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lunedì 12 aprile 2021

IL SILENZIO DI UN POLIGLOTTA

 

IL SILENZIO DI UN POLIGLOTTA

A proposito di “Tutti i giorni” di Terézia Mora

di  12 aprile 2021

Copertina di Tutti i giorni di Térezia Mora

Uscito nel 2004, Tutti i giorni è la seconda opera di Terézia Mora come scrittrice di narrativa, e per questo romanzo l’autrice ha ricevuto il Premio della Fiera del Libro di Lipsia. Il titolo è un omaggio a Ingeborg Bachmann, ed è forse solo una felice coincidenza che Terézia Mora sia stata insignita del Premio Bachmann per il suolibro d’esordio.

Tradotto finora in più di dieci lingue, in italiano viene pubblicato per la prima volta nel 2009, nella traduzione di Margherita Carbonaro, per i tipi di Mondadori, e nel 2020 lo riscopre la casa editrice Keller, sempre nella traduzione di Margherita Carbonaro. Un’operazione valida, giustificata dal successo di critica e anche di pubblico del libro, e anche dell’autrice, ormai di consolidata fama come una delle voci tedesche più originali dell’inizio del Ventunesimo secolo.

La trama di Tutti i giorni è complessa, non facile da seguire, e la ricostruzione rischia di perdersi in mille rivoli. Il punto di partenza è una maldestra confessione d’amore: Abel Nema, ungherese per metà, dopo la festa dell’esame di maturità si dichiara a Ilia Bor, l’amico del cuore in cerca di Dio. La delusione gli fa commettere l’unico atto chiaro e comprensibile della sua vita: di notte dà in escandescenze e rompe le vetrine dei negozi. Da quel momento in poi la sua vita è un esilio volontario, una sorta di vita monacale senza rapporti sentimentali e legami di qualunque profondità. Dopo un incidente, come per miracolo, diventa capace di imparare le lingue straniere perfettamente, persino senza accento, ma il protagonista trascorre la suaesistenza praticamente senza parlare, come rivela, ma solo a chi conosce l’ungherese, il suo nome. Nema con l’accento sulla e, che in tedesco non esiste, significa muto. Abel, che è quasi Bábel, ovvero Babele, è Béla, un nome comune, e insieme fanno Némabéla, una rima baciata.

Abel è un ragazzo di bell’aspetto, uno che non passa mai inosservato. Vive nella Babele moderna in un campo sempre circoscritto, pur cambiando spesso domicilio. Come se quel trauma giovanile, quella delusione d’amore, lo avesse privato della capacità di provare sentimenti. Terézia Mora non offre ambientazioni chiare, le città non hanno nomi, ma dalle descrizioni si delinea prima Sopron, in Ungheria, la città natale dell’autrice, lasciata nel 1990 a diciannove anni, e poi Berlino, la città in cui approda e dove tuttora risiede. Luogo e tempo sono volutamente indefiniti, anonimi, perché il lettore deve rivolgere tutta l’attenzione ai processi interni, intimi.

Inoltre Abel Nema non possiede il senso dell’orientamento, sbaglia strada ovunque, si perde, quindi i luoghi non hanno, non possono avere alcuna importanza nella vita di un protagonista che fatica a ritrovare persino la strada di casa. Sono importanti invece gli interni, così come le comunicazioni non verbali che Mora descrive con molta precisione in quello che i critici tedeschi hanno definito un canto epico a molte voci, un quadro contemporaneo con la guerra balcanica sullo sfondo, la coraggiosa rappresentazione della vergogna di “stare al mondo in tempi cattivi”.Abel Nema parla dieci lingue, ma tranne quando fa l’interprete non lo vediamo comunicare. Per il lettore rimane un estraneo, eppure è sempre al centro della narrazione. La sua persona riunisce il destino dei rifugiati della guerra balcanica, l’estraneità, il multilinguismo e la vita in e di una metropoli. La narrazione che scorre seguendo più fili, i frammenti e i cambi di prospettiva rendono il romanzo una polifonia simile a quella che Terézia Mora ha incontrato nei libri da lei tradotti dall’ungherese al tedesco, in particolare in Harmonia Caelestis di Péter Esterházy, che le è valso, nel 2002, un premio per la traduzione.

