giovedì 19 dicembre 2013

Calendario 2014 della Casa Totiana


Con questo calendario la Casa Totiana ricorda la traduttrice e pittrice di origine ungherese Marinka Dallos (4 febbraio 1929 - 11 dicembre 1992) continuando l’esplorazione e la catalogazione del suo archivio condotte da Andrea Rényi, per la parte letteraria, e da Mirjam Dénes, per la parte artistica. Entro la fine dell’anno sarà ultimato il primo catalogo completo delle opere pittoriche di Marinka Dallos.

mercoledì 4 dicembre 2013

Árpád Tóth, Vorrei avvolgere tra le mie braccia

Vorrei avvolgere tra le mie braccia oggi
un uomo tanto orfano, di desideri vedovo,
quanto me, trafitto al cuore dalla primavera,
e sui suoi capelli crespi bussa il gelo autunnale,
uno che, se ha avuto una giornata da lettera scarlatta,
é stato il Destino a farvi colare la tinta dal suo stesso sangue,
un figlio di rimpianti anziani e padre di nuovi,
tardivo a gioire, e rapido a scoraggiarsi;
uno che nobile innalzarono dalla polvere del suolo
molteplici rare sofferenze, ma non superbo
da distinguersi dalle volgari file dei nani,
e il suo blasone é la foglia appassita d'un albero,
se lo lapidano, gettandogli contro il cuore risponde,
se cuori gli gettano contro, canta silente…

                                                    Traduzione di Richárd Vincent Janczer

giovedì 28 novembre 2013

G. B. Shaw sulla lingua ungherese

Maiuscole in corsivo
“After studying the Hungarian language for years, I can confidently conclude that had Hungarian been my mother tongue, it would have been more precious. Simply because through this extraordinary, ancient and powerful language it is possible to precisely describe the tiniest differences and the most secretive tremors of emotions.” George Bernard Shaw

martedì 19 novembre 2013

Il ruolo delle azioni sociali nella comunicazione digitale

Un post insolito, quasi scientifico, per un blog di impronta narrativa, come questo. Ma credetemi, vale la pena di leggere quest'articolo di Flavio Pintarelli:
Le metriche dell'indignazione

martedì 12 novembre 2013

Pino De Stasio, Gli ultimi minuti di Miklós Radnóti



il suono della sua voce
disperata nei vagoni arrugginiti
che macchiano la pelle
disidratata e fredda
giacigli umani di carne magra al contatto
spigoli ed ossa alla deportazione
sui campi bianchi macchiati di greggi
soffice lana al fioccare invernale
sangue previsto
fucile al petto
fogli scritti svaniti d'incanto
racchiusi nel rigido respiro
quello mortale fisso
diaframma spento
disgusto per quella croce che
uncinata come artiglio mortale
sfiora caute labbra
sciolte e giovani al Canto
ma dure e livide alla morte
improvvisa violenta azione
fosse profonde
si sommano ad altre
accolgono tra tuberi e semi
spezzati legni
conifere bianche e resine
mani nodose alla luce
che strette
nei pollici versi allo sterno
custode geloso
di vento d'amore riposa


pino de stasio
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venerdì 8 novembre 2013

Endre Ady, Il parente della morte



Endre Ady (1877-1919)

Io sono parente della morte,
amo l'amore che svanisce,
amo baciare colei
che parte.

Amo le rose malate,
le donne, se desiderano ancora, appassendo,
e il triste e luminoso
tempo d'autunno.

Amo lo spettrale richiamo ammonitore
delle ore tristi,
lo spettro giocoliere
della grande sacra morte.

Amo coloro che partono,
coloro che piangono e si risvegliano,
nella brina di fredde albe piovose
i prati.

Amo la stanca rinunzia,
il pianto senza lacrime e la pace,
il rifugio
dei santi, dei poeti, dei malati.

Amo chi è stato deluso,
chi è stato mutilato, chi si è fermato,
chi non crede più, e ha la fronte buia:
il mondo.

