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lunedì 30 aprile 2018

Ernst Lothar, Una viennese a Parigi

Un classico del Novecento: “Una viennese a Parigi” di Ernst Lothar

Un classico del Novecento: “Una viennese a Parigi” di Ernst LotharTempo fa avevo già scritto di un titolo, tra l'altro bellissimo, della collana “Gli Intramontabili” delle edizioni e/o, Il viaggiatore e il chiaro di luna di Antal Szerb, e prima ancora avevo apprezzato molto un altro romanzo uscito in questa collana, La melodia di Vienna di Ernst Lothar. In mezzo, e/o ha pubblicato anche un terzo libro di quest'autore austriaco poco noto, Sotto un sole diverso, che leggerò presto, perché pur non gridano al genio assoluto amo molto i due romanzi di Ernst Lothar che ho avuto l'occasione di leggere. L'uso del verbo “amare” non è casuale: è nato un legame sentimentale, del tipo che ho da decenni con altri scrittori con cui lo stesso Ernst Lothar si vedeva regolarmente nella casa viennese di Kochgasse di Stefan Zweig. La cerchia di amici descritta da Steven Beller nel suo Vienna and the Jews 1867-1938: A Cultural History, 1990, Cambridge University Presscomprendeva oltre il padrone di casa Franz Werfel, Joseph Roth, Hermann Broch, Felix Braun, Robert Musil, Alfred Grünewald, Franz Theodor Csokor, e l'autore di Una viennese a Parigi (pubblicato nella traduzione dal tedesco di Monica Pesetti)quasi tutti ebrei, e quasi tutti vittime del nazismo, dell'antisemitismo.


Ernst Lothar (1890-1974) è una recente e alquanto felice riscoperta fatta da e/o, e di lui e delle sue opere ci riferisce l'indispensabile nota editoriale che accompagna Una viennese a Parigi. Veniamo a sapere in particolare che il libroscritto negli Stati Uniti dove l'autore fu costretto a emigrare per le sue origini ebraiche, apparve per la prima volta nel 1941 in inglese, ma l'edizione che noi abbiamo la fortuna di leggere è quella molto più estesa approfondita e rivista, redatta in lingua tedesca nel 1951.
Un classico del Novecento: “Una viennese a Parigi” di Ernst Lothar
Il romanzo è il diario fittizio di una certa Franziska Langer, nata curiosamente il 1° agosto 1914, il giorno in cui scoppiò la prima guerra mondiale, ed è figlia di un ministro viennese in quiescenza. La prima annotazione del diario risale all'aprile del 1938, all'arrivo di lei a Parigi. Franziska, detta Franzi, è una fiera oppositrice del nazismo e lascia Vienna quando la invadono i tedeschi per annetterla alla Germania. È una brava dattilografa, conosce le lingue, quindi a Parigi trova rapidamente un impiego: viene assunta alla RKO, la casa di produzione cinematografica americana che ha prodotto Snow White appena l'anno precedente. Grazie a un paio di colleghi americani che le rimarranno sempre al fianco, e a qualche esule austriaco di vecchia conoscenza, riesce a condurre anche una buona vita sociale. Introdotta nella buona società parigina incontra un giornalista politico francese, Pierre Durand, ed è subito intesa, inizialmente solo per affinità di vedute. Poi nasce un amore travolgente malgrado Franzi abbia già un legame con K., rimasto però a Vienna. Non svelo altro dell'intreccio per non rovinare il piacere della lettura, posso e voglio solo dire che i colpi di scena non mancano mai, e la trama tiene fino all'ultima riga.
Una viennese a Parigi è un romanzo d'azione imperniato su fatti realmente accaduti. Al centro c'è la storia di un amore, che anche da sola potrebbe reggere bene il libro, ma l'intento dell'autore va ben oltre, e il suo forte pronunciamento antinazista tramite i protagonisti e il monito che intendeva trasmettere ai contemporanei – siamo nel 1941 – lo rendono un romanzo storico documentario di un certo peso. Dà per esempio risalto all'assassinio a Parigi del diplomatico tedesco Ernst vom Rath per mano del diciassettenne rifugiato ebreo polacco Herschel Grynszpan il 7 novembre 1938, che fornì al nazismo il pretesto per la Kristallnacht, la Notte dei Cristalli, nella notte fra il 9 e il 10 novembre.
Un classico del Novecento: “Una viennese a Parigi” di Ernst Lothar
Come romanzo d'amore è fra i più belli, perché nulla sarà risparmiato a Franzi e Pierrot, due borghesi, lei anche cattolica credente e praticante, antifascisti ma non comunisti. Non inclini a compromessi etici, reagiranno alle circostanze, ai gravi momenti storici con coraggio e idealismo insospettabili in persone abituate a fortunate vite borghesi.
La trama abbraccia ventotto mesi di storia francese ed europea fino alla resa della Francia alla Germania, e l'autore schiera un campionario di figure fittizie eppure molto vive e molto verosimili, ed alcune realmente esistite come la magnifica Ève Curie. Grazie alle letture attribuite alla protagonista Franzi possiamo gettare uno sguardo al panorama letterario dell'epoca. Il leitmotivletterario di Franzi è Therese di Arthur Schnitzler; in preda a dubbi sulle scelte etiche e morali da compiere si tormenta con il paragone fra il destino di Therese e il proprio.

