Visualizzazione post con etichetta "Partenza e ritorno". Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta "Partenza e ritorno". Mostra tutti i post
giovedì 21 settembre 2017
Partenza e ritorno
Ogni tanto interrogo Google sui libri che avevo tradotto anni fa, per vedere cosa ne sia rimasto, se sono scomparsi per sempre. Oggi ho avuto la gradita sorpresa di trovare una recensione scritta da Viviana Filippini su "Partenza e ritorno" di György Konrád (Keller, 2015) su CULTORA, pubblicata il giorno di Ferragosto di questo anno.
lunedì 21 agosto 2017
György Konrád, Partenza e ritorno
György Konrád | Partenza e ritorno
inviato su Letteratura ungherese by Claudia
Nel febbraio del 1945 eravamo seduti sulla panca di un carro bestiame fermo, immobile. Non riuscivo a staccarmi dalla porta aperta, dalla quale penetrava il vento tagliente della pianura innevata. Volevo tornare a casa da Budapest per non rimanere ospite, e per farlo mi sobbarcai un viaggio di una settimana a Berettyóújfalu, dove erano stati prelevati i nostri genitori e da dove eravamo riusciti a venir via il giorno prima della deportazione. Se avessimo tardato un solo giorno, saremmo finiti ad Auschwitz. Mia sorella aveva quattorci anni e forse sarebbe sopravvissuta, ma io ne avevo undici e il dottor Mengele aveva inviato tutti i miei compagni di classe nella camera a gas [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]
L’autore ungherese György Konrád ha solamente undici anni quando le leggi razziali e l’odiocontro gli ebrei incominciano a dilagare in Ungheria. La vita prima del 1944 procedeva molto bene nel paese di Berettyóújfalu: con il papà titolare di un negozio di ferramenta (molti altri prodotti) la famiglia si poteva concedere una vita agiata, con tanto di servitù e tata tedesca.
Ma con l’arrivo delle idee di quell’Hitler e con la presa di potere delle Croci uncinate, tutto cambia. Da un giorno all’altro, György perde tutto, a cominciare dai suoi amati genitori; gli adulti della famiglia vengono deportati, così György e sua sorella Eva restano da soli.
La loro immensa fortuna, paradossalmente, è quella di essere rimasti senza genitori: György e la sorella non possono restare al paese da soli, ma vanno a Budapest ospiti di altri parenti. A Budapest, città molto più grande che Berettyóújfalu, è più facile nascondersi dalle Croci uncinate e quindi è più semplice scampare la deportazione in Polonia, o Germania, o Austria.
Partii dal presupposto che la legge che mi dichiarava oggetto da annientare non poteva che essere illegale, perché io ero innocente. Vedevo piccoli mascalzoni uccidere nel nome del nostro Paese, della nostra nazione, con la facilità con cui si spara a una lepre o si prende una mosca. Nacque l’odio estremo che voleva solo le nostre vite e, se non c’era altro modo, era disposto a spararci e farci cadere nel Danubio, affinché l’acqua ci trascinasse via [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]
György ed Eva, assieme ad altri due minori, partono dal loro paesino, abbandonano la loro casa, lasciano alle spalle le loro vite e con esse la speranza di veder tornare mamma e papà. Di nuovo la fortuna è dalla parte dei bambini: fuggono a Budapest esattamente un giorno prima che le Croci uncinate rastrellino tutti gli ebrei di Berettyóújfalu per condurli ad Auschwitz. György sa cosa accade ai bambini ad Auschwitz, sa che quello è il luogo dell’orrore: nella sua famiglia molti hanno subito quella grama sorte.
Vera era stata uccisa con il gas e bruciata. Non sapevo che dei duecento bambini ebrei eravamo vivi solo noi quattro che avevamo lasciato il villaggio (…) Gli altri perirono tutti. [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]
Ma a Budapest la vita è tutt’altro che facile: benché sotto la protezione svizzera, i nazisti appena possono scaricano proiettili contro gli ebrei, per poi gettarli – vivi o morti, non importa – nel Danubio. A Budapest György patisce la fame, capisce cos’è l’odio e quanti danni può fare, vive di ricordi del passato e sogna di poter tornare al suo paese e di incontrare di nuovo i suoi genitori.
Quando arrivano i sovietici è una festa in Ungheria, anche se il popolo ungherese non sa quali idee abbiano in serbo per loro i russi (una storia tanto amara che oggi in Ungheria è reato fare l’apologia dei simboli sia nazisti che comunisti). I nazisti iniziano la ritirata e György, dopo un anno da rifugiato, ritorna a casa. Ciò che trova lo sconvolge, ma continua a sognare di riabbracciare mamma e papà mentre le persone di ritorno dai campi di concentramento – gente che ha perso tutto – colpevolizza il bambino di essere sopravvissuto.
