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mercoledì 8 gennaio 2020

Letteratura serba in mano croata. Intervista alla traduttrice Anita Vuco

Letteratura serba in mano croata. Intervista alla traduttrice Anita Vuco

Letteratura serba in mano croata. Intervista alla traduttrice Anita VucoFrattura tra Oriente e Occidente e fra due generazioni che rifiutano di comunicare, tra Corfù e la Serbia alla viglia della guerra del Kosovo: sono questi i due fili conduttori del romanzo finalista del premio NIN, il più prestigioso premio letterario serbo, e insignito del Premio dell'Unione Europea per la letteratura del 2017, La frattura di Darko Tuševljaković (Voland). Ne parliamo con Anita Vuco, la voce italiana del giovane autore serbo. Se posso usare un'espressione fuori contesto, Anita è una traduttrice double face, o persino triple face, perché usa tre combinazioni linguistiche: da croata di nascita traduce autori serbi in italiano e autori italiani in serbo.

Cara Anita, com'è nata la scelta di tradurre questo romanzo?
La frattura (titolo originale Jaz, Arhipelag, Belgrado 2016), l'ho letto su consiglio di un amico dei cui gusti letterari mi fido, eppure non è stato amore a prima vista; è un libro molto diverso da quelli che avrei definito miei. Mi ci è voluto del tempo per riconoscere la genialità del giovane autore, traduttore editoriale dall'inglese, nonché revisore e correttore di fumetti di professione. Il fatto che il suo romanzo fosse nella rosa dei candidati per il più prestigioso premio letterario serbo NIN e che avesse vinto il Premio Europeo per la Letteratura 2017 sono quel genere di freddi dati statistici che non mi dicevano nulla della sua sensibilità e dell'abilità con cui ha costruito la storia, ed erano ancora insufficienti per farmi desiderare di tradurlo. Solo a libro ormai letto e chiuso mi sono trovata a dover riconoscere che era riuscito a smantellare quell'aspettativa creatasi persino dentro di me – io che mi sento tanto una paladina della lotta contro i pregiudizi –, riguardo a ciò che sulle pagine di un autore serbo davo per scontato di dover trovare. Lui, invece, non è caduto nella tentazione che negli ultimi decenni il documentario e l'autobiografico comportano, ha saputo evitarli e trattare gli eventi bellici degli anni Novanta come una cornice all'interno della quale si giocano le relazioni, accadono i drammi individuali: la crescita umana e personale di alcuni dei protagonisti, le vicende di coppia, la sessualità, la ricerca della felicità, il difficile rapporto padre-figlio, un crescente senso di disorientamento, di precarietà e di insicurezza sociale, l'amarezza della sconfitta dei valori umani di intere generazioni. E l'elenco non finisce qui, sono pressappoco infinite le questioni che questo relativamente breve romanzo solleva, sviluppandosi come una storia piuttosto lineare, o se preferiamo due storie principali – la prima raccontata dal punto di vista del genitore, immersa in un'atmosfera di essenzialità razionale che si addice al carattere burbero del personaggio, e la seconda, come in un gioco degli specchi, restituitaci dall'ottica del figlio dove il fantastico prende il sopravvento e in cui man mano si incastrano altre testimonianze più piccole, dove a battute apparentemente ingenue è affidato il compito di lasciar intuire quel turbinio di sentimenti che nella vita reale, fuori dalle pagine di un libro, facilmente seppellisce le persone. Da traduttrice ho davvero apprezzato quel grado di forza e di autorevolezza con cui Tuševljakovićsi è mosso, senza caduta di tono o sbavature. Per quanto io prediliga i testi realistici, mi sono dovuta ricredere sulle possibilità che il fantastico offre, innescando l'effetto di angoscia, ossia quel timore che (anche se dovuto alle esperienze di base diverse) l'uomo moderno conosce fin troppo bene, quella sensazione di sospensione tra realtà e sogno, in cui pur facendo del suo meglio non riesce a migliorare la propria posizione in maniera significativa – a meno che non ritrovi in se stesso la capacità di lasciarsi aiutare dall'esterno. Un semplice fidarsi degli altri: lasciarsi aiutare e, laddove ce ne sia bisogno, rendersi utile a sua volta. In altre parole, se leggo, e di conseguenza traduco, sempre e solo testi in cui posso facilmente identificarmi con i personaggi o magari con le situazioni che vivono, vuol dire che mi sono privata di una delle esperienze importanti che la letteratura offre: l'incontro con l'altro, con il diverso da me. Una delle mie sfide più grandi è proprio quella di far conoscere la varietà di voci che operano in quella lingua.

