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domenica 12 aprile 2020

Intervista a Silvia Cuttin

«AVEVA FATTO COME FIUME: AVEVA ACCOLTO IL MALE DENTRO DI SÉ E NON L’AVEVA RESTITUITO»


Intervista a Silvia Cuttin

di  9 aprile 2020

copertina di il vento degli altri di silvia cuttin
Il termine città-stato viene immancabilmente associato all’antica Grecia, ad Atene, a Sparta, o in tempi moderni al Vaticano o a Singapore. A pochi viene in mente che una novantina d’anni fa esisteva una città che apparteneva alla Corona d’Ungheria ma godeva di uno status autonomo riconosciuto dalle grandi potenze europee: Rijeka, o Fiume, nel golfo del Carnaro, annessa dagli Asburgo nel 1466. È sempre stata una città cosmopolita, dove il mondo latino rappresentato dagli italiani si incontrava con il mondo panslavo dei croati e sloveni, con la cultura germanica degli austriaci, e con lo stato emotivo siamo un’isola degli ungheresi. E in più c’è il mare, che stimola la sensazione di vicinanza al mondo intero. Una città di mille colori, la Mitteleuropa in miniatura. Un corpus separatum nell’Impero che nel Settecento diventa porto libero, acquisisce autonomia commerciale, e viene annesso al Regno d’Ungheria. Nel 1848, per un ventennio, diventa croato per tornare, nel 1868, alla corona ungherese. È l’unico porto, l’unico sbocco al mare dell’Ungheria, e sotto l’amministrazione ungherese si dota di importanti strutture produttive.
Fiume/Rijeka era anche una città laica, lo dimostra il numero esiguo di chiese. Una città in cui convivevano pacificamente cattolici, protestanti, greco-ortodossi ed ebrei, immigrati prevalentemente dai territori del Regno d’Ungheria. Verso la fine dell’Ottocento molti parlavano quattro lingue: l’italiano, il croato, il tedesco e l’ungherese. La società fiumana era aperta, e anche le donne godevano di una certa libertà inconsueta altrove.
Nel 1918 si dissolve la monarchia Austro-Ungarica e il destino di Fiume diventa incerto. La sua appartenenza diviene una questione complessa e discussa fra italiani e croati. Gabriele D’Annunzio lancia l’impresa volta a occupare la città, ed è questo il capitolo di storia fiumana che dà l’inizio al romanzo di Silvia Cuttin, Il vento degli altri (Pendragon, 2017) una lettura che rappresenta un ottimo modo per accostarsi alla città capitale europea della cultura 2020, oggi ufficialmente Rijeka, e porto principale della Croazia indipendente.
Anche se non è strettamente collegato con il libro, da ungherese non posso non dedicare due parole anche alla funzione fondamentale che la città di Fiume ha avuto negli scambi letterari fra italiani e ungheresi. Si forma in questa città la prima generazione di intellettuali bilingui italo-ungheresi cui deve molto la letteratura di entrambe le lingue. Alla simbiosi della cultura italiana con quella ungherese a Fiume si deve la grande fortuna della letteratura ungherese in Italia fra le due guerre mondiali, quando decine di romanzi diventano bestseller nelle librerie italiane, grazie all’instancabile lavoro di traduttori, appunto, fiumani. Il primo grande successo italiano delle opere di Sándor Márai risale proprio a quest’epoca ed è attribuibile a questo contesto.
Con Il vento degli altri la bolognese Silvia Cuttin, di origini disparate compresa quella fiumana, già autrice di due titoli e forte di esperienze lavorative che richiedono una buona padronanza della scrittura, erge un monumento all’identità irriducibile di una città chiave della storia del Novecento. Silvia Cuttin si definisce una tessitrice che scrive storie con innumerevoli fili, e difatti ne tiene ben tesi diversi anche in questo romanzo che abbraccia un secolo di storia fiumana, quindi europea. Un’opera solida che mette a frutto un notevole impegno preparatorio e matura con le pagine. Dopo un inizio inibito, la trama e la scrittura si irrobustiscono, con lo scorrere delle pagine cresce il coinvolgimento, i personaggi e l’ambientazione acquisiscono peso e solidità. Il filo conduttore è la vicenda di Elena aspirante cantante lirica che per la prima volta incontriamo bambina, e la accompagniamo fino al termine della sua lunga esistenza avventurosa eppure statica perché interamente trascorsa nella sua città natale. «Aveva vissuto anni bellissimi e, allo stesso tempo, terribili: la storia di quei luoghi di confine era stata particolarmente dura e dolorosa. E ancora guerra, dopo, quella che c’era stata qualche anno prima che aveva influito anche su Fiume, con gli ennesimi spostamenti di popolazione. Ma Elena, di quella guerra recente, non aveva voluto sapere, la sua vita era già stata troppo piena così».
La lettura del romanzo ha stimolato alcune curiosità che hanno assunto la forma di domande, che Silvia Cuttin ha accolto, e le sue risposte sono tutte fuorché scontate:

