Visualizzazione post con etichetta Velibor Čolić. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Velibor Čolić. Mostra tutti i post

mercoledì 11 aprile 2018

Sopravvivere all’esilio con la scrittura. La lezione di Velibor Čolić

18 maggio 1992, in «un tranquillo pomeriggio azzurro e terso», il ventottenne soldato bosniaco Čolić sta bevendo caffè con quattro commilitoni. Vicino a loro gioca una bambina di nome Alma che «ha sette anni e vive dell’elemosina brutale e volubile che le fanno nei bar gli ubriachi ai quali vende fiori e il suo sorriso di bambina. All’improvviso la vedo cadere, in silenzio. Non si muove più. È un po’ strano: un bambino che cade o si rialza subito o piange, la piccola Alma invece non si muove. Quando ci avviciniamo capiamo perché. L’unica e sola pallottola che un cecchino ha sparato dall’alto delle colline ha centrato in piena gola, diligente e frivola, la piccola zigana. Il corpicino è in una postura naturale, come se la bambina dormisse. Il sangue che impregna la polvere intorno a lei è un fardello per tutti noi, per questo maledetto paese e per questa cazzo di guerra». È il ricordo più doloroso, il punto di non ritorno che presto farà di Čolić un disertore e un profugo prima a Parigi, poi in giro per l'Europa, per poi stabilirsi in Inghilterra.
Nato nel 1964 in Bosnia, prima della guerra civile jugoslava Čolić era già un affermato scrittore e radiofonista serbo-croato, e nei primi lunghi anni di solitudine, privazioni e umiliazioni dell'esilio lo tiene in vita la determinazione di tornare a fare lo scrittore, seppure in un'altra lingua.
«Per scrivere dopo una guerra bisogna credere nella letteratura. Credere che la scrittura sia in grado di rimettere in moto meccanismi che sono stati bloccati nel momento in cui si è ricorso alle armi. Che possa ricondurre l'orrore, incomprensibile e inesplicabile, a misura d'uomo.»
Sopravvivere all’esilio con la scrittura. La lezione di Velibor Čolić
Trentacinque brevi capitoli compongono Manuale d'esilio in trentacinque lezioni (Bompiani, traduzione di Ileana Zagaglia), altrettante tappe che si susseguono in un arco temporale di circa sette anni; una linea retta con qualche zig zag che testimonia la tenuta di fondo, in ogni circostanza, di Čolić, il destino comune a tanti profughi e rifugiati, anche quando non animati dalla fiamma della scrittura. Le giornate parigine sono forse le più tristi, l'unico rifugio è l'alcol, poi una borsa di studio e lavoro a Strasburgo migliora le sue condizioni. Impara il francese e scrive, esce il primo libro con cui farà un lungo giro di presentazioni. Čolić diventa un intellettuale di moda, perché «il mio paese è moltodi moda», dice con misurata e giusta ironia, prendendo in giro gli intellettuali invitati a parlare del suo libro, che usano le tragedie altrui, a volte anche in buona fede, ma soprattutto per promuovere la propria immagine di persona solidale e attenta alle sorti dell'umanità.
Dopo Strasburgo si ferma a lungo a Budapest dove fa amicizia con un certo József Korda (nel libro il nome di battesimo è Joseph, ed è uno dei tanti errori ortografici che riguardano i nomi ungheresi nel libro), forse la figura più interessante, oltre all'autore, di tutto il libro. Čolić ne racconta la storia, parabola della Storia dell'Europa Centrale della prima metà del Novecento con le sue tante sfaccettature.
Sopravvivere all’esilio con la scrittura. La lezione di Velibor Čolić
Donne di fattezze e origini fra le più varie incrociano la strada di Čolić, con qualcuna nasce anche qualche relazione più o meno duratura, altre sono solo oggetti del desiderio. Storie prevalentemente strane, spesso alcoliche, incontri, anche brevi convivenze, senza però rinunciare alla propria indipendenza, e con l'autore sempre pronto a ricominciare tutto altrove.
Ormai è uno scrittore affermato, Čolić, e finalmente dispone di quei mezzi economici la cui penuria aveva reso i primi anni di esilio ancor più difficili. Ma nel frattempo ha imparato a vivere con poco e solo con se stesso, e l'improvviso benessere sembra sfiorarlo appena. I soldi e la fama li vive in quello stato di semialienazione che lo accompagna sempre e ovunque, senza che lo facesse sentire infelice o disperato. Del resto sulla felicità ci riporta le parole di Korda: «Prima di partire alla ricerca della felicità,” aggiunge, “provi a controllare bene: forse lei è già felice. La felicità è piccola, ordinaria e discreta, e molti non sono capaci di vederla.»
All'apparenza questo piccolo libro è un bel tomo, ma fra font grandi e tanti spazi bianchi è una lettura breve; scritto in stato di grazia e tradotto molto bene è indubbiamente un'opera che lascia traccia.
---------
Traduzione di Ileana Zagaglia
---------
L'articolo su Sul Romanzo