Essendo un sopravvissuto devo la massima gratitudine alla provvidenza e non vorrei attribuire la mia salvezza al puro caso. La mia sopravvivenza però è anche motivo del mio rancore nei confronti dell’illusiorio dono della provvidenza, perché ha voluto che io vivessi e non ha pensato alla salvezza degli altri bambini che non erano più colpevoli di me (…) Al posto dell’infanzia è rimasto un vuoto, una storia mai trattata in profondità o forse non trattabile [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]
“Partenza e ritorno” di György Konrád è il romanzo che ripercorre la vita dell’autore, con particolare gli anni dal 1944 al 1950. Scritto molto bene, in prima persona, è un testo scorrevole e decisamente istruttivo. Nel romanzo si ritrova quel periodo infelice del Novecento che corrisponde all’ascesa di Hitler al potere: anche in Ungheria vengono emanate le leggi razziali e la libertà al popolo ebraico viene tolta giorno dopo giorno, fino ad arrivare alle deportazioni nei campi di lavoro e concentramento.
Leggere un libro come questo fa necessariamente riflette sul come sia facile seminare odio e far attecchire il germe della cattiveria; Konrád racconta della spietatezza che molti soldati nazisti avevano nei confronti della gente, anche dei bambini, ma non risparmia le descrizioni delle violenze che i sovietici infliggevano alla popolazione locale, soprattutto verso donne.
Attraverso gli occhi di un Konrád bambino si percepisce con più intensità il dolore che ha dovuto provare e le memorie dello scrittore unghere aiutano il lettore a districarsi in una delle più drammatiche pagine di storia del Novecento. Un libro per cercare di non dimenticare le sofferenze patite da un popolo intero, non solo ebraico ma ungherese in generale, un libro per far capire che l’odio sonnecchia sotto le ceneri che un qualsiasi personaggio può tornare ad accendere, generando un fuoco distruttore in grado di cancellare ogni singolo tentativo di rispettare il prossimo e vivere in pace.
Titolo: Partenza e ritorno
L’Autore: György Konrád
Traduzione dall’ungherese: Andrea Rényi
Editore: Keller
Perché leggerlo: per non dimenticare le sofferenze patite da un popolo intero, non solo ebraico ma ungherese in generale, un libro per far capire che l’odio sonnecchia sotto le ceneri che un qualsiasi personaggio può tornare ad accendere
L’Autore: György Konrád
Traduzione dall’ungherese: Andrea Rényi
Editore: Keller
Perché leggerlo: per non dimenticare le sofferenze patite da un popolo intero, non solo ebraico ma ungherese in generale, un libro per far capire che l’odio sonnecchia sotto le ceneri che un qualsiasi personaggio può tornare ad accendere
----------------------------------------------------------------------
Questo è il link all'articolo, firmato da "Claudia" che ringrazio.
lunedì 8 giugno 2015
Nota di una lettrice su "Partenza e ritorno" di György Konrád
APPUNTI DURANTE LA LETTURA DI "PARTENZA E RITORNO" DI GYÖRGY KONRÁD (Keller editore, traduzione di Andrea Rényi)
di Elvira Marinelli
Mi
piace lo stile descrittivo, il gusto cromatico di Konrad. Nel
raccontare la sua infanzia, sembra sfogliare con noi un album di
fotografie in bianco e nero che hanno però alcuni elementi colorati,
forti, che emergono e si staccano assumendo una loro identità ed
evidenza: il berretto rosso, il muro giallo, la tovaglia blù. Sono
ricordi di un'infanzia felice ricca di profumi, suoni, colori. Mentre
leggiamo sentiamo l'odore della lavanda, della legna da ardere, della
tortina di ricotta e ci giungono all'orecchio il crepitio del fuoco
nella stufa di maiolica, le voci di casa e i rumori della strada. La
lingua del ricordo dà un ritmo alla nostra lettura: nel rivivere e
ricreare luoghi, persone, oggetti l'autore sembra chiederci il tempo
di comporre e concretizzare anche noi, con tutti i nostri sensi, quel
mondo perduto.
Apprezzo
moltissimo l'attenzione per gli oggetti, la descrizione del loro
aspetto e di come sono disposti in un certo luogo, vicino ad altri,
dentro abitudini e riti quotidiani. Questo mi piace perché immagino
dietro ogni oggetto un gesto, un pensiero, la mano che lo ha usato e
la decisione di qualcuno che lo ha toccato con un preciso scopo.