Sull'inconciliabilità del concetto di vita del nazismo con quello francese, al di là delle mostruosità che il nazismo aveva già compiuto e che avrebbe perpetrato in seguito, ci illuminano le parole di Pierre Durand:
«È talmente affascinato da Hitler che pensa di farci smettere di essere francesi? Dimentica che la nostra debolezza, o meglio quella che lui e Hitler considerano tale, è sempre stata la nostra forza più grande da quando esistiamo? Vuole più ordine, più disciplina, più lavoro e meno piaceri. Perfetto! Ma non sono stati né l'ordine né la disciplina a rendere grande la Francia, è stato il suo genio immortale per l'improvvisazione! Abbiamo improvvisato la rivoluzione e l'abbiamo vinta, abbiamo improvvisato la guerra mondiale e l'abbiamo vinta.»

Una curiosità di poco conto: sotto forma di annotazione al diario di Franzi anche in questo libro troviamo la famosa citazione erroneamente attribuita a Voltaire, stavolta in inglese: «I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it!». In realtà è una frase tratta da Gli amici di Voltaire di Evelyn Beatrice Hall, del 1906.
L'importanza dei temi trattati e le posizioni prese dall'autore in tempi insospettabili, quando pochi avevano ancora il coraggio e la lungimiranza per farlo, l'intreccio ammaliante e la scrittura limpida collocano Una viennese a Parigi indubbiamente fra i classici del Novecento, fra le letture intramontabili.

Per la prima foto, copyright: Hannes Wolf.L'articolo Sul Romanzo

venerdì 9 febbraio 2018

Antal Szerb, Il viaggiatore e il chiaro di luna

Un classico ungherese: “Il viaggiatore e il chiaro di luna” di Antal Szerb

Un classico ungherese: “Il viaggiatore e il chiaro di luna” di Antal Szerb«...Gergő non aveva senso dell'umorismo. Mi faceva leggere Virginia Woolf, Musil, Calvino, Perec, Géza Csáth, Krúdy. Il viaggiatore e il chiaro di luna era la nostra Bibbia, vivevamo come se Antal Szerb avesse modellato i suoi protagonisti su di noi: Tamás su di lui e Mihály su di me.» scriveva Mihály Dés (1950-2017), il compianto scrittore ungherese e catalano nel suo splendido romanzo autobiografico Il Barocco di Budapest (Pesti Barokk, Libri Kiadó, Budapest, 2013), e parlava a nome di generazioni di lettori ungheresi cresciute nel mito dell'opera di Antal Szerb tradotta in una dozzina di lingue e in Italia riedita da poco, dopo vent'anni dalla prima pubblicazione, dalla casa editrice romana e/o nell'encomiabile traduzione di Bruno Ventavoli.
Antal Szerb è una figura centrale del panorama letterario ungherese nella prima metà del Novecento. Nato il 1 maggio 1901 a Budapest in una famiglia ebrea assimilata e successivamente convertita al cattolicesimo, muore per le percosse ricevute nel campo di lavoro di Balf il 27 gennaio 1945, il giorno in cui vengono aperti i cancelli di Auschwitz e che diventerà il nostro Giorno della Memoria. Nella sua breve carriera di letterato cattedratico poliedrico e prolifico si avventura in tutti i generi della saggistica e della narrativa, a partire dalla traduzione dall'inglese di numerosi classici fino all'enciclopedia – le sue Storia della letteratura ungherese e Storia della letteratura mondiale sono tuttora forse le migliori pubblicate in Ungheria, seppure con limiti temporali ormai significativi –, e prima dell'avvento delle leggi razziali ricopre anche prestigiosi ruoli pubblici come la presidenza della Società della Scienza della Letteratura. La sua vita privata contraddistinta dalla passionalità richiederebbe un capitolo a parte, ci limitiamo dunque a un breve accenno: sposa due volte Amália Lakner e anche le seconde nozze finiscono con il divorzio, in seguito sposa Klára Bálint ma non avrà mai figli. Sei anni dopo la morte del marito, Klára Bálint darà alla luce un bambino che considererà il figlio spirituale di Antal Szerb e al quale darà il cognome del defunto marito.

