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martedì 23 settembre 2014

La guerra alla fame di József il proletario

Attila József (1905-1937)
E' considerato tra i maggiori rappresentanti della moderna poesia ungherese. Studiò lettere e filosofia a Parigi e Vienna a lavorò presso la rivista Szép Szó ("Parola bella"). Morì suicida.
di Walter Siti 

Quando József scrive "da ventotto anni patisco la fame", la biografia ce lo conferma: rimasto prestissimo senza padre, allevato da una madre lavandaia che morirà quando lui è appena adolescente, si è mantenuto facendo lavori disparati e precari: guardiano di porci, mozzo su un rimorchiatore fluviale. Studi seri ma mai finiti, studente indebitato a Vienna e a Parigi, sottopagato dalle riviste letterarie; criticato e censurato dal governo contro-rivoluzionario di Horthy ma anche dal partito comunista clandestino (che lo accusa di pessimismo e radicalismo), è il prototipo del poeta vagabondo e controcorrente. Quando scrive sulla miseria degli operai si sente che la sua è fratellanza vera, corroborata da comunanza di abitudini e sacrifici; nei momenti di esaltazione non è immune dalla retorica ribellistica ("alla mia nascita avevo un coltello in mano/ma ho preso la penna perché il coltello era poco"). Ha una vitalità debordante, ai suoi vent'anni la rivoluzione in Europa era ancora pensabile; c'era la fiducia nell'Uomo con la maiuscola, nel mondo a venire come liberazione dallo sfruttamento, nell'uguaglianza come creatività e lotta. József sa essere poeta proletario di ballate violentissime, usa un linguaggio espressionista e futurista per rinnovare i ritmi delle canzoni popolari ungheresi (ammira la musica di Bartók) - ma c'è sempre una parte nera che lo segue, l'ombra di una condanna sconosciuta.

In questo desolato e sarcastico Bilancio non c'è bisogno di ricorrere alla biografia per essere sicuri dell'autenticità di chi scrive: basta la forza inconsueta delle immagini, l'impertinenza spiazzante dei ragionamenti. Il doppio passato ette-ittam (ho mangiato-ho bevuto) è un'invenzione verbale di densa di materia, che fa groppo mentre si pronuncia e dà il senso del soffocamento; il "liquame della concimaia" è metaforico ma brutale di odori e concretezza. La traduzione non rende lo scontro di suoni dell'originale, né l'equilibrio tra un lessico estremamente semplice ("non sono mai stato felice") e una metrica colta, disciplinatrice (quartine a rima incrociata). Il "maiale" del v.8 è un ribaldo simbolo di benessere; in un'altra poesia József identifica la felicità con una scrofa da un quintale e mezzo ("bionda, tenera"), distesa nel brago mentre la luce gioca tra i suoi peli. L'onestà indefettibile lo isola dalla morale comune, che tutti invita al compromesso; l'accenno all'"arma" del v.12 si riferisce ai ricorrenti pensieri di suicidio ma è anche l'eco che rintocca di un'invocazione collettiva alle "armi" - cioè all'azione rivoluzionaria che per il momento è abortita.

Dal 1931 József era in analisi e l'analista si dichiarava sconcertato dalla sua forma di grave nevrastenia, incerto se attribuirla a traumi infantili o alle perenni ristrettezze economiche; per József non c'è dubbio, alla base ci sono le condizioni materiali. Al v.13 non dice "sono psicotico per questo non riesco a integrarmi nella società trovando un lavoro soddisfacente" ma "da ventott'anni patisco la fame a per questo sono psicotico"; usa la parola vaga ("dolgo", cose) di chi non vuole approfondire, e traduce immediatamente la psicosi in una scena familiare quasi diabolica. A quel tempo conviveva con Judit Szántó, un'operaia che fu l'unica relazione duratura della sua vita; in altri testi non nasconde l'insofferenza e il disamore suscitati in entrambi dalla povertà - qui la responsabilità del disagio è tutta a carico suo: lui sorride ma il sorriso è così inquietante che alla ragazza vengono i brividi. "Kedvesem" (mia cara, mia amata) al plurale può significare "parenti" (come in italiano "i miei cari"): sotto l'erotismo gioca un più profondo ricordo della madre. József sembra uno di quei pazienti già perduti a cui la psicanalisi non può che fare del male riattivando sopiti sensi di colpa. Il cielo severo è un tribunale, la stessa semi-volontaria derelizione è una prova contro di lui, da cui si sgancia con una botta di arrogante strapotenza: mi assolvo perché tanto il giudizio "utolsó"(ultimo, estremo)non ci sarà. Il che significa però, purtroppo, che non ci sarà giustizia.

