Visualizzazione post con etichetta Miklós Radnóti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Miklós Radnóti. Mostra tutti i post

mercoledì 12 novembre 2014

Miklós Radnóti, Non posso sapere...

Miklós Radnóti (1909-1944) - la foto è stata trovata addosso al suo cadavere nella fossa comune di Abda, insieme ad altre foto e un taccuino contenente le sue ultime 10 poesie scritte nel lager e durante la marcia forzata verso l'Ungheria
Una delle più belle poesie ungheresi, qui interpretata da uno dei più bravi attori ungheresi, Áron Őze:

Nem tudhatom… (Non posso sapere…), con i sottotitoli in italiano. Per comodità, ne riporto qui la traduzione italiana di Gianni Toti e Marinka Dallos: 

Io non posso sapere che cosa significhi per un altro, questo paesaggio
per me è la patria, è dove sono nato, questo piccolo Paese
abbracciato dalle fiamme, il mondo della mia infanzia lontana.
Da lui sono cresciuto, come un tenero ramo dal fusto dell'albero,
e spero che anche il mio corpo affonderà dentro questa terra.
Sono a casa. E se qualche volta si inginocchia ai miei piedi
un cespuglio, io ne conosco anche il nome, e il fiore,
io so dove va e chi va per la strada
e so che cosa può significare in un tramonto d'estate
il rosseggiante dolore che cola dai muri delle case.
Per chi vola qui sopra, questo paesaggio è una carta geografica,
e non sa dove abitava, qui, Mihály Vörösmarty1,
che cosa nasconde per lui questa carta geografica? Una fabbrica, una caserma,
ma per me nascondo la cavalletta, il bue, la torre, la mite fattoria;
lui vede la fabbrica attraverso il binocolo, le terre coltivate,
e io vedo anche il lavoratore, che trema per il suo lavoro,
il bosco e il fischiettante frutteto, la vigna e le tombe,
e tra le tombe una nonna che piange silenziosa,
e ciò che dall'alto è solo una ferrovia da annientare o un'officina,
è la casa cantoniera, e la guardia ferroviaria le sta davanti e manda messaggi,
bandiera rossa nella mano, e intorno ci sono molti bambini,
e nel cortile delle fabbriche un mastino si rotola per terra:
e là il parco, le tracce dei vecchi amori,
il sapore dei baci d'una volta sa di miele, una volta era d'uva orsina nella mia bocca
e andando a scuola, sull'orlo dei marciapiedi
per non essere interrogato quel giorno, feci un esorcismo saltando una pietra,
ecco qui la pietra, ma dall'alto non è neppure visibile,
non esiste uno strumento che veda tutto questo.
Ma anche noi siamo colpevoli, come gli altri popoli,
e sappiamo in che cosa abbiamo peccato, quando, dove e come,
ma anche qui vivono lavoratori, e anche poeti, senza colpa,
e poppanti in cui cresce l'intelletto,
e fa luce in loro e, nascosti nelle cantine buie, lo conservano,
finché non scriverà un segno sulla nostra patria il dito della pace
e sulle nostre parole soffocate, un giorno con fresche parole essi risponderanno.
Vigilante nuvola notturna, distendi su di noi le tue grandi ali.

17 gennaio 1944

1Grande poeta e scrittore ungherese (1800-1855).