I diari dello scrittore, pubblicati nel 2001, suggeriscono amori giovanili omosessuali, in particolare verso Benno Térey, suo compagno al liceo, che con ogni probabilità è il modello di Tamás Ulpius, uno dei protagonisti de Il viaggiatore e il chiaro di luna, e anche l'eroe di una novella giovanile di Szerb, Com'è morto Tamás Ulpius? (1919),l'antefatto del nostro romanzo e testimone della lunga gestazione della trama. Un libretto di appena cinquanta pagine in cui Antal Szerb elabora le sue esperienze di viaggio in Italia del 1936, intitolato La terza torreè invece la fonte di alcune delle descrizioni del viaggio nel nostro romanzo.
Un classico ungherese: “Il viaggiatore e il chiaro di luna” di Antal Szerb
Antal Szerb è vivo nella memoria collettiva ungherese soprattutto grazie a questo suo romanzo del 1937, oggi quindi un ottantenne gagliardo che dimostra l'età che ha ma ha conservato tutto il fascino degli anni giovanili. In Ungheria continua a essere un libro di culto, lettura imprescindibile sia per le citazioni presenti in tante opere successive sia per il suo felice posizionamento fra la letteratura d'élite e quella popolare.Il suo successo attuale è dovuto anche alla sottile nostalgia destata nel lettore verso quel mondo sommerso della buona borghesia europea fra le due guerre mondiali, che era anche sinonimo di cultura.
Il viaggiatore e il chiaro di luna è la storia di due sposi ungheresi in viaggio di nozze in Italia, i quali per un contrattempo si perdono di vista e proseguono il loro viaggio separati. Le tappe del viaggio italiano sono quelle percorse dall'autore durante il suo soggiorno di un mese nel 1935.
«Naturalmente è la storia non solo di una perdita fisica, ma anche e soprattutto di uno smarrimento spirituale e del viaggio alla scoperta di sé e di entrambi. Il libro è un gioco di incastri tra il romanzo psicologico, il romanzo dell’artista che fu di moda alla svolta del secolo, il romanzo culto di Cocteau sulla generazione ribelle, il resoconto di viaggio, e nello stesso tempo, in parte, è anche una parodia della letteratura psicologica (la storia ambientata tra Venezia, Toscana, l’Umbria dei conventi, Roma costruì un’immagine d’Italia che ispirò le generazioni successive). Il protagonista fugge dal ruolo di adulto, in una consolidata esistenza borghese, per inseguire i ricordi decadenti della giovinezza degli strani amici di un tempo, facendo del romanzo un documento arguto e sentimentale dell’anima adolescenziale terrorizzata dall’idea di crescere»(Da Il miraggio della modernità – La narrativa ungherese nella prima metà del XX secolo in Storia della letteratura ungheresePrimo volume, Lindau, 2008, Zsuzsa Kovács e Bruno Ventavoli)
Un classico ungherese: “Il viaggiatore e il chiaro di luna” di Antal Szerb
Il viaggiatore e il chiaro di luna è un'opera complessa impostata su più piani. All'inizio ricalca le forme del classico romanzo borghese che sembra avere solo l'ambizione di raccontare, seppure con ironia, il viaggio di nozze di una comune coppia di sposi di Budapest in Italia. Presto però le piccole avventure capitate durante il viaggio assumono colori più fantastici e il lettore può constatare che né l'uomo né la donna sono borghesi qualsiasi, ma figure dotate di antiche pulsioni mitiche. Le loro azioni si affonderanno vieppiù nel profondo inconscio e la narrazione dapprima realistica diventerà una cronaca mitologica e storico-culturale. Il romanzo cerca la risposta alla domanda se la macchina del tempo dell'anima può riportarci nel passato per completare il nostro vissuto, se l'uomo può liberarsi dalla prigione costruita da lui stesso e dalle catene dell'età adulta, e se si possono sciogliere i vincoli di un matrimonio dono della provvidenza ma disarmonico?
Un classico ungherese: “Il viaggiatore e il chiaro di luna” di Antal Szerb
Come negli altri romanzi di Antal Szerb, anche in questo la realtà è accompagnata da miracoli, i fatti della vita quotidiana da quelli fantastici. Nelle pagine si incuneano elementi saggistici e si moltiplicano i duelli intellettuali. Qualche filo risulta ormai anacronistico e tradisce l'età avanzata del romanzo, che però rimane una lettura molto stimolante grazie all'ironia giocosa dell'autore che non esita a prendere in giro anche le proprie teorie. La trama si conserva sorprendente fino alla fine e l'autore ci arricchisce di nozioni ed episodi interessanti e colti, raccontati con stile per nulla cattedratico.