Nei due capitoli intitolati Note al testo e Ringraziamenti e riconoscimenti, il lettore può farsi un’idea di massima del tuoi legami con la città di Fiume, ma credo che dietro ci sia una storia ricca di elementi interessanti.  Puoi svelarne qualcuno, come le ragioni per cui i tuoi avi scelsero Fiume e perché decisero di andarsene?
Le mie origini fiumane sono legate alla famiglia materna, sebbene abbia avuto qualche lontano avo di quelle zone anche per parte di padre. I nonni materni si sono sposati a Fiume nel 1925 e dopo qualche anno si sono trasferiti a Trieste; hanno dunque vissuto l’esodo solo attraverso i loro familiari, quasi tutti rimasti in quella città. Da quel che so, la famiglia di mia nonna era mista: fiumana di lingua italiana come la maggioranza della popolazione di allora, cognomi tipicamente italiani, anche se sembra che la bisnonna fosse croata. Mia nonna aveva frequentato le scuole ungheresi, conservo un libretto bilingue con la composizione delle classi. Era cattolica e per sposare mio nonno si era convertita all’ebraismo. Aveva dieci fratelli, che rimasero a Fiume. Non so molto di loro, in famiglia si è sempre parlato poco di quella parte di storie tragiche. Nel 1945 riuscirono a fuggire tutti, ad eccezione di sua madre e di due fratelli che non fecero in tempo: furono arrestati dai titini e uccisi in carcere. Erano fascisti? Può essere, sicuramente erano benestanti, possedevano una villetta con giardino, sono andata a vederla in una delle mie recenti peregrinazioni a Fiume. Ora ci abitano diverse famiglie, ho guardato i campanelli, c’è pure un B&B. Ho avuto per un attimo la curiosità di ricostruire come li avessero avuti, quegli appartamenti. In realtà, anche se si potesse, non vorrei sapere. Come non pensare al bellissimo film Ida (del regista Pawel Pawlikowski, ambientato in Polonia), che racconta di persone che hanno colto l’occasione di una situazione orribile per stare meglio, anche se a danno di altri. Un esempio mutuabile ad altri contesti e che, in maniera diversa, credo si sia verificato anche a Fiume. Di fatto, non tanto e non solo una questione etnica, quanto economica.
La famiglia di mio nonno materno, invece, era arrivata a Fiume nel 1913 dalla Transilvania ungherese. Il mio bisnonno era panettiere al servizio delle Regie Ferrovie ungheresi e si spostava lungo le direttrici della costruzione delle linee ferroviarie. Per questo motivo i suoi dieci figli erano nati ognuno in un villaggio diverso. Nell’ultimo paese in cui si erano fermati facevano la fame, si trasferirono così a Fiume. In famiglia si dice che da lì volessero emigrare per gli Stati Uniti, sta di fatto che in quella città si stabilirono. Lì si trovava lavoro e c’era molta più tolleranza verso gli ebrei che nell’Ungheria rurale. Erano ebrei ortodossi, i bisnonni continuarono a parlare in yiddish anche a Fiume, oltre che a mangiare borsht e cetrioli in salamoia. La comunità ebraica ortodossa era numerosa, c’erano addirittura due comunità e due sinagoghe distinte, una Neolog e l’altra ortodossa.
Nel 1938 agli ebrei di quelle zone, a differenza che nel resto d’Italia, venne ritirata la cittadinanza italiana, divennero apolidi oppure stranieri, a seconda dei diversi casi burocratici. Nel 1940, quando l’Italia entrò in guerra, tutti i maschi di età compresa tra 18 e 60 anni vennero mandati in campi di internamento fascisti nel Sud Italia in quanto ebrei stranieri/apolidi. Forse fu per quello che, pur non in maniera facile, i fratelli di mio nonno si salvarono. Nel 1943 la Germania annesse (a differenza del resto d’Italia che fu occupato) il Trentino, parte della Venezia Giulia e Fiume, Istria e Dalmazia. A Fiume di ebrei ce ne erano ormai pochi: tra questi i miei bisnonni insieme con una delle figlie rimasta con loro per accudirli. Furono presi dai nazisti e deportati ad Auschwitz; non si sa se siano mai arrivati o se siano morti prima, già alla Risiera di San Sabba o in treno: avevano ottant’anni.
Finita la guerra o poco dopo nella Fiume occupata dall’esercito di Tito, della mia famiglia non era rimasto nessuno e nessuno di loro, ovviamente, tornò. Se non mia nonna che un paio di volte andò a cercare la madre e i fratelli “spariti”, senza ottenere nessuna informazione se non l’avvertimento di non tornare più altrimenti l’avrebbero arrestata. Un piccolo racconto che ho inserito, romanzandolo, in Il vento degli altri.
Tornando alla domanda, non si è trattato di decisioni prese ma di fatalità dovute ai conflitti intrecciati che si ebbero in quelle zone in periodo di guerra e prima a causa delle leggi razziali: chi perse la vita, chi perse tutto quello che aveva a fatica costruito. Sei dei ragazzi ebrei emigrarono negli Stati Uniti e non tornarono, i loro genitori rimasero in Italia dove dal 1943 erano stati nascosti. Gli altri furono esuli e si stabilirono in diverse città italiane.