lunedì 27 ottobre 2014

Miklós Radnóti, Scritto verso la morte


Cinquant’anni fa, nel novembre del 1964, correva il ventesimo anniversario della morte di una delle più belle voci poetiche ungheresi, Miklós Radnóti, e per la ricorrenza in Italia furono pubblicati ben due volumi di sue poesie, selezionate e tradotte da due coppie di poeti e traduttori italo-ungheresi: Edith Bruck con Nelo Risi, e Marinka Dallos con Gianni Toti.
Miklós Radnóti (Budapest, 5 maggio 1909 – Abda, 10 novembre 1944) fu uno dei massimi poeti ungheresi, a lui i lettori ungheresi sono grati anche per le ottime traduzioni di poesie francesi. In seguito alle leggi razziali dovette abbandonare la cattedra di insegnante, fu perseguitato, rinchiuso in campi di concentramento e infine ucciso. Rintracciato in una fossa comune, nella tasca del suo cappotto fu trovato il suo ultimo taccuino di versi.
Scritto verso la morte, la raccolta di Marinka Dallos e Gianni Toti, ebbe numerose recensioni, fra le quali quella molto favorevole del Premio Nobel Salvatore Quasimodo. Negli anni ’60 era opinione diffusa che la letteratura dell’antifascismo avesse prodotto solo testimonianze documentarie, ma non opere letterarie vere e proprie. Ne era convinta anche Ingeborg Bachmann, prima di ricevere una copia di Scritto verso la morte; Bachmann la apprezzò al punto di farne avere una copia anche a Hans Magnus Enzensberger, il quale rimase profondamente colpito e decise di promuovere la traduzione tedesca dei versi del grande poeta ungherese. Le poesie di Miklós Radnóti suscitarono l’entusiasmo anche del più importante poeta e romanziere islandese dei nostri tempi, Thor Vilhjálmsson, e il poeta irlandese Desmond O’Grady, che all’epoca viveva a Roma, usò termini superlativi per descrivere il genio di Radnóti.
I Dragomanni ripubblicano oggi questo volume sotto forma di ebook, per il 70° anniversario della morte del poeta e per il 50° anniversario della prima edizione, con l’aggiunta di una nuova prefazione di Andrea Rényi, che ricostruisce la storia della prima edizione e anche quella umana e professionale dei due traduttori, la cui memoria oggi è conservata nella casa-museo romana La Casa Totiana.
Il volume è scaricabile gratuitamente seguendo questo link: http://www.dragomanni.it/2014/10/27/scritto-verso-la-morte-di-miklos-radnoti/

domenica 29 giugno 2014

Sul volume "Scritto verso la morte" di Miklós Radnóti

Miklós Radnóti
(Budapest, 5 maggio 1909
Abda, 10 novembre 1944

Miklós Radnóti
(Budapest, 5 maggio 1909 – Abda, 10 novembre 1944)
Cinquant'anni fa, nel novembre del 1964, correva il ventesimo anniversario della morte di una delle più belle voci poetiche ungheresi, Miklós Radnóti, e per la ricorrenza in Italia furono pubblicati ben due volumi di sue poesie, selezionate e tradotte da due coppie di poeti e traduttori italo-ungheresi: Edith Bruck con Nelo Risi, e Marinka Dallos con Gianni Toti. Miklós Radnóti (Budapest, 5 maggio 1909 – Abda, 10 novembre 1944) è stato uno dei massimi poeti ungheresi, a lui i lettori ungheresi sono grati anche per le ottime traduzioni di poesie francesi. In seguito alle leggi razziali dovette abbandonare la cattedra di insegnante, fu perseguitato, rinchiuso in campi di concentramento e infine ucciso. Rintracciato in una fossa comune, nella tasca del suo cappotto fu trovato il suo ultimo taccuino di versi.
La raccolta di Marinka Dallos e Gianni Toti ebbe eco internazionale anche grazie a un loro caro amico, il critico letterario, saggista e cattedratico Gábor Tolnay (1910-1990). Tolnay capì fra i primi l'importanza dell'operazione di mediazione culturale svolta dalla coppia italo-ungherese, e contribuì attivamente al successo italiano e internazionale delle poesie di Miklós Radnóti, prima scrivendo la prefazione al volume Scritto verso la morte, e poi curandone la promozione nel corso della sua partecipazione a COMES, il raduno internazionale di poeti in Sicilia che si tenne poco dopo l'uscita della raccolta.
Negli anni '60 era opinione comune che la letteratura dell'antifascismo avesse prodotto solo testimonianze documentarie, ma non opere letterarie vere e proprie. Ne era convinta anche Ingeborg Bachmann, prima di ricevere una copia di Scritto verso la morte da Tolnay; Bachmann l'apprezzò al punto da chiedere una copia anche per Hans Magnus Enzesberger, il quale rimase profondamente colpito e decise di promuovere la traduzione tedesca dei versi del grande poeta ungherese. Le poesie di Miklós Radnóti suscitarono l'entusiasmo anche del più importante poeta e romanziere finlandese dei nostri giorni, Thor Vilhjalmsson, nonché il poeta irlandese Desmond O'Grady, che all'epoca viveva a Roma, usò termini superlativi per descrivere il genio di Radnóti.

