martedì 30 aprile 2019

Sessant'anni di amore non corrisposto. Storia di una donna raccontata da suo figlio

Era una vecchia quercia, sano fino al midollo anche in punto di morte. È crollato per terra mentre sfogliava, chino sul leggio, una pagina della Sinfonia in Sol minoredi Mozart. Quando lo hanno trovato, stringeva nella mano rigida un brandello della partitura, gli squilli dei corni all’inizio dell’Adagio. Una volta aveva detto a mia madre che la Sinfonia in Sol minoreè il più bel brano musicale mai composto. – Leggeva da sempre le partiture come altri leggono i libri. Di qualsiasi opera gli capitasse tra le mani, arcaica o frivola che fosse. Ma soprattutto andava a caccia del nuovo.»

L'autore, lo scrittore svizzero Urs Widmer (1938-2014), non lo ha mai confermato pubblicamente, ma quest'incipit e in generale il ritratto di Edwin, il grande amore mai corrisposto della madre, conduce al direttore d'orchestra svizzero Paul Sacher (1906-1999), mentre Clara, la protagonista femminile, è con ogni probabilità la parafrasi della madre dell'autore. A lei il figlio scrittore dedica questo toccante requiem pubblicato in Svizzera nel 2000, tradotto per la prima volta in italiano nel 2002 da Eugenio Lio per Bompiani con il titolo L'uomo amato da mia madre, e ora splendidamente ritradotto – con il titolo Il grande amore di mia madre – da Roberta Gado per Keller, che di Urs Widmer nel 2015 aveva già tradotto, sempre per Keller, Il sifone blu, e nel 2017 Il libro di mio padre. Di quel padre che in questo libro compare fugacemente come il ripiego di Clara per tentare di costruirsi un'esistenza sopportabile, un surrogato a quella che lei avrebbe voluto trascorrere al fianco di Edwin.

Edwin è di origini povere e modeste ma con una dedizione e un trasporto tipici solo dei geni, e grazie all'aiuto di un maestro che probabilmente corrisponde alla figura del direttore, compositore e pianista austriaco Felix Weingarten (1863-1942), da analfabeta musicale diventa direttore d'orchestra. Ancora giovanissimo fonda a Basilea la Junges Orchester, che nella vita reale si chiamava Basler Kammerorchester, con un profilo innovatore. Per non seguire pedissequamente gli eventi accaduti, Widmer colloca l'esordio dell'orchestra di Edwin, la Junges Orchester, nel luglio del 1927, invece la Basler Kammerorchester suonò per la prima volta il 21 gennaio dello stesso anno. Nel corso della narrazione tante altre differenze emergeranno fra la Storia e la fantasia dell'autore, ma il filo con la realtà storica non si spezzerà mai.

Sessant'anni di amore non corrisposto. Storia di una donna raccontata da suo figlioClara è figlia unica di un uomo arricchito che perde tutto il Venerdì Nero del 1929, un colpo che per lui sarà fatale e letale. Da un giorno all'altro Clara si ritrova povera in canna e scopre la parentela italiana del padre. Aveva cominciato a sostenere l'orchestra di Edwin da ragazza ricca, continuerà a ricoprire il ruolo di tuttofare indispensabile anche da nullatenente. Ha dei rapporti sessuali con Edwin che però non vuole null'altro da lei, e non la illude neppure.
La carriera di Edwin è in rapida salita, con il successo arriva anche il denaro e in un'orchestra di fama ormai mondiale di Clara ci sarà sempre meno bisogno. Edwin dirige nuove composizioni che entreranno nell'albo delle musiche più innovative del ventesimo secolo.
«In quel periodo lo Junges Orchester annunciò la prima assoluta di una nuova opera di Béla Bartók. Bartók l’aveva scritta per Edwin, su sua commissione. (E nel suo chalet di villeggiatura nei pressi di Adelboden, a essere precisi. Ebbro di felicità, aveva trascorso quattro settimane in una stanza che odorava di legno vecchio, senza mai leggere i giornali. Così si perse 108 diverse cosette, tra cui lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Edwin salì da lui in Rolls per riferirgli l’inimmaginabile. Bartók annuì, scosse la testa, deglutì; ma, ecco, non aveva ancora orchestrato il finale dell’opera e doveva subito rimettersi al lavoro.)»
Edwin passa attraverso le forche caudine del nazismo e della seconda guerra mondiale corazzato della sua musica, sposa una donna ricca e per Clara rimane solo l'omaggio floreale firmato E., che per molti anni le arriva puntualmente il giorno del suo compleanno. L'anno che non lo riceverà più rappresenterà lo spartiacque fra la vita e la morte, seppure non intesa in senso fisico.
Si sposa anche Clara e avrà un bambino che la seguirà passo passo, quasi mendicandone l'amore. I nervi fragili la faranno entrare e uscire da cliniche psichiatriche, finché non ne avrà abbastanza e morirà suicida a ottantadue anni.
Un'elegia, un requiem a una madre, a una donna, che ha investito tutta la sua vita sentimentale in un colosso dell'interpretazione musicale, che però non ha mai provato nulla per lei. Sessant'anni di amore non corrisposto e sessant'anni di storia svizzera ed europea. Un'epopea lirica, coinvolgente e istruttiva, scritta in una lingua brillante, in una tonalità dolente e ironica, compassionevole e distaccata.
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L'articolo SUL ROMANZO