Dio è sempre stato per lui solo un padre terreno, da chiamare a soccorso o con cui litigare; se pensa al dopo-morte, sogna di vagare negli spazi cosmici come quando navigava sul Danubio, salutando stelle e nebulose come allora vedeva cocomeri e peperoni galleggiare sulla corrente. "Per questo", conclude in quella poesia, "la mia anima è un bene comune". József non distingue tra armonia interna ed esterna - la liberazione dell'Uomo è la sua liberazione. "Mi sei necessaria", scrive all'ultima donna unilateralmente e disperatamente amata, "come ai borghi la luce elettrica,/come ai lavoratori la coscienza umana". La sua paranoia lo fa più grande di altri poeti comunisti militanti. "Megváltott" del v.5 è un participio che significa "mutato, salvato" - è la redenzione dovuta a Cristo o al socialismo? In ogni caso, in quel mondo non c'è posto per lui. Solo nell'ultima poesia, dicembre 1937, accetterà l'esclusione senza più lottare ("l'inverno/è la stagione più bella per chi solo per gli altri/sogna una famiglia, un focolare"). Ma la mattina dopo si butta sotto il treno.

Attila József

da Poesie complete II, 1955-1958

Bilancio

Ho mangiato-bevuto nera, schifosa
sporcizia, acre liquame della concimaia;
uno non può essere più temerario.
Eppure mai, finora, sono stato felice.

In questo mondo redento
non ho avuto un attimo di elevatezza;
né di tepore, dolcezza o piacere -
ce l'ha il maiale nella pozzanghera.

La morale mi insegna a essere furbo
(così credo che capiti anche a te).
Da ventott'anni patisco la fame.
Solo un'arma può risolvere il mio caso.

Per questo pesano tante cose oscure,
tante ossessioni sul mio cuore,
che la mia amata dal tenero viso si angoscia
se la guardo; benché io sorrida.

Sto seduto sotto un cielo severo,
come un senzatetto sotto il ponte.
Assolvo me stesso da tutto
perché il giudizio universale non ci sarà.
1933

Traduzione di Umberto Albini (?)

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Articolo pubblicato su la Repubblica, p. 62, domenica 21 settembre 2014

mercoledì 17 luglio 2013

Un articolo di Paolo Di Paolo su Attila József oggi su La Stampa


Attila József , così sognava
il figlio della lavandaia


La statua di Attila József, a Budapest, accanto al palazzo del Parlamento: il governo del populista Viktor Orbán vorrebbe rimuoverla per ripristinare l’assetto fascista della piazza

Ribelle e visionario, il poeta ungherese è oggi un simbolo
della lotta contro il regime autoritario di Orbán: a migliaia
in piazza a Budapest per difendere
la sua statua
PAOLO DI PAOLO
Se passate da Budapest, andate a cercarlo. Accanto al fastoso palazzo del Parlamento, in una piccola piazza, c’è un uomo giovane: magro, immobile, seduto su una gradinata. Ha in mano un cappello e tiene gli occhi bassi. Sembra molto stanco, ma non sconfitto. Quando il governo ungherese – guidato dal conservatore populista Viktor Orbán – ha annunciato la rimozione della statua del poeta Attila József, per ripristinare l’assetto fascista della piazza, migliaia di persone si sono date appuntamento per difenderla, in un atto di resistenza poetica e politica insieme. Perché la scommessa della giovinezza di József, morto trentenne nel 1937, è stata proprio questa: pensare la politica come rivolta e come poesia. Alimentare un grande fuoco davanti al quale gli uomini possano «scongelarsi». È il fuoco dei vetrai, impastato di sangue e di sudore, di quelli che portano la luce nelle città come poeti.  