Ci interesserebbe sapere che cosa pensa dell'attività di traduttore editoriale.
Spesso si sente dire che occuparsi di traduzione sia un lavoro come un altro, e non posso essere d'accordo con questo. A cominciare dal fatto che trovo inappropriato il verbo “occuparsi” quando si parla di letteratura, sia che si tratti di un testo proprio o della traduzione di altri autori, visto che condivido il pensiero secondo cui siamo immersi in essa fin dalla nascita. Al costo di risultare noiosa, non mi stanco mai di citare Danilo Kiš, ossessionato dall'idea che non esiste una netta separazione traletteratura e vita, tanto che, esprimendosi a proposito del loro compenetrarsi tralascia volutamente la congiunzione, la quale altrimenti, a suo avviso, «separerebbe in maniera forzata ciò che è indivisibile». Un foglio trovato tra i suoi manoscritti su cui, in forma di frontespizio, a macchina era stato scritto: Danilo Kiš, LIFE, LITERATURE, in seguito funge da titolo a una raccolta postuma curata da Mirjana Miočinović –Život, literatura [Vita, letteratura], Sarajevo 1990 – che unisce diversi saggi, interviste e manoscritti su questo argomento nati tra il 1983 e il 1989. Parafrasando una citazione del premio Nobel Imre Kertész – «La mia morale è vivere e scrivere lo stesso romanzo» –, potrei dire: «La mia morale è vivere e tradurre lo stesso romanzo».
Letteratura serba in mano croata. Intervista alla traduttrice Anita Vuco
Dalle sue parole traspare una passione sincera; è sufficiente?
Certo, per quanto l'entusiasmo rivesta un'importanza estrema per svolgere una qualsiasi professione creativa e culturale, di per sé non è sufficiente. A scanso di equivoci, il lavoro intellettuale è durissimo e non deve essere considerato un passatempo. La professionalità richiede impegno, mezzi e un continuo aggiornamento. Non è concepibile che uno si alzi la mattina, e perché conosce due o più lingue, apra un libro e lo traduca. Quale libro e per chi? Per arrivare all'editore giusto occorre avere un'ampia conoscenza di tutto quello che si produce in quell'altra lingua, in modo da poter associare il testo prescelto a chi effettivamente sarà in grado di offrirgli tra le migliaia di titoli pubblicati in Italia ogni anno una nuova vita. Parlo ovviamente dal punto di vista di chi, come me, traduce da una lingua considerata “minore”. E trovare quella formula espressiva che fa davvero la differenza e fa sì che la tua proposta di traduzione venga accolta, non è un compito facile. È un lavoro prima del lavoro stesso. Richiede determinazione, pazienza, preparazione, supporto economico. Non si realizza nulla senza il denaro, figuriamoci se si possono fare delle traduzioni di qualità. In una bella intervista dal titolo La traduzione letteraria è una questione di pratica, non di teoria, Vladimir D. Janković – vicepresidente dell'Associazione dei traduttori editoriali della Serbia, saggista, poeta e traduttore editoriale dal francese e dall'inglese, con circa duecentocinquanta titoli tradotti, di cui più di cento romanzi – sostiene che l'arte non ama la pressione, anche se talvolta è proprio quando si trova sotto pressione che produce dei capolavori. È quasi impossibile dare il massimo in un ambiente frenetico, con poco tempo a disposizione e senza soldi. «Sono i periodi di quiete a favorire e promuovere l'arte. Sarebbe una grossa illusione credere che la creatività abbia bisogno del caos. Quest'ultimo di certo la precede, ma una volta iniziata la creazione, il caos dovrebbe rimanere dietro di noi. Che esso, in quanto tale, rappresenti il terreno fertile, rappresenta solo un approccio dall'esterno. Vista dall'interno, la questione cambia radicalmente: anche il traduttore letterario, come qualsiasi altro artista, avverte un bisogno quasi fisiologico di poter contare su una sorta di pace». Aggiungo che ogni tipo di lavoro dovrebbe garantire una vita dignitosa a chi lo svolge, traduttori letterari compresi.

