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venerdì 4 luglio 2014

Szabadság tér, ossia piazza della Libertà, Budapest, 2014

Secondo i dati dello Yad Vashem e dello United States Holocaust Memorial Museum, dei quasi 825mila ebrei residenti in Ungheria prima dell'inizio della seconda guerra mondiale 568mila perirono nella Shoah.

Il 19 marzo 1944 la Germania nazista invase e occupò l'Ungheria con la collaborazione del governo ungherese e grazie al sostegno dei nazisti ungheresi, le Croci Uncinate. Per commemorare il settantesimo anniversario dell'invasione che oltre ai quasi 570mila ebrei uccisi costò la vita anche a innumerevoli altri, e comportò in seguito la distruzione di Budapest e di buona parte del Paese, il governo Orbán avrebbe voluto inaugurare un monumento nella centralissima piazza Szabadság di Budapest - sede anche del monumento di epoca socialista ai soldati sovietici che liberarono l'Ungheria. Il monumento progettato addebita l'intera responsabilità della Shoah ungherese ai nazisti tedeschi, assolvendo di fatto gli ungheresi che spesso provvedevano da soli all'eliminazione degli ebrei che degli oppositori, dei rom, degli omosessuali, e di tutte le categorie umane in contrasto con le idee del nazismo.

Con sit in, manifestazioni, discorsi e forme di resistenza pacifica, da 84 giorni un pugno di coraggiosi, alcuni dei quali sopravvissuti alla Shoah e discendenti delle vittime, stanno rendendo impossibile l'inaugurazione del monumento, presidiato giorno e notte dalle forze dell'ordine, chiedendo una corretta interpretazione della Storia.
"Chi non conosce la Storia è condannato a riviverla."
Una coppia di miei amici, Judit Szász

e Gábor Sebő, mio compagno delle elementari e delle medie

sono fra i promotori e gli organizzatori della protesta. I loro nonni furono uccisi ad Auschwitz.

Raccogliendo oggetti, foto e ricordi delle vittime dell'Olocausto, il gruppo di resistenti ha costruito un monumento proprio, chiamato Monumento Vivo (nella foto oggetti dei miei amici):


Oggi è l'ottantaquattresimo giorno di protesta, accompagnata spesso da interventi di celebrità locali e internazionali, non necessariamente di origine ebraica, come per esempio Péter Esterházy, scrittore di fama mondiale, che ha parlato ieri:
Foto di Dániel Németh

Lo scrittore ha letto anche un breve brano tratto dal suo volume "La paura del democratico" pubblicato nel 1988: „Abbiamo ripetuto fino alla noia che essere democratico significa non avere paura. Non significa soltanto non temere il potere, gli avversari, il regime, tutta quella massa anonima. Ne è solo una parte. Significa soprattutto non aver paura di avere pensieri limpidi, di interrogarci, di porre tutte le domande che riguardano noi stessi. Solo dopo dobbiamo accorgerci della pagliuzza o della trave nell'occhio dell'altro. Non dobbiamo avere paura della paura."
Qualche giorno prima la piazza ha avuto l'onore di cantare l'Inno alla Gioia diretta da un altro illustre sostenitore, il grande direttore d'orchestra Ádám Fischer.
Alcuni degli organizzatori e promotori della manifestazione sono stati denunciati e hanno procedimenti penali in corso, perché hanno scritto o disegnato sul telo che copre il monumento in attesa di essere inaugurato; qualcuno di loro, come il mio amico Gábor, è stato portato via dalla polizia a forza viva dalla piazza e denunciato a piede libero.  

martedì 11 febbraio 2014

Katalin Karády, un'artista dimenticata e ritrovata

L'attrice e cantante Katalin Karády è tuttora una figura molto discussa della canzone e del cinema ungherese del ventesimo secolo.
Nata Katalin Kanczler (Budapest, 8 dicembre 1910 – New York, 8 febbraio 1990), è cresciuta in un sobborgo di Budapest in una famiglia proletaria come una dei sette figli di un calzolaio noto per i suoi comportamenti violenti e dispotici. Grazie ad alcune organizzazioni umanitarie da bambina riuscì a trascorrere cinque anni all'estero fra l'Olanda e la Svizzera, poi frequentò a Budapest l'istituto commerciale. Nel 1931, dopo la morte di suo padre, sposò un funzionario della dogana trent'anni più vecchio di lei, ma divorziarono presto. Iniziò a prendere lezioni di recitazione nel 1936 e poco dopo venne scoperta dall'editore Egyed che le suggerì di cambiare cognome. Fra il 1939 e il 1941 recita in vari ruoli nei migliori teatri di Budapest, ma il vero successo arriva con il suo primo film, tratto dal romanzo di Lajos Zilahy, "Primavera mortale", che la trasforma in star e sex symbol. In appena nove anni sarà la protagonista in venti film.
La sua vita privata è avvolta nel mistero ma era noto il suo legame con il generale István Ujszászy, il capo dei servizi segreti di Miklós Horthy.  

Nel marzo del 1944 i tedeschi occupano l'Ungheria e l'attrice, che nel frattempo ha conquistato il pubblico anche con la sua voce ruvida - Mindig az a perc, Hiába menekülsz, viene messa in disparte. Il 18 aprile la Gestapo la arresta per sospetto spionaggio, nei tre mesi di detenzione la torturano quasi a morte e si salva solo grazie all'intervento degli amici di Ujszászy. Sta molto male, ma trova ugualmente la forza di salvare un gruppo di bambini ebrei portati sul lungodanubio dove li attende morte sicura: li riscatta offrendo ai nazisti oro e gioielli e li porta a casa sua dove si prende cura di loro fino alla fine della guerra. 