(Andrea Rényi)


giovedì 10 aprile 2014

Marinka e piccoli misteri

I girasoli, dipinto di Marinka Dallos
Da più di anno ogni settimana trascorro alcune ore molto piacevoli in compagnia di Marinka Dallos alla bellissima, accogliente e ben organizzata Casa Totiana diretta da Pia Toti Abelli. Scoprii casualmente questa casa museo dedicata a Gianni Toti, partigiano poeta giornalista e videoartista, e a Marinka Dallos, la sua prima moglie, traduttrice e pittrice italo-ungherese, e mi incuriosì subito.

Sapevo che insieme a suo marito, e in seguito con Jole Tognelli, un'amica scrittrice e drammaturga, Marinka aveva tradotto i poeti ungheresi più importanti e stralci di opere di scrittori contemporanei. "Scritto verso la morte", una delle prime raccolte italiane dei versi del poeta magiaro Miklós Radnóti, fu salutata con entusiasmo non solo dal pubblico ma da poeti della grandezza di Salvatore Quasimodo e Ingeborg Bachmann. Sapevo che Marinka era stata anche una celebre pittrice naif che aveva esposto in mostre collettive e individuali in tutta l'Europa. Marinka Dallos dominava la scena culturale ungherese a Roma già molti anni prima del mio arrivo, e per molti anni ancora, fino alla sua scomparsa prematura nel 1992, ma io non frequentavo l'ambiente italo-ungherese della Capitale e non ebbi l'occasione di incontrarla di persona. Con una sola eccezione.

Non ricordo l'anno ma era la prima metà degli anni '80 del secolo scorso, quando la mia mamma veniva a trovarmi da Budapest ancora con il treno proveniente da Mosca, che impiegava ventiquattro ore e più, permettendo o costringendo, secondo il caso, i viaggiatori a fare amicizia. Andai a prenderla alla stazione Termini, lei scese allegra e volle subito presentarmi la persona con la quale aveva condiviso lo scompartimento. Era Marinka Dallos, che ci invitò ad andarla a trovare, ma non riuscimmo a metterci d'accordo su un appuntamento. Verso casa la mia mamma raccontò che sul treno aveva aiutato Marinka, non molto volentieri per i rischi che ciò comportava, a nascondere alcune bambole di porcellana d'antiquariato che Marinka aveva acquistato in Ungheria per la sua collezione. Sarebbe stato difficile ottenere l'autorizzazione per portarle fuori dall'Ungheria, e per non farle scoprire dai doganieri Marinka dovette trovare un nascondiglio per loro, infilandone tre o quattro anche nella cuccetta di mia madre.

Marinka Dallos (1929-1992)
Nei decenni passati ogni tanto tiravo fuori - ora so che lo facevo distrattamente -, l'antologia Ungheria antiromantica, che Marinka aveva tradotto e redatto con Jole Tognelli per i tipi di Sciascia Editore nel 1971. Quel volume era una delle poche fonti di poesie ungheresi tradotte in italiano. Come dicevo prima, da un anno collaboro con la Casa Totiana per sistemare il lascito letterario di Marinka, mentre della sua pittura si sta occupando una bravissima e giovanissima storica dell'arte ungherese, Mirjam Dénes, per coincidenza originaria della cittadina natale di Marinka, Lőrinci.

Per puro caso il mio primo giorno alla Casa Totiana coincise anche con l'ottantaquattresimo compleanno di Marinka, e questo potrebbe già essere interpretato come un segnale. Ma da allora sono accaduti altri piccoli eventi significativi e soprattutto portatori di forti emozioni.

