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giovedì 9 aprile 2015

István Örkény

Spesso ci comprendiamo su cose particolarmente complesse, ma capita di non trovare un accordo su qualcosa di veramente semplice

"Buongiorno(1). Si affittano qui i materassini di gomma gonfiabili?"
"Cosa dice?"

"Forse ho sbagliato posto? Mi hanno detto che in questa baracca verde avrei trovato il deposito del Ministero del Commercio Interno."

"Questo è il deposito del Ministero del Commercio Interno. Ma noi diamo in affitto solo sedie sdraio, sci d'acqua e materassini di gomma gonfiabili."

"Benissimo. Avremmo bisogno di due materassini di gomma."

"Non capisco una sola parola. Sprechen Sei Deutsch?"

"Nicht deutsch."

"Parlo un po' di francese. Vu sprechen fransè?"

"Nicht fransè."

"Allora che lingua parla?"

"Purtroppo solo l'ungherese."

"Che tipo! Allora perché non parla in ungherese?"

"Secondo lei in che lingua dovrei parlare? Sono ungherese, sono nato in Ungheria, parlo esclusivamente l'ungherese. Quanto cosa il noleggio di un materassino di gomma?"

"Senta, non tenti di fuorviarmi. Frequento il terzo anno di Storia e di Filosofia, sono venuta qui in vacanza e per guadagnare qualche soldo."

"Ha fatto bene a venire."

"Lavoro mezza giornata, l'altra mezza sono in spiaggia. Se vuol sapere il mio ragazzo sta prendendo il sole là ed è anche membro della squadra nazionale di pentatlon."

"Perché lo dice con questo tono ironico?"

"Perché do in affitto solo sedie sdraio, sci d'acqua e materassini di gomma gonfiabili. Se ha dei retropensieri ha sbagliato indirizzo."

"Non ho retropensieri, mi creda, vorrei soltanto prendere a nolo due materassini di gomma gonfiabili."

"Bei uns ist vollkommene Glaubensfreiheit."

"Cosa ha detto?"

"Che da noi c'è libertà di religione. Gli stranieri domandano sempre se c'è la possibilità di andare a messa la domenica."

"Senta, lei ha studiato logica. Proviamo a fare una conversazione logica."

"Che strana lingua parla. Anche noi, in ungherese, usiamo la parola logica."

"Già che parliamo di libertà di religione: posso chiederle se crede in Dio?"

"Solo come Kierkegaard, nel compiuto. Capisce cosa intendo?"

"Più o meno. Che qualcuno oscillando sopra un abisso di 70 mila braccia possa essere felice… Conosce anche Teilhard de Chardin?"

"Non era obbligatorio ma ho letto due suoi libri in tedesco."

"E che ne pensa?"

"Dapprima ne ero entusiasta. Ecco un genio dell'epoca moderna… ma poi nella questione cruciale, quando comincia a far incrociare religione e scienza, prende un grosso granchio."

"Interessante. Più o meno la penso anch'io in questo modo. Ma se ci intendiamo tanto bene, come mai non riusciamo a venire a capo dei materassini di gomma?"

"Vulè vu noleggiare chelcscios?"

"Ci risiamo. Eppure siamo capaci di ragionare entrambi. Propongo di restringere il cerchio: che ne direbbe se chiedessi due sedie sdraio?"

"Come preferisce. Ne abbiamo con e senza parasole."

"Perfetto. E che sci d'acqua avete?

"Abbiamo tre misure. Quale desidera?"

"Nessuna, a me servono due materassini di gomma."

"Due che cosa?"

"Strano. Evidentemente questa unica parola non riusciamo a comprenderla."

"Si tratta di una parola composta. Materassino più gomma. Conosce la gomma? La gomma da cancellare? Quella dell'auto?"

"Ma certo."

"Sa che cosa è un materasso?"

"Non mi crederà mica un cretino?"

"Allora mettiamo insieme le due parole e mi dia due materassini di gomma."

"Qui ci dev'essere un malinteso. Da me si possono prendere a nolo solo sedie sdraio, sci d'acqua e materassini di gomma."

"Chiedo scusa, signorina."

"Non si preoccupi."

"Arrivederci."