Il titolo del romanzo ricorda il titolo del film di Florian Henckel von Donnersmarck, Das Leben der Anderen, La vita degli altri, che in italiano è diventato Le vite degli altri, una pietra miliare nella cinematografia storiografica. Come è nato il titolo del libro?
Le vite degli altri racconta di vite spiate, di vite controllate. Sotto il regime fascista e in seguito sotto quello comunista di Tito il controllo c’era, ed era invadente. Nel libro ne accenno, ma il livello di controllo non raggiungeva quello più moderno adottato nella DDR. È anche vero che si può immaginare di essere degli spettatori nascosti quando si legge un romanzo, entrando non visti nelle vite dei personaggi!
Riguardo al titolo, avevo buttato lì un titolo banale, sperando di avere una folgorazione in corso d’opera o che venisse un suggerimento dall’editore. Quando mi sono resa conto che nessuna delle due possibilità si verificava, ho cominciato a pensarci sul serio. Ci sono arrivata dopo tre giorni, concatenando parole e idee. Ho pensato che quelle zone sono famose per la bora, un vento davvero forte, a raffiche: il vento era un buon punto di partenza. E lì c’è il mare, si va in barca a vela, il vento cambia e ti puoi trovare al largo senza vento, o sbattuto contro gli scogli per un mutamento improvviso di vento. Il vento può essere a favore o contrario e può cambiare, questo insegna il mare. Chi ha il vento a favore in un determinato periodo, può trovarsi poco dopo con il vento contrario. E ti può capitare, insieme al vento che cambia, di trasformarti negli altri, dall’oggi al domani. Effettivamente così è successo lì, e più volte.
In un paio di occasioni, a una presentazione e in una scuola, mi hanno dato un’interpretazione del titolo diversa da quella che avevo pensato io: entrambe potevano essere giuste, mi ci ritrovavo, mi erano piaciute, erano attinenti a quello che avevo raccontato. Purtroppo non me le sono scritte e mi sono subito scappate di mente, come accade spesso con qualcosa che colpisce nel giusto.

Il vento degli altri è anche lo specchio della complessità della Storia, che a Fiume sembra aver persino esagerato. Come la vedi oggi la città, la Rijeka croata? Conserva ancora i connotati del passato
Conosco poco la città attuale e soprattutto non conosco i suoi abitanti, al di là dei rimasti, che però non considero un esempio di croaticità.
La prima volta che sono stata a Fiume avevo quindici o sedici anni, ero con mia madre e uno dei suoi cugini nato e cresciuto lì, fino a che gli è stato permesso abitarvi. La città era grigia, le case cadenti, tristi. Questo mi ricordo: il grigiore diffuso. Non capivo quella visita, una città così brutta! Ero troppo giovane e disattenta per cogliere quello che vedevano loro, qualcosa che non c’era più se non nei loro ricordi. La seconda volta che ci sono andata è stato moltissimi anni dopo, la Jugoslavia non esisteva più e Fiume era in Croazia. Gli edifici più belli erano stati restaurati, erano state create piacevoli isole pedonali, la gente passeggiava e si fermava nei bar del Corso, i negozi avevano vetrine come le nostre. Una città completamente diversa da quella che avevo visto, da quella che ricordavo. Simile a Trieste, anche se più piccola e certamente meno bella. L’Impero austro-ungarico è rimasto preponderante in entrambe le città. Ho notato la mancanza dei cafè in stile viennese o di Budapest e che a Trieste ci sono ancora; la gente è molto diversa, con tipiche caratteristiche slave. Mi hanno detto che, oltre ai venuti, cioè chi ha sostituito i circa 30.000 esuli di Fiume tra il 1945 e il 1948, c’è stato un altro cambiamento di popolazione con la guerra degli anni Novanta.
A questa tua domanda rispondo che il contenitore ricorda ancora molto la città che era, ma le caratteristiche che la rendevano speciale non ci sono più. Non si parlano più quattro lingue, non è più una città multiculturale, non so se sia tollerante ma propendo per il no, non credo che sia particolarmente accogliente con i diversi.
Porto un esempio che credo possa far capire qualcosa in più. Da febbraio 2020 e per un anno, Fiume/Rijeka è Capitale europea della cultura con un progetto dal titolo Il porto delle diversità. Ebbene, la Comunità degli italiani di Fiume ha presentato diverse iniziative da inserire nel cartellone generale. Non ne è stata accettata neanche una e non credo che fossero tutte poco interessanti. Saranno presenti ufficialmente solo con un banchetto gastronomico che presenta le specialità italiane (italiane di quella zona, intendiamoci). Se faranno qualcosa, lo faranno autonomamente; agli italiani è stata negata una presenza nella storia della città. Perché questo? Perché il nazionalismo croato continua a negare il fatto che lì ci sia stata una presenza italiana antecedente a quella fascista. Era un’italianità soprattutto di lingua, un’italianità mista ma che esisteva da secoli. Una storia che i croati tentano di cancellare – compresa quella della presenza veneziana che però non ha toccato Fiume – e direi che ci sono per la gran parte riusciti. Forse non crediamo a un Marko Polo croato ma è già indicativo che anche in italiano si dica spesso Zagreb e non Zagabria o Krk invece di Veglia. Mentre diciamo Parigi, e non Paris.