Tradurre dal serbo ha anche una valenza politica, oltre che culturale?
Mi chiedo se mi sarei mai avvicinata alla traduzione, o forse alla letteratura in generale, se la Jugoslavia non si fosse disgregata, o se la sua dissoluzione non avesse portato ai conflitti armati, o se proprio in quel momento non mi fossi già trovata all'estero... Una domanda ne genera un'altra. La verità è che non lo so, e che a questo punto non fa nessuna differenza. Per quanto inutile possa sembrare agli occhi del mondo, la traduzione letteraria è una mia risposta alla guerra. L'unica di cui sono stata capace. È il meglio che io possa fare; non sono uno scultore, né un musicista. Uso le parole per esprimermi e le soppeso con cura. Sulle atrocità commesse il mondo è già stato informato, per rivivere quell'incubo basterebbe riguardare i titoli dei quotidiani di allora. Urlati, insopportabili. Avrei voluto che almeno per un attimo se ne stessero zitti, tutti quanti, e mi lasciassero piangere in pace. Ma questo non è avvenuto. Anche in seguito, la mia sopportazione nel sentirmi spiegare cosa è successo, chi è il colpevole, chi ha iniziato, chi ha caldeggiato il conflitto, chi è il più nazionalista, è sempre rimasta sull'orlo di una crisi di nervi tale da farmi pensare che avrei potuto sopprimere seduta stante chiunque mi rivolgesse l'ennesima domanda idiota. L'unico sollievo è arrivato, per quanto ogni volta di breve durata, dalla e nella letteratura. Dalle pagine di Danilo Kiš in particolare, che in Simon Mago, il racconto che apre Enciclopedia dei morti (Adelphi 1988, trad. di Lionello Costantini), scrive: «Bisogna riconoscere che era lui stesso a secondare tale confusione, perché a chiunque gli chiedesse innocentemente notizie sulla sua provenienza era solito rispondere con un ampio gesto della mano che includeva tanto l'abitato più vicino quanto una buona metà del lontano orizzonte.» E più avanti ancora, nelle parole che concludono il racconto È glorioso morire per la patria, contenuto nella stessa raccolta: «I vincitori scrivono la storia. Il popolo tesse la tradizione. Gli scrittori fantasticano. Certa è solo la morte». Riassumendo così in poche righe tutto ciò che avrei voluto dire di me stessa. Non una parola di più. Danilo Kiš è uno scrittore seriamente impegnato a trovare i mezzi espressivi adatti per trattare la morte con il massimo rispetto. Nella sua poetica sente il bisogno di rivestire i corpi umiliati, e non giustifica in alcun modo il loro brutale uso per produrre un effetto scioccante nel pubblico. «La posizione della vittima» – sostiene in un'intervista del 1985, Imenovati znači stvoriti[Denominare significa creare], contenuta nel libro Gorki talog iskustva [Il residuo amaro dell'esperienza] – «è una posizione di debolezza e di umiliazione, come se dovessimo mostrare in pubblico moncherini oppure cicatrici. Non nominarli significa conferire loro la dignità. L'esibizione delle cicatrici è ugualmente penosa sia per chi le mette in vista, sia per chi le osserva». E ancora prima, in una recensione del 1960, Hirošimo ljubavi moja[Hiroshima mon amour], inclusa in Varia [Varie], in cui critica la tecnica cinematografica di Alain Resnais per l'uso dei materiali d'archivio dei nazisti e degli alleati – la motivazione profonda che lo spinge a utilizzare i ricordi nei suoi libri si potrebbe definire esattamente antitetica in quanto Kiš non vuole aprire le tombe, ma erigere i cenotafi lì dove le tombe mancano – e arriva a scrivere che «tocca ai poeti richiudere le voragini e seminare i germogli di una quiete temporanea, ma sovrumana». Gli unici che anche oggi devono essere chiamati sul banco dei testimoni per far intendere quanto, nonostante tutto, i popoli balcanici siano in grado anche di amarsi. In questo senso la traduzione letteraria mi lascia uno spiraglio di speranza che grazie a testi di indubbio valore artistico io possa presentare quanto di meglio c'è in quelle terre, e diventa perciò una chiara opposizione ai nazionalismi. Non tradurrei mai un criminale, e nemmeno qualcuno che abbia anche solo simpatizzato con i responsabili delle uccisioni. Allo stesso tempo sono la prova vivente che l'odio a cui sembriamo propensi non è l'unica reazione possibile: di fatto sono una croata che traduce autori serbi. Se tutto questo non fa della traduzione letteraria una metafora del Bene possibilee non la rende un'occasione straordinaria per cercare di essere migliori, superando i meccanismi perversi innescati da una guerra fratricida, non so allora cosa lo straordinario sia. Potrei mai non essere così emotiva nel lavoro che faccio?

