venerdì 15 giugno 2018

LA VITA È SEMPLICE

Intervista a Maria Luisa Lombardo, traduttrice di “Da duemila anni” di Mihail Sebastian

«Capita, talvolta, di avere l’onore e la fortuna di tradurre uno dei propri scrittori preferiti, com’è capitato a me con il romanzo-diario di Mihail Sebastian De două mii de ani…» scrive Maria Luisa Lombardo, la traduttrice di Da duemila anni, nel numero di maggio 2018 della rivista Tradurre. E aggiunge: «Perché un traduttore, non dimentichiamocelo, è in primo luogo un lettore, con i suoi gusti e le sue passioni. E capita anche ai traduttori, quantomeno così è nel mio caso, di sprofondare nell’atmosfera del romanzo, di mettersi nella pelle dello scrittore, con la speranza di poter trasmettere quanto più fedelmente il suo messaggio, o anche solo perché si viene travolti dal vortice della scrittura».
Per raccontare Da duemila anni ho preferito dar voce alla persona che forse meglio di tutti conosce il libro, avendolo amato e sviscerato: la sua traduttrice. Ringrazio quindi Maria Luisa Lombardo per aver accolto le mie domande, e per le sue risposte precise, sensibili e illuminanti.

Che cosa ti ha colpito di più nell’opera di Sebastian?
Un aspetto che più mi affascina del romanzo Da duemila anni è la maestria con cui Sebastian esplora i molteplici aspetti che può assumere il dramma identitario. In primo luogo, c’è la lotta contro quella “traumatica eredità ebraica” che affliggeva, fra tanti, anche l’amico drammaturgo Eugène Ionesco e che Sebastian definisce, nel romanzo, il «supplizio [di] essere figlio di un popolo di martiri». E a questa pesante eredità si aggiunge la coscienza di appartenere a due sensibilità romene discordanti: quella del Danubio e della Muntenia (rude, forte, resistente) da un lato e quella della Bucovina e della Moldavia (malinconica e dalla salute precaria) dall’altro. Il protagonista del romanzo annaspa fra tutte queste identità, alla ricerca della sua patria, di quel noi romeni che, essendo ebreo, gli viene negato sin dai banchi di scuola. Se questi, tuttavia, sembra accettare la sua sofferta identità romeno-ebrea reagendo stoicamente alla violenza e agli insulti, e soprattutto adottando una filosofia di vita all’insegna della massima “la vita è semplice”, altri personaggi si afferrano con forza ai propri ideali, vuoi per affermare il proprio status vuoi per preservare la propria identità. Esemplare è la struggente lettera che Dogany, lo studente ungherese-romeno, discriminato dalle leggi razziali dell’università di Budapest, invia al protagonista:
«Giovedì dovrò presentare i miei documenti alla segreteria della facoltà, per un nuovo controllo. Mi lasceranno restare? Sarò cacciato via? Mio padre minaccia di ridurmi la paga se non ritorno a Satu Mare. Ma non posso, non posso. Cosa vuoi che faccia lì, in un paese che non mi appartiene? Ma l’Ungheria è la mia patria? Sì, mille volte sì, qualsiasi cosa dica mio padre e per quanto tu possa ridere».
E persino la piccola comunità di inglesi in uno sperduto villaggio romeno manifesta l’ostinata necessità di preservare la propria dignità e identità attraverso il rispetto di un rigido codice dell’abbigliamento, di apparentemente buffe manie mondane. A Parigi, poi, incontriamo il cinico Maurice Buret, che sembra sottrarsi a questa lotta seppellendo il proprio Io sotto camaleontiche e schizofreniche personalità e nutrendosi del riflesso delle vite altrui.
Interessante è che tutte queste piccole battaglie per la propria identità sono accomunate, alla fin fine, dalla disperata voglia di sfuggire al soffocante e al contempo consolatore sentimento di una “dignitosa solitudine”, e a cui alcuni sembrano sottrarsi, con o senza esito, aderendo ciecamente a ideali politici o religiosi.

Quali difficoltà hai incontrato durante la traduzione e come hai potuto superarle?
La principale difficoltà è stata emozionale, vista la durezza di immagini e sentimenti presenti nel romanzo, che si è tradotta nella necessità di trasmettere nella traduzione questa intensità di emozioni. Spero di esserci riuscita, anche solo in parte.
Non so, poi, se si possa considerare una difficoltà la ricchezza di riferimenti storici, ma sicuramente è un elemento che ti porta a fare un lavoro di ricerca e approfondimento soprattutto di quegli accadimenti che conosci solo superficialmente, per la necessità di una correttezza non solo storica ma anche terminologica.
Così come avviene anche nel caso di riferimenti ad altre culture. Non sono francesista, quindi quando nel romanzo mi sono imbattuta nella parola gousa ho avuto delle titubanze. Dopo una accurata ricerca, e visto il contesto, ho scoperto (questo è anche il bello della traduzione) che si trattava del termine gousse. Un francesista sicuramente lo avrebbe colto al volo.

Mi incuriosisce la scelta di tradurre dal romeno; cosa ti ha spinto a scegliere una letteratura cosiddetta minore?
Be’, molto banalmente, ho scelto il romeno perché conoscevo molto poco di questo paese e della sua cultura. Diciamo che è stata una scelta dettata dal desiderio di scoprire qualcosa di nuovo. Poi, vista la mia passione per lo yoga, il richiamo di Mircea Eliade è stato non trascurabile…Da duemila anni è la cronaca del terribile e al contempo consolatore sentimento della solitudine ebraica nella Romania, e nell’Europa fra le due guerre. Un tema su cui è bene sempre ritornare.