Il lettore avverte più di un nesso fra le vicende di Fiume e la storia attuale. Secondo te quali sono i legami fra il passato e il presente? Che cosa ci insegna Fiume?
Secondo me, innanzitutto Fiume ci insegna che le situazioni si ripetono, anche se non uguali.  Bisogna prestare attenzione, analizzare e riflettere per individuare le somiglianze e per comprenderle. Nel caso di questo libro si tratta di Fiume ma probabilmente ci sono altri luoghi che potrebbero avere lo stesso ruolo. Ci insegna che, come dicevo riguardo al titolo del libro, i fortunati possiamo essere noi in un determinato momento e non troppo tempo dopo potremmo non esserlo più. Questo, in teoria, ci dovrebbe rendere più attenti verso l’altro, verso chi fortunato lo è meno. Porsi nei confronti dell’altro cercando di capire davvero, non da superiori. Sarà forse idealismo, il mio, o buonismo? Forse sì, io credo però che chi come me ha una provenienza così mista e che ha vissuto – anche se non direttamente – così tante difficoltà e drammi non possa non identificarsi perennemente con l’altro, con il dolore dell’altro. E anche l’identità ha una diversa connotazione, non è legata alla nazione, non è unica, ma è altro; forse è una perenne ricerca.
La Fiume dei secoli scorsi ci insegna anche che la mescolanza di popoli, di lingue, di usanze e di tradizioni è positiva e ci arricchisce. Sono consapevole di avere un po’ idealizzato l’atmosfera della città che ho ricostruito nel romanzo, ma mi è venuta dalle letture fatte, dai racconti che ho raccolto in tanti anni e forse anche da quanto ho respirato in famiglia. Mi piacerebbe potere affermare che se riuscissimo a ricostruire quel clima di accoglienza e di accettazione delle differenze senza necessariamente cancellarle potremmo risolvere in parte la situazione odierna. Quell’atmosfera esisteva anche a Sarajevo o a Istanbul, faceva parte dell’epoca dei grandi imperi, tempi scomparsi e non recuperabili, al di là che non sarebbe il caso di recuperare. Leggendo un romanzo (e prima scrivendolo) ci si permette di sognare un po’, e allora, facciamolo.
(Silvia Cuttin, Il vento degli altri, Pendragon, 2017. pp. 334, € 16.00 | Intervista di )

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lunedì 8 ottobre 2018

La fortuna italiana di Dezső Kosztolányi

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«LO SGUARDO È SPIETATO, MA IL CUORE GLI BATTE FORTE IN GOLA»