Questa
attenzione descrittiva e questo gusto per il colore, tipiche di un
pittore, di un fotografo, non sono presenti solo nella parte della
memoria dell'infanzia felice, dove stanno a sottolineare la
spensieratezza e il piacere del vivere, ma continuano anche nella
seconda parte, quella del lungo racconto dalla deportazione dei
genitori, dove le macchie di colore sullo sfondo grigio e tetro
assumono un valore di marcato dolore, di assillante e lancinante
memoria: la stella gialla canarino, il recinto verde della stazione,
le camicette bianche delle Croci frecciate.
Bello,
interessante lo spaccato della borghesia ebrea ungherese. Mentre
leggo, all'inizio mi chiedo se ci sia o no nostalgia nella prima
parte del racconto… se c'è, la nostalgia mi sembra come
trattenuta, chi racconta sa che quella realtà è irrimediabilmente
perduta, ma usa un certo distacco… perché? Forse per non farsi
travolgere dal dolore, forse perché ancora non riesce a credere che
tutto sia stato possibile e poi sia finito veramente? Ma poi nelle
ultime pagine c'è forse una risposta… c'è un discorso sulla
nostalgia, quando Konrad parla del suo ritorno al paese nel 2000,
invitato dal municipio che avrebbe voluto da lui una rievocazione del
passato nostalgica e commossa. Allora un po' capisco… sono passati
molti anni e molte riflessioni e scritture. La nostalgia, la
sensazione di trovarsi a casa convivono nella sua mente, come in un
quadro incorniciato del suo paese, insieme alla visione attuale dello
stesso paese dal vivo e con la memoria dell'allontanamento degli
ebrei, della nazionalizzazione e del saccheggio dei loro beni. Vuole
dunque forse dirci Konrad che c'è un'ipocrisia di fondo nella
memoria ufficiale che lui avverte? Il ricordo ormai rispettabile
degli ebrei cui viene riconosciuto un contribuito al bene del paese è
accompagnato dalla consapevolezza e dall'ammissione che quegli stessi
ebrei furono disprezzati, allontanati e privati delle loro proprietà?
Non so se ho ben capito ciò a cui vuole alludere l'autore.
Netta
la differenza tra la prima parte del libro così ricca di ricordi di
una infanzia felice e quella del dramma.
In
questa seconda lunga, drammatica parte ci sono pagine esemplari con
immagini potenti. L'invasione tedesca, la cattura, la deportazione,
la vita senza i genitori, le perdite, le fughe, gli stenti, i
pericoli, la fine dell'infanzia, le atrocità, le case sventrate, il
rapporto con la morte sempre in agguato. E tutto raccontato con un
disarmante linguaggio realistico, diretto, senza metafore, quasi con
l'ingenuità di un bambino che assiste a fatti e situazioni tragiche
e ne parla con toni surreali, perché non capisce il senso di ciò a
cui assiste.
C'è
una sequenza di scene macabre raccontate con sarcasmo quasi
grottesco, dal Danubio decorato con cadaveri di donne e bambini, alla
pentola rossa della zuppa colpita dalla mitraglia di un caccia al
posto della sua testa, al sangue del dottor Erdos che cade
sull'elegante ma finto marmo rosa del pavimento, alla testa del
soldato morto che penzola dalla cassa vicino ai fagioli sgranati in
cantina.
La
tragedia delle vittime e la ferocia degli assassini sono narrate come
se la realtà circostante, quotidiana, dagli elementi naturali agli
oggetti, assistesse impassibile: le rondini continuano ad essere
felici e le cicogne nidificano come sempre. Come è possibile questo?
Forse come è possibile aver voglia di pattinare sotto un
bombardamento, credere che anche in guerra la dignità è più
importante della sicurezza, pensare alla morte senza enfasi? Oppure,
meraviglia dell'infanzia, godere sul balcone della luce d'aprile con
un libro in mano immergendosi nella perfezione dell'attimo.
Ci
sono immagini e parole forti che non si possono dimenticare dopo la
lettura di questo libro, anzi si devono segnare e annotare per
ritrovarle: il vagone con gli occhi delle donne ebree, la nudità
della casa spaccata a metà con la madia ancora attaccata alla
parete, lui bambino fermo sul balcone a Budapest, i bambini ebrei che
corrono come selvaggina nel bosco terrorizzata dai cacciatori, le
serrande abbassate del negozio del padre davanti alle quali ogni
giorno Konrad passa, l'immondizia sul pavimento della casa ritrovata
con dentro i temi un tempo tanto lodati, il suo viso nello specchio
che esprime meraviglia e il manichino di donna con gli occhi estratti
da una lama.
