lunedì 24 giugno 2019

LA SIBERIA E IL DESTINO FEMMINILE “Zuleika apre gli occhi” di Guzel’ Jachina

«Questo romanzo appartiene a un tipo di letteratura che credevamo irrimediabilmente perduto con il crollo dell’URSS. In epoca sovietica potevamo contare, infatti, su una nutrita pleiade di scrittori dalla doppia cultura, scrittori figli di una delle tante minoranze etniche dell’impero, ma che sceglievano di scrivere in russo». Inizia con queste parole la prefazione di Ljudmila Ulickaja al romanzo Zuleika apre gli occhi (Salani, 2017), opera prima della quarantaduenne scrittrice tatara Guzel’ Jachina che però mostra una maturità non certo da esordiente in questo libro voluminoso, molto composito, e impossibile da dimenticare.
Sì, in epoca sovietica la lingua russa ospitava molti autori non russi che oltre ad essere grandi scrittori padroneggiavano anche la lingua alla perfezione, come il kirghiso Ajtmatov, o i kazaki Kim e Sulejmenov. Il russo era anche la lingua veicolare che permetteva l’accesso alle opere di quegli scrittori sovietici non russi che preferivano scrivere nella loro lingua madre, come il georgiano Otar Chiladze, ma potevano raggiungere il meritato successo internazionale solo tramite la traduzione russa dei loro libri. Con il crollo dell’Unione Sovietica questo patrimonio si è disperso, grande quindi è la gioia di poter sconfinare di nuovo in un’altra cultura di quell’area, stavolta tatara, con Zuleika apre gli occhiopera pluripremiata e molto apprezzata non solo dalla Ulickaja ma anche da un altro grande contemporaneo noto anche in Italia come Evgenij Vodolazkin.
La trama tocca punti così estremi da sfiorare l’incredibile, ma sappiamo che la dittatura staliniana andava anche ben oltre. Finita nell’elenco dei kulaki, i contadini possidenti, nel 1930 Zuleika viene deportata come una delinquente qualsiasi. Dopo un viaggio durato sei mesi in un vagone bestiame arriva in Siberia dove partorisce, in condizioni inenarrabili, il figlio concepito prima della deportazione. Lo tira su nella taiga, trova se stessa, e trova persino l’amore nella persona del comandante russo che aveva assassinato suo marito. Sembra fiction, eppure la storia poggia su basi solide: è la ricostruzione della deportazione della nonna dell’autrice che elabora quindi insieme una tragedia familiare e una storica, in  uno dei capitoli più vergognosi della storia russa. Il romanzo unisce l’avventura alla quiete narrazione tipica dei grandi classici, ricca di colori, odori, suoni e sfumature sentimentali. Un’opera profonda ed estesa, un caleidoscopio di figure tipiche che rappresentano la società sovietica di un’epoca tragica; un grande romanzo in senso lato, di cui alcune parti potrebbero vivere anche vita autonoma. Il primo capitolo, Un giorno, per fare un esempio: è il quadro della vita quotidiana di una donna tatara qualsiasi, definita all’interno dei recinti costituti dal focolaio e dalla parete della stanza riservata alle donne nella società patriarcale.
Il titolo, Zuleika apre gli occhi, ricorre cinque volte nel corso del romanzo, per contrassegnare le cinque fasi principali della vita della protagonista, che si riscatta con molta sofferenza e con coraggio estremo, tirati fuori non per scelta ma per necessità. Il libro vanta una ricca selezione di allegorie, simboli, parafrasi e episodi surreali. In qualche caso proprio questi ultimi li ho trovati straripanti ed è l’unica nota critica che mi permetto di muovere al libro. Ho trovato straordinaria invece la parafrasi di Il Verbo degli uccelli del mistico e poeta sufipersiano Farid Al-Din ’Attar (morto nel 1221), uno dei capolavori della letteratura persiana, che viene inserita in vari punti della trama, principalmente sotto forma di una favola che Zuleika racconta al figlio. Un’allegoria di una bellezza travolgente, così come il sottinteso inno alla gioia per la vita, una fede nella luce che illumina l’oscurità, una forte impronta positiva che impregnano anche le pagine più tragiche, fino a riuscire a renderle addirittura luminose. Il raro dono di raccontare la tragedia senza deprimere, di insegnare la Storia senza saccenteria.
