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domenica 3 marzo 2013

Frigyes Karinthy, Handicap

Frigyes Karinthy (1887 - 1938)
Credevano che non sarebbe cresciuto, che non sarebbe mai diventato adulto. Quando sua madre lo vide per la prima volta, per lo spavento nascose la testa nel cuscino di sabbia, e non volle più sapere nulla di lui. Parenti caritatevoli lo presero, crebbe con loro ai margini di un palmeto, in parte per grazia di Dio. Nessuno badava a lui, ma estranei pietosi gli lasciavano qualcosa sulle punte dei rami spogliati; la sorgente gli dava da bere, e nel campo rinsecchito poteva pascolare.
Imparò presto a nascondersi, a essere mite e silenzioso. Da cucciolo gli bolliva il sangue, proprio come agli altri: avrebbe voluto giocare, fare la lotta, scalciare al sole con gli altri; dare spinte alle femmine che correvano intorno, giocare a nascondino fra le gambe degli adulti che camminavano dignitosi e ondeggianti. Spaventare i cuccioli di giraffa. Ma appena entrato in società, dovette capire perplesso e meravigliato, che aveva qualcosa di importante che non andava. Gli altri ridacchiavano, i cuccioli lo indicavano con il naso, lo inseguivano, gli tiravano le pietre e non volevano giocare con lui.
Per la prima volta fu un adolescente barbuto a pronunciare le parole:
"Ecco lo storpio!"
Lo guardò con stupore. Sulla schiena dell'adolescente si ergevano fiere due imponenti e importanti protuberanze di grasso. Notò per la prima volta un senso quasi di rigetto, comunque di estraneità, quando una di queste protuberanze sfiorò il suo corpo. E voleva più bene a quei compagni che di queste protuberanze ne avevano una sola sulla schiena.
A mezzogiorno, quando il sole splendeva perpendicolare sopra le teste, per caso si vide nell'acqua del pozzo. E capì tutto. Si rese conto di avere la schiena dritta. Dritta e priva di protuberanze, come quella di un cervo, senza neppure l'avvallamento che lo avrebbe reso almeno simile agli altri.
Se ne vergognava.
Sperava ancora che, pur non sentendone il bisogno, le protuberanze si sarebbero sviluppate anche sulla sua schiena, e non sarebbe più stato oggetto di scherno.
Ma aspettava invano, e quando i suoi coetanei presero a fare la corte alle femmine, dovette capire che era rimasto solo. Le femmine non lo volevano. Pudico e timido, si avvicinò a due. L'una gli confessò in tutta sincerità di provare ribrezzo per lui, l'altra ammise che quella insolita mancanza non la disturbava, l'anima pura compensava la schiena dritta, ma si sarebbe vergognata con le amiche, corteggiate da splendidi esemplari, mentre lei poteva esibire solo uno con un evidente difetto fisico.
Quella primavera i bipedi attraversarono il fiume, e tutta la gioventù era su di giri nell'attesa della prossima selezione. I vecchi, i quali avevano vissuto in carovana ed erano tornati vivi dopo che una banda di briganti bengalesi o di altra etnia l'aveva distrutta, incitavano la gioventù con ricordi entusiasmanti.
Andò anche lui alla selezione indetta dai bipedi, sospinto dalla voglia d'avventura, di conoscere il mondo, e attratto dall'immagine di interminabili deserti di sabbia. Ma la cruda realtà spezzò i suoi sogni.
"Vattene, ragazzo", disse con tono benevolo il vecchio Capo -, non ti sei visto? Non sai che sei diverso? Non ti si può caricare nemmeno un collo.
Dietro di lui si sentirono delle risate e lui si eclissò vergognandosi. Per la prima volta in vita sua si sentì infelice. Arrivarono i bipedi e l'esercitò passò davanti a lui marciando attrezzato di tutto punto.  Un Dio bipede in caftano colorato sedeva in groppa a ognuno, e poco dopo scomparvero tutti nella polvere, inghiottiti dalla distanza.
Rimase solo in compagnia di vecchi agonizzanti. Gli avrebbero fatto compagnia, ma era lui a non desiderare il colloquio: si sentiva giovane, desiderava altro, qualcosa lo eccitava. Gironzolava solo soletto in riva al fiume, scrutava ansimante e assorto nei pensieri l'orizzonte.
Un giorno tirò su dalla sabbia un libro distrutto. Devono averlo perso dei missionari inglesi. Si chinò e pian piano cominciò a sillabare una pagina.
Era una parabola, parlava di un uomo ricco, il racconto terminava con la constatazione che era più facile che un cammello passasse attraverso la cruna di un ago che un ricco entrasse nel regno di Dio.
Lo colpì profondamente. "Quanto sarebbe facile per me, non ho nemmeno una gobba", pensò. Rifletté e qualcosa si sciolse in lui; concluse che era lui l'eletto e non i suoi compagni, che la sua vita deturpata, la sua sofferenza e infelicità erano sacrificio e privilegio, che lo resero diverso, migliore, degli altri.
"Che io sia pure un handicappato per voi, presuntuosi possessori di gobbe!" esclamò rivolto verso il deserto. "La mia anima ha più gobbe di quante ne abbiate voi!"
E Anastasio, il cammello senza gobba, decise di diventare un intellettuale.

