I due Friedmann di Budapest - un articolo uscito su La Rivista Intelligente
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martedì 14 agosto 2018
mercoledì 4 aprile 2018
Dezső Kosztolányi, Anna Édes
scritto da Andrea Rényi
La giovane campagnola davanti alla stazione Orientale di Budapest, in questa foto degli anni ’30, mi ha colpita sia per la bellezza dell’immagine sia per l’associazione immediata con la protagonista di uno dei più bei romanzi ungheresi in assoluto, Anna Édes di Dezső Kosztolányi, cui ho anche lavorato e che sta per uscire nella seconda edizione sempre a cura delle Edizioni Anfora, con la prefazione di Antonella Cilento. Dezső Kosztolányi (1885-1936) è uno dei più grandi scrittori del Novecento ungherese, molto apprezzato da Sándor Márai e da Thomas Mann.
Anna Édes è probabilmente il romanzo più maturo di Kosztolányi, scritto nel 1926 ambienta la trama fra il 1919 e il 1922, subito dopo la sconfitta e la fuga del primo governo comunista ungherese, preceduta dalla fine della Prima Guerra Mondiale e dalla dissoluzione della Monarchia Austro-Ungarica. La giovane Anna arriva dalla provincia ungherese a Budapest e trova servizio presso l’alto funzionario Vizy e sua moglie. Si rivela una cameriera perfetta, eppure tutto finisce in tragedia, in apparenza inspiegabilmente.
In questo romanzo Kosztolányi dimostra un’impareggiabile capacità di usare l’ambiguità per raccontare una sorprendente storia, che è anche un raffinato affresco di una società e di un’epoca, e per farci capire che l’essere umano è sfuggente e lo è anche la sua vita, sempre carica di mistero.
Anna Édes è probabilmente il romanzo più maturo di Kosztolányi, scritto nel 1926 ambienta la trama fra il 1919 e il 1922, subito dopo la sconfitta e la fuga del primo governo comunista ungherese, preceduta dalla fine della Prima Guerra Mondiale e dalla dissoluzione della Monarchia Austro-Ungarica. La giovane Anna arriva dalla provincia ungherese a Budapest e trova servizio presso l’alto funzionario Vizy e sua moglie. Si rivela una cameriera perfetta, eppure tutto finisce in tragedia, in apparenza inspiegabilmente.
In questo romanzo Kosztolányi dimostra un’impareggiabile capacità di usare l’ambiguità per raccontare una sorprendente storia, che è anche un raffinato affresco di una società e di un’epoca, e per farci capire che l’essere umano è sfuggente e lo è anche la sua vita, sempre carica di mistero.
venerdì 26 gennaio 2018
Hannah Szenes
Hannah, un'ebrea ungherese
Mio Dio, mio Dio
fa che non abbiano mai fine
la sabbia e il mare,
il mormorio dell’acqua,
il luccichio del cielo,
la preghiera degli uomini,
la sabbia e il mare,
il mormorio dell’acqua,
il luccichio del cielo
la preghiera degli uomini.
fa che non abbiano mai fine
la sabbia e il mare,
il mormorio dell’acqua,
il luccichio del cielo,
la preghiera degli uomini,
la sabbia e il mare,
il mormorio dell’acqua,
il luccichio del cielo
la preghiera degli uomini.
“Passeggiata verso Cesaria”, 1942
Sono questi versi, di Eli, Eli qui nella famosa interpretazione di Ofra Haza (musica di David Zahavi), l’eredità universalmente conosciuta anche grazie alla colonna sonora di Schindler’s List, dell’ebrea ungherese Hannah Szenes.
