Visualizzazione post con etichetta Fazi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Fazi. Mostra tutti i post

sabato 9 maggio 2020

Michael Kohlhaas

Le traduzioni invecchiano più dei testi originali. “Michael Kohlhaas” di Heinrich von Kleist

Le traduzioni invecchiano più dei testi originali. “Michael Kohlhaas” di Heinrich von KleistMichael Kohlhaas è una delle colonne portanti della letteratura tedesca ottocentesca di quello spirito geniale e irrequieto che fu Heinrich von Kleist, definito da Hermann Hesse «il massimo dei molti poeti atemporali tedeschi che sfuggono a qualsiasi inquadratura storica» e modello, fra gli altri, di Franz Kafka e Thomas Mann. In una conferenza tenuta al Politecnico di Zurigo nel 1954 quest'ultimo pronunciò le seguenti parole su Kleist: «Egli fu infatti uno dei più grandi, più arditi, più ambiziosi poeti di lingua tedesca, un drammaturgo senza eguali – anzi, senza eguali anche nella prosa, nell’arte narrativa – assolutamente unico, fuori di ogni ordine e tradizione, radicale nella dedizione ai suoi eccentrici soggetti fino alla pazzia, fino all’isterismo».
Questo Kurzroman, ovvero romanzo breve, del 1810, si ispira a un fatto vero accaduto nel Cinquecento, e racconta di un uomo onesto che, dopo aver subito un sopruso, diventa fuorilegge e assassino. La storia ruota intorno attorno all'ambiguità tra giustizia e vendetta, e il destino del protagonista è al tempo stesso logico e assurdo, appropriato e profondamente ingiusto.
L'opera in traduzione è presente nel catalogo di molte case editrici italiane. Nei decenni è stata tradotta dai migliori germanisti come Gabriella Bemporad, Paola Capriolo o Ervino Pocar, per menzionarne qualcuno, ma nessuna traduzione è mai definitiva, sono tutte superabili, come disse Samuel Beckett: «Try again. Fail again. Fail better». La ritraduzione dei classici è un tema ampiamente discusso in traduttologia. In un convegno del 2010 dal titolo “Ritradurre i classici: quando e perché?”, a proposito delle traduzioni delle opere di Kleist la scrittrice, traduttrice e accademica italiana Anna Maria Carpi, che in quel periodo curava una nuova edizione di opere kleistiane per Mondadori, disse che la ritraduzione era dovuta per la «folle interpunzione» del testo e per la «sovrabbondanza dei suoi periodi». Sempre secondo lei Kleist è uno di quei casi in cui chi ritraduce non può fare a meno di un «aggiornamento» con buona pace del “lettore filologo”. Di tanto in tanto i classici vanno ringiovaniti, in quanto garanti “di un noi storico da conservare e da tramandare”.
Le traduzioni invecchiano più dei testi originali. “Michael Kohlhaas” di Heinrich von Kleist
Una delle traduzioni più diffuse di Michael Kohlhaas è contenuta nel volume I racconti edito da Garzanti, a cura dello scrittore e traduttore Andrea Casalegno, che ha tradotto in italiano anche il Faust di Goethe. La traduzione risale al 1977, era precisa e conforme alle esigenze espressive di quel tempo. Per fare un confronto con la traduzione di Federico Ferraguto appena pubblicata da Fazi, ne riportiamo qui l'incipit:
«Lungo le rive della Havel viveva, intorno alla metà del sedicesimo secolo, un mercante di cavalli, chiamato Michele Kohlhaas, figlio di un maestro di scuola: uno degli uomini più onesti e al tempo stesso più spaventevoli del tempo suo. – Quest’uomo fuori dell’ordinario sarebbe potuto passare fino al suo trentesimo anno per il modello del buon cittadino. Possedeva una fattoria, in un villaggio che porta ancora oggi il suo nome, e vi si manteneva pacificamente, con i frutti del suo lavoro; i fanciulli che sua moglie gli aveva dato li tirava su nel timor di Dio, laboriosi e leali; non c’era uno dei suoi vicini che non avesse provato i benefici della sua generosità, o della sua giustizia; il mondo, in breve, avrebbe dovuto benedire la memoria se non avesse ecceduto in una virtù. Il senso di giustizia, infatti, fece di lui un brigante e un assassino.»
Le traduzioni invecchiano più dei testi originali. “Michael Kohlhaas” di Heinrich von Kleist
Vediamo ora la nuova traduzione dello stesso incipit che suona più vicina ai lettori dell'anno 2020:
«Verso la metà del sedicesimo secolo, sulle rive del fiume Havel, viveva un mercante di cavalli, chiamato Michael Kohlhaas. Figlio di un maestro elementare, fu uno degli uomini più onesti e nello stesso tempo più terribili del suo tempo. Fino ai trent'anni, quest'uomo straordinario avrebbe potuto rappresentare il modello di buon cittadino. In un villaggio che porta ancora il suo nome possedeva una fattoria e lì viveva tranquillamente grazie ai frutti del suo lavoro. Educava i figli, che la moglie gli aveva dato nel timore di Dio, nell'onestà e nella laboriosità. Tra i suoi vicini non ce n'era uno che non avesse beneficiato della sua magnanimità e della sua giustizia. In breve: se non avesse esagerato in una delle sue virtù, il mondo avrebbe dovuto benedire la sua memoria. Ma il suo senso di giustizia lo rese un bandito e un assassino.»

E non ci rimane altro che invitare il lettore a cimentarsi con le non molte pagine di quest'opera intramontabile, un testo felicemente ringiovanito nella nuova traduzione.