Abel è un perfetto programma per tradurre, un robot che non sente fame, non si ubriaca e ha bisogno di pochissimo riposo notturno. Quando si stanca Abel si esprime infatti come una macchina parlante. Da bambino abitava in un armadio, in seguito trova alloggio in magazzini e sottotetti. La sua vita è un vagabondaggio incessante senza legami con persone e territori. Sembra non provenire da nessuna parte e ha i documenti di uno stato che non esiste più. Nel corso del romanzo perde più volte i documenti d’identità, trascorre periodi come membro inesistente della comunità, ma il migrante Abel trova sempre qualcuno che gli tende una mano. Attraversa ambienti molto vari, incontra persone curiose, ciascuna delle quali offre al lettore una storia ai limiti, alle periferie della normalità. Un microcosmo affascinante, a tratti repellente, che lotta per rimanere in superficie; incontriamo delinquenti e rassegnati, miti e violenti, persone di profonda cultura e altre che ne sono completamente prive. In un vortice di avventure Abel Nema sfiora quest’umanità variopinta, e in qualche caso ne rimane vittima suomalgrado, perché la sua indifferenza e la sua estraneità a tutto e tutti non è uno scudo. Così fino alle ultime pagine, quando Mora mette in atto una svolta che fa riflettere il lettore a lungo su salvezza, felicità e felice ignoranza.

Tutti i giorni è un romanzo sull’estraneità, in cui Abel è sempre davanti alla porta ma non entra mai. Accetta solo una mano, quella di un bambino, il geniale Omar: da lui si fa condurre, con lui varca anche una soglia. Abel Nema conduce il lettore lungo il romanzo: con lui non è possibile parlare, ma intorno a lui comunica un mondo vasto e vario. A volte usando toni drammatici, tragici, o solo asciutti, ma non manca una certa dose di umorismo che alleggerisce temi pesanti e procura sollievo.

Tutti i giorni è un romanzo di 500 pagine di alto valore letterario. Tradurlo non può che essere stato un compito molto delicato e molto difficile. Rispondendo generosamente ad alcune domande, Margherita Carbonaro, la sua traduttrice, ce ne dà un’idea e svela anche qualche curiosità.

 

Prima che lo pubblicasse l’editore Keller, Tutti i giorni di Terézia Mora era già nel catalogo di Mondadori nella tua traduzione del 2009. Hai ritoccato la traduzione, oppure è andata semplicemente in ristampa?Ho tradotto Tutti i giorni molti anni fa, fra il 2008 e il 2009, e naturalmente sono molto contenta che Keller abbia ripreso adesso la mia traduzione, uscita allora da Mondadori. Ho avuto la possibilità di vedere e correggere le bozze di questa nuova edizione, come avevo chiesto all’editore. Confesso che ero convinta che avrei cambiato parecchio, a distanza di anni, ma poi – anche a causa del fatto che, come spesso succede, in quel periodo avevo anche altre scadenze – mi sono limitata a rileggere e a fare qualche intervento qua e là, ma non ho modificato sostanzialmente la traduzione. Ho capito anche che era meglio non farlo. O meglio, che non sarai stata in grado di farlo. Se mi ci fossi messa davvero, avrei avuto la tentazione di cambiare troppo e forse avrei fatto peggio. Mi rendo conto che ci sono lavori che più di altri si legano a cose che stai vivendo in un certo periodo. Come un libro può parlare a un lettore in maniera diversa quando lo legge per la prima volta e quando poi lo rilegge tempo dopo, lo stesso succede naturalmente anche – e forse tanto più – al traduttore.

 