Anna o Anikó Szenes, in ebraico Hannah, nasce il 17 luglio 1921 a Budapest. Secondogenita dello scrittore e drammaturgo di successo Béla Szenes e di Katalin Salzberger, ebrei assimilati, fin da piccola evidenzia capacità e talenti non comuni. Béla Szenes muore quando la bambina ha soltanto sei anni, ma grazie ai diritti d’autore delle sue opere la famiglia continua a vivere nell’agio, finché le leggi razziali non cominciano a sforbiciare i proventi. Dall’età di tredici anni Hannah scrive un diario e delle poesie che saranno pubblicati dopo la sua morte in diverse lingue. Frequenta il liceo femminile protestante Baár-Madas, dove sono ammesse anche le ebree che però devono pagare una retta più alta. Malgrado il clima politico sempre più restrittivo nei confronti degli ebrei, Hannah gode della stima e del sostegno dei suoi insegnanti. Di nascosto inizia a prendere lezioni di ebraico e ad accostarsi al sionismo. Frequenta ancora il liceo quando suo fratello maggiore è costretto a emigrare perché l’università ungherese non è più accessibile agli ebrei. Dopo lunghe riflessioni e molti tentennamenti dovuti al dolore di abbandonare sua madre al suo destino nel 1939, subito dopo la maturità, Hannah sceglie l’aliyah, ovvero parte per la Palestina dove contribuisce alla nascita dello Stato ebraico lavorando in un kibbutz. Con l’approssimarsi della guerra si arruola per combattere il nazismo, e l’Esercito Britannico la addestra come paracadutista. In trentadue superano con successo l’addestramento, Hannah è una di loro, ha il grado di sottotenente e sa gestire anche le trasmissioni via radio. Il 14 marzo 1944 Hannah viene paracadutata in Jugoslavia insieme ad altri tre compagni nell’ambito delle operazioni della MI9, la nona sezione dell’intelligence britannica, con il compito di passare poi in Ungheria e collaborare con la resistenza ungherese per impedire la deportazione degli ebrei magiari.

La ragazza è doppiamente motivata: dallo spirito di solidarietà con la propria gente e dal desiderio di portare soccorso a sua madre intrappolata a Budapest. Nel frattempo però, il 19 marzo, l’Ungheria viene militarmente occupata dai tedeschi e loro non possono più varcare la frontiera. Aspettano fino al 9 giugno, quando i partigiani di Tito trovano il modo di farli entrare in Ungheria, ma due di loro vengono sorpresi, per evitare le torture uno si spara un colpo in testa, l’altro viene arrestato, e la Gestapo trova rapidamente il nascondiglio di Hannah e del quarto membro dell’equipaggio. Hannah viene torturata ma non confessa, non rivela nemmeno il codice radio. Sua madre la crede ancora in Palestina quando il 17 luglio viene arrestata a sua volta, portata a un incontro con la figlia che deve convincere a confessare. Hannah è magrissima e senza denti ma sorride, è fiduciosa, e rimane saldamente ancorata alla fede nella sua missione. Non si perderà d’animo fino alla fine, terrà alto il morale anche delle detenute sue compagne. La signora Szenes viene liberata in settembre e segue dall’esterno passo passo il processo intentato ai danni di Hannah che la vede imputata di alto tradimento. Tuttavia per settimane non viene pronunciata la sentenza, perché ormai è chiaro che la Germania ha perso la guerra e il tribunale non vuole inimicarsi i probabili vincitori. Infine il 7 novembre Hannah viene portata via dalla sua cella senza alcuna spiegazione e fucilata nel cortile della prigione. Ha ventitré anni, rifiuta di farsi bendare, vuole guardare negli occhi i suoi assassini e nella tasca del suo abito verrà poi ritrovata l’ultima sua poesia.
Oggi Hannah Szenes è annoverata fra gli eroi dello Stato d’Israele e i suoi resti riposano sul monte Herzl a Gerusalemme.
La ragazza è doppiamente motivata: dallo spirito di solidarietà con la propria gente e dal desiderio di portare soccorso a sua madre intrappolata a Budapest. Nel frattempo però, il 19 marzo, l’Ungheria viene militarmente occupata dai tedeschi e loro non possono più varcare la frontiera. Aspettano fino al 9 giugno, quando i partigiani di Tito trovano il modo di farli entrare in Ungheria, ma due di loro vengono sorpresi, per evitare le torture uno si spara un colpo in testa, l’altro viene arrestato, e la Gestapo trova rapidamente il nascondiglio di Hannah e del quarto membro dell’equipaggio. Hannah viene torturata ma non confessa, non rivela nemmeno il codice radio. Sua madre la crede ancora in Palestina quando il 17 luglio viene arrestata a sua volta, portata a un incontro con la figlia che deve convincere a confessare. Hannah è magrissima e senza denti ma sorride, è fiduciosa, e rimane saldamente ancorata alla fede nella sua missione. Non si perderà d’animo fino alla fine, terrà alto il morale anche delle detenute sue compagne. La signora Szenes viene liberata in settembre e segue dall’esterno passo passo il processo intentato ai danni di Hannah che la vede imputata di alto tradimento. Tuttavia per settimane non viene pronunciata la sentenza, perché ormai è chiaro che la Germania ha perso la guerra e il tribunale non vuole inimicarsi i probabili vincitori. Infine il 7 novembre Hannah viene portata via dalla sua cella senza alcuna spiegazione e fucilata nel cortile della prigione. Ha ventitré anni, rifiuta di farsi bendare, vuole guardare negli occhi i suoi assassini e nella tasca del suo abito verrà poi ritrovata l’ultima sua poesia.
