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venerdì 8 novembre 2013

Endre Ady, Il parente della morte



Endre Ady (1877-1919)

Io sono parente della morte,
amo l'amore che svanisce,
amo baciare colei
che parte.

Amo le rose malate,
le donne, se desiderano ancora, appassendo,
e il triste e luminoso
tempo d'autunno.

Amo lo spettrale richiamo ammonitore
delle ore tristi,
lo spettro giocoliere
della grande sacra morte.

Amo coloro che partono,
coloro che piangono e si risvegliano,
nella brina di fredde albe piovose
i prati.

Amo la stanca rinunzia,
il pianto senza lacrime e la pace,
il rifugio
dei santi, dei poeti, dei malati.

Amo chi è stato deluso,
chi è stato mutilato, chi si è fermato,
chi non crede più, e ha la fronte buia:
il mondo.

Io sono parente della morte,
amo l'amore che svanisce,
amo baciare colei
che parte.

Traduzione di Marinka Dallos e Gianni Toti

martedì 22 gennaio 2013

Letteratura ungherese e I Dragomanni

Qualche mia parola su Strade Magazine:


Grazie alla traduttrice Andrea Rényi i Dragomanni hanno potuto far conoscere un racconto di Róbert Hász e, all’interno dell’antologia Uccelli di fango, due di Endre Ady; e sono in arrivo ancora altre perle della letteratura ungherese:
“Permettetemi una banalità: spesso la vita è un bravo regista e l’incontro con i Dragomanni ne è la dimostrazione. Premetto che per la letteratura ungherese questo è un momentaccio, non ho potuto fare il conto preciso ma credo che nel 2012 il numero dei libri tradotti dall’ungherese all’italiano non sia arrivato alla dozzina. Da qualche tempo proporre testi ungheresi è diventato molto difficile persino nel caso di autori ben noti e tradotti nelle lingue principali; di conseguenza fare il giro delle case editrici con un libro senza l’appeal del nome famoso è solo una frustrante perdita di tempo. Prima della nascita dei Dragomanni stavo infatti abbandonando la speranza di vedere pubblicato il piccolo volume ibrido – la traduzione di una lunga novella e una pre- o postfazione di ricostruzione storica -, sul quale stavo e sto ancora lavorando, e che per motivi personali mi sta particolarmente a cuore. Ma la funzione ‘deus ex machina’ dei Dragomanni è ben più importante ed evidente nel caso dell’antologia Uccelli di fango, che ha visto la luce l’8 dicembre. In mancanza di fondi, promessi ma non più erogati alla Casa delle Traduzioni, i tredici racconti e la pantomima che compongono la raccolta rischiavano di non poter essere più pubblicati e rimanere nei cassetti delle sette traduttrici che li avevano tradotti nell’arco di un anno, vanificando il tentativo di far conoscere autori di buon livello ma inediti e fuori diritti, quindi con qualche speranza di trovare editori interessati."