"Auguri."
Spesso ci comprendiamo su cose particolarmente complesse, ma capita di non trovare un accordo su qualcosa di veramente semplice.

Da "Novelle da un minuto", 1968

(1) Nel testo originale "bacio la mano", il tradizionale saluto dei bambini ungheresi agli adulti e degli uomini alle donne.






venerdì 28 giugno 2013

István Örkény, Anarchici

Gli anarchici sono per lo più persone miti perché riservano furore e violenza ai ponti, alle linee ferroviarie, ai ministri e agli arsenali. 

István Örkény (1912 - 1979)

martedì 15 gennaio 2013

István Örkény, Memorie di una pozzanghera



Il 22 marzo 1972 piovve tutto il giorno e io mi raccolsi in un punto molto piacevole. Ve lo indico: di fronte al numero civico 7 di via Dràva, nel tredicesimo distretto di Budapest (capitale dell'Ungheria), dove il marciapiede ha degli avvallamenti. 
Vissi, campicchiai lì. Molti entrarono in me e usciti, si girarono per rimproverarmi, vituperarmi e per rivolgermi parole dure che non ripeto. Fui pozzanghera per due giorni e sopportai le offese senza una lamentela. Com'è noto, il 24 uscì il sole. Oh, che esistenza paradossale! Con l'arrivo del bel tempo mi prosciugai.
Cosa raccontare ancora? Feci bene il mio dovere? Mi comportai come si deve? Quelli del 7 di via Dràva si aspettavano altro da me? Non fa più differenza ma sarebbe utile saperlo perché si formeranno altre pozzanghere dopo di me. Abbiamo vita corta, i giorni contati, e mentre trascorrevo il tempo per strada è già cresciuta una generazione pronta all'azione, potenziali pozzanghere sognatrici, ambiziose che mi tartassano di domande, vogliono sapere da me che cosa succederà in quella buca tanto promettente.
Ma io sono stata pozzanghera solo per due giorni e in base alla mia esperienza posso solo dire che i toni erano quasi drastici, la via Dràva è spazzata dal vento e il sole riprende a splendere a ogni piè sospinto, quando non dovrebbe, ma almeno non dovetti scorrere giù per il canale... Ma che buchi, che avvallamenti! E che perdite d'acqua dai tubi! Pavimenti con crepe! Sono cose importanti, oggigiorno. Giovani, se volete darmi ascolto vi dico: avanti! Direzione via Dràva!

(Da "Novelle da un minuto"; trad. A. Rényi)