sabato 6 aprile 2019


MADAMA DORÉ

Stelio Mattioni, “Il re ne comanda una”

di  6 aprile 2019

Dopo più di mezzo secolo dalla prima edizione di Adelphi, la casa editrice romana Cliquot ha ridato alle stampe – e bene ha fatto – Il re ne comanda una (2019) dello scrittore triestino Stelio Mattioni (1921-1997), scoperto e molto apprezzato da un altro grande triestino, il critico letterario e consulente editoriale Bobi Bazlen. Il romanzo era fra i cinque finalisti del Premio Campiello nel 1969, vinto poi da L’airone di Giorgio Bassani.
«Uno scrittore che mi pare del tutto eccezionale. Non somiglia a nessuno, ha un mondo fantastico proprio e di grande forza, ed è misterioso sul serio, senza nessuna compiacenza fumistica» scriveva di lui Italo Calvino a Elio Vittorini, e questo romanzo ne è testimone con la sua trama che sconfina nel surreale, con protagonisti improbabili che però vestono caratteristiche comuni e verosimili, con la sua ambientazione collocata con tanto di indirizzo al centro storico di Trieste, ma allo stesso tempo avulsa dalla realtà e atemporale. Una pièce teatrale, una favola pirandelliana precisa nei dettagli, vivida e inquietante.
Una giovane donna semianalfabeta, oppressa dal matrimonio con un ubriacone e dai debiti che questi ha contratto, si presenta con le sue due figlie alla porta del creditore di suo marito in cerca di una nuova vita che non può che cominciare con il riscatto dei debiti. La casa del creditore si rivela un microcosmo autonomo e completamente isolato dal mondo, comandato da Lui, il creditore.
Ognuno ha un ruolo in quel mondo a parte che comprende un laboratorio che produce qualcosa di misterioso, un giardino che si rivela una giungla, e un harem che Lui domina con complesse regole erotiche. La figlia più piccola sarà presto risucchiata dal padre che assedia, ubriaco, la casa, per riprendersi le sue donne. La figlia più grande, accomodante e lasciva, si inserisce invece nell’ingranaggio, mentre la madre combatte per ricavarsi un ruolo dignitoso, ma soccombe, e anche quando le si offre la libertà sceglie il mondo chiuso.
Il Sessantotto era anche ribellione femminista e Mattioni si rivela un attento osservatore della condizione femminile. Tina, la protagonista, è priva di mezzi economici ed intellettivi, è anche sola, abbandonata a se stessa. Ciononostante vuole provvedere alle due figlie e cavarsela. La sua fuga è un grido disperato, un atto cieco, e difatti finisce di nuovo in una condizione di sudditanza che non sa più abbandonare. Scopre però la sessualità: dopo quindici anni di matrimonio prova per la prima volta il piacere erotico e sarà questo a trovarle un posto nella gerarchia del microcosmo di Lui. Un mondo alienante e alienato, dove in fondo anche il ribelle tollerato è allineato, dove tutti sono infelici, eppure saggiamente accondiscendenti nei confronti del proprio destino. Perché secondo Mattioni combattere contro la sorte è invano.
I personaggi impensabili e la trama imprevedibile non sarebbero comunque sufficienti per spiegare l’effetto magico che questa lettura esercita sul lettore. La lingua colta, densa e precisa, le scelte lessicali a volte sorprendenti concorrono in misura determinante alla seduzione di quest’opera.  «Mattioni scrive divinamente. La sua lingua è schietta, come quella di un thriller di oggi, ma non troverete una parola fuori posto, una metafora poco efficace, un dialogo noioso, non troverete nemmeno un passaggio confuso» dice Alcide Pierantozzi nella prefazione.
Per descrivere Mattioni molti ricorrono alla definizione “kafkiana”. Claudio Magris, uno dei massimi esperti di letteratura triestina, precisa: «Mattioni è stato spesso definito – anche da me – “kafkiano”, ma la sua surrealtà ha poco a che vedere con Kafka e si inserisce piuttosto in quella tradizione fantastica, puntigliosamente descrittiva e sottolineata di Kubin e di altri, inclini – a differenza di Kafka – a spiegare la realtà oscura piuttosto che a farla vivere nella sua nuda oggettività».

(Stelio Mattioni, Il re ne comanda una, Prefazione di Alcide Pierantozzi, Cliquot, 2019, pp. 248, € 18,00 | Recensione di Andrea Rényi)

La recensione su Flanerì avesse avuto più ragioni di odiare