Questo romanzo è un microcosmo di migranti, a cominciare dal protagonista, quindi anche un mondo linguistico polimorfo, con riferimenti culturali ed espressivi a molte realtà. Reso presumibilmente in un tedesco piuttosto insolito, dovuto forse anche all’origine ungherese della scrittrice. Come te la sei cavata, è stata una sfida impari?A distanza di tanti anni non riesco a ricostruire le riflessioni che il testo mi aveva suscitato allora, le difficoltà e i problemi concreti di traduzione. Ho nel computer un file che li raccoglie, e da qualche parte un quaderno pieno di scarabocchi e appunti più o meno illeggibili, ma probabilmente non ho più le chiavi per leggerli. Mi scuso perciò se invece di entrare in questo tipo di dettagli divago e racconto brevemente qualcosa di più personale. Mentre ci lavoravo, il libro mi aveva parlato in una maniera molto forte. La città – Berlino – in cui si muove Abel Nema è quella in cui avevo vissuto anch’io, forse un paio d’anni prima che ci arrivasse lui. Anche se il filtro attraverso cui Mora ne parla è decisamente particolare, avevo comunque nella mente una mappa, anche temporale, in cui sistemare le cose raccontate. Quella mappa però in quel periodo, mentre traducevo il libro, si trovava con me a Pechino dove abitavo allora. Dentro casa, e dentro la mia testa, c’erano il tedesco e l’italiano, fuori casa c’erano la Cina e il cinese (e anche l’inglese), e lì io ero – non sempre ma spesso – nema, la muta, l’estranea, la straniera. Faceva parte della mia vita quotidiana l’essere straniera: era una qualità del corpo, della voce, degli occhi, che mi accompagnava ovunque andassi. Almeno a quell’epoca, era impossibile sfuggirvi. Qualcosa di quella situazione deve essersi insinuato quantomeno nel modo in cui leggevo e percepivo il libro mentre lo traducevo.

 

Puoi condividere con noi qualcuna delle tue riflessioni riguardo alla traduzione di questo libro?Tutti i giorni è un libro forte, pieno di energia – così l’ho sentito io. La sua lingua, la sua sintassi sono cariche di energia. La voce di Mora è tesa, nervosa, mordace e ironica, tagliente ma anche delicata. E nello stesso tempo la sua lingua e la sua sintassi sono leggere. A volte, traducendo, avevo la sensazione di quando ci si sta per tuffare, e poi l’istante del tuffo, o di quando si sta in cima a una pista di sci e si è pronti a buttarsi e ad assecondare la velocità. La lingua di Mora è piena di cunette che ti permettono di spiccare brevi salti, da una frase all’altra. Era stata proprio quella per me la sfida, e la difficoltà principale: seguire il suo ritmo, renderlo così come lo sentivo nelle orecchie. Certamente il tedesco di Mora è molto particolare, e lo è perché è scritto da qualcuno che ha intonato originariamente la propria voce su un’altra lingua. Avere dentro di sé lingue diverse è un modo magnifico di nutrire la lingua in cui si scrive. A me il tedesco di Mora piace molto proprio per le qualità a cui ho appena accennato: forza, leggerezza, nervi.

In un’intervista pubblicata sull’«Indice», a cura di Daria Biagi, Térezia Mora ha detto di trattare gli oggetti della sua scrittura come se questi fossero fisicamente liberi nello spazio, il che comporta continui cambiamenti del punto di vista che si riflettono a volte in alternanze dei tempi verbali anche all’interno di una stessa frase. «Può darsi che qui entri in gioco la mia lingua materna, l’ungherese, che non ha generi grammaticali e che per esprimere il tempo ha solo due forme che possono alternarsi nella frase, e che non prevede neanche un ordine fisso per le parole». Purtroppo non conosco l’ungherese. Sono affascinata da quello che lei dice, ma è qualcosa che riesco a cogliere solo in forma di eco. Probabilmente è meglio così, perché comunque era quell’eco, quel tedesco in cui evidentemente risuona un eco che io dovevotradurre, era il tedesco di Mora – e non l’origine dell’eco.

Devo comunque dire che traducendo non pensavo affatto all’“anomalia” di quel tedesco. Forse c’entra in questo anche il fatto che la mia vita stessa in quel periodo era multilingue. E così è stato anche per i giochi sonori che compaiono nel testo e per le parole in altre lingue – note o ignote – che il lettore non dovrebbe, spero, sentire come inserti in qualche modo estranei, come “parole straniere” ma come elementi naturali di quell’impasto e di quella storia.

 

(Terézia Mora, Tutti i giorni, trad. di Margherita Carbonaro, Keller, 2020, 496 pp., euro 19,50, articolo di Andrea Rényi)

L'articolo su Flanerì

martedì 30 aprile 2019

Sessant'anni di amore non corrisposto. Storia di una donna raccontata da suo figlio

Era una vecchia quercia, sano fino al midollo anche in punto di morte. È crollato per terra mentre sfogliava, chino sul leggio, una pagina della Sinfonia in Sol minoredi Mozart. Quando lo hanno trovato, stringeva nella mano rigida un brandello della partitura, gli squilli dei corni all’inizio dell’Adagio. Una volta aveva detto a mia madre che la Sinfonia in Sol minoreè il più bel brano musicale mai composto. – Leggeva da sempre le partiture come altri leggono i libri. Di qualsiasi opera gli capitasse tra le mani, arcaica o frivola che fosse. Ma soprattutto andava a caccia del nuovo.»