La fortuna italiana di Dezső Kosztolányi

di  8 ottobre 2018
«Lo sguardo è spietato, ma il cuore gli batte forte in gola» Con queste parole Gábor Halász, uno dei migliori saggisti ungheresi fra le due guerre, disegnò il ritratto del poeta, scrittore, giornalista e traduttore ungherese Dezső Kosztolányi (1885-1936), suo contemporaneo. Kosztolányi era con ogni probabilità l’intellettuale più versatile nell’Ungheria del ventesimo secolo. Alcune sue opere accompagnano gli ungheresi da decenni; suoi versi ricorrono nelle conversazioni quotidiane almeno da tre generazioni e i protagonisti dei suoi romanzi, in particolare la domestica Anna Édes del romanzo omonimo, sono figure familiari e comuni punti di riferimento in Ungheria.
Ho avuto il privilegio di co-tradurre, con Mónika Szilágyi, Anna Édes per la casa editrice Anfora, e con l’occasione ho rispolverato le mie reminiscenze scolastiche. Avendo frequentato le scuole in Ungheria mi cullavo nell’illusione di conoscere bene l’autore, invece ho avuto solo la conferma che la storia della letteratura è una disciplina scientifica come le altre, soggetta a continue nuove scoperte e elaborazioni, al punto che grazie a fonti divenute accessibili di recente, il volume appena uscito in Ungheria della ricercatrice Zsuzsanna Arany (dal titolo che in italiano suona come Vita di Dezső Kosztolányi) rettifica anche le monografie uscite pochi anni or sono.
Essendo stato Kosztolányi testimone della prima guerra mondiale, della breve parentesi comunista del 1919, del trattato di Trianon, e in punto di morte anche del nazismo nascente, la sua figura e le sue opere, la sua stessa persona, venivano interpretate, valutate e rimodellate secondo la politica dominante del momento. In particolare la Repubblica dei soviet e il trattato di Trianon determinarono la vita e la creazione artistica di Kosztolányi – e ovviamente di tutti i suoi contemporanei – e la conoscenza di questi fatti storici è imprescindibile per potersi avvicinare a tutta la produzione letteraria ungherese dell’ultimo secolo.
Kosztolányi era una pietra miliare della poetica ungherese ed era anche un narratore di prim’ordine. «Una sfrenatezza tenuta a freno» diceva della sua opera Aladár Schöpflin, il grande critico letterario di “Nyugat”, “Occidente” in italiano, la rivista letteraria e il movimento culturale più incisivi del Novecento ungherese. L’autore nasce nel 1885 in una famiglia borghese a Szabadka, oggi Subotica nella regione autonoma in parte magiarofona della Voivodina in Serbia. Frequenta filosofia all’università di Budapest, che però abbandona per il giornalismo. Residente della Budapest mitteleuropea effervescente e bohémienne, esordisce nel 1907 con una raccolta di poesie, e nell’anno seguente diventa collaboratore stabile di “Nyugat”, appena nata, che molti anni dopo ospiterà a puntate qualcuno dei suoi romanzi, come era consuetudine dell’epoca, prima della pubblicazione sotto forma di libro. Pubblica altri tre volumi di poesie e nel 1913 sposa Ilona Harmos, attrice e scrittrice, in seguito anche sua biografa, nonché madre del loro unico figlio. L’anno delle nozze coincide con l’uscita di un’antologia di traduzioni di poeti stranieri che lo immortala anche nei panni di traduttore di straordinario talento.
Fortemente influenzato dagli eventi storici occorsi fra il 1918 e il 1921, quali la tragica fine della prima guerra mondiale, le rivoluzioni, le controrivoluzioni, l’epidemia di spagnola e la dissoluzione della Monarchia, negli anni Venti scrive cinque romanzi che segnalano il culmine della sua arte di prosatore, ben nota anche grazie a numerosi racconti. Nel 1930 viene eletto a primo presidente del Pen Club ungherese, quindi acquisisce autorità indiscussa anche a livello internazionale. Nel 1933 cambia ancora: abbandona il romanzo per un ciclo di novelle con un unico protagonista, Kornél Esti, «veicolo per superare di slancio i crepacci del tempo», lo definisce Bruno Ventavoli. L’ultimo racconto, apparso l’anno prima della morte dell’autore per cancro, si intitola profeticamente La fine del mondo, ed è il suo «giudizio universale sulle rive del Danubio blu». La definizione è ancora di Ventavoli, il primo traduttore in italiano di Kornél Esti.
La prosa di Kosztolányi ha colori inquieti, i personaggi prendono vita con poche pennellate tratte con mano sicura. Percepiamo ogni fremito, ogni pulsione dei suoi personaggi, è il risultato della tecnica adottata che vede l’alternarsi fra studio analitico a macchie impressioniste, per produrre una narrazione avvolta in atmosfere misteriose. E Kosztolányi sa mantenere l’attenzione desta anche laddove altri scrittori annoierebbero a morte i lettori.
Sono disponibili in traduzione italiana, qualcuno persino in più edizioni, tutti i titoli di prosa di Kosztolányi tranne L’aquilone d’oro (titolo originale: Aranysárkány), che però fortunatamente è in corso di traduzione per le Edizioni Anfora. In alcune biblioteche è reperibile ancora il volume di sue poesie in traduzione italiana a cura di Guglielmo Capacchi per Guanda, del 1970; altre poesie di Kosztolányi in italiano fanno parte di antologie nelle traduzioni dei migliori magiaristi degli ultimi decenni.
La prima opera in prosa di Kosztolányi è il romanzo breve Il medico incapace (titolo originale A rossz orvos), del 1921, tradotto in italiano nel 2009 da Roberto Ruspanti per l’editore Rubbettino, edizione arricchita anche di poesie tradotte sempre da Ruspanti. In Il medico incapace, in poche pagine troviamo già anticipati alcuni temi e le atmosfere dei romanzi che renderanno immortale il prosatore Kosztolányi. È la storia di un matrimonio felice che con la nascita e la malattia del figlio si trasforma in incomunicabilità, egoismo, indifferenza, lutto, e infine in rimpianto.
Segue in ordine cronologico Nerone il poeta sanguinario (titolo originale Néró a véres költő) uscito in ungherese nel 1921, in italiano per la prima volta nel 1933 tradotto da Antonio Widmar, con prefazione di Thomas Mann, e ripubblicato da Elliot nel 2014 nella traduzione di Silvio De Massimi. Questo romanzo storico ripercorre la vita di Nerone, imperatore controvoglia che non riesce a realizzare l’ambizione più grande della sua vita: quella di diventare poeta sinceramente acclamato. Nerone si rivela invece un uomo emotivamente fragile, schiavo della sua corte corrotta e divorato dal senso d’inferiorità nei confronti del fratellastro Britannico, poeta di talento.
Allodola (titolo originale Pacsirta)del 1924, è disponibile nella traduzione italiana di Matteo Masini, pubblicata nel 2000 da Sellerio. Ambientato in una immaginaria città di provincia della pianura magiara, questo bellissimo romanzo parla dell’ipocrisia, causa di un dramma familiare, ed è un atto d’accusa del vuoto esistenziale della piccola nobiltà di provincia.
L’indagine della vita di provincia prosegue in L’aquilone d’oro (titolo originale Aranysárkány) del 1925, che vedrà la luce in Italia nella traduzione di Alexandra Foresto per i tipi delle Edizioni Anfora, e che racconta la tragedia di un professore spinto al suicidio dal provincialismo intriso di odio meschino; un delitto che resterà impunito.
Anna Édes (titolo originale Édes Anna) del 1926, finora ha avuto tre edizioni italiane: nel 1937, nella traduzione di Ilia Stux e Franco Redaelli per Baldini e Castoldi, nel 2014 per Anfora nella traduzione di Andrea Rényi e Mónika Szilágyi, di cui l’edizione riveduta, quindi la terza in Italia, con la postfazione di Antonella Cilento, è uscita pochi mesi fa.
«Nel tumultuoso periodo del primo dopoguerra ungherese, tra rivoluzioni e controrivoluzioni, in un tranquillo quartiere di Budapest, una famiglia borghese e benestante assume una giovane cameriera, Anna. Il quotidiano sembrerebbe procedere sereno se non fosse che lentamente la dura condizione di serva corrode l’animo docile e benevolente della ragazza, che si trova persino sedotta e abbandonata da un membro della famiglia. Per i padroni il culmine sarà inatteso e disgraziato». Così recita il risvolto, e come tutti i risvolti dei romanzi di Kosztolányi non può che essere un’idea di massima della ricchezza dei contenuti.
L’ultima grande opera di Kosztolányi è il ciclo autobiografico di novelle Kornél Esti (titolo originale Esti Kornél) pubblicato nel 1933 e in Italia edito in parte da e/o nel 1990 nella traduzione di Bruno Ventavoli, poi in traduzione integrale da Mimesis nel 2012 a cura di Alexandra Foresto , con la postfazione di Péter Esterházy, uno dei più grandi scrittori ungheresi contemporanei. «Viva il frammento! – grida Esti. La letteratura ungherese raggiunge la prosa del XX secolo con Kornél Esti. Kosztolányi è più radicale di Szerb o Márai, ma è radicale in maniera amichevole, ed è “filolettore” proprio come costoro» sono le preziose parole di Esterházy, che parla anche del rapporto fra Esti e la capitale ungherese: «Kornél Esti è un cosmopolita e un cittadino appassionato di Budapest; possiamo leggere meravigliose descrizioni e confessioni su Budapest, questa città in Kosztolányi è almeno tanto misteriosa, magica, piena di fascino ed eccitante, quanto lo è l’Italia in Antal Szerb».
Con diciassette opere portate sul grande e piccolo schermo, Kosztolányi è fra le muse più feconde del cinema ungherese. La versione cinematografica di Anna Édes del 1958, nella regia di Zoltán Fábri, è uno dei film più noti nella storia della filmografia ungherese.
Anche le ultime, conclusive parole sono della postfazione già più volte menzionata di Esterházy: «Il lettore italiano ha conosciuto Sándor Márai e solo ora Kosztolányi; a noi ungheresi, invece, è accaduto esattamente l’inverso; è dall’angolazione di Kosztolányi che guardiamo alla letteratura ungherese del ventesimo secolo. Tutti stanno un po’ nella sua ombra, e anche quelli che non ci stanno vorrebbero starci».