So che frequenta assiduamente gli incontri riservati ai traduttori in Serbia. Può parlarcene?
UKPS (Udruženje književnih prevodilaca Srbije), l'Associazione dei traduttori editoriali della Serbia, è un'organizzazione senza scopo di lucro, intenta a promuovere la traduzione letteraria, a rappresentare i traduttori letterari e proteggere i loro diritti, fondata nel 1951 da un gruppo di illustri traduttori attivi prima della Seconda guerra mondiale. Fin da allora l'Associazione organizza gli annuali Incontri internazionali belgradesi di traduttori editoriali (BEPS), favorendo il dialogo tra gli autori e i loro potenziali traduttori verso diverse lingue. Su loro invito nel 2012 sono tornata per la prima volta a Belgrado dopo una pausa lunga trent'anni, e anche questa è stata un'emozione indescrivibile. Da allora non perdo un incontro, una fiera, un'occasione qualsiasi per visitare la capitale serba e riabbracciare i colleghi la cui mera esistenza garantisce ogni volta una sensazione di rifugio e di casa ritrovata. L'identità non è una cosa scontata, ed è solo grazie a loro che ho potuto ricomporre la mia: un mosaico in continua costruzione. Anche a distanza il loro sostegno tacito diventa una fonte di forza indispensabile per affrontare le difficoltà concrete. La pubblicazione dei libri a cui tengo in una qualsiasi delle lingue del mondo diventa una mia vittoria personale, come se l'avessi tradotti io; la gioia in tal caso non è per niente minore.
       
Quali o meglio chi sono i suoi riferimenti?
Dovrei fare almeno una cinquantina di nomi che hanno avuto un forte impatto sul mio percepire l'importanza della traduzione letteraria, forse anche di più, e rischierei di essere ingiusta dal momento che sono tutti ugualmente importanti, straordinari. Perciò se parlo ora di Alain Cappon, è solo perché lo considero una perfetta metafora di ciò che la traduzione letteraria rappresenta. È l'uomo che – pur non avendo alcun legame di sangue con la mia terra, il che visto da fuori per qualcuno potrebbero essere una spiegazione logica di tanto smisurato amore – nel 1999 verso la fine del maggio, quando la Francia, considerata la pericolosità del viaggio essendo in atto l'operazione militare della NATO denominata “Angelo misericordioso” portata avanti per oltre due mesi, negava il visto ai propri cittadini per visitare la Serbia, attraversò la frontiera serbo-ungherese a piedi all'andata e, carico di libri che mostra in una fotografia in bianco e nero, anche al ritorno, perché non voleva mancare agli Incontri di quell'anno. Ciò che mi commuove particolarmente è sapere che la maggior parte di quei testi grazie al suo impegno e alla sua dedizione sono in seguito stati pubblicati in francese. E poi, quando si parla delle difficoltà che incontrano coloro che svolgono la nostra professione, il mio pensiero non può che abbracciare Ben Andoni, un albanese di Tirana con all'attivo diverse traduzioni di letteratura serba (tra cui anche del Jaz di Tuševljaković; Humnera, Albas 2019); il suo sforzo di voler continuare a vedere la bellezza e insegnare il dialogo lì dove i politici di entrambe le parti gli griderebbero in faccia quanto questo sia ridicolo e impensabile, credo non abbia bisogno di commenti. I traduttori editoriali sono anime delicate, occorre coltivarle. Da ragazzo, all'insaputa dei suoi familiari che altrimenti glielo avrebbe impedito perché sotto la dittatura di Enver Hoxha per una disobbedienza del genere si rischiava l'arresto, nella soffitta della propria casa Ben aveva assemblato una vecchia televisione, la cui antenna improvvisata arrivava a captare a malapena i nostri due programmi jugoslavi. Nel sentirmelo raccontare, capisco che quella meraviglia di scoprire il mondo attraverso una lingua all'epoca sconosciuta – sentire per la prima volta uno dei Notturni di Chopin con temi contrastanti al suo interno, imbattersi in dipinti di Goya o altri – ora, da adulto, la rivive a ogni pagina tradotta, e trova il senso solo nel condividerla con il maggior numero possibile di persone.
L'anno scorso l'Associazione dei traduttori editoriali di Serbia, di cui fino a quel momento potevano diventare membri solo i cittadini serbi, ha cambiato il proprio statuto conferendo a Ben Andoni, Alla Tatarenko (Ucraina) e alla sottoscritta il titolo di membro onorario perché, con il nostro operato, contribuiamo alla diffusione della letteratura serba nel mondo. Per me questa non è una semplice aggiunta al curriculum ma a costo di sembrare stucchevole un pezzo del mio cuore posto sotto la lente di ingrandimento, affinché tutti possano vederlo.
Letteratura serba in mano croata. Intervista alla traduttrice Anita Vuco