lunedì 7 maggio 2012

István Örkény, Un lettore scrupoloso



  • Vorrei parlare con Mihály Szlávik.
  • Non posso passarglielo ora ma le dico subito che se si tratta di un incidente, la macchina la possiamo prendere in consegna solo nel mese prossimo.
  • Mi ha cercato lui.
  • Perché non ha detto subito che vi conoscete? Che cosa ha la macchina che non va?
  • Non si tratta di un incidente. Sono appena tornato a casa e ho trovato un biglietto con il nome di Mihály Szlávik e un numero di telefono.
  • La prego di richiamare fra venti minuti, adesso tutta l'officina è in intervallo per il pranzo.
    *
  • Vorrei parlare con Mihály Szlávik.
  • Glielo passo subito.
  • Pronto, sono Mihály Szlávik.
  • Mi ha lasciato lei il suo numero?
  • Sì, mi sono permesso di farlo per domandarle una cosa.
  • Prego.
  • Ha tradotto lei il romanzo di Truman Capote, vero?
  • Sì, sono io il traduttore di Altre voci, altre stanze. L'ha letto?
  • L'ho letto e mi è piaciuto molto, ma ho notato qualcosa. Vorrei sapere perché i neri nel libro parlano diversamente rispetto agli altri?
  • Parlano diversamente?
  • Parlano come se fossero stranieri. Vorrei solo capire meglio, per questo glielo sto chiedendo.
  • Mi sembra di ricordare qualcosa. Vede, la traduzione risale a tre anni fa, l'ho dimenticata un po' ma mi ricordo di una cameriera con una cicatrice sul collo. Si sta riferendo a lei?
  • Anche a lei.
  • Allora si tranquillizzi pure. Mi ricordo molto bene che questa ragazza anche nel testo originale parla in un inglese stentato.
  • Cosa significa stentato?
  • Stentato è stentato. O no?
  • Non del tutto. Parliamo in modo stentato una lingua che non conosciamo bene. Può parlare male anche la propria lingua madre chi non ha studiato, chi è ignorante o è limitato. Ma sono due cose ben distinte.
  • Come parla allora quella nera?
  • Parla come una straniera che non conosce bene l'inglese. Questo mi ha colpito e mi sono permesso di chiamarla. I neri vivono negli Stati Uniti, in un ambiente anglofono, sono dunque di lingua madre inglese.
  • Ho incontrato degli zingari che vivono qui, in Ungheria, eppure parlano un ungherese stentato come se fossero stranieri.
  • Questo ragionamento sembra corretto ma non dimostra nulla. Gli zingari hanno infatti una loro lingua, ma non i neri.
  • Capisco. Non so cosa dire. Vorrei che mi credesse che sono un traduttore molto preciso, persino maniacale. Può ben credermi che la ragazza anche nel testo originale parla male l'inglese. In più, i revisori controllano la traduzione parola per parola...
  • I revisori possono commettere errori. La prego di dare un'occhiata a Hook Finn. Se non erro, l'ha tradotto Karinthy. In ogni caso, in Hucklebbery Finn il nero parla come un analfabeta, un uomo primitivo e non come uno straniero. Oppure quest'aspetto è irrilevante per un traduttore?
  • No, ma non ho tradotto io Huckleberry Finn. Che tra l'altro un romanzo di cent'anni fa.
  • Mi deve perdonare, ma questo conferma solo che ho ragione io. A cent'anni di distanza i neri  hanno imparato a parlare l'inglese solo meglio, e non peggio.
  • Credo che lei abbia ragione anche su questo.
  • Spero di non averla offesa.
  • Affatto. Ha detto cose su cui riflettere.
  • Purtroppo non parlo l'inglese, non ho potuto controllare il testo originale ma quei dialoghi mi hanno colpito. Volevo parlare con lei perché per me la chiarezza viene prima di tutto.
  • Ha fatto bene a chiamarmi.
  • Devo lasciarla perché il capoofficina mi sta bussando sul vetro. Per il resto la traduzione è ottima.
  • Arrivederci.
  • Le faccio tanti auguri.

    (Da "Novelle da un minuto", trad. di Andrea Rényi)


venerdì 4 maggio 2012

István Örkény, Sondaggio

Anche in Ungheria è stato istituito ed è già attivo il primo istituto di sondaggi dell'opinione pubblica.
Contiamo sulla vostra gentile collaborazione.
A scopo dimostrativo comunichiamo i risultati del primo sondaggio relativo all'opinione dei nostri cittadini sul passato, presente e futuro del nostro Paese. Per l'affidabilità del risultato, abbiamo chiesto a 2975 persone dalle più varie estrazioni, posizioni sociali, occupazioni e fedi religiose, di rispondere ai quesiti del seguente modulo:

1. Com'è il sistema attuale?
a) Buono
b) Cattivo
c) Non è né buono, né cattivo, ma potrebbe essere un tantino migliore
d) Vorrebbe emigrare a Vienna

2. Percepisce la solitudine dell'uomo del XX secolo?
a) Si sente molto solo
b) Si sente quasi del tutto solo
c) Per così dire, si sente completamente solo
d) A volte scambia due parole con il portiere dello stabile

3. Le sue esigenze culturali
a) Frequenta i cinema, le partite di calcio e le osterie
b) Qualche volta guarda fuori dalla finestra
c) Non si affaccia neppure alla finestra
d) Non è d'accordo con le tesi di Mao Tse-tung

4. Che formazione filosofica possiede?
a) Marxista
b) Antimarxista
c) Legge solo romanzi di Jenő Rejtő
d) E' alcolizzato

Risultato:
1. Negli ultimi vent'anni tutto è andato a meraviglia.
2. Anche ora va tutto benissimo, soltanto le corse della linea 19 sono rare.
3. Il futuro sarà persino migliore se infittiscono le corse della linea 19. 

