mercoledì 31 dicembre 2014

Dieci piccoli consigli per il ‘15 di Alessandro Gilioli


Poi ognuno ne faccia quel che crede, ovviamente.
1. Se qualcuno vi dice “la soluzione è semplice”, diffidatene e – se è un politico – cercate di non votarlo. La soluzione oggi non è mai semplice perché abbiamo costruito una società complessa. Certo, una soluzione complessa implica più fatica non solo a essere elaborata ma anche a essere comunicata, eppure ha di certo qualche probabilità in più di funzionare rispetto a quella semplice.
2. Se un politico vi fa innamorare, o comunque provate verso di lui/lei una forte empatia emotiva, siete probabilmente sulla strada del carisma e della delega in bianco, quindi della sospensione della critica. Insomma, della dittatura. Poi, se vi piace azzerbinarvi, fate pure: ma almeno siatene consapevoli.
3. Ogni volta che criticate un politico avversario per qualcosa, chiedetevi se sareste altrettanto severi verso un politico della vostra parte. Se la risposta è no, la soluzione non è smettere di criticare il politico avversario, ma farlo anche con quello che vi piace. Ah, si chiama onestà intellettuale.
4. Un lasso di tempo superiore alle due ore trascorso a difendere il vostro partito o leader su Facebook o altrove non è sano, chiunque sia il vostro interlocutore e qualunque sia il vostro partito o leader. Oltre le tre ore, siete da considerare clinicamente morti e quindi buoni per l’espianto.
5. Se vi piace seguire per più di quindici minuti una conferenza/show di Renzi, Grillo, Berlusconi o Salvini e non siete obbligati a farlo per motivi professionali, parlatene con qualcuno che vi vuole bene. Se non ce l’avete, questa potrebbe essere la causa del fatto che vi piace seguire una conferenza show di Renzi, Grillo, Berlusconi o Salvini. Nel caso, parlatene con un professionista.
6. Ricordate, in particolare, che per essere politicamente attratti da Salvini non è necessario essere stupidi, razzisti, livorosi e un po’ fascisti: tuttavia ciò aiuta.
7. Chiunque oggi azzecchi qualche congiuntivo, in Italia, viene accusato di essere radical chic. Se siete normali cittadini, fregatevene e parlate come vi hanno correttamente insegnato alle medie. Se siete politici che dovete conseguire consenso a “La Gabbia”, allenatevi a sbagliarli.
8. L’anno scorso Francesco Piccolo è diventato lo scrittore di regime per antonomasia spiegando che la mediazione al ribasso è cosa giusta e di sinistra. Se condividete questa visione della sinistra, per portarvi avanti l’anno venturo teorizzate il compromesso anche con la prostituzione intellettuale, lo spaccio di stupefacenti e i cori razzisti allo stadio: in questa logica, infatti, l’importante è essere come tutti, non un po’ meglio del peggio. Se non la condividete, no: e provate per contro a migliorare voi stessi e chi vi circonda.
9. Se avete meno di trent’anni e nessun vincolo familiare, sarete tentati senz’altro di cambiare Paese. Qui più che un consiglio, la mia è una preghiera: vi capisco, ma non lasciateci soli a lungo. Se una speranza questo Paese ce l’ha, passa soprattutto attraverso chi ha tenuto un po’ il naso fuori.
10. Per il resto, le solite cose: amate, che è divertente e spesso porta a essere amati, che pure è divertente. Ridete, molto. Ricordate chi vi ha fatto del bene o avrebbe voluto farvene. In generale, cercate di non fare male a nessuno: ma tenete anche conto che un segno molto piccolo lasciato su un’auto molto grossa da molte ore in seconda fila vi verrà facilmente perdonato dal Signore, dagli dei o dal Karma.

 

Ancora "Anna Édes"

I migliori libri 2014: un elenco stilato dal fotogiornalista e saggista Massimiliano Di Pasquale, specializzato soprattutto in politica e cultura ucraina. Molto interessante per chi si interessa di letteratura esteuropea, e in mezzo c'è anche "Anna Édes". Piccole grandi soddisfazioni di fine anno.

martedì 30 dicembre 2014

Una poesia attribuita a Saint-Exupéry


Circola in rete, questo bel testo, ed è attribuito a Saint-Exupéry, creduto un brano tratto da Il Piccolo Principe. Dopo un attento controllo però risulta estraneo al libro, eppure è talmente bello che vale la pena conservarlo.

"È una follia odiare tutte le rose perché una spina ti ha punto, abbandonare tutti i sogni perché uno di loro non si è realizzato, rinunciare a tutti i tentativi perché uno è fallito. È una follia condannare tutte le amicizie perché una ti ha tradito, non credere in nessun amore solo perché uno di loro è stato infedele, buttare via tutte le possibilità di essere felici solo perché qualcosa non è andato per il verso giusto. Ci sarà sempre un’altra opportunità, un’altra amicizia, un altro amore, una nuova forza.
Per ogni fine c’è un nuovo inizio."
Autore sconosciuto

Testo originale in circolazione in rete:


  1. It's complete madness to hate all roses because you got scratched by one thorn.
    To give up all your dreams, because one did not come true.
    To give up on your efforts, because one of them failed.
    To condemn all your friends, because one of them betrayed.
    Not to believe in love, because someone was unfaithful.
    Remember that another chance may come up.
    A new friend. A new love. A new life. Never give up on anything.
    - Unknown -

lunedì 29 dicembre 2014

venerdì 26 dicembre 2014

Madonna Esterházy



Fino all’11 gennaio del 2015 nella Sala Alessi a Palazzo Marino, la cinquecentesca sede del Comune di Milano, è ospitata la Madonna Esterházy di Raffaello Sanzio. La splendida opera dipinta dal genio del Rinascimento nel 1508 proviene dal Museo delle Belle Arti di Budapest (Szépművészeti Múzeum). Si tratta di un prestito eccezionale, ma anche del preludio alla grande mostra di Palazzo Reale nel 2016 che porterà a Milano i capolavori conservati nel museo della capitale ungherese.  

