lunedì 21 agosto 2017

György Konrád, Partenza e ritorno


György Konrád | Partenza e ritorno


Nel febbraio del 1945 eravamo seduti sulla panca di un carro bestiame fermo, immobile. Non riuscivo a staccarmi dalla porta aperta, dalla quale penetrava il vento tagliente della pianura innevata. Volevo tornare a casa da Budapest per non rimanere ospite, e per farlo mi sobbarcai un viaggio di una settimana a Berettyóújfalu, dove erano stati prelevati i nostri genitori e da dove eravamo riusciti a venir via il giorno prima della deportazione. Se avessimo tardato un solo giorno, saremmo finiti ad Auschwitz. Mia sorella aveva quattorci anni e forse sarebbe sopravvissuta, ma io ne avevo undici e il dottor Mengele aveva inviato tutti i miei compagni di classe nella camera a gas [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]
L’autore ungherese György Konrád ha solamente undici anni quando le leggi razziali e l’odiocontro gli ebrei incominciano a dilagare in Ungheria. La vita prima del 1944 procedeva molto bene nel paese di Berettyóújfalu: con il papà titolare di un negozio di ferramenta (molti altri prodotti) la famiglia si poteva concedere una vita agiata, con tanto di servitù e tata tedesca.
Ma con l’arrivo delle idee di quell’Hitler e con la presa di potere delle Croci uncinate, tutto cambia. Da un giorno all’altro, György perde tutto, a cominciare dai suoi amati genitori; gli adulti della famiglia vengono deportati, così György e sua sorella Eva restano da soli.
La loro immensa fortuna, paradossalmente, è quella di essere rimasti senza genitori: György e la sorella non possono restare al paese da soli, ma vanno a Budapest ospiti di altri parenti. A Budapest, città molto più grande che Berettyóújfalu, è più facile nascondersi dalle Croci uncinate e quindi è più semplice scampare la deportazione in Polonia, o Germania, o Austria.
Partii dal presupposto che la legge che mi dichiarava oggetto da annientare non poteva che essere illegale, perché io ero innocente. Vedevo piccoli mascalzoni uccidere nel nome del nostro Paese, della nostra nazione, con la facilità con cui si spara a una lepre o si prende una mosca. Nacque l’odio estremo che voleva solo le nostre vite e, se non c’era altro modo, era disposto a spararci e farci cadere nel Danubio, affinché l’acqua ci trascinasse via [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]
György ed Eva, assieme ad altri due minori, partono dal loro paesino, abbandonano la loro casa, lasciano alle spalle le loro vite e con esse la speranza di veder tornare mamma e papà. Di nuovo la fortuna è dalla parte dei bambini: fuggono a Budapest esattamente un giorno prima che le Croci uncinate rastrellino tutti gli ebrei di Berettyóújfalu per condurli ad Auschwitz. György sa cosa accade ai bambini ad Auschwitz, sa che quello è il luogo dell’orrore: nella sua famiglia molti hanno subito quella grama sorte.
Vera era stata uccisa con il gas e bruciata. Non sapevo che dei duecento bambini ebrei eravamo vivi solo noi quattro che avevamo lasciato il villaggio (…) Gli altri perirono tutti. [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]