Marinka Dallos, Isola Tiberina
Imre Bertalan era il vice caporedattore di Nők lapja, l'unica rivista femminile nell'Ungheria degli anni '60. Era anche il papà di Anna, la mia amica di più antica data; siamo amiche per la pelle dalla quinta elementare. Ricordavo del viaggio di suo padre a Roma nel 1966, perché la sua intervista a Moravia aveva fatto scalpore, ma scartabellando fra i ritagli di giornali della Casa Totiana ho trovato anche un'intervista fatta da lui a Marinka nello stesso periodo. Il momento più sorprendente è stato quando ho preso in mano di nuovo l'Ungheria antiromantica di Marinka, e per la prima volta il libro si è aperto alla prima pagina, dove ho trovato, incredula e sconcertata, la firma di Imre Bertalan con la data: 30 marzo 1972. Data che mi ha fatto venire la pelle d'oca, perché Imre Bertalan sarebbe scomparso poco dopo. Per oltre 40 anni ero stata sicura di aver trovato questo libro al mio arrivo a Roma, regalo di un suo amico a noi, coppia italo-ungherese. E non avevo mai notato la firma. Né io né Anna ricordiamo nulla, lei non ricorda il libro che suo padre probabilmente aveva ricevuto dalla stessa Marinka, meno che mai di avermene fatto dono.

Ieri fra le carte di Marinka ho ritrovato una lettera della mia professoressa di disegno delle medie, una storica dell'arte, che era stata anche amica della mia mamma.

L'avventura continua, ogni volta vado sempre più incuriosita alla Casa Totiana dove ho ancora una montagna di carte da vedere e da archiviare, e chissà quante altre sorprese mi attendono ancora.






venerdì 21 febbraio 2014

Miklós Radnóti, Tra le frasche chiassose d'una palma



Miklós Radnóti (Budapest, 5 maggio 1909 - Abda, 10 novembre 1944)

Quanto mi piacerebbe accoccolarmi 
tra le frasche chiassose d'una palma,
anima celeste che s'accuccia
in un corpo terreno e tremebondo.

In un consesso di scimmie sapienti
me ne starei seduto lassù in cima
e il loro stridente schiamazzare
mi pioverebbe addosso come luce;

apprenderei la loro cantilena
e insieme a loro lancerei il mio grido,
osserverei con gaia meraviglia
che han naso e culo dello stesso blu.

E un gigantesco sole splenderebbe
sugli alberi gremiti in ogni ramo,
e proverei una vergogna immane
per quel che fa laggiù il genere umano;

le scimmie sì che avrebber compassione,
in loro è ancora sana la ragione, 
e forse se io fossi uno di loro,
anche a me potrebbe esser concessa
la grazia d'una mite e dolce morte.

Traduzione di Laura Sgarioto

* * *
Testo originale ungherese:

Zsivajgó pálmafán

Zsivajgó pálmafán
ülnék legszívesebben,
didergő földi testben
kuporgó égi lélek.

Tudós majmok körében
ülhetnék fenn a fán
és éles hangjuk fényes
záporként hullna rám;

tanulnám dallamuk
és vélük zengenék,
csodálkoznék vidáman,
hogy orruk és faruk
egyforma kék.

És óriás nap égne
a megszállt fák felett,
s szégyenleném magam
az emberfaj helyett;

a majmok értenének,
bennük még ép az elme, -
s talán ha köztük élnék,
nekem is megadatnék
a jó halál kegyelme.

1944. április 5.       
Il poeta con Fanny, sua moglie

lunedì 27 gennaio 2014

Miklós Radnóti, Settima egloga



Traduzione di Edith Bruck

Vedi, imbrunisce, e l’atroce barriera di quercia
col fregio di filo spinato sta così sospesa che nel buio si dilegua.
Lo sguardo va lento oltre la cornice del campo,
la mente, la mente soltantoconosce la tensione del filo.
Vedi, cara, qui è così che si libera l’immaginazione, il sogno,
il bel liberatore, scioglie i nostri corpi sfatti,
e allora il campo si avvia alla volta di casa.
A brandelli e calvi, russando, volano i prigionieri
dell’alto della cieca Serbia verso il paesaggio di casa che si cela.
Paesaggio di casa che si cela! Ma c’è ancora una casa? Una bomba
non l’avrà colpita? E’ come quando ci arruolammo? Lo stremato
compagno di destra, quello a sinistra vedranno mai una casa?
Dimmi, laggiù c’è una casa dove ancora qualcuno intende l’esametro?

Senza strumenti, riga dopo riga, tastando,
scrivo i miei versi nella penombra così come vivo, cieco
come un bruco che striscia le sue dieci dita sulla carta,
il quaderno, la torcia, tutto mi fu tolto dagli scherani del campo
non arriva più neanche la posta, solo la nebbia scende sulle nostre baracche.

