóújfalu nel febbraio del 1945, quando incrociai gli occhi di un soldato sovietico sulla strada di casa: mi sorrise, e mi accarezzò la testa con dolcezza. No, non ce l'avevano con gli ebrei".

L'antisemitismo oggi? "Sono sincero, non mi fa paura. Non perché sottovaluti quanto sta accadendo in Medio Oriente e nella stessa Europa, ma perché non ci sono mai stati lunghi periodi nella storia in cui gli ebrei non siano stati in pericolo di vita".