martedì 14 agosto 2018

Intervista a György Dragomán

LA FANTASIA PERMETTE DI SFUGGIRE ALLA TIRANNIDE

Intervista a György Dragomán, scrittore e traduttore ungherese pubblicato in Italia da Einaudi

di  6 agosto 2018

Il prossimo 8 settembre lo scrittore e traduttore editoriale György Dragomán dialogherà con il giornalista e scrittore Wlodek Goldkorn al Festivaletteratura di Mantova, e il giorno successivo sarà con Federico Taddia per parlare del classico di Jaroslav Haŝek, Le avventure del bravo soldato Ŝvejk nella grande guerra (Mondadori, 2016)nell’ambito della serie di incontri intitolati “Il libro più divertente che ho letto”. Dragomán è noto in Italia grazie a due suoi romanzi pubblicati da Einaudi, Il re bianco (traduzione di Bruno Ventavoli) e Fiamme (traduzione di Andrea Rényi), entrambi tradotti anche in numerose altre lingue. Fiamme concorreva anche nella Long list del premio von Rezzori di quest’anno. Nel 2016, dal Re bianco è stato tratto un film in coproduzione inglese, svedese, tedesca e ungherese, che però non è riuscito a restituire sullo schermo la magia del romanzo.
György Dragomán è nato nel 1973 in Romania, in una Transilvania multietnica. Nel 1988 si trasferisce con la famiglia in Ungheria, dove si laurea in lingua e letteratura inglese, e ancora giovanissimo sposa la poetessa Anna T. Szabó. La coppia si stabilisce a Budapest e ha due figli. Nel 2002 esordisce con il romanzo Il libro della distruzione, per il quale gli viene assegnato il premio Sándor Bródyi sucessivi due romanzi, noti anche nella traduzione italiana, gli valgono il premio Tibor Déry e il premio Sándor Márai. Nel frattempo Dragomán si distingue anche come eccellente traduttore di Samuel Beckett, James Joyce e Irvine Welsh.
Autore e traduttore molto apprezzato, in Ungheria Dragomán è anche un punto di riferimento: per migliaia di persone la giornata inizia con la lettura di un suo post su Facebook, dove offre piccoli scritti inediti, ricette pratiche e ben collaudate, pubblica interviste e articoli usciti sui media in cui espone le proprie ragioni (sempre con rispettoso garbo) anche con brevi estratti con i quali cerca di avvicinare i lettori ai suoi romanzi.
In vista degli appuntamenti di Festivaletteratura, Dragomán sta studiando l’italiano (che un poco conosce già)perciò ho deciso di intervistarlo in italiano. Ha risposto in ungherese, ma soltanto per timore di qualche fraintendimento.
Inizierei con una domanda che spero non troverà indiscreta: il suo cognome in italiano significa dragomanno, che come dice la Treccani è la «denominazione europea degli interpreti fra gli europei e i popoli (di lingua araba, turca e persiana) del Vicino Oriente, che svolgevano la loro funzione nelle ambasciate e nei consolati, al seguito delle missioni politiche e commerciali, nei porti e nelle dogane, nelle corti europee e presso i sovrani orientali». Per caso, aveva un dragomanno fra i suoi avi?La parola dragomanno è presente in molte lingue e si trova anche in qualche classico ungherese come termine indicativo di un mestiere. La mia famiglia ha origini armene, insieme ad altre cento si è stabilita nel 1680 in Transilvania, dove pian piano si è trasformata in famiglia ungherese. Dicono che il nonno di mio nonno parlasse ancora l’armeno, ma mio nonno si considerava già pienamente di madrelingua ungherese. Probabilmente c’erano dei veri e propri dragomanni fra i miei avi, infatti nella mia famiglia tutti sono attratti dalle lingue straniere per tradizione. Uno dei miei primi ricordi è l’immagine di mio padre studia il francese. Anch’io attribuisco molta importanza alla traduzione e all’interpretariato, i primi soldi li ho guadagnati a quindici anni come interprete alla frontiera fra l’Austria e l’Ungheria, dove sfruttavo la mia conoscenza del romeno per fare da interprete alle guardie di confine. In seguito ho fatto il traduttore editoriale, traduco dall’inglese all’ungherese, e sono particolarmente orgoglioso di essere riuscito a tradurre Watt di Samuel Beckett, un romanzo giovanile famoso per le difficoltà di traduzione.
Abbiamo in comune l’infanzia e parte della gioventù trascorse in una dittatura, io in Ungheria e lei in Romania, e forse anche la sensazione che chi ha vissuto sempre in uno stato libero non riesce a immedesimarsi veramente nello stato d’animo e nelle limitazioni che quell’ordine delle cose comportano. Conserva il ricordo del momento, di un episodio in particolare, di quando ha preso coscienza di non vivere in uno stato libero?
La Romania della mia infanzia era una dittatura piuttosto selvaggia. Ricordo chiaramente il momento in cui presi coscienza del posto in cui vivevamo: avevo quattro anni, mio padre mi portava alla scuola materna spiegandomi che non avrei dovuto raccontare nulla di quello che si diceva a casa, e che non avrei dovuto credere a nulla di quello che mi avrebbero insegnato a scuola. Disse che se non avessi tenuto la bocca chiusa, loro sarebbero finiti in prigione e io in un riformatorio. Disse tutto questo con una tale naturalezza come se avesse voluto insegnarmi a non sputare o a non entrare nelle pozzanghere. Da quel momento in poi mi era chiaro che il regime fortemente militarizzato in cui vivevo (già alla scuola materna ci proclamavano “falchi della patria” e dovevamo indossare l’uniforme) mentiva e voleva distruggerci.