La mostra è anche l’occasione per ricordare le vicende legate a questa tela, soprattutto il clamoroso furto, considerato il più clamoroso furto d'arte dai musei del XX secolo.  Nel 1983, approfittando dei lavori di restauro al museo di Budapest, un gruppo di malviventi italiani trafugò sei opere d’arte tutte di scuola italiana su commissione di un magnate greco, tra cui la Madonna Esterházy, insieme ad altri quadri di Raffaello, Giorgione, Tintoretto e Tiepolo. La notizia fece il giro del mondo e le indagini scattarono immediatamente finché questa sorta di intrigo internazionale non fu sciolto con il ritrovamento di tutti i capolavori in un convento in Grecia ormai sconsacrato e i ladri tutti arrestati.

Il catalogo che Skira ha pubblicato in occasione della mostra, è la prima monografia critica completa sull'opera, e io ho avuto il piacere di contribuire con la traduzione.









venerdì 12 dicembre 2014

Kosztolányi - Il male a giudizio



Onore ai piccoli. E anche ai piccolissimi. Da almeno una quindicina d'anni a garantire la diffusione italiana dell'ungherese Dezső Kosztolányi (1885-1936) ci pensano loro: i piccoli, a volte piccolissimi editori di qualità. Sellerio nel 2000 con la novella Allodola, Castelvecchi e Mimesis nel 2012 rispettivamente con il romanzo storico Nerone (che fu ammirato perfino da Thomas Mann) e con il mosaico di racconti Kornél Esti. Adesso tocca a una coraggiosa sigla milanese, Anfora, presentare in forma integrale il capolavoro Anna Édes nella curatela congiunta di Andrea Rényi e di Mónika Szilágyi (per informazioni www.edizionianfora.net). E' l'anello che mancava per apprezzare pienamente la grandezza e la complessità di uno scrittore che, nei primi decenni del Novecento, anticipò atmosfere e situazioni poi riprese dal più giovane connazionale Sándor Márai. Ma se l'autore delle Braci dispiega al meglio il suo talento nelle sottigliezze inespresse dei sentimenti maschili, la forza di Kosztolányi risalta in tutta la sua originalità nel tratteggio dei personaggi femminili. Anche Anna Édes è un romanzo prevalentemente di donne, a partire dalla protagonista, sorta di "mite" dostoevskijana scaraventata dal destino nella convulsa Budapest del primo dopoguerra. L'effimero regime comunista di Béla Kun è appena tramontato, i soldati romeni hanno occupato la capitale e intanto la borghesia locale cerca di rialzare la testa. In casa Vizy, nella fattispecie, c'è un problema con la servitù. La signora avrebbe bisogno di una buona domestica, ma che sia affidabile e lavoratrice, che non rubi né amoreggi, che non abbia pretese e non la pianti in asso troppo presto. Qualità che sembrano concentrarsi come per incanto nella dolce Anna (édes in magiaro significa appunto "dolce"), una campagnola di neppure vent'anni che sopporta più di quanto lasci trapelare. All'inizio, per esempio, resta quasi soffocata dall'odore di canfora che permea l'appartamento, ma dopo un po' finisce per adattarsi. Perché adattarsi è il talento di Anna e, nello stesso tempo, la condizione che la trascinerà nella tragedia.
Duro dramma sociale e raffinata indagine psicologica, Anna Édes non si esaurisce in nessuna di queste dimensioni, come giustamente osserva lo specialista András Veres nella nota riportata in appendice al volume. E' una meditazione sul male, piuttosto, e più precisamente sul segreto che ogni male - compiuto o subìto - nasconde dentro di sé. La trasformazione della ragazza da fedele fantesca a a spietata assassina  non è spiegata e forse, lascia intendere Kosztolányi, non è neppure spiegabile, dato che la stessa Anna pare l'enigma di cui è portatrice. Da ultimo resta spazio solo per la pietà, per l'esercizio di una misericordia che renda possibile immaginare un paese "dove tutti sono padroni e servitori insieme". Questo è il regno di Cristo, spiega uno dei personaggi, il medico Moviszter, unica voce dissonante rispetto a una società votata, sia pure con sfumature e accenti differenti, al culto della "materia onnipotente".
Anna, che ogni notte osserva incantata la luce accesa sul muro di fronte alla sua finestra, potrebbe rappresentare l'eccezione a questa regola non scritta. Nella sua semplicità, capisce subito  che "tutte le lampade sono più splendenti di una stella. Tener fede a questa intuizione, però, è più difficile di spazzare il pavimento o di preparare la cena. Anna non ce la farà e quella frase, incastonata da Kosztolányi in una prosa altrimenti asciutta e vigilata, resterà come l'indizio di un'occasione perduta per sempre. Noi tutti, infatti, siamo cattivi giudici degli altri, ma non ci inganniamo mai tanto come quando ci illudiamo di giudicare noi stessi.

Alessandro Zaccuri

Su "Avvenire", 12 dicembre 2014

domenica 7 dicembre 2014

Rudolf Balogh, fotografo di guerra


Rudolf Balogh (Budapest, 1879-1944) fu uno dei più grandi fotografi ungheresi del ventesimo secolo, autore anche di centinaia di immagini della Prima Guerra Mondiale. Pubblico tre delle foto di guerra attualmente esposte a Parigi.
Visita del principe Giuseppe in un ospedale di campo - Isonzo, 1916