L'autore, lo scrittore svizzero Urs Widmer (1938-2014), non lo ha mai confermato pubblicamente, ma quest'incipit e in generale il ritratto di Edwin, il grande amore mai corrisposto della madre, conduce al direttore d'orchestra svizzero Paul Sacher (1906-1999), mentre Clara, la protagonista femminile, è con ogni probabilità la parafrasi della madre dell'autore. A lei il figlio scrittore dedica questo toccante requiem pubblicato in Svizzera nel 2000, tradotto per la prima volta in italiano nel 2002 da Eugenio Lio per Bompiani con il titolo L'uomo amato da mia madre, e ora splendidamente ritradotto – con il titolo Il grande amore di mia madre – da Roberta Gado per Keller, che di Urs Widmer nel 2015 aveva già tradotto, sempre per Keller, Il sifone blu, e nel 2017 Il libro di mio padre. Di quel padre che in questo libro compare fugacemente come il ripiego di Clara per tentare di costruirsi un'esistenza sopportabile, un surrogato a quella che lei avrebbe voluto trascorrere al fianco di Edwin.

Edwin è di origini povere e modeste ma con una dedizione e un trasporto tipici solo dei geni, e grazie all'aiuto di un maestro che probabilmente corrisponde alla figura del direttore, compositore e pianista austriaco Felix Weingarten (1863-1942), da analfabeta musicale diventa direttore d'orchestra. Ancora giovanissimo fonda a Basilea la Junges Orchester, che nella vita reale si chiamava Basler Kammerorchester, con un profilo innovatore. Per non seguire pedissequamente gli eventi accaduti, Widmer colloca l'esordio dell'orchestra di Edwin, la Junges Orchester, nel luglio del 1927, invece la Basler Kammerorchester suonò per la prima volta il 21 gennaio dello stesso anno. Nel corso della narrazione tante altre differenze emergeranno fra la Storia e la fantasia dell'autore, ma il filo con la realtà storica non si spezzerà mai.

Sessant'anni di amore non corrisposto. Storia di una donna raccontata da suo figlioClara è figlia unica di un uomo arricchito che perde tutto il Venerdì Nero del 1929, un colpo che per lui sarà fatale e letale. Da un giorno all'altro Clara si ritrova povera in canna e scopre la parentela italiana del padre. Aveva cominciato a sostenere l'orchestra di Edwin da ragazza ricca, continuerà a ricoprire il ruolo di tuttofare indispensabile anche da nullatenente. Ha dei rapporti sessuali con Edwin che però non vuole null'altro da lei, e non la illude neppure.
La carriera di Edwin è in rapida salita, con il successo arriva anche il denaro e in un'orchestra di fama ormai mondiale di Clara ci sarà sempre meno bisogno. Edwin dirige nuove composizioni che entreranno nell'albo delle musiche più innovative del ventesimo secolo.
«In quel periodo lo Junges Orchester annunciò la prima assoluta di una nuova opera di Béla Bartók. Bartók l’aveva scritta per Edwin, su sua commissione. (E nel suo chalet di villeggiatura nei pressi di Adelboden, a essere precisi. Ebbro di felicità, aveva trascorso quattro settimane in una stanza che odorava di legno vecchio, senza mai leggere i giornali. Così si perse 108 diverse cosette, tra cui lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Edwin salì da lui in Rolls per riferirgli l’inimmaginabile. Bartók annuì, scosse la testa, deglutì; ma, ecco, non aveva ancora orchestrato il finale dell’opera e doveva subito rimettersi al lavoro.)»
Edwin passa attraverso le forche caudine del nazismo e della seconda guerra mondiale corazzato della sua musica, sposa una donna ricca e per Clara rimane solo l'omaggio floreale firmato E., che per molti anni le arriva puntualmente il giorno del suo compleanno. L'anno che non lo riceverà più rappresenterà lo spartiacque fra la vita e la morte, seppure non intesa in senso fisico.
Si sposa anche Clara e avrà un bambino che la seguirà passo passo, quasi mendicandone l'amore. I nervi fragili la faranno entrare e uscire da cliniche psichiatriche, finché non ne avrà abbastanza e morirà suicida a ottantadue anni.
Un'elegia, un requiem a una madre, a una donna, che ha investito tutta la sua vita sentimentale in un colosso dell'interpretazione musicale, che però non ha mai provato nulla per lei. Sessant'anni di amore non corrisposto e sessant'anni di storia svizzera ed europea. Un'epopea lirica, coinvolgente e istruttiva, scritta in una lingua brillante, in una tonalità dolente e ironica, compassionevole e distaccata.
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L'articolo SUL ROMANZO