Che cosa significa far parte di una minoranza linguistica? Al suo arrivo in Ungheria – se non sbaglio era un ragazzo di quindici anni – ha trovato delle differenze fra l’ungherese della sua nativa Transilvania e l’ungherese dell’Ungheria? In quella fase storica la dittatura assumeva tinte fortemente nazionaliste, avanzò di nuovo il concetto dello stato nazionale omogeneamente rumeno che rendeva un atto politico l’appartenere alla minoranza linguistica, parlarne la lingua, pensare o anche sognare in quella lingua. Essendo la lingua un elemento fortemente identitario, vennero gradualmente ristrette le possibilità d’uso della lingua madre della minoranza. Non fu un processo rapido, perché in quell’area geografica la tradizione del multilinguismo, la disponibilità di comprenderci reciprocamente e parlare più lingue erano ancora forti. Il potere fece di tutto per invertire questa tendenza. Da questo punto di vista posso dire di essere cresciuto sul fronte: a Marosvásárhely (nome ungherese di Târgu Mureş) abitavamo in un quartiere misto, e nel marzo del 1990 in tutto l’ex-blocco dei Paesi dell’Est in questa città ci furono i primi scontri sanguinosi tra le etnie.
Per rispondere alla seconda parte della domanda, l’ungherese che parlavo non presentava differenze importanti rispetto alla lingua parlata in Ungheria. Era interessante osservare invece l’ungherese parlato subito dopo il confine con l’Austria, le sottili influenze dell’austriaco, le non molte e non sostanziali difformità nel lessico.Finora Einaudi ha pubblicato due suoi romanzi, Il re bianco e Fiamme. In una vecchia intervista a “VS”, la bella rivista ungherese, ha raccontato dell’immagine che ha dato il via alla composizione di Fiamme: il giardino di sua nonna in cui da bambino ha trascorso molto tempo. Qual è stata l’immagine di partenza per Il re bianco?
L’avvio di Il re bianco è dovuto non a un’immagine ma a una frase: «a noi portieri consigliavano di non tuffarci dietro la palla, di evitare di toccarla, perché la palla raccoglie tutta la radioattività dell’erba». Lessi questa frase terribile e brutalmente assurda in un’intervista al portiere della Steaua Bucarest, che raccontava come si erano preparati dopo Černobyl´alla finale dei Coppa dei Campioni. L’assurdità di questa frase mi scosse a tal punto che mi sembrò di udire la voce di un bambino, e appena mi misi a scrivere sentii la voce del protagonista che mi avrebbe permesso di raccontare in questo libro tutte le paure della mia infanzia.
Come tutti, suppongo che anche lei avrà un certo numero di libri che hanno determinato, o almeno influenzato, il suo percorso intellettuale, e forse anche la sua carriera di scrittore. Non oso domandarle i titoli, so che è una domanda con qualche pericolo insito, ma mi piacerebbe sapere se crede di aver subito qualche influenza, o se invece il suo mondo, la sua tecnica, si sono formati in un modo almeno apparentemente indipendente.
Gli autori più importanti per me sono stati Orwell, Kafka, Haŝek, Beckett, Hrabal, Faulkner, Singer e Géza Ottlik, senza di loro non sarei quello che sono, ma credo che la loro influenza non sia percettibile direttamente. Ho più voci, e i romanzi tradotti in italiano possono trarre in inganno in quanto entrambi sono monologhi di bambini, anche se i protagonisti parlano in modi completamente diversi. Scrivo cose molto diverse fra loro, la voce del mio primo libro, Il libro della distruzione, è totalmente differente, e anche le mie novelle vanno in direzioni diverse. Tuttavia credo che in tutto quello che ho scritto ci sia un’atmosfera tipicamente e solamente mia, che però non saprei definire. E forse sarebbe meglio non provarci nemmeno.
Lei è felicemente sposato a una poetessa di grande talento, Anna T. Szabó, anche lei proveniente dalla Transilvania magiarofona, e siete genitori di due ragazzi, uno dei quali è affermato traduttore editoriale fin da giovane età. Suppongo che in famiglia ci sarà un forte sodalizio letterario, può parlarcene?Viviamo dalla mattina alla sera fra libri e testi. Le giornate iniziano spesso con Anna che legge ad alta voce quello che ho scritto all’alba, oppure legge ad alta voce una poesia. (Lei spesso si sveglia con qualche verso in mente che annota rapidamente, se sono suoi, o cerca di capire di chi siano se sono citazioni o loro storpiature). Una volta i bambini scesero quatti quatti perché ci avevano sentito parlare ad alta voce nel soggiorno dopo mezzanotte. Scoppiarono a ridere quando trovarono Anna che stava leggendo poesie di Sándor Weöres. Lavoriamo entrambi a casa, scriviamo e traduciamo a casa e condividiamo il lavoro, perché stiamo insieme da quando eravamo adolescenti, e in realtà siamo diventati uno il revisore dell’altra. I ragazzi sono cresciuti in quest’officina ed era naturale che cominciassero a tradurre, a parlare le lingue e a leggere. Per noi la letteratura è una sorta di casa dove poter vivere in libertà, felicemente, e in ricchezza.
Ringrazio György Dragomán per la disponibilità e per le risposte sincere e aggiungo una notizia curiosa, un dettaglio non piccolo e non insignificante, qualcosa che lui ha sottolineato in più interviste ungheresi e che ho avuto il modo di verificare: i due romanzi tradotti in italiano funzionano anche come novelle, brevi racconti. Possiamo aprirli in un punto qualsiasi e vi troviamo una storia che oltre a comporre la trama può avere anche vita autonoma.
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L'intervista è tratta dal sito di Flanerì