Tomba di un commilitone

Marcia difficile V - Ussari in un paesaggio innevato

giovedì 4 dicembre 2014

Dezső Kosztolányi, Anna Édes, recensione di Michele Lupo su Flanerì


Dezső Kosztolányi per chi scrive è stata una piacevole sorpresa.
Non lo avevo mai letto prima, sebbene in Italia circolassero da tempo traduzioni da diversi suoi libri. Si tratta di un poeta e narratore ungherese la cui vita è stata incastonata in un periodo (1885 - 1936) fra i più straordinari della letteratura europea. Nel romanzo Anna Édes(1926) ora tradotto da Anfora edizioni, sembra riassumerne alcuni temi decisivi: il crollo della vecchia borghesia mitteleuropea, la crepa rovinosa che si apre nel suo snobismo classista, la torbida pulsione erotica che ne scuote le fondamenta, l’intreccio fra preziosismo estetico (non ultima, la pretenziosità degli arredamenti privati che il bolscevismo pensava di smantellare) e un’insana, polverosa inquietudine verso l’esterno. Ma quel che più conta, per chi sa qualcosa della straordinaria narrazione culturale costruita intorno al Danubio, di finis Austriae e dintorni, il piano sociologico è interessante perché scivola ineluttabilmente verso quello esistenziale – e l’esito, feroce quanto inatteso del romanzo, lo conferma.
Nella casa di una famiglia benestante della Budapest del primo dopoguerra finisce Anna, una povera serva, timida e taciturna (per inclinazione personale e legge non scritta dei padroni). È costretta a vedersela con un funzionario ministeriale ligio al dovere, nemico dichiarato dei comunisti, e soprattutto con una donna francamente insopportabile, la di lui moglie, la cui vita, fatta eccezione per la parentesi di qualche ora passata in stato d’arresto come sospetta controrivoluzionaria (stava scrollando la tovaglia nel balcone e il gesto venne interpretato come un segnale per i suoi presunti complici) sembra concentrarsi nella ricerca di una domestica come si deve. Ai Vizy difatti nessuna sembra mai all’altezza della situazione – gli amici intanto tengono a sottolineare che andrebbero chiamate serve e basta, ché quella è la loro “natura” e che il mondo è sempre stato diviso fra servi e padroni, alla faccia del comunismo che per un breve lasso di tempo si era illuso di approfittare dello sfascio dell’Impero – asburgico – per prendere il potere nella città. La signora Vizy sottopone Anna a tutte le prove possibili, crea persino le condizioni perché ceda alla tentazione di rubare nella loro casa, ma niente, Anna è irreprensibile. Di sicuro poi è l’ultima a cui parrebbe venire in mente di concedere facilmente le proprie grazie con facilità a chiunque.
La tensione anche immotivata ma persistente in una casa di benestanti che non sanno però godere della loro condizione (specie la moglie), timorosi come sono, comunismo o meno, di perdere il loro status, proprio nel momento in cui sembra placarsi perché Anna dopo l’avvio farraginoso s’impone come la serva perfetta da sempre agognata, finisce per esplodere perché Anna serva perfetta lo è davvero, almeno se consideriamo perfetto un cliché: un giovane parente, estroso e malandrino quanto basta, prova a portarsela a letto e la ragazza, a dispetto della sua ritrosia e discrezione, sembra proprio non aspettare altro – che serva perfetta sarebbe sennò? Di lì si giunge a un esito che non riveliamo, degno però di un romanzo straniante che ci spalanca davanti l’abisso dell’irrazionale fin troppo noto al Novecento.
Un libro ben costruito, tragico ma ricco di tratti grotteschi; e di sicura abilità descrittiva. I personaggi hanno una riconoscibile cifra espressiva. Funzionano i dialoghi, ben calibrati nel contesto; l’ambientazione è ricca (senza essere prolissa) di dettagli che restituiscono bene il clima della casa (unità di luogo della vicenda). Una bella scoperta, che dobbiamo alla cura e alla traduzione di Mónika Szilágyi e Andrea Rényi.
 
(Dezső Kosztolányi, Anna Édesa cura di Mónika Szilágyi, trad. di Andrea Rényi, Anfora edizioni, 2014, pp. 200, euro 15)

3 Dicembre 2014



martedì 2 dicembre 2014

Anna Édes, di Dezső Kosztolányi - recensione di Patrizia Rinaldi

Anna Édes

Anna Édes, di Dezső Kosztolányi

Mentre l’Europa economica e politica offre incertezze, qualcuno prova a renderla unita con la letteratura. Così mentre l’Ungheria contemporanea sta attraversando un momento politico buio e poco detto, è evidente la necessità della pubblicazione del romanzo “Anna Édes” di Dezsö Kosztolányi, traduzione di Andrea Rényi e Mόnika Szilágyi, Edizioni Anfora.
Dezsö Kosztolányi è uno dei più grandi scrittori ungheresi del primo Novecento, amato da Sándor Márai, seguito con entusiasmo da Thomas Mann. 
Kosztolányi dà inizio al romanzo con la fuga di Béla Kun che lascia Budapest e la caduta dei Rossi per passare poi a descrivere la vita e le abitudini sociali degli abitanti del quartiere borghese Krisztina a Buda dove padroni e serve conservano ruoli, cedimenti e cattivi presagi. Le vicende private dei personaggi principali accompagnano eventi storici determinanti: l’ultimo giorno della Comune, l’occupazione di Budapest da parte dell’esercito rumeno, l’entrata a Budapest di Miklós Horthy, la firma del Trattato del Trianon.
La signora Vizy, moglie di un consigliere ministeriale, cerca la cameriera sognata, che non rubi, soprattutto, che non sia individuo autonomo, che non abbia nessuna esigenza oltre quella di servirla al meglio. Il portiere del condominio, altra figura perfettamente narrata nella sua vocazione principale di seguire il vento più forte, le presenta sua nipote Anna Édes (édes in ungherese significa dolce).
La diciannovenne Anna diventa il sogno incarnato della incontentabile e avara signora Vizy. Sa produrre lavoro e pare le interessi solo questo. Sembra nata per accontentare le esigenze della signora, non ha grilli per la testa, non ruba. Non chiede.
La macchina familiare può procedere con il lavoro altrui che la alimenta, non ci sono distrazioni. Vizy può essere invidiata mentre conduce una vita immersa nell’assenza dell’attenzione dell’altro. Anna rinuncia addirittura a sposarsi e conferma il sogno di Vizy. La richiesta erotica di Jancsi, il nipote della padrona, ospite temporaneo degli zii, in fondo partecipa ai suoi compiti. La descrizione attenta degli incontri sessuali tra serva e padrone sono l’ennesimo monito del romanzo alla nostra contemporaneità. Eppure di Anna il lettore non sa: non coglie cosa la anima, i misteri dei suoi meccanismi in apparenza semplici. Forse l’unico dato è la lontananza dalla passione che poi la raggiungerà violenta, in un crescendo di gesti, di vortice inatteso.
Questo romanzo di grande valore, che preferisce in ogni pagina l’impressionismo alla retorica, ci annuncia e non svela il mistero dell’esplosione sottesa dei fatti privati e storici. La tensione, in apparenza distante, ci avverte che in ogni possibile apparenza antalgica si cela l’esplosione minuziosa del presente come nella disgregazione notissima della sequenza di Zabriskie Point.
Recensione di Patrizia Rinaldi

Pubblicata su MeLoLeggo il 2 dicembre 2014

martedì 18 novembre 2014

Daniele Petruccioli, Falsi d'autore



"E qui arriviamo a un'altra delle nostre scomode verità. Così come non possono esistere due musicisti che interpretino lo stesso brano nello stesso identico modo, così come mai ci saranno due messe in scena uguali dello stesso testo, così come è impossibile ascoltare due attori recitare uno stesso monologo alla stessa maniera, alla stessa stregua non possono esistere due traduzioni identiche.