È recente la pubblicazione della traduzione serba a sua cura del romanzo di Nadia Terranova, Gli anni al contrario, un grande successo che ha reso la giovane scrittrice italiana una delle voci più importanti della letteratura italiana contemporanea. Può accennare alle difficoltà che ha incontrato rendendolo in serbo?
Quest'anno ho vissuto anche l'esperienza inversa, che finora non avrei creduto possibile. Ci sono innumerevoli modi per raggiungere un luogo, ed è da un po' di tempo che cominciavo ad avvertire come insufficiente il semplice prendere l'aereo e spostarmi. Per questo ho tradotto in serbo Gli anni al contrario di Nadia Terranova in serbo (Godine obrnutim redosledom, Areté 2019), costringendomi così a dover affrontare altri fantasmi ancora: quelli legati all'uso di una lingua da me mai adoperata per la scrittura. Significava riprendere in mano la grammatica di una delle mie due lingue materne, e imparare ciò che negli ultimi trent'anni mi sono persa, in primo luogo imparare a distinguere ciò che è serbo da ciò che è croato. Per quanto, probabilmente, nel mio intimo continuerò a sentire a vita il loro profondo legame, questo non può né deve diventare una scusa per non conoscere a fondo le regole che invece deve padroneggiare bene chiunque al giorno d'oggi intenda scrivere o tradurre in Croazia e in Serbia.
Letteratura serba in mano croata. Intervista alla traduttrice Anita Vuco
La ringrazio per questa apertura, per la sua sincerità, e le lascio l'ultima parola.
Ci tengo a ringraziare l'intera redazione Voland. Come scrive anche Tuševljaković alla fine del suo libro, nessuna opera è fino in fondo l'impresa di un solo uomo, senza il contributo di ognuno/a di loro la sua pubblicazione in italiano non sarebbe stata la stessa, a partire dalla stupenda veste grafica che mi fa sorridere ogni giorno. Sapendo che a cura di Daniela di Sora fra poco uscirà di stampa anche Mi različiti[Noi diversi] di Veselin Marković, non fa altro che moltiplicare questa gioia.

Per la prima foto, copyright di Zhanna Stankovych.
Per la terza e quarta foto, copyright di Ksenija Vlatković.

L'articolo su SUL ROMANZO

mercoledì 27 febbraio 2019

Marina Stepnova, Le donne di Lazar'


TRE DONNE E IL VENTESIMO SECOLO RUSSO

Intervista a Corrado Piazzetta, traduttore di “Le donne di Lazar’” di Marina Stepnova

di  25 febbraio 2019

Copertina di Le donne di Lazar di Marina Stepnova
«Nel 1985 Lidočka compì cinque anni e la sua vita andò a rotoli. Era la prima volta che si incontravano tanto da vicino, Lidočka e la sua vita, e fu per questo che entrambe fissarono nella mente con un’intensità vertiginosa ogni piccolo, salato, umido dettaglio della loro ultima estate felice». Così recita l’incipit folgorante di Le donne di Lazar’ di Marina Stepnova (Voland, 2018)  e la scrittura potente non verrà mai meno nelle più di quattrocento pagine di questo romanzo russo. Attraversa per lungo e per largo il terribile, sanguinario ma anche magnifico ventesimo secolo in cui la Russia prima, e l’Unione Sovietica poi, hanno avuto un ruolo determinante.
Camminiamo nella Storia seguendo le tracce del geniale fisico nucleare di origini ebraiche Lazar’ Lindt nato nel 1900: il suo destino si rispecchia nelle vite di tre donne a lui legate in qualche modo. Tre donne vicine e allo stesso tempo lontane, persino estranee: Marusja, moglie del professore che lo scopre e lo avvia alla carriera di scienziato, una signora trent’anni più grande di Lindt che gli fa da amorevole madre e che lui ama con un amore che va ben al di là di quello filiale; Galina, che sarà costretta a sposarlo giovanissima quando lui è già vecchio; infine Lidočka, la nipote che Lindt non ha mai incontrato. Sono loro le donne del titolo, sono e non sono di Lazar’.
Marusja, la moglie del mentore di Lindt, è la figura cruciale della lunga esistenza di Lazar’. Lei lo accoglie appena diciottenne, fuggito a Mosca dalla provincia probabilmente in seguito a un pogrom, subito dopo la Rivoluzione d’ottobre. Marusja non ha avuto figli e non sperava più di poterne avere, Lindt le regala la maternità che la natura le ha negato e lei lo ricambia con il calore della casa, l’affetto, la bellezza, la cura della sua persona. Marusja è l’icona della donna russa ottocentesca, è sempre prodiga e disponibile, e aiuta donne e bambini privi di mezzi durante la guerra. Lazar’ Lindt cercherà lei in tutte le donne, e per magia Marina Stenova riuscirà a farla rivivere in sua nipote Lidočka.
Galina Petrovna finisce nelle grinfie di Lindt, osannato e onnipotente sessantenne. Con un intrigo la ragazza è catapultata tra le sue braccia da fidanzata di un ragazzo semplice, entrambi senza particolari ambizioni se non quella di realizzare il più banale dei sogni d’amore. Galina è una nuvola rosa, che da un giorno all’altro si trova al centro della nomenklatura, e madre di un bambino che non può amare, perché frutto di una imposizionedi violenza anche se commessa con amore e tenerezza. La ragazza sentimentale diventa un’adulta anaffettiva, dura e calcolatrice, un uccello di paradiso in gabbia. Neppure la nipote di cinque anni, l’orfana di suo figlio, fa breccia nel suo cuore. Non la può abbandonare perché porta il suo stesso cognome, ma se ne prende cura solo con il denaro, che ha in abbondanza.
Perduti i genitori all’età di cinque anni, Lidočka cresce in ambienti elitari disciplinati, colti, ma privi di calore. Può diventare ballerina, ha talento ed è capace di sopportare anche la dura disciplina, ma desidera soltanto affetto, una casa, una famiglia. Tre donne, tre vite, tre periodi storici, un affresco che a tratti ricorda Tolstoj, Nabokov e Ulickaja, ma anche Il dottor Živago di Pasternak.
Le donne di Lazar’ (2011) è il secondo di tre romanzi di Marina Stepnova. Con questo libro si è classificata terza al più prestigioso premio letterario russo – il Bol’šaja kniga – ed è stata finalista fra gli altri ai premi Russkij Booker, Nacional’nyj bestseller e Jasnaja Poljana. Il libro ha ottenuto un ampio consenso di critica, ed è stato tradotto in ventiquattro lingue.

