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domenica 25 giugno 2017

Ancora su "Fiamme" di György Dragomán

L’orfana e la nonna: magie e dura realtà 

Secondo volume della trilogia dello scrittore ungherese Uno stile crudo e incisivo che risulta evocativo e poetico
“Sogno di un fuoco. Non so cosa bruci. Vedo alte fiamme rosse, dalla cima, dalla cima si innalza del fumo fuligginoso, il fuoco crepita, sibila e scoppietta, le fiamme stormiscono come il vento. Fa buio, c’è solo il fuoco a illuminare, non voglio guardarlo ma non riesco a voltarmi, devo guardarlo per forza, in mezzo alle fiamme vedo assi e travi, fogli carbonizzati, nella brace si muove qualcosa di rosso, non vedo cosa sia, non so cosa sia, non lo voglio sapere”. Questo il primo sogno che fa Emma, tredici anni, nella sua nuova casa. In Fiamme, il secondo volume della trilogia dello scrittore ungherese György Dragomán, cominciata con Il re bianco, tradotto con grande sensibilità da Andrea Rényi, la protagonista rimane orfana di entrambi i genitori a causa di un incidente automobilistico e viene accolta in un orfanotrofio. Sino a quando non si presenta un’anziana donna, che le dice di essere la nonna materna, che non ha mai conosciuto e di cui non conosceva neppure l’esistenza. Emma la segue nel villaggio natale della sua famiglia e scopre che la nonna è vista con timore perché capace di riti magici e di prevedere il futuro. Il nonno inoltre, scomparsa da due mesi, sembra vivere ancora nella casa.

Fiamme ci immerge da subito nei misteri che circondano la vita dell’anziana, ma la magia lascia presto il posto alla durissima realtà. Ne fa le spese subito Emma, appena entrata a scuola, emarginata perché accusata di far parte di una famiglia di traditori. La ragazzina cerca di ricostruire il passato dei genitori, al tempo stesso di non pensare troppo a loro. La memoria personale e collettiva è uno dei temi centrali del romanzo: “Nonna dice che devo sapere che dimenticare è facile. Forse credo che non dimenticherò mai nulla, che ricorderò sempre tutto, ma non sarà così. Si possono dimenticare anche le cose più importanti, le migliori e le peggiori, il dolore più grande e la gioia più grande, tutto, proprio tutto. Mi guarda negli occhi e dice che l’oblio è come una maledizione che si posa sulle spalle di tutti, sulle mie, sulle sue, solo che sulle sue pesa di più”.

Da una parte i ricordi familiari di cui la casa della nonna è una sorta di catalogo più o meno misterioso, dall’altra la memoria storica, la persecuzione nazista, il comunismo, la violenza, le rappresaglie, le divisioni sociali. Il romanzo è come la magia che la nonna fa con la farina: “sparge della farina sulla spianatoia, la liscia, crea uno strato uniforme…disegna un volto, lo riconosco. È il viso di nonno… immerge i palmi nella farina, li solleva, sulla spianatoia restano le impronte delle sue mani, si vedono le linee dei palmi, le grinze vorticose dei polpastrelli, si mescolano alla venatura del legno della tavola. Sospira, non profondamente, causando appena un lieve turbinio della farina, dice che sa da tempo che si può dimenticare tutto, che infatti dimenticherà tutto…”.

Dalla polvere bianca pian piano si riconoscono i volti, gli oggetti, le storie, i pensieri. Si torna al passato e si vede un futuro che non riesce a scrollarsi di dosso la pesante eredità di ciò che è accaduto. Il lettore all’inizio rimane sorpreso e diffidente, come Emma, poi via via la farina si spiana e cominciamo a capire quello che è accaduto al professore, chi è in realtà Peter, cosa ha sofferto la nonna. Grazie anche allo stile duro e incisivo di Dragomán, che riesce, quasi magicamente, a risultare insieme evocativo e poetico.

Simonetta Bitasi