E invece di godere di questa ricchezza, invece di bearci della creatività insita in questo mestiere, noi cosa facciamo? Andiamo in cerca della Traduzione Definitiva, della Traduzione Esemplare. Ci inventiamo cinquecento criteri di un'arbitrarietà allucinante pur di illuderci di poter arrivare a un unicum, allo specchio dell'Originale. Una volta è lo Stimatissimo Studioso, un'altra il Grande Letterato, un'altra ancora lo Scrittore che Traduce lo Scrittore."

"Bisogna uscire dalla menzogna che esista una traduzione neutra, più vicina all'originale, e una libera, per così dire autoriale. Non è così. Ogni traduzione è autoriale anche quando fa finta di no, a prescindere dai principi su cui si basa e dalle intenzioni che dichiara. Ogni traduttore produce una sua espressività diversa e specifica (nel senso di specificamente sua), legata al romanzo che traduce ma anche a se stesso, alla sua personalità e al suo talento. Inseguire la traduzione corretta, la traduzione neutrale, è una chimera."

mercoledì 12 novembre 2014

Miklós Radnóti, Non posso sapere...

Miklós Radnóti (1909-1944) - la foto è stata trovata addosso al suo cadavere nella fossa comune di Abda, insieme ad altre foto e un taccuino contenente le sue ultime 10 poesie scritte nel lager e durante la marcia forzata verso l'Ungheria
Una delle più belle poesie ungheresi, qui interpretata da uno dei più bravi attori ungheresi, Áron Őze:

Nem tudhatom… (Non posso sapere…), con i sottotitoli in italiano. Per comodità, ne riporto qui la traduzione italiana di Gianni Toti e Marinka Dallos: 

Io non posso sapere che cosa significhi per un altro, questo paesaggio
per me è la patria, è dove sono nato, questo piccolo Paese
abbracciato dalle fiamme, il mondo della mia infanzia lontana.
Da lui sono cresciuto, come un tenero ramo dal fusto dell'albero,
e spero che anche il mio corpo affonderà dentro questa terra.
Sono a casa. E se qualche volta si inginocchia ai miei piedi
un cespuglio, io ne conosco anche il nome, e il fiore,
io so dove va e chi va per la strada
e so che cosa può significare in un tramonto d'estate
il rosseggiante dolore che cola dai muri delle case.
Per chi vola qui sopra, questo paesaggio è una carta geografica,
e non sa dove abitava, qui, Mihály Vörösmarty1,
che cosa nasconde per lui questa carta geografica? Una fabbrica, una caserma,
ma per me nascondo la cavalletta, il bue, la torre, la mite fattoria;
lui vede la fabbrica attraverso il binocolo, le terre coltivate,
e io vedo anche il lavoratore, che trema per il suo lavoro,
il bosco e il fischiettante frutteto, la vigna e le tombe,
e tra le tombe una nonna che piange silenziosa,
e ciò che dall'alto è solo una ferrovia da annientare o un'officina,
è la casa cantoniera, e la guardia ferroviaria le sta davanti e manda messaggi,
bandiera rossa nella mano, e intorno ci sono molti bambini,
e nel cortile delle fabbriche un mastino si rotola per terra:
e là il parco, le tracce dei vecchi amori,
il sapore dei baci d'una volta sa di miele, una volta era d'uva orsina nella mia bocca
e andando a scuola, sull'orlo dei marciapiedi
per non essere interrogato quel giorno, feci un esorcismo saltando una pietra,
ecco qui la pietra, ma dall'alto non è neppure visibile,
non esiste uno strumento che veda tutto questo.
Ma anche noi siamo colpevoli, come gli altri popoli,
e sappiamo in che cosa abbiamo peccato, quando, dove e come,
ma anche qui vivono lavoratori, e anche poeti, senza colpa,
e poppanti in cui cresce l'intelletto,
e fa luce in loro e, nascosti nelle cantine buie, lo conservano,
finché non scriverà un segno sulla nostra patria il dito della pace
e sulle nostre parole soffocate, un giorno con fresche parole essi risponderanno.
Vigilante nuvola notturna, distendi su di noi le tue grandi ali.

17 gennaio 1944

1Grande poeta e scrittore ungherese (1800-1855).


domenica 2 novembre 2014

Tradurre la poesia




"Tradurre è sempre difficile. Anche il poeta traduce qualcosa: dal mondo apparentemente razionale trae folgorazioni liriche che apparentemente sembrano allontanarsi da una razionale corrispondenza tra realtà e parola, ma che in realtà scoprono rapporti prima segreti e in effetti più veri, anche se la novità della loro rivelazione turba la visione consueta delle cose. I traduttori che non comprendono ciò, che si rifugiano in “operazioni lessicalizzanti”, e che “trasferiscono” semplicemente, sciogliendo i nodi che il poeta ha stretti, riconducono la folgore nella nuvola, aboliscono il gesto creativo e liberatore."