sabato 14 febbraio 2015

Il "romanzo autobiografico" di György Konrád

György Konrád, "Partenza e ritorno", Keller editore, 2015, traduzione di Andrea Rényi (foto tratta dalla bacheca Facebook di Keller editore)
Articolo di Francesca Sforza

TuttoLibri, 14 febbraio 2015

György Konrád (nato nel '33), scrittore, giudice e sociologo, è stato uno dei punti di riferimento del dissenso ungherese ai tempi del socialismo; fu tra i fondatori del Movimento dei liberi democratici, secondo partito alle prime elezioni libere del '90. Tra i suoi romanzi, in italiano, "Il visitatore", "Il perdente", "Il collaboratore". 

"Gli ebrei erano portati per l'ingenuità, coltivavano di continuo fantasie di sopravvivenza… I nostri vicini potevano essere deportati, ma nel nostro paesino no, non poteva succedere, e poi i tedeschi erano troppo civilizzati per farci questo". Ragiona così, parlando in un tedesco roco e placato György Konrád, ebreo ungherese nato nel 1933 a Berettyóújfalu, circa trecento chilometri a sud est di Budapest, quasi al confine con la Romania. Il suo libro Partenza e ritorno sta per uscire in questi giorni in Italia per Keller editore. Il sottotitolo recita "romanzo autobiografico". "Ma non c'è nulla che non sia davvero accaduto così come l'ho descritto", ci precisa dal suo studio di Budapest, dove adesso vive con la moglie Judith.

György aveva undici anni quando lasciò il soggiorno blu della sua casa. I suoi genitori erano stati deportati, lui e sua sorella erano rimasti soli. Potevano aspettare che qualcuno decidesse per loro, ma invece no, e con incoscienza tutta infantile attraversarono il paese con la stella gialla cucita sui cappotti verso la stazione. Sarebbero andati da alcuni parenti in campagna, e poi forse i loro genitori sarebbero tornati. "Se avessimo tardato un solo giorno, saremmo finiti ad Auschwitz: mia sorella aveva quattordici anni e forse sarebbe sopravvissuta, ma io ne avevo undici e il dottor Mengele aveva inviato tutti i miei compagni di classe nella camera a gas", scrive.

Nella decisione di lasciare tutto e partire c'è non solo il segreto della salvezza personale di György, ma anche - in un'estensione più ampia - la mossa che sancisce per sempre la fine della borghesia ebraica del XIX secolo. "Gli ebrei di allora non erano contadini né proprietari di terre ma erano bravi nel commercio, nell'industria, e i più istruiti avevano successo negli studi. La convivenza con i gentili era umana, e se non potevamo dirci assimilati, integrati sì, lo eravamo. Ricordo ad esempio - ci racconta Konrád - che il magazzino di mio padre era sempre pieno di gente, ma non tutti erano clienti venuti per comprare. Molti si scaldavano le mani al fuoco quando faceva freddo, altri commentavano notizie sul giornale, ci si scambiava sempre piccoli favori e tante cortesie: le comunicazioni non erano mai affrettate, nessuno si aspettava tempi rapidi di reazione". Perché da un giorno all'altro, si sarebbe dovuto abbandonare tutto e fuggire?