Animato dallo spirito del ribelle e dalla lucidità del visionario, Attila resisteva al proprio tempo ingrato, provava a non cedere, come un melo selvatico - l’immagine è sua - che resiste all’uragano. E così è diventato uno dei simboli delle proteste contro il governo Orbán, contro la progressiva riduzione della libertà di espressione e dissenso, contro modifiche a una costituzione che si fa pericolosamente meno democratica.  
«Su una spalla del povero c’è il mondo»: il giovane József scrive l’epica dei senza-niente, chiede a Dio di sgombrare il mondo dal male, con una disperazione pari allo slancio di un «minuscolo cuore», che balbetta, che spera, mentre «sempre più diventa buio». Se c’è una cosa che ha imparato subito è che si impara da tutti i lavori. Da bambino faceva il guardiano ai maiali, e anche nel sudicio ha imparato qualcosa - la quiete e la voracità. Ha venduto acqua nei cinema, il film era lo stesso per giorni: così ha imparato la bellezza dei dettagli. Ha fabbricato girandole di carta, e ha imparato che cosa sono i colori. Ha recapitato pacchi, e così deve essergli venuto in mente un verso che avrebbe scritto anni dopo: «Il dolore è un postino grigio». Ha fatto lo strillone di giornali, e così ha imparato che le notizie da gridare di solito sono cattive. È stato mozzo su una nave, è stato contabile e istitutore. 

È stato quasi tutto, Attila József. Ma più di tutto avrebbe voluto essere un filosofo e un poeta. Un professore gli disse: le due aspirazioni non vanno d’accordo, meglio tentare la fortuna altrove. Ma la fortuna non si è mai presentata alla porta di Attila. Postini grigi invece sì: recapitavano per lui giorni disperati senza soldi e senza lenzuola, a Vienna. Eppure non ha mai smesso - né a Vienna, né a Parigi, a Cagnes-sur-mer, o nella sua Budapest - di scrivere versi. Ha creduto nella poesia e nella rivoluzione, questo ungherese nato all’inizio di un secolo feroce, così come ha creduto nei propri vent’anni: «I vent’anni la mia forza / i vent’anni li vendo». Non aveva eredità da spendere che non fosse la sua stessa energia. Il padre era operaio in una fabbrica di saponi; la madre una lavandaia: «Era mia madre, piccola, moriva presto: le lavandaie muoiono presto». Attila aveva da giocarsi la forza fisica e una voce per benedire e maledire il mondo, per pronunciare la rabbia e l’offesa, per dichiarare l’amore a una ragazza di nome Flora, per inneggiare alla rivoluzione. Iscritto al partito comunista, ne fu espulso come deviazionista. 

Era un «vate proletario», un francescano, o cos’altro? Inseguiva un sogno di felicità privata e collettiva: quello che, da queste parti, siamo quasi riusciti a smettere di sognare. «Oh Europa, quante piaghe porti in te», scriveva - e protestava contro l’invecchiare di tutto: perfino la rivoluzione «tossicchiando si accoccola su pietre aguzze». «Uomo ungherese - la sua bandiera è un cencio, / un piatto vuoto il suo cibo; / siamo nazione che coglie erbacce: per noi / viene una morte rappezzata, scalza!». Qualcuno ha visto in József un Villon novecentesco, e in effetti nei suoi versi c’è un dito puntato contro le ipocrisie della società, del potere, l’invito a colpirle, ad abbatterle con «l’ascia larga» per udire «lo strillo del deserto feudale». Ma c’è soprattutto lo slancio di un idealista, il batticuore di chi invita l’amico a farsi come un filo d’erba («più dell’asse terrestre sarai grande»), di chi scrive la sua «preghiera per gli stanchi», o per i cani sporchi, fradici, arruffati rimasti senza nessuno. È l’estremismo generoso e quasi impraticabile di chi riesce a custodire lo stupore anche di fronte al peggio, e prepara una staffetta per gli idealisti del futuro. 