Gianni Toti  

lunedì 27 ottobre 2014

Miklós Radnóti, Scritto verso la morte


Cinquant’anni fa, nel novembre del 1964, correva il ventesimo anniversario della morte di una delle più belle voci poetiche ungheresi, Miklós Radnóti, e per la ricorrenza in Italia furono pubblicati ben due volumi di sue poesie, selezionate e tradotte da due coppie di poeti e traduttori italo-ungheresi: Edith Bruck con Nelo Risi, e Marinka Dallos con Gianni Toti.
Miklós Radnóti (Budapest, 5 maggio 1909 – Abda, 10 novembre 1944) fu uno dei massimi poeti ungheresi, a lui i lettori ungheresi sono grati anche per le ottime traduzioni di poesie francesi. In seguito alle leggi razziali dovette abbandonare la cattedra di insegnante, fu perseguitato, rinchiuso in campi di concentramento e infine ucciso. Rintracciato in una fossa comune, nella tasca del suo cappotto fu trovato il suo ultimo taccuino di versi.
Scritto verso la morte, la raccolta di Marinka Dallos e Gianni Toti, ebbe numerose recensioni, fra le quali quella molto favorevole del Premio Nobel Salvatore Quasimodo. Negli anni ’60 era opinione diffusa che la letteratura dell’antifascismo avesse prodotto solo testimonianze documentarie, ma non opere letterarie vere e proprie. Ne era convinta anche Ingeborg Bachmann, prima di ricevere una copia di Scritto verso la morte; Bachmann la apprezzò al punto di farne avere una copia anche a Hans Magnus Enzensberger, il quale rimase profondamente colpito e decise di promuovere la traduzione tedesca dei versi del grande poeta ungherese. Le poesie di Miklós Radnóti suscitarono l’entusiasmo anche del più importante poeta e romanziere islandese dei nostri tempi, Thor Vilhjálmsson, e il poeta irlandese Desmond O’Grady, che all’epoca viveva a Roma, usò termini superlativi per descrivere il genio di Radnóti.
I Dragomanni ripubblicano oggi questo volume sotto forma di ebook, per il 70° anniversario della morte del poeta e per il 50° anniversario della prima edizione, con l’aggiunta di una nuova prefazione di Andrea Rényi, che ricostruisce la storia della prima edizione e anche quella umana e professionale dei due traduttori, la cui memoria oggi è conservata nella casa-museo romana La Casa Totiana.
Il volume è scaricabile gratuitamente seguendo questo link: http://www.dragomanni.it/2014/10/27/scritto-verso-la-morte-di-miklos-radnoti/

giovedì 23 ottobre 2014

Valerio Magrelli, Ricevo da te questa tazza

RICEVO DA TE QUESTA TAZZA

Ricevo da te questa tazza
rossa per bere ai miei giorni
uno ad uno
nelle mattine pallide, le perle
della lunga collana della sete.

E se cadrà rompendosi, distrutto,
io, dalla compassione,
penserò a ripararla,
per proseguire i baci ininterrotti.
E ogni volta che il manico
o l’orlo si incrineranno
tornerò a incollarli
finché il mio amore non avrà compiuto
l’opera dura e lenta del mosaico.

Valerio Magrelli

martedì 21 ottobre 2014

Sulla società ungherese - da un'intervista a Péter Nádas

Da un'intervista a Péter Nádas
- La nostra società è sgretolata, malmostosa, e priva di solidarietà. Ci sono delle cause storiche?
– Le cause storiche vivono in forma personale in ciascuno di noi. Ognuno deve provvedere alla propria storia personale. Se non lo fa, ne risulta una lacuna al livello collettivo. Di fatto viviamo in una società borghese, in cui non ci sono borghesi. Non è solo la caratteristica della società ungherese ma di tutta la nostra regione di appartenenza. E' difficile immaginare l'ordine democratico senza borghesia. A causa dei regimi e delle dittature che si sono susseguiti, e della ripetuta privazione ed annichilamento delle classi abbienti, la società ha perso l'alta borghesia. Non funzionano più i modelli strutturali classici, ossia organizzativi, della società, e non ci sono nuovi modelli. L'unico modello classico della borghesia benestante è l'aristocrazia.
Nelle due dittature l'aristocrazia è scomparsa senza lasciare nemmeno quei modelli culturali i quali ora potrebbero essere scimmiottati almeno dai politici e dagli oligarchi. Nella parte occidentale dell'Europa il modello classico di struttura della società è rimasto ben radicato. Nella Francia liberatasi piuttosto radicalmente del potere politico dell'aristocrazia il presidente della Repubblica si comporta ancora oggi come se fosse il re. E' molto importante, seppure è un po' ridicolo. La mancanza di struttura in una società ha sempre gravi conseguenze.

lunedì 13 ottobre 2014

Per i 72 anni di Péter Nádas - 14 ottobre 2014


"La mia situazione non era semplice, anche perché avevo osato protestare contro la sorveglianza della polizia a cui tutti i miei amici scettici erano stati sottoposti subito dopo l'invasione della Cecoslovacchia, e di conseguenza mi fu fatto divieto assoluto di pubblicare alcunché per sette anni. Ma anche dopo, e per decenni, mi controllavano severamente e decidevano quando potevo pubblicare, che cosa e in quante copie. Mi avrebbero autorizzato a fare viaggi all'estero solo se avessi accettato di lavorare come agente segreto, ovvero se mi fossi prestato a spiare e denunciare i miei amici e se avessi presentato relazioni dettagliate dei miei viaggi. Poiché risposi con un no deciso, per molto tempo mi fu negato il passaporto. Fino alla caduta del muro di Berlino le mie opere non potevano essere trasmesse alla radio e non potevo rilasciare interviste in televisione. Lavoravo senza la speranza di poter pubblicare, ma non avevo altra scelta. Ero tormentato dall'idea di dovermi dare al lavoro febbrile per mettere a frutto la calma mortale che regnò per ben due decenni su quell'estesa regione, privata di ogni libertà." Péter Nádas

Dalla prefazione inedita dell'autore a La Bibbia e altri racconti, BUR, 2009, traduzione di A. Rényi

sabato 4 ottobre 2014

La bellezza e l'orrore


La testimonianza di un ufficiale ungherese dopo l'offensiva di Caporetto, un trionfo senza pari per la Monarchia Austroungarica

Da "La bellezza e l'orrore" di Peter Englund, Einaudi, 2012, traduzione di Katia De Marco e Laura Cangemi

Giovedì 1° novembre 1917

Pál Kelemen vede un battaglione di fanteria tornare dalla prima linea sull'Isonzo

Una pioggerellina continua cade da un cielo grigio sopra una montagna grigia. Sono le prime ore della sera, e un battaglione della fanteria austroungarica sta per tornare dal fronte dopo l'ennesimo periodo in prima linea… Il battaglione che scende dalle montagne non ha preso parte direttamente all'attacco, ma è comunque segnato. Kelemen annota sul suo diario:

   Che i soldati continuano a scendere o si fermino, bloccati da quelli che hanno davanti, o che si sdraino sul ciglio della strada, sembra impossibile che sia con il loro contributo che gli statisti e i generali difendono la monarchia. Che questi uomini sparuti e macilenti, con le barbe lunghe e le uniformi stazzonate, sporche e bagnate, gli stivali logori e i volti stanchi siano ciò che viene abitualmente definito "la nostra prode fanteria".
   Adesso si fa una sosta. L'intero battaglione si accascia sul pendio. Alcuni soldati tirano fuori barattoli di conserva dagli zaini e si portano il cibo alla bocca con l'aiuto delle lunghe lame dei coltelli a serramanico. Hanno le mani nere di sudiciume, callose e goffe. Mentre masticano, le rughe appaiono e scompaiono sui loro volti. Sono seduti sulle rocce bagnate e fissano senza espressione le lattine aperte che hanno in mano.
   Le uniformi sono in un tessuto di qualità inferiore a quanto prescritto dal regolamento. Le suole degli stivali sono di cartone,  fatte per il profitto dei fornitori dell'esercito, esentati dal servizio militare.
   Nello stesso momento in patria, in case non toccate dalla guerra, si sta apparecchiando per la cena. Le lampade elettriche brillano. Tovaglioli bianchi, bicchieri di vetro sottile, forchette e coltelli d'argento scintillano alla luce. Uomini puliti in abiti civili accompagnano le signore a tavola. Forse c'è perfino una piccola orchestra che suona in un angolo. Il vino spumeggia nei calici. Con sorrisi lievi la gente parla di frivolezze, perché in compagnia la conversazione dev'essere leggera e piacevole.
   Pensano mai, in serate simili, ai soldati cenciosi che portando un fardello sovrumano fanno sì che così tante cose in patria rimangano le stesse di un tempo? Anzi, per molta gente la vita è addirittura migliorata.

martedì 23 settembre 2014

La guerra alla fame di József il proletario

Attila József (1905-1937)
E' considerato tra i maggiori rappresentanti della moderna poesia ungherese. Studiò lettere e filosofia a Parigi e Vienna a lavorò presso la rivista Szép Szó ("Parola bella"). Morì suicida.
di Walter Siti 

Quando József scrive "da ventotto anni patisco la fame", la biografia ce lo conferma: rimasto prestissimo senza padre, allevato da una madre lavandaia che morirà quando lui è appena adolescente, si è mantenuto facendo lavori disparati e precari: guardiano di porci, mozzo su un rimorchiatore fluviale. Studi seri ma mai finiti, studente indebitato a Vienna e a Parigi, sottopagato dalle riviste letterarie; criticato e censurato dal governo contro-rivoluzionario di Horthy ma anche dal partito comunista clandestino (che lo accusa di pessimismo e radicalismo), è il prototipo del poeta vagabondo e controcorrente. Quando scrive sulla miseria degli operai si sente che la sua è fratellanza vera, corroborata da comunanza di abitudini e sacrifici; nei momenti di esaltazione non è immune dalla retorica ribellistica ("alla mia nascita avevo un coltello in mano/ma ho preso la penna perché il coltello era poco"). Ha una vitalità debordante, ai suoi vent'anni la rivoluzione in Europa era ancora pensabile; c'era la fiducia nell'Uomo con la maiuscola, nel mondo a venire come liberazione dallo sfruttamento, nell'uguaglianza come creatività e lotta. József sa essere poeta proletario di ballate violentissime, usa un linguaggio espressionista e futurista per rinnovare i ritmi delle canzoni popolari ungheresi (ammira la musica di Bartók) - ma c'è sempre una parte nera che lo segue, l'ombra di una condanna sconosciuta.

In questo desolato e sarcastico Bilancio non c'è bisogno di ricorrere alla biografia per essere sicuri dell'autenticità di chi scrive: basta la forza inconsueta delle immagini, l'impertinenza spiazzante dei ragionamenti. Il doppio passato ette-ittam (ho mangiato-ho bevuto) è un'invenzione verbale di densa di materia, che fa groppo mentre si pronuncia e dà il senso del soffocamento; il "liquame della concimaia" è metaforico ma brutale di odori e concretezza. La traduzione non rende lo scontro di suoni dell'originale, né l'equilibrio tra un lessico estremamente semplice ("non sono mai stato felice") e una metrica colta, disciplinatrice (quartine a rima incrociata). Il "maiale" del v.8 è un ribaldo simbolo di benessere; in un'altra poesia József identifica la felicità con una scrofa da un quintale e mezzo ("bionda, tenera"), distesa nel brago mentre la luce gioca tra i suoi peli. L'onestà indefettibile lo isola dalla morale comune, che tutti invita al compromesso; l'accenno all'"arma" del v.12 si riferisce ai ricorrenti pensieri di suicidio ma è anche l'eco che rintocca di un'invocazione collettiva alle "armi" - cioè all'azione rivoluzionaria che per il momento è abortita.

Dal 1931 József era in analisi e l'analista si dichiarava sconcertato dalla sua forma di grave nevrastenia, incerto se attribuirla a traumi infantili o alle perenni ristrettezze economiche; per József non c'è dubbio, alla base ci sono le condizioni materiali. Al v.13 non dice "sono psicotico per questo non riesco a integrarmi nella società trovando un lavoro soddisfacente" ma "da ventott'anni patisco la fame a per questo sono psicotico"; usa la parola vaga ("dolgo", cose) di chi non vuole approfondire, e traduce immediatamente la psicosi in una scena familiare quasi diabolica. A quel tempo conviveva con Judit Szántó, un'operaia che fu l'unica relazione duratura della sua vita; in altri testi non nasconde l'insofferenza e il disamore suscitati in entrambi dalla povertà - qui la responsabilità del disagio è tutta a carico suo: lui sorride ma il sorriso è così inquietante che alla ragazza vengono i brividi. "Kedvesem" (mia cara, mia amata) al plurale può significare "parenti" (come in italiano "i miei cari"): sotto l'erotismo gioca un più profondo ricordo della madre. József sembra uno di quei pazienti già perduti a cui la psicanalisi non può che fare del male riattivando sopiti sensi di colpa. Il cielo severo è un tribunale, la stessa semi-volontaria derelizione è una prova contro di lui, da cui si sgancia con una botta di arrogante strapotenza: mi assolvo perché tanto il giudizio "utolsó"(ultimo, estremo)non ci sarà. Il che significa però, purtroppo, che non ci sarà giustizia.