L’aspetto che colpisce di più nello stile narrativo di Guzel’ Jachina è la plasticità della tecnica cinematografica, la capacità di far vedere e non solo di far leggere. Allevia la fatica del lettore offrendogli solo piacere. È anche merito dell’eccellente lavoro di Claudia Zonghetti, pluripremiata traduttrice di molti autori russi del calibro di Tolstoj, Dostoevskij, Grossman, Bulgakov e Politkovskaja. Solo forse l’autore conosce il proprio testo meglio del suo traduttore che vive in simbiosi con esso anche per molti mesi. In più, il traduttore è anche un appassionato e profondo conoscitore della letteratura che traduce, quindi fonte preziosa di riflessioni, aneddoti, informazioni e suggerimenti. Approfitto dunque della disponibilità di Claudia Zonghetti per passarle la parola, pregandola di parlarci liberamente di Zuleika apre gli occhi e della letteratura delle etnie non russofone della Russia.
Zuleika e le altre:Zuleika apre gli occhi non è solo e soltanto un romanzo (necessario) sulla collettivizzazione forzata e la deportazione di interi popoli (argomenti di cui poco o nulla si sa e si legge, in Italia), e nemmeno è solamente la storia (straordinaria) di una donna fragile con un carico di sofferenze e prove che pochi riuscirebbero a sopportare. Zuleika apre gli occhi è un esempio misurato e straordinario di come la Storia entra nella storia, ma in una combinazione talmente intensa e insieme rarefatta, che in certi punti il confine tra realtà e fantastico è labilissimo (quando non viene proprio scavalcato del tutto), e ci si ritrova immersi in una situazione fuori del tempo, fra antichi usi e strazi moderni, fra personaggi realissimi da un lato e figure al limite della stilizzazione dall’altro (che da tanta stilizzazione, però, traggono la propria poderosa forza evocativa).
È vero, sì: Zuleika è una storia scritta come raramente capita. Precise ma asciutte, le descrizioni accompagnano chi legge in una realtà altra (nel tempo e nello spazio) senza nulla concedere all’esotismo da cartolina, e la narrazione è talmente intima da ricordare la voce calda e profonda dei “fuori campo” dei vecchi film epici. Ha scritto un critico russo che «leggendo di Zuleika che accarezza il naso di un puledro, subito si ha la percezione fisicadella sua mano ruvida e del velluto del manto dell’animale; se Zuleika ha freddo, il riflesso pavloviano del lettore è di rannicchiarsi sotto il plaid; se ha paura, viene fatto di controllare con la coda dell’occhio se c’è qualcuno, alle nostre spalle». Quella di Guzel’ Jachina, insomma, è una scrittura che il romanzo storico non aveva mai conosciuto prima: fresca nonostante l’argomento rovente, agile nonostante il piombo degli eventi narrati, visiva, cinematografica quasi (e dalla cinematografia viene infatti l’autrice), che offre con una leggerezza quasi straniante, a volte, l’orrore di ciò che accade.
Negli ultimi anni ho tradotto con grande curiosità tre romanzi di tre scrittrici profondamente radicate nella loro cultura di origine, ma che hanno guardato alle proprie storie scegliendo il filtro di una lingua “altra”, pur se altrettanto propria. Se per Guzel’ Jachina il tataro era la lingua dei nonni e che con i nonni è scomparsa o quasi, nel caso di Alisa Ganieva (La montagna in festa, la Nuova frontiera), cresciuta in Dagestan, e di Narine Abgarjan (E dal cielo caddero tre mele, Francesco Brioschi editore), armena, entrambe perfettamente bilingui, la scelta del tramite si poneva eccome.
Entrambe hanno usato il russo per dar voce ai propri personaggi, ma entrambe hanno colorato le pagine con innesti dell’altra loro lingua, imponendoci (per fortuna) di aprire gli occhi e le orecchie a lettere e suoni nuovi. Lo stesso, del resto, ha fatto Guzel’ Jachina, che per Zuleika ha attinto a piene mani agli etnoculturemi turco-tatari e al folclore locale.
E di folclore, cibo, spiriti e spiritelli, storie quasi dimenticate, abiti e arredi-madeleine sono piene le pagine di tutti e tre i romanzi, diversissimi fra loro (si spazia dal tema spinosissimo del nuovo Islam caucasico di Alisa Ganieva, alla dekulakizzazione di Guzel’ Jachina, alle catastrofi naturali e umane dell’Armenia di Narine Abgarjan), ma altrettanto uniti da una fortissima volontà di rinascita, di commistione, di mescolanza nel rispetto del diverso e, soprattutto, dal desiderio di conoscenza dell’altro da sé, che del diverso allontana la paura. E il compito della letteratura, del resto, è da sempre questo.