«Non vi offendete, vecchie pietre, se vi calpesto. Sono meno immobile di voi e sono più forte» scriveva Attila József. Anche lui, a vent’anni, sognava un amore giusto: «Oh, se avessi un’innamorata l’amerei come il fiume il suo letto». A trenta, con Flora, gli sembrò di avere trovato la felicità, di avere arginato l’incubo ricorrente della depressione. Lei invece gli spezzò il cuore? Fatto è che un giorno d’inizio dicembre, anno 1937, a Szárszó, Attila si distese sui binari al passaggio di un treno. La scena, come un presagio, sta in una delle sue prime poesie: «Ha vesti stracciate, è giovane. Il cielo si è fatto grigio». 

Resta, di Attila József, la forza con cui ha difeso i sogni delle lavandaie come sua madre e delle tessitrici, i cenci unti e i pezzi di muro, ai bordi della città, incerti se cadere. La rugiada e il vento notturno, le case dei contadini, il Danubio, la pioggia e le «parole piane, primitive» con cui racconta il dolore che zampilla sui gradini, una rivoluzione possibile, l’umanità intorno a sé - stanca ma non sconfitta. Il volto di ciascuno - dice un suo verso - «è una piccola periferia». 

giovedì 11 aprile 2013

Due compleanni: Sándor Márai e Attila József

Oggi è l'anniversario della nascita di ben due protagonisti della letteratura ungherese:  Sándor Márai è nato l'11 aprile 1900, il poeta Attila József lo stesso giorno 5 anni dopo.
L'incontro fra Sándor Márai e Thomas Mann (1935)

Ricordo Márai con due citazioni da L'eredità di Eszter (trad. Marinella D'Alessandro):
"Gli amori infelici non finiscono mai."
"Due persone non possono incontrarsi neanche un giorno, prima di quando saranno mature per il loro incontro."

 e una da Confessioni di un borghese (trad. Marinella D'Alessandro)
"Sentirsi spinti a conoscere qualcuno fino a penetrare tutti i suoi segreti, con tutte le conseguenze che ne deriveranno: ecco quello che si è soliti chiamare, con un termine fiacco e generico, amore. La conoscenza, quando è totale, non è mai un idillio."


Una delle rare fotografie non cupe del poeta Attila József

La felicità io l'ho vista
era tenera, bionda, pesava più di un quintale.
Il suo sorriso increspato
barcollava sull'erba severa del cortile.
Adagiata in una tiepida morbida pozza
grugniva ammiccando alla mia volta -
la vedo ancora oggi, con che esitanza
la luce rovistava nella sua peluria.

(Coscienza, verso 11, trad. Edith Bruck)

lunedì 3 dicembre 2012

Attila József, Ti benedico...

Per il settantacinquesimo anniversario della scomparsa del poeta ungherese Attila József (1905-1937)
Traduzione di Umberto Albini

martedì 10 aprile 2012

Attila József, La tristezza

La tristezza è un postino grigio muto
ha il volto scavato e gli occhi blu
dalla spalla stretta pende una borsa
il suo mantello è logoro scuro.

Nel petto gli batte un tic-tac da due soldi
per le strade sguscia impaurito
si appiattisce lungo i muri delle case
e scompare nell'androne.

Poi bussa. Porta una lettera.