L'articolo su SUL ROMANZO

venerdì 15 giugno 2018

LA VITA È SEMPLICE

Intervista a Maria Luisa Lombardo, traduttrice di “Da duemila anni” di Mihail Sebastian

«Capita, talvolta, di avere l’onore e la fortuna di tradurre uno dei propri scrittori preferiti, com’è capitato a me con il romanzo-diario di Mihail Sebastian De două mii de ani…» scrive Maria Luisa Lombardo, la traduttrice di Da duemila anni, nel numero di maggio 2018 della rivista Tradurre. E aggiunge: «Perché un traduttore, non dimentichiamocelo, è in primo luogo un lettore, con i suoi gusti e le sue passioni. E capita anche ai traduttori, quantomeno così è nel mio caso, di sprofondare nell’atmosfera del romanzo, di mettersi nella pelle dello scrittore, con la speranza di poter trasmettere quanto più fedelmente il suo messaggio, o anche solo perché si viene travolti dal vortice della scrittura».
Per raccontare Da duemila anni ho preferito dar voce alla persona che forse meglio di tutti conosce il libro, avendolo amato e sviscerato: la sua traduttrice. Ringrazio quindi Maria Luisa Lombardo per aver accolto le mie domande, e per le sue risposte precise, sensibili e illuminanti.

Che cosa ti ha colpito di più nell’opera di Sebastian?
Un aspetto che più mi affascina del romanzo Da duemila anni è la maestria con cui Sebastian esplora i molteplici aspetti che può assumere il dramma identitario. In primo luogo, c’è la lotta contro quella “traumatica eredità ebraica” che affliggeva, fra tanti, anche l’amico drammaturgo Eugène Ionesco e che Sebastian definisce, nel romanzo, il «supplizio [di] essere figlio di un popolo di martiri». E a questa pesante eredità si aggiunge la coscienza di appartenere a due sensibilità romene discordanti: quella del Danubio e della Muntenia (rude, forte, resistente) da un lato e quella della Bucovina e della Moldavia (malinconica e dalla salute precaria) dall’altro. Il protagonista del romanzo annaspa fra tutte queste identità, alla ricerca della sua patria, di quel noi romeni che, essendo ebreo, gli viene negato sin dai banchi di scuola. Se questi, tuttavia, sembra accettare la sua sofferta identità romeno-ebrea reagendo stoicamente alla violenza e agli insulti, e soprattutto adottando una filosofia di vita all’insegna della massima “la vita è semplice”, altri personaggi si afferrano con forza ai propri ideali, vuoi per affermare il proprio status vuoi per preservare la propria identità. Esemplare è la struggente lettera che Dogany, lo studente ungherese-romeno, discriminato dalle leggi razziali dell’università di Budapest, invia al protagonista:
«Giovedì dovrò presentare i miei documenti alla segreteria della facoltà, per un nuovo controllo. Mi lasceranno restare? Sarò cacciato via? Mio padre minaccia di ridurmi la paga se non ritorno a Satu Mare. Ma non posso, non posso. Cosa vuoi che faccia lì, in un paese che non mi appartiene? Ma l’Ungheria è la mia patria? Sì, mille volte sì, qualsiasi cosa dica mio padre e per quanto tu possa ridere».
E persino la piccola comunità di inglesi in uno sperduto villaggio romeno manifesta l’ostinata necessità di preservare la propria dignità e identità attraverso il rispetto di un rigido codice dell’abbigliamento, di apparentemente buffe manie mondane. A Parigi, poi, incontriamo il cinico Maurice Buret, che sembra sottrarsi a questa lotta seppellendo il proprio Io sotto camaleontiche e schizofreniche personalità e nutrendosi del riflesso delle vite altrui.
Interessante è che tutte queste piccole battaglie per la propria identità sono accomunate, alla fin fine, dalla disperata voglia di sfuggire al soffocante e al contempo consolatore sentimento di una “dignitosa solitudine”, e a cui alcuni sembrano sottrarsi, con o senza esito, aderendo ciecamente a ideali politici o religiosi.

Quali difficoltà hai incontrato durante la traduzione e come hai potuto superarle?
La principale difficoltà è stata emozionale, vista la durezza di immagini e sentimenti presenti nel romanzo, che si è tradotta nella necessità di trasmettere nella traduzione questa intensità di emozioni. Spero di esserci riuscita, anche solo in parte.
Non so, poi, se si possa considerare una difficoltà la ricchezza di riferimenti storici, ma sicuramente è un elemento che ti porta a fare un lavoro di ricerca e approfondimento soprattutto di quegli accadimenti che conosci solo superficialmente, per la necessità di una correttezza non solo storica ma anche terminologica.
Così come avviene anche nel caso di riferimenti ad altre culture. Non sono francesista, quindi quando nel romanzo mi sono imbattuta nella parola gousa ho avuto delle titubanze. Dopo una accurata ricerca, e visto il contesto, ho scoperto (questo è anche il bello della traduzione) che si trattava del termine gousse. Un francesista sicuramente lo avrebbe colto al volo.

Mi incuriosisce la scelta di tradurre dal romeno; cosa ti ha spinto a scegliere una letteratura cosiddetta minore?
Be’, molto banalmente, ho scelto il romeno perché conoscevo molto poco di questo paese e della sua cultura. Diciamo che è stata una scelta dettata dal desiderio di scoprire qualcosa di nuovo. Poi, vista la mia passione per lo yoga, il richiamo di Mircea Eliade è stato non trascurabile…Da duemila anni è la cronaca del terribile e al contempo consolatore sentimento della solitudine ebraica nella Romania, e nell’Europa fra le due guerre. Un tema su cui è bene sempre ritornare.

(Mihail Sebastian, Da duemila anni, traduzione di Maria Luisa Lombardo, Fazi Editore, 2018, 278 pp, € 17.00)

L'intervista su Flanerì