(Guzel’ Jachina, Zuleika apre gli occhi, trad. di Claudia Zonghetti, Salani, 2017, pp. 504, euro 19,90, articolo di Andrea Rényi)

L'articolo sul sito di Flanerì

lunedì 17 giugno 2019

Romanzo della follia e della libertà. “Tyll” di Daniel Kehlmann

Romanzo della follia e della libertà. “Tyll” di Daniel KehlmannQuando leggo qualcosa di veramente buono provo a immaginare cosa ne sarà fra cinquant’anni. Non lo saprò mai perché fra cinquant'anni io non ci sarò, ma molti dei lettori di Kehlmann sì, e con loro voglio fare una scommessa. Scommetto che Kehlmann sarà un autore letto e apprezzato anche nella seconda metà del nostro secolo, e soprattutto per questo libro. Credo che La misura del mondo, e forse qualcos'altro che Kehlmann scriverà dopoTyll (Feltrinelli)accompagneranno più generazioni, ma Tyll sarà anche studiato per l'ingegnosa commistione fra storia e fantasia, e sarà considerato come un caso di scuola della letteratura. Naturalmente contribuisce l'arte della scrittura di cui l'autore austro-tedesco è innegabilmente un grande maestro, ma il motivo principale è che in questo libro Kehlmann ha forzato il romanzo storico come nessun altro prima, creando una commistione molto impegnativa, eppure ben riuscita, in cui le difficoltà non scoraggiano, ma esercitano uno stimolo vitale. Mette il lettore continuamente alla prova e lo costringe a pesare pagina dopo pagina la percentuale di fiction da separare dalla storia vera e propria. Cosa che accade in tutti i romanzi che incorporano una fetta più o meno grande della Storia, dove però il lettore di solito sa che la cornice storica, ovvero la base su cui poggia il romanzo, è autentica. In Tyll questa distinzione è ardua, per non doversi impegnare troppo il lettore può optare per l'interpretazione interamente da fiction, ovvero per il tutto frutto dell'invenzione, ma vedendo comparire comunque persone realmente esistite e avvenimenti storici riportati nei libri di storia non può mai abbandonarsi al piacevolissimo flusso delle parole. Di conseguenza vive il romanzo non da percettore passivo, da lettore che si accomoda, ma con un continuo impegno mentale e anche sentimentale che interiorizza e consolida la lettura, rendendola indimenticabile.