(Traduzione di Edith Bruck)

mercoledì 15 febbraio 2012

Attila József, Presso il Danubio

1
Stavo seduto sotto lo scalo sulla prima pietra
guardavo come naviga via la scorza d'anguria.
Assorto nel mio destino avvertivo appena
come ciarla la superficie e tace il profondo.
Come se il Danubio fluisse dal mio cuore;
era torbido, saggio, grande.

Ogni onda e ogni moto era un sussulto
un tendere e afflosciarsi come i muscoli
quando l'uomo lavora lima batte
fa mattoni di tufo, vanga.
Mi cullava anche, con delle favole come mia madre,
lavava tutti i panni sporchi della città.

Cominciava a gocciolare
ma come fosse la stessa cosa, la pioggia smetteva.
E tuttavia come chi osserva la pioggia battente
da un anfratto - guardavo il circostante:
un venir giù monotono da parere eterno,
incolore, ciò che si colorava, qua e là, era passato.

Il Danubio era un continuo scorrere. E come un bimbo
nel fertile grembo incurante di una madre,
la schiuma giocava buona buona, ridacchiandomi in faccia.
E sulla corrente del tempo vacillava
come lapidi tombali in cimiteri cadenti.

2
Io mi son un che guarda da millant'anni
ciò che all'istante vede.
Un attimo, e lì è la totalità del tempo
che centomila avi guardano unitamente a me.

Vedo ciò che no  hanno veduto perché zappavano
uccidevano abbracciavano, facevano il dovuto.
E immersi nella materia loro vedono
(devo confessarlo) ciò che io non vedo.

Sapevano l'un dell'altro cose come gioia e tristezza;
a me il passato, a loro il presente.
Scriviamo versi - loro che tengono la mia matita
e io li sento, me ne ricordo.

3
Mia madre era di kun, mio padre per metà transilvano
e per metà, se non del tutto, rumeno.
Dalla bocca di mia madre era dolce il cibo
dalla bocca di mio padre era bello il vero.
Se mi muovo, sono loro che si abbracciano,
il che talvolta mi rattrista -
è la vita che trascorre, e di questo io sono fatto. "Vedrai
quando non ci saremo più!... - così mi parlano.

Mi si rivolgono perché io sono già loro;
nel mio essere debole è così che sono forte,
chi ricorda, sa di essere più dei molti
perché fino alle cellule sono ogni avo -
sono l'Avo, che dal preesistente si moltiplica,
felicemente mi fondo con mio padre e mia madre
e a loro volta loro due si scindono
così io mi moltiplico in un uno appassionato!

Sono il mondo - tutto, che era e ciò che è:
le tante generazioni che vicendevoli si assalgono.
I conquistatori mi vincono da morti
e la sofferenza dei vinti mi tormenta.
Arpàd e Zalàn, Werboczi e Dòzsa -
turchi tartari slavi rumeni in uno
nel mio cuore, che già col passato è in debito
e con un sereno futuro - ungheresi d'oggi!

... Io voglio lavorare. E' già
pesante fatica dover confessare il passato:
al Danubio, alle tenere onde che abbracciano
presente passato e futuro.
La lotta che hanno combattuto i nostri avi
già il ricordo la discioglie in pace:
organizzare finalmente il daffare comune
è lavoro nostro, e non è poco.

(Trad. di Edith Bruck)

venerdì 10 febbraio 2012

Attila József, Ode

2

Oh quanto amo te
che sei riuscita a far parlare
la cavità più fonda del mio cuore
dove l'intricante solitudine tesse le sue trame
e l'universo.

Tu che come salto d'acqua dal suo fragore
da me ti disgiungi, vai via sommessa
nell'atto che tra le vette della mia esistenza
in lontana vicinanza tuono, grido,
in un dibattermi tra cielo e terra,
che ti amo - tu dolce matrigna!

(Trad. Edith Bruck)