Più del recensore, può raccontare e svelare il libro il suo traduttore, perché il traduttore con esso trascorre a volte anche molti mesi e si immerge in quelle profondità che il lettore semplice raramente può o vuole toccare. Ho avuto l’opportunità di porre qualche domanda al traduttore di questo splendido libro, Corrado Piazzetta, e lui ha risposto volentieri, anche a domande che non riguardano strettamente Le donne di Lazar’, ma possono interessare in generale gli amanti della letteratura russa.
Caro Corrado, sapevo della tua passione per la lingua russa, ti conoscevo però soltanto come abilissima voce italiana di Penelope Lively. Il romanzo monumentale della Stepnova metterebbe in difficoltà anche un traduttore molto preparato e di lungo corso, quindi ti faccio i miei complimenti più sinceri. Com’è caduta la scelta di un esordiente, anche se esperto traduttore in un’altra combinazione linguistica, su questo libro che porta in sé tutte le difficoltà che una traduzione editoriale può rappresentare?
Cara Andrea, innanzitutto ti ringrazio molto dei complimenti. Come dici tu, la lingua e la cultura russe sono sempre state una mia grande passione, nata molto tempo fa quando mi imbattei per puro caso in un corso di russo trasmesso da quello che allora si chiamava Terzo canale (la neonata Rai Tre). Sempre in quegli anni è sbocciato anche l’amore per l’altra mia grande passione linguistica, ovvero l’inglese, che come giustamente ricordi è stato per anni la mia principale lingua di lavoro (e ti ringrazio di aver citato Penelope Lively, autrice che ho amato molto). In tutto questo tempo, però, il mio desiderio di lavorare con scrittori russi non si è mai spento (e, a dire il vero, oltre dieci anni fa ho tradotto per Guanda una serie di microracconti di un giovane autore russo poi finito nel dimenticatoio, per non parlare di La mite di Dostoevskij che mi era stata commissionata da una piccolissima casa editrice fallita poco prima che la mia traduzione vedesse la luce). I miei contatti col mondo editoriale, però, erano prevalentemente con case editrici che non lavorano mai o quasi mai col russo, e quindi ho ritenuto che il miglior modo per trovare nuovi canali fosse quello di presentarsi con una proposta inedita. Tutto ciò per dire che quando ho scoperto l’esistenza di Marina Stepnova, e ho visto che i suoi romanzi non erano ancora approdati in Italia, ho pensato che potesse essere un’autrice interessante da proporre. Come primo approccio, ho scelto Ženščiny Lazarja(titolo originale di Le donne di Lazar’) perché dalle poche righe di sinossi mi sembrava una vicenda che mi sarebbe potuta piacere. E così è stato, il libro mi ha convinto fin da subito, sia per la portata della storia, sia per la costruzione dei personaggi, sia per la lingua sontuosa e duttile di cui l’autrice dispone con grande maestria; lo stile della Stepnova mi ha davvero conquistato, la sua ricchezza, la sottile ironia che pervade l’intero racconto, anche nei momenti più tragici. Mi sembrava un’opera capace di incontrare i gusti di un pubblico più ampio del ristretto numero di addetti ai lavori, oltre che una bella sfida dal punto di vista del mio lavoro di traduttore. Queste le ragioni per cui ho deciso di intraprendere il non facile cammino di ricerca del referente giusto: ho dovuto bussare a un po’ di porte e ho incontrato varie difficoltà (i russi, specialmente se contemporanei, hanno vita più ardua in Italia, per varie ragioni – vuoi perché ritenuti, spesso a torto, poco allettanti per i lettori, vuoi perché sono poche le case editrici con editor che conoscono la lingua, e quindi in grado di revisionare adeguatamente le traduzioni), ma alla fine sono approdato a Voland, che all’inizio non avevo preso in considerazione perché non avevo mai avuto modo di collaborarci prima d’allora. Come ben sai, è un editore piccolo, ma molto attento alla qualità e pronto ad accogliere proposte nuove; oltretutto, come suggerisce il nome stesso, da Voland la letteratura russa è la benvenuta, perciò le donne di Lazar’ hanno finalmente potuto trovare la loro casa italiana.