lunedì 30 aprile 2018

Yuval Noah Harari, Sapiens Da animali a dèi


GLI UNICI CON UN PO’ DI IMMAGINAZIONE

Yuval Noah Harari, "Sapiens. Da animali a dèi"

di  23 aprile 2018
Leggo prevalentemente narrativa e soltanto tre o quattro volte l’anno prendo in mano qualche saggio, secondo l’estro del momento. Non avendo una solida cultura scientifica posso permettermi solo saggi divulgativi che però spesso mi lasciano con un pugno di mosche in mano: di libri interi mi rimane forse qualche spunto di riflessione neppure particolarmente stimolante. Sapiens. Da animali a dèidel giovane storico israeliano (nato nel 1976) Yuval Noah Harari costituisce un’eccezione molto felice, una lettura dalla quale sono riemersa addirittura elettrizzata e colma di riflessioni che terranno impegnata la mia mente per molto tempo ancora. Non oso dire che il libro abbia cambiato il mio modo di vedere il mondo, ma poco ci manca. Fra i tanti meriti, ha dato un ordine, una sistemazione, a nozioni che in qualche modo già possedevo e le ha arricchite con altre importanti e interessanti; le ha collegate e sommandole ha tirato fuori conclusioni sorprendenti, eppure razionalmente argomentate.
Scritto con acume, accuratezza scientifica e grazie a un imponente apparato bibliografico, è il testo più interessante sul percorso storico-evolutivo dell’uomo che mi sia capitato di incontrare. Un’appassionante avventura che illustra come il Sapiens abbia condizionato prima la propria specie e poi l’intero ecosistema. All’inizio della storia – parliamo di ben due milioni di anni fa – sulla Terra vivevano almeno sei specie diverse di umani, così come conosciamo diverse specie per tutti gli esseri del pianeta. Solo il genere Homo si è evoluto in una specie sola, quella dell’Homo Sapiens, da quando circa settantamila anni fa il suo cervello si modificò rendendo possibile l’immaginazione, la creazione di miti, di cui nessun’altra specie vivente è capace.
La capacità di astrazione permise ai Sapiens di organizzarsi in gruppi guidati, sconfiggere dapprima  gli altri umani e diventare infine i padroni assoluti del globo terrestre. Inizia così questo saggio voluminoso – ben 520 pagine -, ma molto scorrevole, accessibile a tutti, che conserva il suo spirito originale fino all’ultimo, senza far mai mancare l’ironia. L’autore crea collegamenti tra eventi e fatti apparentemente distanti e indipendenti e costringe il lettore a riflessioni che superano la storia, tenendo ben presente l’assunto che l’uomo è l’unica specie in grado di andare oltre i limiti posti dalla biologia. Seguendo le pietre miliari della storia umana tratteggiate dall’autore, alcune delle quali vengono presentate in una luce ben diversa dalla solita, nascono spontanee alcune domande fondamentali su noi stessi e sulla società, persino con il rischio di dover modificare, se non addirittura cambiare radicalmente Weltanschauung, intesa come il complesso di idee e mentalità riferite ad un determinato periodo storico.
Sapiens. Da animali a dèi è una narrazione laica che cerca di evitare le trappole della partigianeria. Grazie alla scorrevolezza, ad uno stile tutt’altro che cattedratico, quindi piuttosto inusuale in un professore universitario specializzato in storia medievale e militare, il titolo è stato tradotto in più di trenta lingue ed è diventato un bestseller grazie al passaparola.
Concludo con una citazione che non è fra le più eclatanti del libro e a prima vista sembra un’ovvietà, ma su cui torno con il pensiero per approfondirne le implicazioni: «Fra tutti i problemi apparentemente insolubili dell’umanità, uno è rimasto il più esasperante, interessante e importante: la morte.» Il capitolo si intitola Il Progetto Gilgamesh, e da solo vale il prezzo del libro.

(Yuval Noah Harari, Sapiens Da animali a dèi, traduzione di Giuseppe Bernardi, Bompiani, 2015, € 16.00)

LA CRITICA

Un visionario saggio di antropologia accessibile a tutti. «È relativamente facile concordare sul fatto che solo l’Homo sapiens può parlare di cose che non esistono veramente, e di mettersi in testa cose impossibili appena sveglio. Non riuscireste mai a convincere una scimmietta a darvi una banana promettendole che nel paradiso delle scimmiette, dopo morta, avrà tutte le banane che vorrà».

VOTO

9/10
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