(Trad. Andrea Rényi)

giovedì 7 febbraio 2013

Frigyes Karinthy, Pulcino cieco

 
Ridicolo, devo pur raccontarlo a qualcuno, e anche presto, prima che mi vengano dei dubbi e il timore che sia una stupidaggine. A chi raccontarlo? Al giornalista, forse, perché possa farne un servizio? No, preferisco il capitano degli ussari seduto qui, di fronte; mi presento a lui e glielo racconto.
Prima, però, devo pensarci un attimo, capire come iniziare il racconto. Gentile capitano, sono stato tre settimane in campagna, da un parente, ma la storia riguarda solo la terza, l'ultima settimana. Non è successo a me, per carità. Ma a un pulcino, non a qualcuno chiamato pulcino, bensì a un piccolo volatile, una di quelle creaturine gialle grandi come il pugno di un uomo, con il becco piccolo e stupido e con le zampette esili, ricoperte di pelle.
Ce n'era una decina, sorvegliata da una gallina vecchia e becera, che era la mamma. Correvano per il cortile, sempre in gruppetto e sempre vicino alla mamma, come se fossero stati legati con un filo alla zampa di lei. Erano di un giallo chiaro e veramente sciocchini, quegli animaletti piccini piccini. La gallina vecchia era severa ma giusta, passava le giornate a occuparsi di loro, gli procurava dei semini, non so di che tipo perché non conosco la campagna, sono uomo di città, io. Quando si comportavano in maniera ancor più sciocca del solito, la gallina gracchiava e dava dei colpetti con il becco duro sulle testoline gialle. Di solito ciò accadeva quando la gallina si metteva seduta, cosa che ai pulcini piaceva oltremodo: correvano a zampette levate per rifugiarsi sotto le piume calde, si scontravano fra loro e non la smettevano finché non arrivava qualche colpetto arrabbiato, accompagnato da gracchii di rimprovero.  Allora pigolavano spaventati, e piagnucolanti si nascondevano di corsa sotto le ali della mamma. Riceveva lo stesso trattamento anche il pulcino che sbirciava fuori facendo capolino, invece di starsene calmo. Poi, finalmente, regnava il silenzio: i pulcini non si vedevano più, la gallina respirava pienotta e calda sopra le loro testoline, e i pulcini dormivano con gli occhi chiusi, felici come una pasqua.
    Ce n'era uno più piccolo degli altri pulcini, tutti uguali fra loro. Era più chiaro e più maldestro, la mamma lo rimproverava sempre. Si prendeva molte beccate in testa, eppure era il più affezionato alla mamma: gli piaceva stare più sotto le ali della gallina che mangiare. Trotterellava sempre intorno a lei, facendola quasi cadere. Amava molto il caldo, forse era uscito dall'uovo prima del tempo necessario. Era tenero, voleva stare sempre in prima fila, pur avendo le zampette più corte, ma accelerava il passo pigolando impaurito, quando doveva raggiungere il morbido nido, sotto le piume tiepide. Dove poi rimaneva in silenzio.
   Sì, signor capitano, arrivo subito al dunque. Una mattina il pulcino non mangiò e sembrava ancor più piccolo del solito. Tutto l'animaletto aveva qualcosa di strano: barcollava, si capovolse  e inciampò più. Mi avvicinai e lo sollevai: non cercò di liberarsi.
   Si acquietò in mano tremando appena, ritirò la testa poco più grande di una nocciola e aspettava gli eventi.
   Vidi allora che aveva entrambi gli occhi infiammati.
   Quelle buffe palpebre trasparenti che agli uccelli servono per chiudere gli occhi alzandole da basso, erano appiccicate sulle piume gonfie e rosse. Prima credevo che fosse soltanto l'effetto per averle chiuse troppo precipitosamente per lo spavento, ma poi notai che non riusciva a riaprirle. Feci vedere il pulcino allo zio Marton che lo esaminò e annuì. Mi raccontò qualcosa che in campagna sapevano tutti, ma per me era una novità: il pulcino era stato accecato dal sole. Mi consigliò, piuttosto scettico, di avvolgere la testolina dell'uccellino in una pezza bagnata di cotone, e di lasciarlo un paio di giorni in finestra.
   Così fu, il pulcino attese paziente come un bambino malato. Abbassai le serrande, chiusi anche gli scuri.
   Alle tre del pomeriggio prese a pigolare. Fuori, nel cortile polveroso sotto il sole pallido, la gallina si era appena posata per la siesta pomeridiana e si udiva il pigolio dei pulcini che litigavano per i posti migliori. All'interno della stanza, nell'aria ferma e addormentata, regnava un silenzio inquietante e inconsolabile. In quel silenzio risuonò il lamento del pulcino malato, tanto all'improvviso e in tale sincronia con quello che accadeva nel cortile da non avere dubbi: voleva colloquiare con la mamma e i fratelli. Poi li chiamò per tre ore, ininterrottamente e con voce sempre più addolorata. Alla fine perdette la voce e smise di pigolare.