Dio è sempre stato per lui solo un padre terreno, da chiamare a soccorso o con cui litigare; se pensa al dopo-morte, sogna di vagare negli spazi cosmici come quando navigava sul Danubio, salutando stelle e nebulose come allora vedeva cocomeri e peperoni galleggiare sulla corrente. "Per questo", conclude in quella poesia, "la mia anima è un bene comune". József non distingue tra armonia interna ed esterna - la liberazione dell'Uomo è la sua liberazione. "Mi sei necessaria", scrive all'ultima donna unilateralmente e disperatamente amata, "come ai borghi la luce elettrica,/come ai lavoratori la coscienza umana". La sua paranoia lo fa più grande di altri poeti comunisti militanti. "Megváltott" del v.5 è un participio che significa "mutato, salvato" - è la redenzione dovuta a Cristo o al socialismo? In ogni caso, in quel mondo non c'è posto per lui. Solo nell'ultima poesia, dicembre 1937, accetterà l'esclusione senza più lottare ("l'inverno/è la stagione più bella per chi solo per gli altri/sogna una famiglia, un focolare"). Ma la mattina dopo si butta sotto il treno.

Attila József

da Poesie complete II, 1955-1958

Bilancio

Ho mangiato-bevuto nera, schifosa
sporcizia, acre liquame della concimaia;
uno non può essere più temerario.
Eppure mai, finora, sono stato felice.

In questo mondo redento
non ho avuto un attimo di elevatezza;
né di tepore, dolcezza o piacere -
ce l'ha il maiale nella pozzanghera.

La morale mi insegna a essere furbo
(così credo che capiti anche a te).
Da ventott'anni patisco la fame.
Solo un'arma può risolvere il mio caso.

Per questo pesano tante cose oscure,
tante ossessioni sul mio cuore,
che la mia amata dal tenero viso si angoscia
se la guardo; benché io sorrida.

Sto seduto sotto un cielo severo,
come un senzatetto sotto il ponte.
Assolvo me stesso da tutto
perché il giudizio universale non ci sarà.
1933

Traduzione di Umberto Albini (?)

- - -
Articolo pubblicato su la Repubblica, p. 62, domenica 21 settembre 2014

mercoledì 10 settembre 2014

Mozart, K 331 - manoscritto ritrovato


Biblioteca Nazionale Széchényi, Budapest


A Buda, nella Biblioteca Nazionale Széchényi, è stato ritrovato un frammento del manoscritto della sonata K 331 di Wolfgang Amedeus Mozart.
Balázs Mikusi, il fortunato musicologo autore della scoperta, presenterà il manoscritto della sonata in A maggiore, nota soprattutto per il Rondò alla Turca, il 26 settembre, nell'ambito della Notte dei Ricercatori a Budapest, insieme al direttore scientifico del Mozarteum, Ulrich Leisinger. Con l'occasione il pianista ungherese di fama internazionale, Zoltán Kocsis, eseguirà l'intera sonata.
Wolfgang Amadeus Mozart
La scoperta modifica le interpretazioni finora ritenute autentiche, di questa popolare sonata del grande compositore austriaco. 

venerdì 5 settembre 2014

Beethoven, Arancia meccanica e Fricsay




Quando Fricsay si dirigeva al confine tra il bene e il male

Claudio Strinati

   La Nona Sinfonia di Beethoven è uno dei personaggi principali di Arancia meccanica, il film di Stanley Kubrick



Il giovane Alex, delinquente allo stato puro, amante dell'ultravioletta, sadico torturatore di inermi indifesi, è un appassionato intransigente della musica di Ludovico van, come lo chiama lui, e la protegge dalle incomprensioni del mondo. Poi, costretto a ascoltare la Nona combinata a immagini di orrore e morte, si riabiliterà in maniera altrettanto drastica.

La Nona, nel film, è sottoposta a distorsioni, ma in alcuni momenti cruciali si sente nella sua realtà ed è bello ricordare come Kubrick utilizzasse una registrazione diretta da Ferenc Fricsay nel 1958 e forse si può capire perché. Fricsay era ungherese, di Budapest, naturalizzato austriaco e già scomparso, a quarantanove anni nel 1963, quando il film fu girato. Fu uno dei grandi direttori e la Deutsche Grammophon pubblica un cofanetto di 45 cd dove c'è la Nona e una quantità di musica suprema.

E' bello soprattutto ricordare il rapporto tra Fricsay e Béla Bartók, ungherese come lui e tra i suoi primi insegnanti, che spiega bene quello che Kubrick deve aver sentito nell'arte direttoriale di Fricsay: una commovente capacità di individuazione di quel dominio della saggezza, della bontà e dell'altruismo che non è mai scindibile dall'abiezione e dalla disperazione che minacciano sempre e comunque l'esistenza. Proprio l'inflessibile esattezza di Fricsay dimostra come a fronte della inevitabile dimensione della problematicità non si possa mai configurare quella della soluzione. Bartók ha scritto sempre e soltanto su questo immane rovello interiore, come una bussola del percorso di ognuno di noi, confronto privo di illusioni ma densissimo di arte. Qui i tre sublimi Concerti per pianoforte e orchestra di Bartók sono eseguiti con Géza Anda al pianoforte, altra figura dolce e luminosa di questa cultura ungherese, così carica di orgoglio e delusioni, che Fricsay ha consegnato al mondo nel corso della sua breve ma intensa vita. Le registrazioni Bartók sono un vero patrimonio dell'umanità.

* * *

Ferenc Fricsay dirige il Quarto Movimento della Nona.

sabato 2 agosto 2014

László Krasznahorkai

Lo scrittore ungherese László Krasznahorkai è stato insignito del premio America Award in Literature, istituito nel 1994 in alternativa al Nobel per la letteratura. Fra i premiati troviamo Ko Un (2011), Javier Marías (2010), José Saramago (2004), Adonis (2003), Peter Handke (2002), Inger Christensen (2001), Jacques Roubaud (1999), Rafael Alberti (1998), Friederike Mayröcker (1997), Harold Pinter (1995) és Aimé Cesaire (1994).
Cfr. http://www.greeninteger.com/america.cfm

venerdì 1 agosto 2014

L'amore ai tempi di Facebook

Gli innamorati di corso Trieste: baci, maturità e Facebook

di Dario Cresto-Dina

Liceo Giulio Cesare, Roma


Su corso Trieste i ragazzi sono i padroni di quella fascia verde puntellata di pini che separa le due corsie dal Giulio Cesare salendo fino alla Nomentana. Si baciano sulle panchine, seduti sopra i caschi o sdraiati sull'erba ripassando gli appunti per la maturità.
"Tu ti ricordi di me solo quando cambio la foto sul profilo di Facebook", dice lei con gli occhi lucidi mostrandogli lo smartphone.
"Che te strilli?" le risponde lui. "T'ho messo pure me piace."

venerdì 4 luglio 2014

Szabadság tér, ossia piazza della Libertà, Budapest, 2014

Secondo i dati dello Yad Vashem e dello United States Holocaust Memorial Museum, dei quasi 825mila ebrei residenti in Ungheria prima dell'inizio della seconda guerra mondiale 568mila perirono nella Shoah.