Un’antica cartolina di Berettyóújfalu (fonte: web)
Ma a Budapest la vita è tutt’altro che facile: benché sotto la protezione svizzera, i nazisti appena possono scaricano proiettili contro gli ebrei, per poi gettarli – vivi o morti, non importa – nel Danubio. A Budapest György patisce la fame, capisce cos’è l’odio e quanti danni può fare, vive di ricordi del passato e sogna di poter tornare al suo paese e di incontrare di nuovo i suoi genitori.
Quando arrivano i sovietici è una festa in Ungheria, anche se il popolo ungherese non sa quali idee abbiano in serbo per loro i russi (una storia tanto amara che oggi in Ungheria è reato fare l’apologia dei simboli sia nazisti che comunisti). I nazisti iniziano la ritirata e György, dopo un anno da rifugiato, ritorna a casa. Ciò che trova lo sconvolge, ma continua a sognare di riabbracciare mamma e papà mentre le persone di ritorno dai campi di concentramento – gente che ha perso tutto – colpevolizza il bambino di essere sopravvissuto.
Essendo un sopravvissuto devo la massima gratitudine alla provvidenza e non vorrei attribuire la mia salvezza al puro caso. La mia sopravvivenza però è anche motivo del mio rancore nei confronti dell’illusiorio dono della provvidenza, perché ha voluto che io vivessi e non ha pensato alla salvezza degli altri bambini che non erano più colpevoli di me (…) Al posto dell’infanzia è rimasto un vuoto, una storia mai trattata in profondità o forse non trattabile [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]
Partenza e ritorno” di György Konrád è il romanzo che ripercorre la vita dell’autore, con particolare gli anni dal 1944 al 1950. Scritto molto bene, in prima persona, è un testo scorrevole e decisamente istruttivo. Nel romanzo si ritrova quel periodo infelice del Novecento che corrisponde all’ascesa di Hitler al potere: anche in Ungheria vengono emanate le leggi razziali e la libertà al popolo ebraico viene tolta giorno dopo giorno, fino ad arrivare alle deportazioni nei campi di lavoro e concentramento.
Leggere un libro come questo fa necessariamente riflette sul come sia facile seminare odio e far attecchire il germe della cattiveria; Konrád racconta della spietatezza che molti soldati nazisti avevano nei confronti della gente, anche dei bambini, ma non risparmia le descrizioni delle violenze che i sovietici infliggevano alla popolazione locale, soprattutto verso donne.
Attraverso gli occhi di un Konrád bambino si percepisce con più intensità il dolore che ha dovuto provare e le memorie dello scrittore unghere aiutano il lettore a districarsi in una delle più drammatiche pagine di storia del Novecento. Un libro per cercare di non dimenticare le sofferenze patite da un popolo intero, non solo ebraico ma ungherese in generale, un libro per far capire che l’odio sonnecchia sotto le ceneri che un qualsiasi personaggio può tornare ad accendere, generando un fuoco distruttore in grado di cancellare ogni singolo tentativo di rispettare il prossimo e vivere in pace.
Titolo: Partenza e ritorno
L’Autore: György Konrád
Traduzione dall’ungherese: Andrea Rényi
Editore: Keller
Perché leggerlo: per non dimenticare le sofferenze patite da un popolo intero, non solo ebraico ma ungherese in generale, un libro per far capire che l’odio sonnecchia sotto le ceneri che un qualsiasi personaggio può tornare ad accendere
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Questo è il link all'articolo, firmato da "Claudia" che ringrazio.

giovedì 3 agosto 2017

Ancora di "Fiamme" di György Dragomán, Einaudi

Oggi ne ha parlato Luca Scarlini qui: Il Segnalibro

E queste sono le parole di Franco Cordelli su La Lettura del 28 maggio 2017:


L’io io io non funziona (più)

Bilanci «Fiamme» di György Dragomán e «Il ritorno» di Hisham Matar mostrano i limiti di un racconto orizzontale, lineare, esplicito: intrattenimento, in pratica. Per cercare il senso della letteratura si deve tornare, per esempio, a due romanzi centrati s