Nell'estate del 1945 le giunge la notizia dell'assassinio di Ujszászy che la getta nella disperazione. Subisce un crollo tale da costringerla al letto per nove mesi. Nonostante i tentativi di integrarsi nel nuovo corso artistico filo-sovietico- esegue anche Katyusha, il potere la isola, il pubblico non le perdona la fulgida carriera sotto il regime di Horthy e non le rimane altra scelta che l'espatrio illegale, molto rischioso. Dopo un lungo vagabondaggio si stabilisce a New York dove apre un negozio di cappelli e trascorre ritirata gli anni che le rimangono. 

Quando le autorità ungheresi la invitano per il suo settantesimo compleanno, manda loro solo un cappello in risposta simbolica. Un'intera generazione di ungheresi - la mia - imparerà il suo nome solo dopo la caduta del Muro, con lei già morta. Riposa nel cimitero Farkasréti di Budapest, e per aver salvato la vita di bambini ebrei nel 2004 Yad Vashem l'ha insignito, postumo, del titolo di Giusto tra le Nazioni.







lunedì 13 gennaio 2014

James Joyce e l'Ungheria


Settantatré anni fa, il 13 gennaio 1941, scomparve James Joyce (1882-1941), che secondo alcune fonti fu l'insegnante d'inglese dell'ammiraglio Miklós Horthy, reggente d'Ungheria dal 1920 al 1944. Horthy fu allievo del futuro grande scrittore a Pola, nel 1904, all'istituto Berlitz, dove colui che in seguito  avrebbe rivoluzionato il romanzo inglese con il suo Ulysses, guadagnava due sterline la settimana per sedici ore di lezione d'inglese. 

In un interminabile flusso di coscienza Ulysses narra per seicento pagine un solo giorno nella vita del protagonista, il dublinese Leopold Bloom. Nato nel 1866, Bloom è l'unico figlio di Rudolph Bloom, un ebreo ungherese nato a Szombathely con il nome di Rudolf Virág (Rodolfo Fiore in italiano), emigrato in Irlanda dove cambiò nome e si convertì al protestantesimo, e di Ellen Higgins, un'irlandese di religione protestante. 



sabato 25 maggio 2013

Hungarian Hippies


Qualche giorno fa mi sono imbattuta in un numero di fine agosto 1968 della rivista ungherese Tükör (Specchio), con dentro un articolo sui primi hippies ungheresi. Come si evince dalla foto segnaletica sopra, non godevano dell'incondizionata approvazione da parte delle autorità.

Era solo un gruppo di venticinque ragazzi di circa vent'anni, tutti con un impiego regolare, e nel tempo libero si vedevano al ristorante Abbazia a Budapest. Indossavano jeans, avevano i capelli un po' più lunghi della media e sfoggiavano piccoli badge con scritte come I am a hippie, Draft beer not students, Hippy power, I'm a super man, Don't work, sleep!, Make love, not war! Una sera di giugno del '68 bevvero però qualche birra di troppo per salutare uno di loro in partenza per il servizio militare, e risposero male a qualche passante che li criticò per l'abbigliamento e per i capelli. Furono arrestati immediatamente, processati e condannati non a pene detentive, ma solo alla firma obbligatoria periodica alla polizia e varie limitazioni negli spostamenti come il divieto di uscire dal proprio quartiere. I giovani ungheresi potevano e dovevano avere solo reazioni positive a tutto, diceva la motivazione del giudice, perché la società magiara offriva loro le migliori opportunità. Nessun comportamento ribelle aveva ragione di esistere dietro la Cortina di Ferro.


giovedì 23 maggio 2013

Budapest, 1949, raduno internazionale

Un ospite dalla pelle nera, arrivato da lontano, concede autografi nelle vie di Budapest. Diecimila giovani da 84 Paesi hanno partecipato al Secondo Raduno Internazionale  della Gioventù, la cui organizzazione quest'anno l'Unione Democratica Giovanile Internazionale ha affidato ai giovani ungheresi 
I raduni internazionali dei giovani comunisti (acronimo ungherese: VIT -  Világifjúsági Találkozó) erano formidabili eventi politici negli anni della guerra fredda. Il primo fu organizzato nel 1947 a Praga, con la partecipazione di 17mila giovani provenienti da 71 Paesi. Due anni dopo, nel 1949, fu la volta di Budapest: in quell'occasione arrivarono 10mila ragazze e ragazzi da 84 nazioni. Nascevano amori, si consolidava la fede, direi fanatica, nell'ideologia comunista, e soprattutto si trascorrevano giorni spensierati, in grande allegria.

Una figura importante di questi miei ultimi tempi, Gianni Toti, incontrò proprio in quell'occasione a Budapest la ventenne Marinka Dallos; fra i due scoccò la scintilla, l'anno dopo Marinka era già sua moglie, e non molto dopo lei iniziò a dare il suo contributo fondamentale nella diffusione della cultura ungherese in Italia.

Una simpatica testimonianza di questo raduno è la tessera rilasciata a uno studente universitario italiano (nato nel 1925) per l'accesso gratuito a tutti gli stabilimenti balneari di Budapest.