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mercoledì 14 novembre 2012

Copio e incollo con molto piacere una lettera di Elvira Marinelli (Verona):

"Cara Andrea, 
questo libro di Földényi, sai, mi ha fatto una bella compagnia nei giorni in cui l’ho letto e riletto e anche ora alla sera quando vado a letto spesso mi piace portarlo con me e magari leggere anche solo qualche riga prima di dormire. Ho voglia di ritrovare quella tensione emotiva, quel desiderio di capire in profondità. E in effetti ad ogni lettura mi si apre un nuovo, piccolo squarcio. Mi è capitato poche volte, ma si è creato anche per me un rapporto intimo con questo testo. Forse ha suscitato in me ricordi, emozioni antiche e profonde, forse ha evocato letture a partire da Puškin e il suo Viaggio d’inverno, immagini, atmosfere. Mi ha anche ricordato Nàdas, così come lui stesso si racconta nella prefazione a La Bibbia, in quel suo soggiorno in campagna, povero di cose, ma pieno di senso e dignità, tempo privilegiato di elaborazioni letterarie.
Questo di Földényi è stato un libro per me difficile per la riflessione filosofica, per certi passaggi dati per scontati. Troppi anni dagli studi liceali sono passati, Hegel è un ricordo vago… di recente infatti ho letto solo filosofi contemporanei. Però questa difficoltà non mi ha scoraggiato, è diventata anzi una sfida.
Quando prendo in mano il libro, anche senza leggere, ormai mi capita sempre di immaginare Dostoevskij in quelle sue lunghe giornate e serate di lettura e riflessione, forse mi immedesimo in lui. Sento il freddo. Vedo il tremolare della fiammella di candela, vivo la precarietà di quella situazione, cogliendone però la potenzialità creativa. Lo vedo piangere quando scopre che la sua storia personale e quella di tutti quelli come lui in Siberia non è considerata dal famoso filosofo. Risento l’antica questione del rapporto tra microstorie e macrostoria, microcosmi e macrocosmo. Lo sento chiedersi se sia mai possibile che di tanta sofferenza e tanta ricerca personale, di tanta fatica di vivere e tante elaborazioni di idee per superare la pura sopravvivenza, nulla abbia valore e sia davvero degno di entrare nella storia. Lo sento prima piangere, ma poi reagire e ribellarsi e mettersi ostinatamente a cercare nella filiera del pensiero hegeliano, smontato pezzo per pezzo, l’errore, la contraddizione, l’omissione.
Ed ecco la prima contraddizione: per Dostoevskij sfugge a Hegel che la storia, in tutte le sue articolazioni, può essere compresa proprio e solo da chi, per usare le sue stesse parole, ne è fuori. La storia con il suo senso profondo si rivela solo a chi ne è stato secondo Hegel escluso. Sì, perché non la può comprendere chi la affronta solo con la razionalità e non vuole riconoscere la complessità della vicenda umana e la sua infinita varietà, chi volutamente ignora tutto ciò che non appaia come strutturabile e pianificabile, come incasellabile in un modello precostituito. Chi non sa confrontarsi con l’esistenza in ogni sua forma. Chi avendo paura di ciò che gli appare nuovo e inaspettato, diverso e non classificabile, sfuggente e non controllabile, prima lo rifiuta e poi lo cancella, relegandolo nella dimensione dell’inesistente.
Da Hegel, attraverso la mediazione sofferta di Dostoevskij, Földényi arriva fino a noi, a me, perché è a noi che viviamo qui e ora che vuole parlare. All’uomo della società europea di oggi, all’uomo sicuro di poter controllare tutto con il suo progresso tecnologico e scientifico, all’uomo ambizioso e appagato dei suoi mezzi, all’uomo in realtà fragilissimo e profondamente angosciato -senza esserne tuttavia sempre consapevole-, senza immaginazione e senza Dio.
Földényi, lucido e accorato, osserva, con l’immagine e il pensiero di Hegel e Dostoevskij vivi davanti a sé (e per la potenza delle sue parole e del suo stile vivi davanti a noi, a me), come l’uomo di oggi sembri aver portato alle estreme conseguenze “il modello di rimozione” di Hegel: è diventato potente e arrogante (nei confronti della natura per esempio), si sente forte dei suoi mezzi tecnici, sicuro di poter controllare tutto, non vuole accettare il limite della morte, della vecchiaia, della malattia, rimuove il dolore, non vuole essere turbato dalla sofferenza altrui, bandisce altruismo e umana solidarietà, sembra costruire la sua storia sulla sequenza di successi scientifici e tecnologici, tanto da non voler vedere le conseguenze a volte catastrofiche che con questi ha provocato in tanti campi. Rigetta il senso del limite, annulla Dio e la trascendenza. Non crede, perché ritiene di non averne bisogno, all’inferno e al paradiso, perché ha pure cancellato il senso della giustizia. Come Hegel esclude tutto ciò che non riesce a comprendere, la parte oscura che è in noi, ciò da cui si sente minacciato.
Földényi sembra chiedersi se ci sia una via d’uscita?
Lo chiede a Dostoevskij, ma la risposta è un po’ misteriosa: forse la speranza e la fede nel miracolo? O piuttosto nel valore liberatorio della sofferenza che fa capire il senso vero di ciò che conta?
Se Hegel inventa una storia che nega la complessità, la diversità, la sofferenza, la morte, i lati oscuri, Dostoevskij risponde avvilito e arrabbiato che non si può negare né tutto questo né l’esistenza dei singoli individui che questi aspetti della storia negati invece incarnano.
Hegel nega anche desideri e speranze? E invece proprio questi potrebbero forse essere la strada verso la redenzione, verso il riscatto.
Se fosse vero quello che sostiene Hegel, chi vive “fuori della storia” come chi sta in Africa, in Siberia, non avrebbe salvezza e invece proprio chi vive la sofferenza può intraprendere un cammino di conoscenza di sé, di consapevolezza che gli permette di accettare il senso del limite umano –al di fuori del quale c’è alienazione-, la complessità e la diversità della vita e in questa condizione costruire una speranza e un desiderio, un progetto per il futuro.
Libro enorme, cara Andrea, questo di Földényi, nonostante le sue poche pagine. Ogni pagina, ogni riga ha una tridimensionalità che scava in profondità in tutte le direzioni. Ogni pensiero si allarga ad altri pensieri, altri autori, annuncia e apre nuovi percorsi, lancia ponti, costruisce reti. La sua lettura non è lineare, ma ipertestuale. Nella tua traduzione splendida si sente la partecipazione e il coinvolgimento. Sei caduta anche tu nella sua rete.
Certi libri sono così potenti!
Ti abbraccio, 
Elvira"