martedì 17 luglio 2012

Endre Ady, LA VILLEGGIATURA DEI SIGNORI



Il famoso professore di medicina uscì con espressione mefistofelica da palazzo Dobróy. Moglie e marito rimasero seduti a lungo muti e spaventati. Erano terribilmente, mortalmente scossi. La donna, la signora Dobróy si fece coraggio. Balzò in piedi dal sofà e afferrò il marito per le spalle. Batté i piedi, pianse, diede in escandescenze, strillò.
Sei stato tu, tu, l'hai presa da qualcuna delle tue puttane!”
Dobróy, un ometto nero e rachitico, stava per arrabbiarsi. Il coraggio della donna gli fece tornare il sangue freddo. Si divincolò con espressione ironica e fece alcuni giri del salone con risata sardonica. Nel frattempo, fra uno svenimento e l'altro, la donna si accasciò sul sofà. Dobróy non era in pena, si fermò davanti alla donna colta dal malore e domandò scandendo le parole con voce rauca, offensiva, della persona abituata al comando.
E se dovesse sbagliarsi, cara baronessa? Dovrebbe frugare fra i suoi ricordi. Tutti quei bellimbusti, tenori e pittori, tutti quei giovani sventati?”
La signora Dobróy sprofondò la testa fra i cuscinetti del sofà. Gemeva e in risposta calciava l'aria con i suoi piedini formosi. Sapeva che se suo marito le dava della baronessa la situazione era seria. Preferì rifugiarsi nel porto degli attacchi di nervi. Fra i cuscinetti mormorò, ormai piuttosto remissiva:
Maledetto, maledetto, maledetto.”
Dobróy sorrise, cercò un sigaro, si sedette e lo accese. I due rifletterono una buona mezz'ora. La donna riparata sul sofà, l'uomo seduto, piegato, fumando il sigaro. All'improvviso videro la storia della loro vita in comune tutti e due nello stesso modo. La donna era una baronessa nata, vera. I Dobróy sposavano sempre solo discendenti di famiglie di magnati. Per il resto Ákos Dobróy era un uomo ricco, un ciambellano. Anche sua moglie era ricca, ma Dobróy sapeva della sua fuga all'età di quindici anni con un attore di Miskolc. In ogni caso si erano amati appassionatamente per un anno intero. In seguito scelsero strade separate. Il mingherlino Dobróy fece ritorno alle sue attricette di un tempo e la signora Dobróy inaugurò un salone per accogliere giovani attori, pittori e altri artisti. Erano sposati più o meno da quattro anni. Da due mesi erano spaventati, ognuno per conto suo. Alla fine convocarono il famoso professore che confermò il sospetto di entrambi. Era vero quello a cui non avrebbero voluto credere. Il diavolo pestilenziale dell'amore si era insinuato nei loro corpi. Erano malati, terribilmente malati entrambi. Mi chi era il colpevole, il contaminatore? Ognuno sapeva come viveva l'altro. Era un tacito accordo fra loro da tre anni. Avevano la stessa possibilità di prendersi la malattia. Infine la signora Dobróy si mise seduta e guardò suo marito. Dobróy avvicinò la sedia al sofà. Espose il suo progetto con tono amichevole, quasi affettuoso, ma con una certa retorica:
Senta, Bella, non facciamoci del male. La malattia è abbastanza seria e acuta. Non ho voglia di ritirarmi in sanatorio in queste condizioni. Non lo consiglio neppure a lei, Bella. Abbiamo un villaggio che non abbiamo mai visto: Kövérháza. Un bel possedimento con bosco, casa e parco. Oggi stesso scrivo al fattore affinché sistemi tutto il prima possibile. Portiamo con noi un giovane medico, uno raccomandato dal professore. L'estate si sta avvicinando e approfitteremo per farvi anche le vacanze. Una bella zona, un bel villaggio ungherese. Vi restiamo per qualche mese e torneremo a casa completamente guariti. Potremmo anche prenderci qualche soddisfazione, viaggiare, star bene.”

Era la prima metà della storia, ora sarebbe venuta la seconda. Kövérháza accolse la notizia dell'arrivo dei signori con entusiasmo. Finalmente, dopo tanto tempo il castello Dobróy non sarebbe stato disabitato. Tutti si prepararono al grande evento. Persino il prete chiese al vescovo di Kassa un nuovo cappellano. Uno giovane, di modi signorili e di bell'aspetto. Il fattore assunse le più belle ragazze del villaggio per i lavori al castello. E i signori arrivarono davvero.
Naturalmente nelle prime settimane si annoiarono infinitamente. La signora Dobróy era tentata di ripartire. Sarebbe andata piuttosto in sanatorio, o si sarebbe chiusa nel palazzo di Budapest per tutta l'estate. Ma un giorno si accorse delle belle mani del cappellano. Del suo viso rosa e degli occhi di fuoco. Prima di lei Dobróy aveva già scoperto cose liete. Come le belle ragazze fresche che abitavano al villaggio. Ne sapeva già qualcosa il cappellano. Perché non si lasciava monopolizzare dall'attenzione di sua eccellenza, la signor Dobróy. Ma neppure i giovani campagnoli rinunciavano alle ragazze soltanto perché i signori vi villeggiavano e c'era anche un nuovo cappellano. La decadenza si diffuse nel villaggio vergine, sano, bello, come fosse la Sodoma dell'Antico Testamento. Finché era possibile, la gente spaventata tentava di nascondere anche a se stessa l'orrore con la pudicizia delle persone primitive, semplici. Nessuno pensava ai signori che erano ripartiti d'autunno. Gli abitanti di Kövérháza sono dispiaciuti ancora oggi di non averli più rivisti. Questa è una storia di quasi vent'anni fa. Il bel villaggio di un tempo ora è solo decadenza e miseria nera. Al forestiero all'arrivo viene consigliato di astenersi dai baci a Kövérháza.

1907

(Trad. di Andrea Rényi)