È
un marzo arcigno, fangoso, grigio e rigido… Konrad e la sorella pur
a pochi passi dalla loro casa sono costretti al silenzio, alla
rinuncia dei sogni, le loro illusioni vengono schernite, perché non
sono che bambini.
E
a quel punto c'è un particolare descrittivo incredibile, filosofico…
c'è un vento che muove le lettere dei parenti sul pavimento e le
pagine del messale. Ma da dove viene questo vento? Che vento è? È
un vento metafisico… è il segno che c'è ancora vita, nonostante
tutto?
Nonostante
il ritorno dei genitori e la ripresa della vita al paese, non è
possibile dimenticare e consegnare all'oblio tanti amici e parenti e
conoscenti morti… che somiglianza straordinaria con le parole di
Ungaretti in San Martino del Carso "…nel
cuore
nessuna croce manca" !!!
sabato 14 febbraio 2015
Il "romanzo autobiografico" di György Konrád
![]() |
| György Konrád, "Partenza e ritorno", Keller editore, 2015, traduzione di Andrea Rényi (foto tratta dalla bacheca Facebook di Keller editore) |
TuttoLibri, 14 febbraio 2015
György Konrád (nato nel '33), scrittore, giudice e sociologo, è stato uno dei punti di riferimento del dissenso ungherese ai tempi del socialismo; fu tra i fondatori del Movimento dei liberi democratici, secondo partito alle prime elezioni libere del '90. Tra i suoi romanzi, in italiano, "Il visitatore", "Il perdente", "Il collaboratore".
"Gli ebrei erano portati per l'ingenuità, coltivavano di continuo fantasie di sopravvivenza… I nostri vicini potevano essere deportati, ma nel nostro paesino no, non poteva succedere, e poi i tedeschi erano troppo civilizzati per farci questo". Ragiona così, parlando in un tedesco roco e placato György Konrád, ebreo ungherese nato nel 1933 a Berettyóújfalu, circa trecento chilometri a sud est di Budapest, quasi al confine con la Romania. Il suo libro Partenza e ritorno sta per uscire in questi giorni in Italia per Keller editore. Il sottotitolo recita "romanzo autobiografico". "Ma non c'è nulla che non sia davvero accaduto così come l'ho descritto", ci precisa dal suo studio di Budapest, dove adesso vive con la moglie Judith.
György aveva undici anni quando lasciò il soggiorno blu della sua casa. I suoi genitori erano stati deportati, lui e sua sorella erano rimasti soli. Potevano aspettare che qualcuno decidesse per loro, ma invece no, e con incoscienza tutta infantile attraversarono il paese con la stella gialla cucita sui cappotti verso la stazione. Sarebbero andati da alcuni parenti in campagna, e poi forse i loro genitori sarebbero tornati. "Se avessimo tardato un solo giorno, saremmo finiti ad Auschwitz: mia sorella aveva quattordici anni e forse sarebbe sopravvissuta, ma io ne avevo undici e il dottor Mengele aveva inviato tutti i miei compagni di classe nella camera a gas", scrive.
Nella decisione di lasciare tutto e partire c'è non solo il segreto della salvezza personale di György, ma anche - in un'estensione più ampia - la mossa che sancisce per sempre la fine della borghesia ebraica del XIX secolo. "Gli ebrei di allora non erano contadini né proprietari di terre ma erano bravi nel commercio, nell'industria, e i più istruiti avevano successo negli studi. La convivenza con i gentili era umana, e se non potevamo dirci assimilati, integrati sì, lo eravamo. Ricordo ad esempio - ci racconta Konrád - che il magazzino di mio padre era sempre pieno di gente, ma non tutti erano clienti venuti per comprare. Molti si scaldavano le mani al fuoco quando faceva freddo, altri commentavano notizie sul giornale, ci si scambiava sempre piccoli favori e tante cortesie: le comunicazioni non erano mai affrettate, nessuno si aspettava tempi rapidi di reazione". Perché da un giorno all'altro, si sarebbe dovuto abbandonare tutto e fuggire?