Marina Stepnova utilizza vari registri, fa molti riferimenti culturali e lavora con un lessico particolarmente ricco. Da traduttore, come hai vissuto tutto questo ben di dio?
Come accennavo prima, è stata una bella sfida. La varietà di registri, la generosità con cui la Stepnova attinge al vasto lessico russo, lo stile spesso fiorito, i gergalismi, i numerosi riferimenti a fatti storici o a figure realmente esistite: tutto questo mi ha dato parecchio filo da torcere. Sono infinitamente grato alla rete per la quantità di fonti a cui consente di accedere con pochi clic, risorsa oramai imprescindibile per i traduttori: poter consultare in un attimo dizionari monolingue di ogni tipo, corpus letterari, esempi vivi di fraseologie, di modi di dire; distinguere citazioni letterarie da creazioni originali dell’autrice; verificare l’esattezza dei riferimenti storici (a onore della Stepnova – e, immagino, della sua redazione –, sempre precisi fin nei minimi dettagli). Tutto ciò non solo ha reso un po’ meno arduo il mio lavoro, ma mi ha permesso di migliorare l’accuratezza della traduzione, di ridurre il margine di dubbio e di lasciare meno spazio alle interpretazioni. E sono infinitamente grato alla stessa Stepnova, con cui sono stato in contatto fin da prima di iniziare il lavoro, e che si è sempre dimostrata più che disponibile a venirmi incontro e a rispondere con una rapidità spesso sorprendente alle mie non poche domande. È stata un’esperienza molto bella anche dal punto di vista umano, perché i nostri scambi mi hanno consentito non soltanto di ottenere un risultato di qualità migliore, ma anche di conoscere una bellissima persona, di trasformare un rapporto di lavoro in amicizia. Forse a questo ha contribuito anche la grande passione della Stepnova per l’Italia (lei e il marito hanno una casa in un paesino della Toscana, dove vengono spesso a trascorrere le vacanze, e infatti proprio in occasione di quest’ultime ferie natalizie abbiamo avuto modo di conoscerci finalmente di persona e di organizzare un paio di presentazioni del romanzo) e la sua gioia per il fatto che il Paese da lei tanto amato abbia finalmente deciso di pubblicarla.

Ti sei affezionato a qualcuno dei personaggi del libro, e se sì, a chi e perché?
Tra i personaggi principali, il mio preferito è senza dubbio Galina Petrovna. È un personaggio tragico, una ragazza che viene strappata alla sua vita e ai suoi sogni per ritrovarsi costretta a vivere accanto a un uomo anziano che detesta, rinchiusa in un mondo elitario fatto di privilegi ma di aridità sentimentale, che nemmeno la nascita di un figlio prima, e l’arrivo inaspettato di una nipotina poi, riescono a scalfire. La conosciamo all’inizio del romanzo già donna matura, algida, insensibile, a modo suo spietata, ma nel corso della storia scopriamo gradualmente la sua vicenda e il suo dramma, cosa che dà al personaggio uno spessore tragico, appunto, e ci fa quasi simpatizzare per lei, nonostante la sua alterigia, gli abiti costosi, i gioielli, i profumi, e la coltre di ghiaccio che le soffoca i sentimenti. Tra i personaggi minori, invece, mi sono rimaste nel cuore due coppie: i bambini Isaak ed El’vira/Elečka, che si incontrano da sfollati nella casa di Čaldonov e Marusja durante la Seconda guerra mondiale, e che poi passeranno insieme il resto della vita (fra l’altro, sono gli unici personaggi del libro ispirati a persone reali: i genitori dell’autrice, infatti, si conobbero in circostanze analoghe a quelle di Isaak ed Elečka ed ebbero una vita coniugale altrettanto lunga), e la coppia degli Carёv, i due giovani ricercatori che Lidočka conosce da adulta in quanto abitano nell’appartamento in cui viveva da piccola con i genitori, prima di rimanere orfana e di finire in casa della nonna Galina Petrovna. Di quest’ultimi ho apprezzato particolarmente quel loro incarnare le migliori qualità dell’intelligencija russa, la loro attenzione alla sostanza più che all’apparenza, il loro calore e il loro gioire per le piccole cose quotidiane: tutte qualità che mi hanno fatto riscoprire parte del motivo per cui mi sono innamorato di quel popolo, e che purtroppo trovo sempre meno negli esponenti di quello stesso popolo, con cui talvolta mi capita di avere a che fare in questi ultimi anni.