(Dalle "Novelle da un minuto"; trad. di Andrea Rényi)

giovedì 15 marzo 2012

István Örkény, Con le unghie e con i denti

István Örkény



Prima di morire di inedia gli italiani facevano un chiasso assordante. Le altre nazioni, compresi i francesi, parenti degli italiani, andavano incontro alla morte con rassegnazione e scivolarono in silenzio, quasi impercettibilmente, in uno stato cristallino definitivo. Gli italiani facevano tutto diversamente e vivevano secondo le loro abitudini. Noialtri, per esempio, preferivamo le brande in basso, mentre loro cercavano le brande ai piani più alti dove faceva leggermente più caldo, ma poiché, raggiunto un certo grado di debolezza, non si riusciva più a scendere e a salire, era impossibile anche andare a fare i bisogni. Per gli italiani contava invece stare insieme e occupavano le brandine in alto secondo una complicata distribuzione regionale. Fra loro si rivolgevano chiamandosi non per nome ma per i nomi delle loro città d'origine. A volte l'aria era satura di nomi di città italiane. Per il resto si comportavano del tutto normalmente, tranne quando qualcuno si stava avvicinando alla fine. In quel caso c'era un improvviso brusio e si mettevano in moto da far tremare tutta la struttura di legno. La morte di un uomo sembrava sconvolgerli ancora, e non soltanto nessuno li rimproverava per lo schiamazzo, ma venivano circondati da un certo rispetto.

Una sera uscii dalla baracca e davanti alla porta mi scontrai con qualcuno. Faceva buio ma nel chiarore della neve notai dal suo berretto che era italiano.
- Non sai stare attento? - inveì contro di me.
- Mi rompi la testa e vuoi pure avere ragione? - risposi arrabbiato e stavo per proseguire, ma l'italiano non me lo permise finché non raccolse da terra quello che gli avevo fatto cadere. Poi si tranquillizzò.
- Dove hai imparato l'italiano? - domandò.
- Da nessuna parte.
- Eppure lo parli abbastanza bene.
- Perché a scuola avevo studiato il latino, in seguito ho girato l'Italia per lungo e per largo e qualcosa mi è rimasto attaccato.
Volevo andarmene ma mi trattenne per il braccio.
- Sei mai stato a Cremona?
- No.
- E a Verona?
- Ben due volte.
- Non stai mentendo?
- Lasciami il braccio.
Non mi lasciò andare. Guardandomi in faccia voleva capire se potevo essere stato due volte a Verona. Probabilmente giunse alla conclusione che era possibile perché prese a trascinarmi dietro di sé.
- Dove mi stai portando? - domandai.
- Non fare troppe domande.