L'abitudine a una vita tranquilla, la pigrizia dulcamara della vita di provincia, tendine ricamate appese alle finestre della cucina e ghette lucide prima di uscire: come era possibile che tutto questo venisse sostituito in così breve tempo da fosse comuni, filo spinato e Zyklon B? "Una volta, nei primi anni Quaranta - dice ancora Konrád - arrivò negli uffici della comunità ebraica di Budapest un gruppetto di uomini che dicevano di essere fuggiti da Auschwitz. Non erano ungheresi, ma cecoslovacchi, parlavano di docce che non erano docce ma camere a gas, di forni crematori, di schiere di parrucchieri incaricati di tagliare tutti i capelli alle donne prima che fossero uccise… Il rabbino li stette ad ascoltare in silenzio, e alla fine li ringraziò per avergli raccontato tutte quelle cose. Ma appena furono andati via si voltò verso la sua segretaria e le disse: 'Se dovessero tornare non li faccia più entrare, sono completamente pazzi'". Un episodio che sembrerebbe confermare la leggerezza di alcuni ebrei di potere: non capirono, scelsero di negoziare, trattarono con un nemico di cui non avevano capito la ferocia. "Certo, Hannah Arendt poteva permettersi di essere intelligente e arguta a New York dopo la guerra - osserva Konrád pensando alle tesi sostenute nella Banalità del male - ma a Budapest durante l'occupazione tedesca nel 1944 era difficile essere così sottili. Molti hanno tentato di fare qualcosa, e se è vero che in tanti hanno sbagliato, l'arroganza con cui la Arendt ha trattato la cosa non mi è mai piaciuta".
Forse non serviva arrivare al 1941 per capire che qualcosa si era spezzato nel contratto non scritto tra ebrei e gentili nell'Ungheria di quel tempo. "I primi germi della dissoluzione si rintracciano con la prima guerra mondiale", ricorda Konrád. "Prima di allora nel Paese convivevano diversi stati nazionali: la maggioranza era ungherese ma c'erano anche serbi, croati, romeni. La nascita del nazionalismo ungherese, la progressiva magiarizzazione della società, fu l'inizio della fine. Anche per noi ebrei la vita cominciò a farsi più difficile: dovevamo studiare obbligatoriamente l'ungherese, dovevamo partecipare alle parate, dovevamo mostrare entusiasmo. Il nazionalismo ti offre sempre solo due possibilità: "sei come me e allora vieni con me", oppure "non sei come me, vattene via". Gli ebrei si configurarono subito come i non-ungheresi, e per loro la vita cominciò a esser difficile da allora".
E' stato un miracolo che György si sia salvato - "Non so se sia stato un caso, il destino, o forse una statistica: qualcuno sarebbe pur dovuto sopravvivere…" - e anche che i genitori alla fine non siano finiti ad Auschwitz, ma abbiano potuto fare ritorno nel soggiorno blu. Ad aspettarli, però, c'erano i sovietici. Un'altra violenza, ma di natura diversa: "I sovietici conservavano ancora un tratto di bolscevismo, e i bolscevichi al fondo coltivavano un'idea internazionalista - dice Konrád - che del resto aveva contribuito ad abbattere lo varismo, con tutte le sue storture".
Negli anni a venire Konrád parlò anche con Tatiana Tolstoj - cosa differenziava la follia comunista da quella nazionalsocialista? "Lei mi disse che nella radice russa c'era l'imperialismo, una sorta di ossessione che li spingeva a radunare popoli ed etnie diverse sotto il loro dominio, anche con la violenza e il sopruso". I tedeschi no, non pensavano a un'inclusione del diverso, ma al suo annientamento. "Il nazismo era il livello più alto del nazionalismo discriminatorio, e l'Olocausto il livello più alto del nazionalsocialismo. I russi - dice ancora Konrád - hanno fatto cose orrende, Stalin aveva persino un piano di distruzione degli ebrei, condivideva con Hitler dei tratti paranoici - tipico dei tiranni o di chi assurge a ruoli di grandissimo potere - quindi i russi ne hanno uccisi tantissimi di ebrei, forse pochi di meno dei nazisti…" Ma' "Ma non posso dimenticare il mio ritorno a Berettyóújfalu nel febbraio del 1945, quando incrociai gli occhi di un soldato sovietico sulla strada di casa: mi sorrise, e mi accarezzò la testa con dolcezza. No, non ce l'avevano con gli ebrei".
L'antisemitismo oggi? "Sono sincero, non mi fa paura. Non perché sottovaluti quanto sta accadendo in Medio Oriente e nella stessa Europa, ma perché non ci sono mai stati lunghi periodi nella storia in cui gli ebrei non siano stati in pericolo di vita".
Iscriviti a:
Post (Atom)