Il 19 marzo 1944 la Germania nazista invase e occupò l'Ungheria con la collaborazione del governo ungherese e grazie al sostegno dei nazisti ungheresi, le Croci Uncinate. Per commemorare il settantesimo anniversario dell'invasione che oltre ai quasi 570mila ebrei uccisi costò la vita anche a innumerevoli altri, e comportò in seguito la distruzione di Budapest e di buona parte del Paese, il governo Orbán avrebbe voluto inaugurare un monumento nella centralissima piazza Szabadság di Budapest - sede anche del monumento di epoca socialista ai soldati sovietici che liberarono l'Ungheria. Il monumento progettato addebita l'intera responsabilità della Shoah ungherese ai nazisti tedeschi, assolvendo di fatto gli ungheresi che spesso provvedevano da soli all'eliminazione degli ebrei che degli oppositori, dei rom, degli omosessuali, e di tutte le categorie umane in contrasto con le idee del nazismo.

Con sit in, manifestazioni, discorsi e forme di resistenza pacifica, da 84 giorni un pugno di coraggiosi, alcuni dei quali sopravvissuti alla Shoah e discendenti delle vittime, stanno rendendo impossibile l'inaugurazione del monumento, presidiato giorno e notte dalle forze dell'ordine, chiedendo una corretta interpretazione della Storia.
"Chi non conosce la Storia è condannato a riviverla."
Una coppia di miei amici, Judit Szász

e Gábor Sebő, mio compagno delle elementari e delle medie

sono fra i promotori e gli organizzatori della protesta. I loro nonni furono uccisi ad Auschwitz.

Raccogliendo oggetti, foto e ricordi delle vittime dell'Olocausto, il gruppo di resistenti ha costruito un monumento proprio, chiamato Monumento Vivo (nella foto oggetti dei miei amici):


Oggi è l'ottantaquattresimo giorno di protesta, accompagnata spesso da interventi di celebrità locali e internazionali, non necessariamente di origine ebraica, come per esempio Péter Esterházy, scrittore di fama mondiale, che ha parlato ieri:
Foto di Dániel Németh

Lo scrittore ha letto anche un breve brano tratto dal suo volume "La paura del democratico" pubblicato nel 1988: „Abbiamo ripetuto fino alla noia che essere democratico significa non avere paura. Non significa soltanto non temere il potere, gli avversari, il regime, tutta quella massa anonima. Ne è solo una parte. Significa soprattutto non aver paura di avere pensieri limpidi, di interrogarci, di porre tutte le domande che riguardano noi stessi. Solo dopo dobbiamo accorgerci della pagliuzza o della trave nell'occhio dell'altro. Non dobbiamo avere paura della paura."
Qualche giorno prima la piazza ha avuto l'onore di cantare l'Inno alla Gioia diretta da un altro illustre sostenitore, il grande direttore d'orchestra Ádám Fischer.
Alcuni degli organizzatori e promotori della manifestazione sono stati denunciati e hanno procedimenti penali in corso, perché hanno scritto o disegnato sul telo che copre il monumento in attesa di essere inaugurato; qualcuno di loro, come il mio amico Gábor, è stato portato via dalla polizia a forza viva dalla piazza e denunciato a piede libero.  

domenica 29 giugno 2014

Sul volume "Scritto verso la morte" di Miklós Radnóti

Miklós Radnóti
(Budapest, 5 maggio 1909
Abda, 10 novembre 1944

Miklós Radnóti
(Budapest, 5 maggio 1909 – Abda, 10 novembre 1944)
Cinquant'anni fa, nel novembre del 1964, correva il ventesimo anniversario della morte di una delle più belle voci poetiche ungheresi, Miklós Radnóti, e per la ricorrenza in Italia furono pubblicati ben due volumi di sue poesie, selezionate e tradotte da due coppie di poeti e traduttori italo-ungheresi: Edith Bruck con Nelo Risi, e Marinka Dallos con Gianni Toti. Miklós Radnóti (Budapest, 5 maggio 1909 – Abda, 10 novembre 1944) è stato uno dei massimi poeti ungheresi, a lui i lettori ungheresi sono grati anche per le ottime traduzioni di poesie francesi. In seguito alle leggi razziali dovette abbandonare la cattedra di insegnante, fu perseguitato, rinchiuso in campi di concentramento e infine ucciso. Rintracciato in una fossa comune, nella tasca del suo cappotto fu trovato il suo ultimo taccuino di versi.
La raccolta di Marinka Dallos e Gianni Toti ebbe eco internazionale anche grazie a un loro caro amico, il critico letterario, saggista e cattedratico Gábor Tolnay (1910-1990). Tolnay capì fra i primi l'importanza dell'operazione di mediazione culturale svolta dalla coppia italo-ungherese, e contribuì attivamente al successo italiano e internazionale delle poesie di Miklós Radnóti, prima scrivendo la prefazione al volume Scritto verso la morte, e poi curandone la promozione nel corso della sua partecipazione a COMES, il raduno internazionale di poeti in Sicilia che si tenne poco dopo l'uscita della raccolta.
Negli anni '60 era opinione comune che la letteratura dell'antifascismo avesse prodotto solo testimonianze documentarie, ma non opere letterarie vere e proprie. Ne era convinta anche Ingeborg Bachmann, prima di ricevere una copia di Scritto verso la morte da Tolnay; Bachmann l'apprezzò al punto da chiedere una copia anche per Hans Magnus Enzesberger, il quale rimase profondamente colpito e decise di promuovere la traduzione tedesca dei versi del grande poeta ungherese. Le poesie di Miklós Radnóti suscitarono l'entusiasmo anche del più importante poeta e romanziere finlandese dei nostri giorni, Thor Vilhjalmsson, nonché il poeta irlandese Desmond O'Grady, che all'epoca viveva a Roma, usò termini superlativi per descrivere il genio di Radnóti.

(Andrea Rényi)