Il mio italiano abitava nella parte più interna della baracca. In quell'angolo aleggiava un fetore dolciastro, nauseabondo, perché gli italiani non volentieri consegnavano i loro morti. Noi tutti trattenevamo i cadaveri anche per quattro, cinque giorni, perché quando, raramente, distribuivano del cibo, prima ci chiamavano a raduno per contarci. Più persone c'erano più razioni ricevevamo, cosicché tenevamo stretti fra noi i cadaveri mettendo loro in testa il berretto. Le guardie non se ne accorgevano mai e contavano i morti fra i vivi. Naturalmente da noi, vicino all'ingresso della baracca, faceva molto più freddo e i corpi diventavano maleodoranti più lentamente.
- Cremona! - l'italiano lanciò il grido in alto, nella direzione delle brande. - Pavia! Roma! Vicenza!
Li capivo abbastanza bene e loro capivano me, ma quando parlavano fra loro non afferravo una parola della loro parlantina svelta. Infatti, non mi era chiaro l'argomento della conversazione del cremonese con i suoi connazionali che alla fine lo invitarono a salire sulla branda più in alto.
Gamella con incisioni in italiano
- Hai con te la gamella? - domandò il cremonese.
- No – risposi.
- Non ce l'hai qui con te o non ne hai una?
- Non ho una gamella.
Sentii una risata nel buio.
- Sei un professore? - chiese l'italiano.
- Da che cosa lo deduci?
- Perché non hai neppure una gamella.
- L'avevo fino a ieri.
- E che fine ha fatto?
- Probabilmente me l'hanno rubata – dissi.
- Allora non puoi che essere un professore.
La battuta su di me professore doveva aver avuto successo perché le risate intorno diventavano sempre più forti. Poi abbassarono il tono, presero a sussurrare fra loro, e infine parlò il cremonese.
- Vorremmo offrirti qualcosa.
- Che cosa? Questa puzza? - domandai.
Riconosco di non essere stato particolarmente spiritoso, ma l'atmosfera era diventata piacevole al punto che potevo dire qualsiasi cosa e gli italiani avrebbero riso comunque. Qualcuno mi mise in mano una gamella tiepida. La annusai insospettito che quegli italiani bontemponi volessero solo prendermi in giro.
- Mangia tranquillamente – disse il cremonese. E' carne.
- Che carne?
- Fegato – disse il cremonese. - Ma è senza sale.
L'assaggiai. Era fegato veramente. Mangiando però mi venne in mente una diceria che avevo sentito riguardo ai cuochi. Avevo una fame terribile ma misi giù il cucchiaio.
- Che fegato è questo? - domandai al cremonese.
- Indovina.
- Non sarà mica di gatto?
- Perché dovrebbe essere di gatto?
- Perché ho sentito che il piatto preferito degli italiani è la carne di gatto.
Ci risero sopra di tale gusto che il cremonese ripeté tutta la conservazione a beneficio di quelli seduti più lontano. La seconda volta risero forse ancora di più.
Il fegato era duro come una suola di scarpa e completamente privo di sale, ma lo masticai e triturai con i denti con una tale forza che sarebbe bastata per spezzare anche il ferro.
- Qui non ho mai visto un gatto – dissi.
- Perché sei un professore distratto – commentò il cremonese.
- Questa carne non sa di gatto.
Calò il silenzio e tutti gli occhi furono puntati su di me.
- Allora che sapore ha?
- Sa di cuoco.
Non stavano più nella pelle. Si diedero degli spintoni e quando erano troppo stanchi dal ridere, bastò ripetere quello che avevo detto per far scoppiare di nuovo le risate. Il cremonese si aggrappò al bordo della branda per non cadere di sotto.
- Scommettiamo – aggiunse – che non hai visto né gatti né cuochi.
- E' vero – confessai.
Era vero, non avevo mai visto un cuoco lì. Non si facevano vedere. Avevo sentito che da quando avevano cominciato a scomparire, uscivano solo di notte e solo in gruppo dalla cucina.
- Grazie mille – dissi quando la gamella fu svuotata.
Zum Wohl – disse il cremonese. - Ma sarà meglio non parlare in giro di questo fegato.
Non lo racconterò a nessuno – dissi e scesi dalla branda.
- Se vuoi puoi venire anche domani sera – aggiunse il cremonese. - Se hai un po' di sale, portalo con te.
- Purtroppo non ne ho.
- Portati almeno il cucchiaio.
- Non ce l'ho – dissi.
- Avete sentito? - gridò il cremonese. - Al professore hanno rubato anche il cucchiaio.
Risero di nuovo. Ero seduto già sulla mia branda e sentivo ancora gli italiani prendermi in giro. Per ogni evenienza avvolsi negli stracci e sistemai rapidamente sotto l'alzata per la testa la mia gamella, il mio cucchiaio e il poco di sale che avevo in una boccetta da saccarina. Eravamo destinati alla morte per inedia, eravamo talmente magri da sembrare solo braccia e gambe e invano cercavamo aggrapparci con le unghie e con i denti, scivolavamo sempre più smilzi, rimpiccioliti verso una consistenza definitiva, cristallina.

(Dalle "Novelle da un minuto", traduzione di Andrea Rényi)

lunedì 12 marzo 2012

István Örkény, Casa



La bambina aveva solo quattro anni, poteva avere solo ricordi confusi e la mamma, per renderla consapevole dell'imminente cambiamento, la portò al filo spinato e le indicò il vagone ferroviario in lontananza.
- Non sei contenta? Questo treno ci riporta a casa.
- E cosa succederà allora?
- Saremo tornate a casa.
- Cosa significa "casa"? - domandò la bambina.
- Il posto dove avevamo abitato prima.
- Cosa c'è lì?
- Ti ricordi dell'orsacchiotto? Forse ritrovi anche le tue bambole.
- Mamma - fece la bambina -, ci sono guardie anche a casa?
- Non ce ne sono.
- Allora - fu la domanda della bambina - da lì potremo scappare?