Senza sembrare convincente Andrea Bajani, recensendo Fiamme del romeno di lingua ungherese György Dragomán, ne paragonava lo stile a quello di Agota Kristof. L’accostamento risultava poco convincente: possibile che a così breve distanza di tempo, e tra due scrittori che si esprimono in lingue diverse (lei in francese essendo nata in Ungheria), vi fosse un simile accostamento? Invece Bajani aveva ragione. Rispetto al precedente romanzo Il re bianco, Dragomán è come se avesse fatto un passo indietro cercando di farne uno in avanti, verso uno stile più riconoscibile, più pronunciato: vale a dire uno stile elementare, infantile — che mostrasse con chiarezza come a parlare (o a pensare) fosse un non adulto.
Pure, essendo questo ciò di cui voglio dire, lo stile, non è il punto. Il punto è che Il re bianco e Fiamme, diversi, si assomigliano tremendamente. Se ne capisce la ragione. Dragomán è ossessionato dalla vita del suo Paese, che immagina simile se non identica a quella di tutti i Paesi vissuti sotto il regime comunista: e nel- l’uno e nell’altro romanzo non fa che ripetere le stesse cose, mostrare gli stessi casi di oppressione, di invivibilità, di sopraffazione, di violenza, di tortura. In realtà, ciò che domina nei romanzi di questo scrittore è ciò che chiamiamo contenuto o forse, meglio, tema. È la ragione per cui li si legge, li si traduce, li si commenta. Qualcosa di simile si vede in un libro di Hisham Matar, uno scrittore nato a New York di origine libica: Il ritorno.
Nato nel 1970 e autore di due romanzi, Nessuno al mondo e Anatomia di una scomparsa, Matar nel nuovo Il ritorno racconta di un viaggio a Bengasi nel marzo del 2012 insieme alla madre e alla moglie Diana, fotografa. Ci si aspetta una cronaca dal vivo, o da vicino, della recente caduta di Gheddafi, e così in parte è. Pure, anche Il ritorno di fatto è un libro il cui tema è la violenza della dittatura: «Gli oppositori del regime venivano impiccati nelle piazze e negli stadi. Ai dissidenti in fuga dal Paese si dava la caccia e alcuni venivano sequestrati o assassinati. Negli anni Ottanta in Libia si manifestò anche la prima decisa resistenza armata alla dittatura. Mio padre era una delle figure di spicco dell’opposizione». Ma il padre di Matar presto esce di scena, dalla scena del romanzo ossia dalla scena della vita: clandestino, scomparso, morto. In realtà tutta la famiglia era finita in prigione, per usare un termine eufemistico: «Zio Mahmoud, zio Hmad e i miei cugini Saleh e Ali scoprirono di essere tutti rinchiusi là dentro». «Mi è venuta la nausea — ricorda Hisham — come se il mio cuore si fosse spezzato». «Come se il mio cuore si fosse spezzato» è una frase che mi ha colpito per la sua chiarezza e ovvietà — identifica (e semplifica) l’immediata e irrimediabile reazione emotiva di fronte a una notizia drammatica che coinvolge l’intera famiglia e presumibilmente il padre, la persona che non viene nominata. A questo punto il libro di Matar non ha più segreti, si può continuare a leggere o si può smettere, sarebbe la medesima cosa.
Ma non è questa la caratteristica dominante della letteratura narrativa del nuovo secolo? Che cosa cerchiamo in essa se non una notizia approfondita, diciamo vissuta, ben raccontata e a noi fino a questo momento ignota? È, non per nulla, una delle prerogative della letteratura mondiale, dell’essere ciò che continuiamo almeno in parte a chiamare romanzo, il prodotto di una cultura ovunque diffusa, da ogni dove emergente. Essa, prima di tutto, ci parla di fatti, persone, luoghi simili ai nostri, che conoscevamo e che continuiamo almeno in parte a vivere e conoscere, con in più, o di diverso, un elemento che un tempo definivamo snobisticamente esotico e che ormai esotico non può essere ma che nell’esotico ha le sue radici. Vorrei aggiungere: la letteratura narrativa contemporanea mostra di avere in comune, come sua prerogativa d’eccellenza, questo esotismo che possiamo definire racconto di un caso inedito ovvero estremo, raro, in qualche modo prelibato. Dominanti, da un punto di vista referenziale (stilistico, eccetera) sono la prima persona (la testimonianza, reale o supposta), la memoria (dell’accaduto), la ricostruzione storica (non proprio il romanzo storico ma la ricostruzione, con la sua pretesa di verità