   Il giorno dopo andai sui monti e tornai alle sei. Già sulla soglia di casa mi colpì la voce del pulcino malato: probabilmente aveva pigolato tutto il giorno perché era rauco come un campanellino incrinato.
   La mattina dopo mi svegliai al suo pigolio. A quel punto provai tanta pena per lui che lo presi dalla finestra e gli tolsi la benda bagnata. Tacque all'istante, come se qualcuno gli avesse tagliato la gola.
   Era molto piccolo e magro, ormai: le piume bagnate erano incollate alla sua misera pelle, con qualche penna scomposta e dritta sulla testa. Il collo era spennato, rugoso, e rosso come un peperone. Tacque quando avvertì il calore del mia mano: ascoltava. I due occhi piccoli non si aprivano più: il gonfiore era passato ma le due perle, i suoi occhi, erano vuote dietro le palpebre; il pulcino era diventato cieco. Che strano, non sapevo che i pulcini potessero perdere la vista.
   Era bagnato e scomposto, lo portai quindi in cortile, al sole, e lo posai in terra perché si asciugasse. Rimase fermo: sembrava un piccolo gomitolo giallo sostenuto da due fiammiferi. Aveva le zampe storte, e ascoltava con la testolina tirata dentro. Gli altri pulcini correvano schiamazzando e il suo becco fu colpito dall'odore dell'erba. Il pulcino cieco stava là, senza che una voce uscisse dalla sua gola. Poi provò a camminare, ma si fermò subito. Era meravigliato.
  Poi accadde che la gallina si alzò e gli si avvicinò, raggiunta anche dagli altri pulcini. La vecchia gallina fece coccodè e lo colpì con il becco: "da dove spunti e in che stato?", lo rimproverò arrabbiata. Il pulcino cieco non rispose, era tutto rannicchiato come se si sentisse in colpa; si lasciò colpire tenendo il becco abbassato, e il suo silenzio esprimeva una felicità indicibile.
  Quindi fu abbandonato, la gallina si sedette e i pulcini corsero a rifugiarsi sotto di lei. Il pulcino cieco si mosse in direzione del rumore, pian piano, e si accovacciò disponibile e gentile sotto le piume della madre. Era felice, molto felice, come se nulla fosse successo, o come se fosse stato solo un brutto incubo.
   Molte volte vidi ancora il pulcino cieco con la madre, sembrava felice solo se poteva stare con lei... non è strano?... ma a volte qualcosa allarmava la gallina, i pulcini correvano via e il cieco rimaneva da solo, in piedi, con la testa ritirata, a origliare. Nessuno sembrava badare a lui, erano abituati al suo corpicino spaventato e magro. Lo dimenticai anch'io.
   Lo rividi dopo una settimana. Era accovacciato alla parete della legnaia. Era solo, forse era stanco e voleva riposarsi. Mi chinai pian piano su di lui per non spaventarlo, ma non era necessario: non si mosse quando lo presi in mano. Non pigolava, lasciava indifferente che lo spostassi da una mano nell'altra, piegò solo la testa di lato. Dabbasso gli altri pigolavano, ma lui non rispondeva.
   Mi venne in mente una cosa: presi qualche seme in una mano, e una goccia d'acqua, e guidai la sua testolina cieca sui semi. Le prime due volte non reagì, poi allungò il becco, ma mi beccò solo la mano. La quarta volta riuscì a prendere un seme e lottò a lungo ansimante, prima di riuscire a ingoiarlo. Aprì e richiuse il becco più volte, come per accertarsi che fosse sceso il seme, poi allungò la testa e si mise alla ricerca di altri semi che prese a mangiare con voracità, con tutto il suo corpo quasi freddo, che tremava tutto; con quelle palpebre gonfie e le cavità vuote degli occhi, con la testa spiumata. E vedevo... allora vidi... le sue zampette... sì, le sue zampette... erano secche, completamente secche...
   Ma perché... perché lo racconto... solo Dio sa perché..., insomma lo posai cauto in terra, con l'intento di dargli un'occhiata la mattina dopo... ma era già morto... quando tornai a vederlo... giaceva là, morto, nello stesso punto, con le zampette per aria... non si meravigli, signor capitano, non sono pazzo... non si preoccupi... ce l'ho, un fazzo... un fazzoletto... non mi guardi... che cretino che sono... ma ho il cuore pesante... arrivederla.

(Trad. Andrea Rényi)