Nel suo romanzo Szerb ricorre a più filoni: al tema del turismo culturale elaborato da Goethe, Freud, Thomas Mann ed altri, alla ribellione al conformismo dei Ragazzi terribili di Jean Cocteau, e a quello dello smarrimento fisico e del viaggio interiore, diffuso negli anni Trenta e reso forse più famoso dal Maestro e Margherita, anche se l'opera di Bulgakov, scritta fra il 1928 e il 1940, sarà pubblicata soltanto post mortem. Ai precedenti aggiunge il suo personalissimo approccio, al quale aggiunge le nozioni apprese dal suo amico ben noto anche in Italia: Károly Kerényi, uno tra i più illustri interpreti del pensiero mitologico e filosofico antico. Il libro è intessuto anche di velati accenni alle questioni della sua epoca, esaminate con profondo europeismo. Tutte caratteristiche che parlano anche ai lettori di oggi e rendono questo romanzo intramontabile, come d'altronde è intitolata la collana di e/o di cui ora fa parte, Gli intramontabili.

L'articolo su SUL ROMANZO

giovedì 4 gennaio 2018

"Corpo e anima", regia di Ildikó Enyedi

Oggi è uscito un buon film ungherese nelle sale italiane e io ne ho scritto sul blog di Sul Romanzo .