Tra notizie allarmanti e cimici, qui nelle montagne convivono
il francese e il polacco, l’italiano chiassoso, l’ebreo assorto,
il serbo scismatico, febbricitanti e con i corpi piagati-,
nonostante tutto, vivono la stessa vita in attesa di una buona nuova,
una bella parola di donna, un destino libero e umano, una fine irraggiungibile,
aspettando il miracolo.

Sono disteso sul legno, un animale prigioniero, tra i parassiti,
tra un’onda e l’altra di pulci quando l’orda delle mosche s’è placata.
Vedi, è sera, un giorno di prigionia
e un giorno di vita in meno. Il campo dorme.
Sul paesaggio splende la luna e quella sua luce il filo
spinato è nuovamente teso, dalla finestra seguo sul muro
le ombre delle guardie armate tra le voci della notte.

Vedi, cara, il campo dorme, i sogni frusciano,
chi si sveglia di soprassalto si rigira nel suo stretto lembo,
e di nuovo sprofonda nel sonno con il volto che si illumina. Io solo
sono sveglio, seduto assaporo la cicca in bocca invece di un tuo bacio
e il sonno tarda a portarmi conforto, perché
ormai non posso più morire né vivere senza di te.

martedì 12 novembre 2013

Pino De Stasio, Gli ultimi minuti di Miklós Radnóti



il suono della sua voce
disperata nei vagoni arrugginiti
che macchiano la pelle
disidratata e fredda
giacigli umani di carne magra al contatto
spigoli ed ossa alla deportazione
sui campi bianchi macchiati di greggi
soffice lana al fioccare invernale
sangue previsto
fucile al petto
fogli scritti svaniti d'incanto
racchiusi nel rigido respiro
quello mortale fisso
diaframma spento
disgusto per quella croce che
uncinata come artiglio mortale
sfiora caute labbra
sciolte e giovani al Canto
ma dure e livide alla morte
improvvisa violenta azione
fosse profonde
si sommano ad altre
accolgono tra tuberi e semi
spezzati legni
conifere bianche e resine
mani nodose alla luce
che strette
nei pollici versi allo sterno
custode geloso
di vento d'amore riposa


pino de stasio
Copyright © 2009
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
ALL RIGHTS RESERVED
TOUS LES DROITS RESERVES

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi

mercoledì 11 settembre 2013

Fanni Gyarmati

L'8 settembre ha compiuto 101 anni la vedova di Miklós Radnóti, Fanni Gyarmati. Dopo la tragica morte di suo marito si ritirò a vita privata per curare il lascito poetico e intellettuale di Radnóti, e per insegnare recitazione, francese e russo. A lei dobbiamo l'eccellente curatela dell'opera omnia del poeta.   

Questa sua foto 
fu trovata nella fossa comune nelle tasche di suo marito, un anno mezzo dopo la sua morte avvenuta ad Abda, il 10 novembre 1944.


Miklós Radnóti nacque nel 1909, studiò filosofia all'Università di Szeged. Ebreo, non poté esercitare la professione d'insegnante; fu perseguitato, rinchiuso in vari campi di concentramento in Ungheria e in Serbia e infine fucilato. Nei suoi vestiti, rintracciati in una fossa comune, fu trovato il suo ultimo taccuino di versi.
Nella contemporanea poesia ungherese, Radnóti va collocato tra le voci nuove della corrente di ispirazione popolare, manifestatasi a partire dagli anni '30 del secolo scorso, e precisamente tra i poeti la cui tematica è più legata ai problemi e alle trasformazioni delle città.
Lirico pregevole, scrisse anche un libro autobiografico e fu ottimo traduttore, specialmente di poeti francesi.

Da
SETTIMA EGLOGA

Sono disteso sul legno, un animale prigioniero, tra i parassiti,
tra un'onda e l'altra di pulci quando l'orda delle mosche s'è placata.
Vedi, è sera, un giorno di prigionia
e un giorno di vita in meno. Il campo dorme.
Sul paesaggio splende la luna e a quella sua luce il filo
spinato è nuovamente teso, dalla finestra seguo sul muro
le ombre delle guardie armate tra le voci della notte. 

(Trad. Edith Bruck)