Oggi Hannah Szenes è annoverata fra gli eroi dello Stato d’Israele e i suoi resti riposano sul monte Herzl a Gerusalemme.
Mario Martella, Giusto fra le Nazioni
La Rivista Intelligente - post del 26 gennaio 2017
#settimanadellamemoria
di Andrea Rényi
Nato nel 1917 a Roma, Mario Martella lavorava nella tipografia paterna e studiava all'università quando, nel 1938, furono promulgate le leggi razziali. I Martella avevano un rapporto di amicizia e di lavoro con i Sabbadini, tipografi ebrei e proprietari di una ben avviata tipografia romana, che in base alle leggi razziali i Sabbadini non potevano più gestire. La intestarono quindi a Mario Martella che la mandò avanti per loro fino alla fine della guerra in un rapporto fiduciario, riuscendo a conservarne sia il personale che i clienti, e restituendola intatta e senza gli interessi ai Sabbadini, non appena questo fu possibile. Il 16 ottobre 1943, sentita notizia del rastrellamento del ghetto, i Martella avvisarono prontamente i Sabbadini che in questo modo riuscirono a fuggire e a salvarsi, ma dovettero lasciare indietro i nonni intrappolati in casa. Mario Martella li prelevò e li portò con la sua automobile nel casolare di campagna della famiglia Martella superando vari controlli, e li tenne nascosti fino alla fine della guerra.
di Andrea Rényi
Nato nel 1917 a Roma, Mario Martella lavorava nella tipografia paterna e studiava all'università quando, nel 1938, furono promulgate le leggi razziali. I Martella avevano un rapporto di amicizia e di lavoro con i Sabbadini, tipografi ebrei e proprietari di una ben avviata tipografia romana, che in base alle leggi razziali i Sabbadini non potevano più gestire. La intestarono quindi a Mario Martella che la mandò avanti per loro fino alla fine della guerra in un rapporto fiduciario, riuscendo a conservarne sia il personale che i clienti, e restituendola intatta e senza gli interessi ai Sabbadini, non appena questo fu possibile. Il 16 ottobre 1943, sentita notizia del rastrellamento del ghetto, i Martella avvisarono prontamente i Sabbadini che in questo modo riuscirono a fuggire e a salvarsi, ma dovettero lasciare indietro i nonni intrappolati in casa. Mario Martella li prelevò e li portò con la sua automobile nel casolare di campagna della famiglia Martella superando vari controlli, e li tenne nascosti fino alla fine della guerra.
Nel 2007 il Cavaliere del Lavoro Mario Martella ricevette il riconoscimento di Giusto fra le Nazioni da Yad Vashem, e il 24 gennaio 2008 il Presidente Giorgio Napolitano gli conferì la Medaglia d’Oro al Merito Civile, con la seguente motivazione: Nel corso dell’ultimo conflitto mondiale, in atto le leggi marziali, salvava l’attività di una antica famiglia di tipografi ebrei, acquistandone la proprietà e restituendola a guerra finita. Al momento dei rastrellamenti e delle fughe, con eroico coraggio ed encomiabile abnegazione, nascondeva, per alcuni mesi, due suoi anziani componenti in un casolare. Mirabile esempio di virtù civili e di rigore morale fondato sui più alti sentimenti di solidarietà e fratellanza umana. 1943-1944, Roma
Due filmati conservano il ricordo del dottor Mario Martella, morto a 97 anni nel 2014:
https://www.youtube.com/watch…
https://www.youtube.com/watch?time_continue=5&v=OJaFSm5qWY4
https://www.youtube.com/watch…
https://www.youtube.com/watch?time_continue=5&v=OJaFSm5qWY4
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(Ho lavorato alle dipendenze di Mario Martella per tredici anni, ma mai una volta ha fatto parola delle sue gesta, né ho sentito parlarne altri membri della famiglia - i suoi figli lavoravano con lui. Era uno spirito indomito, una persona non con una, ma più marce in più.)