(Dalle "Novelle da un minuto", traduzione di Andrea Rényi)

domenica 11 marzo 2012

István Örkény, In memoriam del dottor K.H.G.

Foto di Renato Martino Bruno
Hölderlin ist ihnen unbekannt? - domandò il dottor K. H. G. scavando la fossa alle carogne dei cavalli.
- Chi era costui? - fu la domanda della guardia tedesca.
- L'autore di Hyperion - spiegò il dottor K. H. G. Amava dare spiegazioni. - Il massimo esponente del romanticismo tedesco. E che dice di Heine?
- Chi sono tutti questi? - domandò la guardia.
- Poeti - rispose il dottor K. H. G. - Non conosce neppure Schiller?
- Sì, invece - replicò la guardia tedesca.
- E Rilke?
- Conosco anche lui - disse la guardia tedesca ormai rosso come un peperone, e con un colpo uccise il dottor  K. H. G.

(Dalle "Novelle da un minuto"; traduzione di Andrea Rényi)

mercoledì 15 febbraio 2012

István Örkény, L'automobilista

Il magazziniere József Pereszlényi si fermò con la sua Wartburg targata CO 75-14 davanti al giornalaio all'angolo.
"Una copia delle Notizie di Budapest, per favore."
"Purtroppo non ce ne sono più."
"Va bene anche una di ieri."
"Sono finite anche quelle. Ma per puro caso ne ho una dell'edizione di domani."
"Vi trovo i cinema?"
"I programmi dei cinema ci sono tutti i giorni."
"Allora mi dia l'edizione di domani" disse il magazziniere.
Tornò a sedersi in macchina. Sfogliò il giornale e consultò la programmazione dei cinema. Dopo breve ricerca trovò un film cecoslovacco, Gli amori di una bionda, di cui aveva sentito parlare bene. Lo davano al cinema Grotta Azzura in via Stàciò, e lo spettacolo iniziava alle cinque e mezzo.
Un buon orario. Aveva ancora un po' di tempo. Riprese a sfogliare il giornale del giorno dopo. Lo colpì la notizia di un certo József Pereszlényi, magazziniere, che aveva guidato la sua Wartburg targata CO 75-14 a velocità più sostenuta di quella consentita e non lontano dal cinema Grotta Azzurra, in via Stàciò, si era scontrato con un camion proveniente da direzione opposta. Il magazziniere imprevidente era morto sul colpo. 
"Ma guarda un po'!" disse Pereszlényi fra sé.
Gettò uno sguardo sull'orologio. Erano quasi le cinque e mezzo. Infilò il giornale in tasca, accese il motore e guidando a velocità più sostenuta di quella consentita si scontrò con un camion in via Stàciò, non lontano dal cinema Grotta Azzurra.
Morì sul colpo, con il giornale in tasca.


Dalle "Novelle da un minuto"


(Trad. Andrea Rényi) 

martedì 14 febbraio 2012

István Örkény, 1949

Su sua richiesta, il ministro degli Esteri László Rajk, vecchio combattente del Partito, è stato condannato a morte.
L'esecuzione ha avuto luogo all'insegna della reciproca fiducia e intesa, davanti a un numero esiguo di invitati.


(Da "Novelle da un minuto", trad. Andrea Rényi)