“Corpo e anima”, quando l’amore nasce in sogno

Un nuovo film ungherese arriva nelle sale cinematografiche italiane: Corpo e anima, di Ildikó Enyedi, vincitore dell'Orso d'oro del Festival internazionale del film a Berlino 2017 e fra i nove candidati per l'Oscar per il miglior film straniero 2018.
Testről és lélekről, tradotto letteralmente in italiano Del corpo e dell'anima, è la ventesima regia dell'ungherese Ildikó Enyedi (nata a Budapest il 15 novembre 1955) nota in Europa soprattutto per due suoi filmIl mio ventesimo secolo Simone il Mago.
Corpo e anima è una storia ricca, molto intima, sulla relazione fra due persone. Un film d'amore ambientato in un luogo fra i più insoliti: il mattatoio di Budapest, dove il protagonista maschile, Endre, fa il direttore amministrativo, e Mária il controllore di qualità. Endre è un uomo di mezz'età serenamente distaccato che non spera più, la giovane Mária invece non ha mai conosciuto la felicità, quindi non ha nemmeno idea di quello che potrebbe desiderare.
I due protagonisti, senza rendersene conto, si erano già incontrati in sogno, nelle sembianze di due cervi che all'alba di un giorno avevano formato una coppia per la ricerca del cibo. Ne diventano consapevoli soltanto nel momento in cui per fare luce su un incidente accaduto al lavoro vengono sottoposti a un test psicologico.
Seppure Endre, che ha una mano paralizzata, e Mária, che ha tratti che ricordano i sintomi dell'autismo, si desiderino, nella realtà si sentono molto distanti. I loro sogni promettono però un'unione perfetta e decidono quindi di provare a realizzarla. Sono due persone chiuse, non preparate a lasciarsi avvicinare, ma la loro decisione è più forte delle loro paure. I loro approcci provocano sorrisi e lacrime, sono verosimili, non confinano mai nel kitsch perché Enyedi vuole dimostrare che la realtà sa essere molto più interessante della fantasia creativa.
In fondo potremmo definire il film una banale commedia d'amore, una favola senza fronzoli sull'incontro di due anime, ma la storia è raccontata schierando tante riflessioni e tanti momenti gioiosi da lasciare lo spettatore incantato. Il pregio maggiore rimane comunque la capacità di funzionare anche se il vistoso contrasto fra le magiche immagini oniriche e il crudele universo del mattatoio mancassero l'effetto desiderato, o se non si avesse voglia di approfondire di che cosa è fatto un amore. La grazia ironica, la grottesca empatia della commedia romantica fanno perdonare anche la lunghezza eccessiva e la non perfetta omogeneità di questo film diretto, recitato e fotografato in modo eccellente. E fanno dimenticare anche le polemiche scatenate dalla dichiarazione della regista sull'Ungheria di Viktor Orbán a Susanne Berg che l'aveva intervistata per Deutschlandrundfunk: «È una vergogna quello che succede nel nostro Paese». In seguito, per riportare i riflettori sull'opera e spegnerli sulla politica, Enyedi ha mitigato i toni fortemente critici nei confronti del governo ungherese e ha dichiarato di aver voluto girare un film leggero e adatto a tutti, di destra e di sinistra.
Come già accennato, il film è stato premiato a Berlino l'autunno scorso con l'Orso d'oro e figura anche nella lista dei nove film candidati all'Oscar per il miglior film straniero quest'anno. Che dubito possa vincere, perché nel 2017 questo premio è andato già a un'opera unghereseIl figlio di Saul. La protagonista femminile, la trentunenne attrice di teatroAlexandra Borbély, ha vinto, direi davvero meritatamente, il titolo di Migliore attrice europea degli European Film Awards 2017per il ruolo di Mária.
La sorpresa più grande per il pubblico ungherese, in particolare per gli amanti della letteratura, è il protagonista maschile, Géza Morcsányi. Permettetemi di presentare una delle figure più determinanti della pagina stampata ungherese degli ultimi decenni.
«Nato nel 1952, si laurea in Economia e Commercio e coltiva la passione per la drammaturgia. Per qualche anno lavora come redattore editoriale anche di periodici, dopodiché su proposta di Péter Esterházy gli viene affidata la casa editrice Magvető, che sotto la sua direzione editoriale viene insignita cinque volte del premio Casa editrice dell'anno dell'Associazione degli Editori e dei Distributori Ungheresi (premio istituito nel 2001). Magvető è l'editore di Ádám Bodor, Péter Esterházy, László Krasznahorkai, Imre Kertész, Lajos Parti Nagy, Pál Zavada, László F. Földényi, per menzionare alcuni dei nomi più insigni del panorama letterario ungherese, e traduce un gran numero di autori stranieri della statura di Garcia Marquez, Thomas Pynchon, o Ljudmila Ulickaja. Nel frattempo Morcsányi continua la sua attività di drammaturgo ed è anche un prolifico traduttore del teatro russo. Dal 2015 è direttore generale del gruppo editoriale Líra che comprende le case editrici Magvető, Atheneum, Corvina, Rózsavölgyi, Manó Könyvek e General Press» (Intervista a Géza Morcsányi – pubblicata nel numero 10/2015 del settimanale ungherese Magyar Narancs /Arancia Ungherese/).
Morcsányi ha commentato il suo esordio sul grande schermo, tra l'altro subito da protagonista, con una battuta che rivela la sua personalità: «Tocca dire di sì se un'artista del calibro di Ildikó Enyedi vuole vedere la mia faccia in un suo film».
Bella, evocativa e potente anche la colonna sonora, che fa venire la voglia di risentire anche a casa almeno il brano di Laura Marling,What He Wrote, qui montato nell'edizione ungherese del film.

Corpo e anima è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI), con la motivazione: «Un film capace di tracciare il racconto della storia d’amore che unisce due solitudini, sospendendolo con lucidità visiva tra la materialità della vita reale e l’impalpabile spiritualità del sentimento. Ildikó Enyedi realizza un’opera che si consegna alla semplicità di una magia tutta ideale, nella quale esprime un concreto senso di fiducia nella purezza dei sentimenti».
Concludo ringraziando il distributore, Movies Inspired, per il coraggio. So di che parlo: sono pochi gli interessati alle cinematografie minori, e anche questa volta temo le sale vuote, malgrado la qualità, la bravura, l'ingegno, e anche il doppiaggio.