Daniel Kehlmann, “l'enfant prodige della letteratura tedesca”, irrompe sulla scena letteraria mondiale nel 2003 con il suo quinto romanzo, Io e Kaminski (Voland, 2006), e diventa uno scrittore universalmente conosciuto appena trentenne, nel 2005, con il suo romanzo storico La misura del mondo, che solo in Germania vende 2,3 milioni di copie, e nel 2006 è il libro più venduto nel mondo. Seguono poi altri titoli che però non riescono a convincere completamente, fino a Tyll (nell'edizione italiana accompagnato da un per me incomprensibile sottotitolo, Il re, il cuoco e il buffone), che riceve un ottimo riscontro di critica quando il libro odora ancora di stampa, confermato anche dal notevolissimo successo commerciale e dalla rapidità con cui il romanzo viene diffuso in traduzione.
Romanzo della follia e della libertà. “Tyll” di Daniel Kehlmann
Till Eulenspiegel è un eroe popolare in Germania: i suoi sberleffi irriverenti veri e presunti fanno parte della tradizione, spuntano ovunque in mille forme. Dato per vissuto nel Trecento, compare per la prima volta in una raccolta del 1515 e da allora la sua storia è stata rielaborata numerose volte. Ma in fondo non possiamo nemmeno essere certi che sia mai esistito, se non è invece frutto della fantasia popolare depositata nei secoli; un personaggio che gli uomini e le donne vissuti in tempi in cui la scrittura era poco diffusa hanno creato per farsi giustizia, per esprimere il desiderio di fronteggiare, di prendere in giro chi nella vita reale non avrebbero mai potuto neppure sfiorare.
La Guerra dei trent’anni svoltasi fra il 1618 e il 1648, un altro caposaldo della trama di Tyll, è stata pure rievocata in molte opere a partire da Simplicissimus di Grimmelshausen del 1668, uno dei più grandi classici della letteratura tedesca. Parlare quindi di Eulenspiegel e della Guerra dei trent’anni possono rappresentare una novità per il lettore straniero, in nessun caso però per quello tedesco. Che fin da piccolo li ha ben saldi nella memoria e nell'immaginazione.
Romanzo della follia e della libertà. “Tyll” di Daniel Kehlmann
Kehlmann da sempre coltiva un mondo di illusioni, da bambino studiava da mago, non sorprende quindi la sua affezione all'illusionista Till Eulenspiegel, qui e altrove chiamato anche Tyll Ulenspiegel. Il protagonista vissuto nel 1300 in una storia del 1600 è comunque un avvertimento indiretto e schietto: leggere e credere coltivando il dubbio sul piano storico, ma riflettendo sui messaggi subliminali di cui il romanzo è ricchissimo. Tyll è il romanzo della follia e della libertà, in cui chi è ritenuto matto può farsi beffe di tutto. Invece di un racconto lineare l'autore tira dentro personaggi e filoni sempre nuovi che in qualche modo portano avanti anche il percorso di Tyll, fino a renderlo compiuto. Non è lineare nemmeno il piano temporale: la storia va avanti e indietro, eppure non spiazza lettore. Kehlmann ricorre a fonti, tuttavia le usa liberamente: non è fedele agli episodi descritti nel 1515 che è la sua prima fonte, utilizza in modo arbitrario Simplicissimus, e trasforma il romanzo intitolato Thyl Ulenspiegel di Charles de Coster del 1867, la sua terza fonte.
La trama è semplice e molto composita come un quadro di Bosch: Tyll è figlio di un mugnaio che per le sue curiosità e per gli interessi che tenta di coltivare senza mezzi e un'adeguata preparazione incorre nell'eresia. Il caso vuole che incontri dei gesuiti, pietre miliari nella storia culturale europea, che lo fanno condannare all'impiccagione. Tyll è costretto a scappare e porta con sé Nele, una giovane compaesana che non vuole arrendersi al destino che le riserverebbe la vita nel villaggio, e che ricorda la figura brechtiana di Madre Coraggio. Da girovaghi giocolieri percorreranno per lungo e per largo i luoghi della Guerra dei trent’anni, serviranno il Re d'Inverno, e Nele troverà marito prima di invecchiare, separandosi da Tyll. Un romanzo con dentro più romanzi e novelle, picareschi, barocchi, eppure moderni.

Regaliamo Tyll a chi sostiene che il romanzo è morto. E ringraziamo Monica Pesetti per l'eccellente traduzione.

L'articolo su SUL ROMANZO

mercoledì 5 giugno 2019

Risonanza dell'amore. “Settembre 1972” di Imre Oravecz

In principio era
il tu, era il là, era l’allora, era il cielo azzurro, era il sole, era la primavera, era il caldo, era prato, era il fiore, era l'albero, era l'erba, era l'uccellino, era la forza, era il coraggio, era la risolutezza, era la leggerezza, era la fiducia, era l'altruismo, era la ricchezza, era la gioia, era la serenità, era il riso, era il canto, era il parlare, era la preghiera, era la lode, era la stima, era l'affiatamento, era la dolcezza, era la lindura, era la bellezza, era l'affermazione, era la fede, era la speranza, era l'amore, era il futuro, poi il tu è divenuto lei, il là qua, l'allora l'adesso, il cielo azzurro fumo nero, il sole pioggia, la primavera inverno, il caldo freddo, il prato acquitrino, il fiore sterpo, l'albero cenere, l'erba fieno, l'uccellino preda, la forza fragilità, il coraggio codardia, la risolutezza indecisione, la leggerezza pesantezza, la fiducia sospetto, l'altruismo egoismo, la ricchezza povertà, la gioia dolore, la serenità inquietudine, il riso pianto, il canto strepito, il parlare balbettio, la preghiera bestemmia, la lode maledizione, la stima disprezzo l'affiatamento discordia, la dolcezza amarezza, la lindura sporcizia, la bellezza bruttezza, l'affermazione negazione, la fede dubbio, la speranza disperazione, l'amore odio, il futuro è divenuto passato e tutto ricominciava da capo.