(Mihail Sebastian, Da duemila anni, traduzione di Maria Luisa Lombardo, Fazi Editore, 2018, 278 pp, € 17.00)

L'intervista su Flanerì

martedì 12 giugno 2018

I paesaggi più belli sono costruiti di sera dietro a treni in fuga. “Chiodi” di Agota Kristof

Kristóf Ágota ha ventun anni quando la rivoluzione ungherese del 1956 viene soffocata nel sangue e suo marito è costretto a fuggire portando con sé lei e la loro bambina di appena quattro mesi. Troveranno accoglienza a Neuchâtel, nella Svizzera francofona, e da quel momento in poi Kristóf Ágota – secondo l'usanza ungherese il cognome viene prima del nome – si chiamerà Agota Kristof, senza più gli accenti ungheresi, a testimoniare l'esilio dalla lingua materna e quel senso di perdita che la accompagnerà per tutta la vita.
Non conosce il francese, nei primi cinque anni lavora come operaia in una fabbrica di orologi e cresce sua figlia, ma sente il bisogno di scrivere. Compone poesie in ungherese, seguendo anche una lunga e nobile tradizione della madrepatria, che vanta un’importante produzione poetica di qualità molto elevata. Le scrive forse anche sulla scia dell'eredità paterna: sono note alcune poesie pubblicate su giornali di provincia di suo padre, Kristóf Kálmán, maestro di scuola, che nel 1948 sarà condannato a una lunga pena detentiva per motivi politici. Qualcuna delle poesie giovanili di Agota Kristof saranno pubblicate negli anni Sessanta su riviste ungheresi dell'emigrazione, «Irodalmi Újság» e «Magyar Mühely», redatte entrambe a Parigi. Saranno anche i suoi primi passi verso la prosa: come esercizio linguistico, cercherà di tradurle in francese ma il risultato non la soddisfarà, quindi le trasformerà in brevi racconti, rendendo lo stile più scarno, privando i versi di aggettivi ritenuti superflui. Da questi piccoli tentativi narrativi nasceranno prima le pièce teatrali, ovvero gli esordi di Agota Kristof nel mondo letterario francese, e in seguito quei romanzi che la renderanno protagonista della letteratura di fine millennio e tradotta in quaranta lingue.

Helvetic Archives, gli archivi della Confederazione Svizzera, nel lascito della scrittrice custodiscono anche le sue poesie ungheresi, inedite in vita ma con l'autorizzazione di pubblicarle, rilasciata dalla scrittrice poco prima della sua morte avvenuta nel 2011. Per la prima volta le pubblica una casa editrice svizzera, Éditions Zoé, con il titolo Clous, nel 2016, in un'edizione bilingue ungherese e francese, e ora sono disponibili anche in italiano grazie alla casa editrice italo-svizzera Casagrande. L'edizione italiana ha mantenuto lo stesso titolo, quello di uno dei componimenti: Chiodi; le poesie dall'ungherese hanno avuto la fortuna di essere state tradotte da Vera Gheno, le molto meno numerose e scritte in francese hanno beneficiato invece della traduzione di Fabio Pusterla.
I paesaggi più belli sono costruiti di sera dietro a treni in fuga. “Chiodi” di Agota Kristof
«We cannot fail to notice in these poems the quintessential nucleus of Kristof's prose and dramatic works as well as the ispirational power of the mother tongue […] The poems of Agota Kristof embody spatial and corporal freedom, like Chagall in words» (In queste poesie troviamo già il vero e proprio nucleo delle opere narrative e teatrali di Agota Kristof, nonché la forte ispirazione della lingua madre […] Le poesie di Agota Kristof hanno in sé quella libertà di spazio e corpo come se fossero dipinti di Chagall in parole), dice Alice-Catherine Carls in World Literature Today, e nel suo articolo su «La Lettura» di pochi giorni fa Roberto Galaverni lo conferma: «I versi scritti, perduti e riscritti in ungherese da Agota Kristof costituiscono una sorta di matrice dei temi e delle atmosfere delle successive opere narrative in francese».
I paesaggi più belli sono costruiti di sera dietro a treni in fuga. “Chiodi” di Agota Kristof
Nella prosa di Kristof non troviamo però solamente le sue poesie, nelle descrizioni oniriche di Ieri sono intessute molte poesie ungheresi antiche, come ha dichiarato nell'intervista rilasciata a Dóra Szekeres del portale ungherese della letteratura, Litera, pochi mesi prima di morire. Nel 2006 chiarisce a Gergely Nagy del settimanale ungherese «HVG», che l'evoluzione dallo stile poetico al minimalismo della sua prosa non era dovuta a difficoltà con la seconda lingua acquisita (anche se fino alla fine la riterrà lingua “nemica”): «Non ho scelto questo stile per questo motivo, ma perché non ne potevo più delle mie poesie. Erano fiorite e troppo sentimentali. Volevo essere più asciutta, più oggettiva.»
I paesaggi più belli sono costruiti di sera dietro a treni in fuga. “Chiodi” di Agota Kristof

GRATIS il nostro manuale di scrittura creativa? Clicca qui!


Qualcuna un po' meno, altre invece molto, sono comunque tutte belle e coinvolgenti le poesie di questo volume. Curiose per l'assenza della punteggiatura, per la forma a volte narrativa, poi invece visceralmente poetica. Toccanti per le evocazioni, per i patetici e strazianti ricordi comuni a tanti ungheresi, che però Agota Kristof ha saputo rendere immortali. Come le righe dedicate ai quattro amici morti in esilio in E bella è la corda: «E amo gli amici morti che/non sono riusciti a sopportare/la lontananza e bella è la corda/quando culla corpi freddi/e bello è il veleno il gas il coltello».
L'articolo su Sul Romanzo