mercoledì 1 febbraio 2012

István Örkény, Pensieri in cantina

La palla, attraverso una finestra rotta, cadde nel corridoio di uno scantinato.
Una ragazzina, la figlia quattordicenne della portinaia, la raggiunse zoppicando. Il tram le aveva portato via una gamba, poverina, e lei era contenta quando poteva andare a raccogliere la palla per gli altri.
Nello scantinato regnava una semioscurità, lei tuttavia si accorse che in un angolo qualcosa si muoveva.
"Micetto!" disse la figlia dei portinai che aveva una gamba di legno. "Come sei capitato qui, micettino?"
Raccolse la palla e, come poté, si allontanò veloce.
Il vecchio sorcio, brutto e puzzolente - lui che era stato scambiato per un micino - rimase interdetto. Nessuno gli aveva mai parlato in quel modo.
Prima di allora l'avevano sempre disprezzato, gli gettavano addosso del carbone oppure scappavano via spaventati.
In quel momento e per la prima volta gli venne di pensare a come sarebbe stato tutto diverso se il destino l'avesse fatto nascere gatto.
Anzi dato che siamo degli inguaribili scontenti, continuò a procedere nelle sue fantasticherie. E se fosse nata figlia della portinaia con una gamba di legno?
Ma quella era ormai una cosa troppo bella. Non riusciva neanche a immaginarsela.

Da "Novelle da un minuto", e/o, 1988, traduzione di Gianpiero Cavaglià

sabato 21 gennaio 2012

István Örkény, Gli ungheresi

I gelati li ha inventati un pasticcere di Catania, di nome Ugo Riccardo Salvatore Giulio Girolamo B.
Quando li abbia inventati è ancora materia dibattuta, ma adesso non perdiamo tempo con questo, diciamo che era più o meno l'epoca in cui inventarono la stampa.
Ugo non inventò solo il gelato ma anche il cono di cialda e l'annesso carrettoni. (Questo è l'ordine delle cose. Non è neanche immaginabile, ad esempio che Irinyi inventasse i fiammiferi e qualcun altro la scatola. O che Ehrlich inventasse solo il salvarsan e qualcun altro la sifilide. Cose simili non capitano). Dopo avr completato in tal modo l'opera, Ugo la portò in giro per il mondo.
Percorse la Lodomeria, la Bessarabia, il Tirolo, la Borgogna, il Brandeburgo e la Capitaneria dei Vendi. L'accoglienza che ricevette è immaginabile ma non descrivibile! Dovunque arrivava lui con il suo carrettino si radunavano grandi e piccini del luogo, denaro alla mano, l'acquolina in bocca e aspettavano con il cuore pulsante i gelati di lampone, fragola, cioccolata, limone o pistacchio. Ugo dava a tutti quello che chiedevano e, per evitare ai suoi clienti esperimenti inutili, insegnava anche loro che il gelato  va semplicemente leccato.
Lo accoglievano dovunque con grida di gioia, erano tristi quando se ne andava e non vedevano l'ora che ritornasse.
Una volta infine capitò anche nella terra dei magiari, ovvero in Ungheria. Qui però il re aveva appena imposto una nuova tassa sul sale e in tutto il paese grandi e piccini non volevano parlar d'altro che della tassa sul sale e la cosa in se stessa era già un'offesa per la vanità di Ugo. In grane ambascia, provvide il carrettoni di un campanello, e a quelli che a gran fatica si radunavano al suono del campanello lui mostrava con infiammato zelo i suoi gelati.
I magiari però non lo degnavano di uno sguardo. Non sentivano la calura estiva e quindi non desideravano neppure il refrigerio dei gelati, perché avevano in mente soltanto la tassa sul sale. Invano Ugo spiegava che potevano pensare a quel che volevano, perché il gelato basta leccarlo; loro dicevano, grazie, abbiamo ben altro da leccare. Ma, rispondeva Ugo, mortalmente ferito da quella sorda indifferenza, i suoi gelati erano di gusti differenti. A loro invece - rispondevano quelle teste di legno degli ungheresi - bastava leccarsi le dita, perché anche quelle avevano tutte e cinque un gusto diverso. E quando Ugo volle continuare a illustrare la verità di quel che diceva, gli tirarono dello sterco di cavallo, convinti com'erano che gelati in quella lingua primitiva significasse "viva la tassa sul sale!". E una  cosa del genere non si poteva lasciare impunita.
Il povero Ugo, fiaccato nel corpo e nell'animo, spinse il suo carrettino fino alla contea di Zara e lì lo caricò su una nave per tornare in patria. Sul letto di morte, circondato dai gelatai italiani, riuscì a dire soltanto: "Gli ungheresi... gli ungheresi...". E poi rese l'anima.
Da "Novelle da un minuto", e/o, 1988, traduzione di Gianpiero Caviglià