Il ritorno nelle librerie di Settembre 1972 di Imre Oravecz è una bella notizia. Le Edizioni Anfora avevano già pubblicato questo romanzo in versi nel 2004. Dopodiché la casa editrice si è rinnovata, ha cambiato anche veste grafica, e ora sta ripubblicando le opere più interessanti del vecchio catalogo. Questo nuovo catalogo tutto ungherese di Anfora è una vera e propria consolazione in questi tempi cupi per l'Ungheria – associare il nome del Paese al suo regime politico è pressoché inevitabile –, ed è finalmente qualcosa di cui un'ungherese di nascita come me può andare orgogliosa in Italia.


Settembre 1972 è uno dei capolavori della poesia ungherese moderna, la copertina di Andrea Kiss e il progetto grafico di Csaba Heltai rendono il volume un oggetto d'arte, la prefazione dell'autore alla terza edizione ungherese lo arricchisce e ne spiega la genesi, e la traduzione di Vera Gheno è davvero lodevole. 
Risonanza dell'amore. “Settembre 1972” di Imre Oravecz
In patria Imre Oravecz (nato il 1943) è considerato il Ferlinghetti ungherese, un autentico innovatore della poesia contemporanea. Uno dei massimi esponenti della letteratura magiara, Oravecz è anche autore di romanzi, è stato redattore, traduttore e professore universitario. Nonostante una feconda produzione successiva, la sua opera più memorabile e più amata rimane Settembre 1972, composta nel 1988.
Si tratta di un romanzo in versi suddivisi in novantanove episodi, sui tormenti di un amore, che però racchiude in sé tante storie d'amore. La trama inizia nel settembre del 1972, da qui è il titolo del poema, quando il grande amore che in realtà unisce più esperienze, e non necessariamente solo dell'autore, è finito, la coppia si è già separata.
Oravecz getta luce sia nella sua prefazione che in un'intervista da lui rilasciata nel 2011 a László Bedecs sulle circostanze della nascita e sulla scelta curiosa del genere letterario. Citiamo da questa seconda:
«All'inizio degli anni Ottanta la crisi del mio terzo matrimonio, la causa legale per la custodia del bambino mi hanno buttato molto giù. Pensavo che in confronto la letteratura fosse solo un gioco, con finalità prive di interesse e significato. Credevo, e non era per la prima volta, che avrei smesso di scrivere. Alla fine il bambino è rimasto con me, l'ho tirato su io, a volte lottando, ma sempre con gioia. La delusione, però, non mi passava e vedevo inoltre che un bambino non può uscire bene da un divorzio. Questa crisi sentimentale e morale ha riaperto le ferite anche dei precedenti divorzi e ha messo in evidenza le umiliazioni mai elaborate. Ho cominciato a scrivere, come fosse un diario, i pezzi di Settembre 1972, inizialmente solo per me, come fosse una terapia. Volevo capire la situazione in cui mi trovavo, e quello che ci era successo. Dapprima mi interessava solo un momento, quello in cui nessuno riesce a immedesimarsi finché non ci si trova, e dopo non riesce a capacitarsi che sia potuto capitare davvero a lui. Sto parlando di una scena che mi torna in mente spesso, quella in cui l'ho trovata dove l'ho trovata, con qualcuno, e la situazione non lasciava spazio a fraintendimenti...»
Risonanza dell'amore. “Settembre 1972” di Imre Oravecz
Poi Oravecz parla della forma:
«...in questa unità mediamente di venticinque righe e consistente di una unica frase seppure più volte composta, ho trovato uno strumento, che grazie alla sua flessibilità strutturale e alla sua apertura linguistica ha aperto orizzonti infiniti. In questo tipo di testo potevano trovare posto tutti gli elementi stilistici, dai termini tecnici alle volgarità, dalle locuzioni pseudoscientifiche allo slang. Quindi ha resuscitato in me lo scrittore che stava per essere annientato dalla slavina sentimentale. Da quel momento in poi ho lavorato scientemente sul libro, che anche oggi considero un romanzo, pur sapendo che la critica ne discute volentieri il genere: se è poesia, poesia in prosa, o semplicemente prosa. Secondo me sono poesie che compongono un romanzo, così come lo è l'Iliade...»


A oltre trent'anni dalla prima edizione, in Ungheria Settembre 1972 rimane uno dei libri più letti e più apprezzati. Auguro buona fortuna alla sua edizione italiana.

Il pezzo Sul Romanzo