L'abitudine a una vita tranquilla, la pigrizia dulcamara della vita di provincia, tendine ricamate appese alle finestre della cucina e ghette lucide prima di uscire: come era possibile che tutto questo venisse sostituito in così breve tempo da fosse comuni, filo spinato e Zyklon B? "Una volta, nei primi anni Quaranta - dice ancora Konrád - arrivò negli uffici della comunità ebraica di Budapest un gruppetto di uomini che dicevano di essere fuggiti da Auschwitz. Non erano ungheresi, ma cecoslovacchi, parlavano di docce che non erano docce ma camere a gas, di forni crematori, di schiere di parrucchieri incaricati di tagliare tutti i capelli alle donne prima che fossero uccise… Il rabbino li stette ad ascoltare in silenzio, e alla fine li ringraziò per avergli raccontato tutte quelle cose. Ma appena furono andati via si voltò verso la sua segretaria e le disse: 'Se dovessero tornare non li faccia più entrare, sono completamente pazzi'". Un episodio che sembrerebbe confermare la leggerezza di alcuni ebrei di potere: non capirono, scelsero di negoziare, trattarono con un nemico di cui non avevano capito la ferocia. "Certo, Hannah Arendt poteva permettersi di essere intelligente e arguta a New York dopo la guerra - osserva Konrád pensando alle tesi sostenute nella Banalità del male - ma a Budapest durante l'occupazione tedesca nel 1944 era difficile essere così sottili. Molti hanno tentato di fare qualcosa, e se è vero che in tanti hanno sbagliato, l'arroganza con cui la Arendt ha trattato la cosa non mi è mai piaciuta".

Forse non serviva arrivare al 1941 per capire che qualcosa si era spezzato nel contratto non scritto tra ebrei e gentili nell'Ungheria di quel tempo. "I primi germi della dissoluzione si rintracciano con la prima guerra mondiale", ricorda Konrád. "Prima di allora nel Paese convivevano diversi stati nazionali: la maggioranza era ungherese ma c'erano anche serbi, croati, romeni. La nascita del nazionalismo ungherese, la progressiva magiarizzazione della società, fu l'inizio della fine. Anche per noi ebrei la vita cominciò a farsi più difficile: dovevamo studiare obbligatoriamente l'ungherese, dovevamo partecipare alle parate, dovevamo mostrare entusiasmo. Il nazionalismo ti offre sempre solo due possibilità: "sei come me e allora vieni con me", oppure "non sei come me, vattene via". Gli ebrei si configurarono subito come i non-ungheresi, e per loro la vita cominciò a esser difficile da allora".

E' stato un miracolo che György si sia salvato - "Non so se sia stato un caso, il destino, o forse una statistica: qualcuno sarebbe pur dovuto sopravvivere…" - e anche che i genitori alla fine non siano finiti ad Auschwitz, ma abbiano potuto fare ritorno nel soggiorno blu. Ad aspettarli, però, c'erano i sovietici. Un'altra violenza, ma di natura diversa: "I sovietici conservavano ancora un tratto di bolscevismo, e i bolscevichi al fondo coltivavano un'idea internazionalista - dice Konrád - che del resto aveva contribuito ad abbattere lo varismo, con tutte le sue storture".

Negli anni a venire Konrád parlò anche con Tatiana Tolstoj - cosa differenziava la follia comunista da quella nazionalsocialista? "Lei mi disse che nella radice russa c'era l'imperialismo, una sorta di ossessione che li spingeva a radunare popoli ed etnie diverse sotto il loro dominio, anche con la violenza e il sopruso". I tedeschi no, non pensavano a un'inclusione del diverso, ma al suo annientamento. "Il nazismo era il livello più alto del nazionalismo discriminatorio, e l'Olocausto il livello più alto del nazionalsocialismo. I russi - dice ancora Konrád - hanno fatto cose orrende, Stalin aveva persino un piano di distruzione degli ebrei, condivideva con Hitler dei tratti paranoici - tipico dei tiranni o di chi assurge a ruoli di grandissimo potere - quindi i russi ne hanno uccisi tantissimi di ebrei, forse pochi di meno dei nazisti…" Ma' "Ma non posso dimenticare il mio ritorno a Berettyóújfalu nel febbraio del 1945, quando incrociai gli occhi di un soldato sovietico sulla strada di casa: mi sorrise, e mi accarezzò la testa con dolcezza. No, non ce l'avevano con gli ebrei".

L'antisemitismo oggi? "Sono sincero, non mi fa paura. Non perché sottovaluti quanto sta accadendo in Medio Oriente e nella stessa Europa, ma perché non ci sono mai stati lunghi periodi nella storia in cui gli ebrei non siano stati in pericolo di vita".