Un traduttore ha sempre un quadro piuttosto completo della letteratura della lingua dalla quale traduce, quindi è anche una fonte di consigli letterari. Da intenditore, te la sentiresti di indicarci qualcuno fra gli autori e i titoli russi pubblicati in italiano
Quando si parla di autori russi, il riferimento immediato è ai grandi nomi della letteratura classica – e giustamente, aggiungerei: i giganti dell’Ottocento russo, da Puškin a Tolstoj e a Dostoevskij, come pure maestri del Novecento quali Bulgakov o Pasternak o Solženicyn, rimangono figure imprescindibili, e le loro opere dei capisaldi la cui potenza continua ad affascinare ogni generazione (e, a questo proposito, mi permetto di segnalare la nuova traduzione di due fra i capolavori più iconici dell’Ottocento russo, Anna Karenina e Guerra e pacedi Tolstoj, ritradotti per Einaudi da due valentissime traduttrici, rispettivamente Claudia Zonghetti ed Emanuela Guercetti, nonché la pubblicazione della versione integrale di Il primo cerchio di Solženicyn, tradotto per Voland dall’ottima Denise Silvestri). Ciò non significa, tuttavia, che la letteratura russa contemporanea non offra nomi e opere di qualità: penso, ad esempio, a Zachar Prilepin, o a Ljudmila Ulickaja, o al premio Nobel Svetlana Aleksievič, o a Vladimir Sorokin. Personalità molto diverse fra loro ma di indubbio valore letterario, e che non sempre da noi riescono ad avere l’attenzione e il riconoscimento che meritano. Spero cheil lavoro di noi traduttori e delle case editrici che scelgono di puntare in quella direzione porterà a una sempre maggiore conoscenza dei “nuovi russi” (e uso l’espressione nel suo senso migliore), e spero pure che di questa schiera farà parte anche Marina Stepnova.

Spero che Le donne di Lazar’ sia solo l’inizio di una brillante carriera di traduttore dal russo. Hai già in cantiere qualche novità e qualche titolo che ti piacerebbe tradurre o che ritieni debba comunque essere tradotto in italiano?
Tradurre dal russo, nonostante l’offerta tutt’altro che irrilevante, non è una strada molto agevole, per  i motivi di cui si parlava prima. Comunque sì, ho qualcosa di nuovo in ballo, ma le notizie non sono ancora definitive e quindi, per scaramanzia, preferirei non parlarne. In generale, cerco di tenere gli occhi aperti su quello che arriva dalla Russia, in particolare su opere o autori che propongono visioni alternative, o in ogni caso al di fuori dagli schemi più battuti: credo che, in quest’epoca di nuovi conformismi, sia importante mantenere uno sguardo capace di osservare il mondo da punti di vista trasversali, uno sguardo che sappia rendere la realtà nelle sue infinite sfaccettature, magari anche quelle più scomode, quelle che tendono a essere ignorate se non osteggiate dal discorso ufficiale. Recentemente mi sono imbattuto in un’opera alquanto originale, una “autobiografia” di Gesù Cristo a opera di un autore, Oleg Zobern, che unisce erudizione teologica a uno stile dissacrante e ironico, e ci presenta un Cristo profondamente umano, che con i suoi metodi ben poco ortodossi – e talvolta a un passo dalla blasfemia – si avvicina all’essenza del suo messaggio più di quanto non facciano le narrazioni canoniche. Mi ha molto colpito il fatto che un’opera del genere sia stata pubblicata nella Russia di oggi, dove il peso della religione – e soprattutto della Chiesa – è molto più forte che in passato, e perciò mi piacerebbe che questa voce potesse avere un’eco anche al di fuori dai confini patrii. Se non dovesse andare in porto la proposta cui accennavo prima, potrei considerare questa autobiografia sui generis come una possibile proposta da presentare in giro. Staremo a vedere.
Grazie a Corrado Piazzetta per le tante informazioni preziose e non resta che augurare buona lettura, Le donne di Lazar’ non è un capolavoro, di opere perfette o quasi perfette ce ne sono molto poche, ma è sicuramente una lettura di ottimo livello.

L'articolo su FLANERI'
(Marina Stepnova, Le donne di Lazar’, trad. di Corrado Piazzetta, Voland, 2018, pp. 448, € 20.00)