(Ho lavorato alle dipendenze di Mario Martella per tredici anni, ma mai una volta ha fatto parola delle sue gesta, né ho sentito parlarne altri membri della famiglia - i suoi figli lavoravano con lui. Era uno spirito indomito, una persona non con una, ma più marce in più.)
giovedì 25 gennaio 2018
Sára Salkaházi e il suo eroismo
Sára Salkaházi nacque a Kassa l’11 maggio 1899 in una famiglia borghese. Da giovane svolse molti lavori, incluso quello di rilegatrice, di reporter e editrice di quotidiani. Si fidanzò pure, ma lasciò presto il suo fidanzato.
Nel 1930 prese i voti dell’ordine delle Suore del Servizio Sociale e nel contempo fu anche la promotrice del Movimento delle Operaie Ungheresi.
Durante gli ultimi mesi della seconda guerra mondiale aiutò a trovare rifugio a centinaia di ebrei in un edificio appartenente alle Suore del Servizio Sociale a Budapest. Come sorella responsabile della casa, fece una promessa segreta a Dio in presenza del suo superiore: quella di essere pronta all’estremo sacrificio nel caso in cui questa sua scelta avesse danneggiato le sue Sorelle.
Fu denunciata alle autorità da una donna che lavorava nella casa delle Suore del Servizio Sociale, quindi il 27 dicembre 1944 le Croci Frecciate, ovvero i nazisti ungheresi, vi fecero irruzione; Sára Salkaházi stava tornando a casa, avrebbe potuto fuggire, decise invece di condividere la sorte degli ebrei fuggiaschi.
Vennero portati tutti nella sede delle Croci Frecciate e torturati, poi portati in riva al Danubio e uccisi. I corpi caddero nel Danubio ghiacciato. Quello di Sára Salkaházi non fu mai ritrovato.
I suoi ultimi minuti di vita coraggiosa furono raccontati da uno degli imputati nel processo intentato alle Croci Frecciate di Zugló nel 1967 e le sue gesta d’aiuto nei confronti degli ebrei ungheresi vennero riconosciute nel 1969 da Yad Vashem.
Nel 2006 Papa Benedetto XVI la proclamò beata.
Sára Salkaházi nacque a Kassa l’11 maggio 1899 in una famiglia borghese. Da giovane svolse molti lavori, incluso quello di rilegatrice, di reporter e editrice di quotidiani. Si fidanzò pure, ma lasciò presto il suo fidanzato.
Nel 1930 prese i voti dell’ordine delle Suore del Servizio Sociale e nel contempo fu anche la promotrice del Movimento delle Operaie Ungheresi.
Durante gli ultimi mesi della seconda guerra mondiale aiutò a trovare rifugio a centinaia di ebrei in un edificio appartenente alle Suore del Servizio Sociale a Budapest. Come sorella responsabile della casa, fece una promessa segreta a Dio in presenza del suo superiore: quella di essere pronta all’estremo sacrificio nel caso in cui questa sua scelta avesse danneggiato le sue Sorelle.
Fu denunciata alle autorità da una donna che lavorava nella casa delle Suore del Servizio Sociale, quindi il 27 dicembre 1944 le Croci Frecciate, ovvero i nazisti ungheresi, vi fecero irruzione; Sára Salkaházi stava tornando a casa, avrebbe potuto fuggire, decise invece di condividere la sorte degli ebrei fuggiaschi.
Vennero portati tutti nella sede delle Croci Frecciate e torturati, poi portati in riva al Danubio e uccisi. I corpi caddero nel Danubio ghiacciato. Quello di Sára Salkaházi non fu mai ritrovato.
I suoi ultimi minuti di vita coraggiosa furono raccontati da uno degli imputati nel processo intentato alle Croci Frecciate di Zugló nel 1967 e le sue gesta d’aiuto nei confronti degli ebrei ungheresi vennero riconosciute nel 1969 da Yad Vashem.
Nel 2006 Papa Benedetto XVI la proclamò beata.
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