Io sono parente della morte,
amo l'amore che svanisce,
amo baciare colei
che parte.

Traduzione di Marinka Dallos e Gianni Toti

giovedì 7 novembre 2013

Zeneakadémia (Accademia Filarmonica), Budapest

E' stata inaugurata la rinnovata Zeneakadémia, l'Accademia Filarmonica, a Budapest, costruita nel 1907. Consiglio la visione di questa serie di belle foto: Foto di Tamás Thaler

martedì 22 ottobre 2013

Robert Capa


Il fotografo ungherese Robert Capa, pseudonimo di Endre Ernő Friedmann (Budapest22 ottobre 1913 – Provincia di Thai Binh25 maggio 1954), è nato cento anni fa.
I suoi reportage rendono testimonianza di cinque diversi conflitti bellici: la guerra civile spagnola (1936-1939), la seconda guerra sino-giapponese (che seguì nel 1938), la seconda guerra mondiale (1941-1945), la guerra arabo-israeliana (1948) e la prima guerra d'Indocina (1954).
Capa documentò inoltre il corso della seconda guerra mondiale a Londra, nel Nordafrica e in Italia, lo sbarco in Normandia dell'esercito alleato e la liberazione di Parigi. Il fratello minore di Capa, Cornell, è stato anch'egli un fotografo.
"Era un buon amico, un grande fotografo coraggioso. La sua morte è una perdita per tutti, prima di tutto per se stesso. Aveva una tale vitalità che si fa molta fatica a credere che sia morto." Ernest Hemingway, Madrid, 27 maggio 1954
Foto di Elliot Erwitt, Julia, la mamma di Capa sulla tomba del figlio ad Armonk, NY, 1954
Foto di Robert Capa, Hemingway con suo figlio, 1941

martedì 15 ottobre 2013

Péter Esterházy

Budapest, anni '70, il cinema Stella Rossa
Una breve citazione da

Egyszerű történet vessző száz oldal (Storia semplice virgola cento pagine) di Péter Esterházy , in ungherese e nella mia traduzione

" "Valami elmaradt. Lett volna, de nincs. Ez a magyar történelem, nincsenek állnak össze valamikké, a volnéket pedig a sirdogáló emlékezet vanná kovácsolja." 

"Qualcosa di non succosso. Sarebbe potuto essere, ma non c'è stato. Questa è la Storia ungherese, eventi mai accaduti compongono qualcosa, e una piagnucolosa memoria rende fatti ipotetici reali." 

sabato 28 settembre 2013

Mario Luzi, Vorrei arrivare al varco


Foto di Balázs Kiss
Vorrei arrivare al varco con pochi, essenziali bagagli,
liberato dai molti inutili,
di cui l'epoca tragica e fatua
ci ha sovraccaricato...
E vorrei passare questa soglia
sostenuto da poche,
sostanziali acquisizioni
e da immagini irrevocabili per intensità e bellezza
che sono rimaste
come retaggio.
Occorre una specie di rogo purificatorio
del vaniloquio
cui ci siamo abbandonati
e del quale ci siamo compiaciuti.
Il bulbo della speranza,
ora occulto sotto il suolo
ingombro di macerie
non muoia,
in attesa di fiorire alla prima primavera.




venerdì 27 settembre 2013

Una citazione di Daniel Pennac

Foto di Roland Bankó 
L'uomo costruisce case perché è vivo, ma scrive libri perché si sa mortale. Vive in gruppo perché è gregario, ma legge perché si sa solo.

Daniel Pennac


Daniel 

domenica 22 settembre 2013

Amicizia

... è lo spreco della parola amica, che meriterebbe ben altra considerazione. Io la uso di rado, con un certo tremito del cuore, come se parlassi di un dono prezioso che mi è stato fatto. Mi rammarico per la faciloneria con la quale ci si proclama amici quando si è solo vicini di ombrellone o di tapis roulant. Mi piacerebbe, per quei pochi amici che ho e che ho avuto - anche gli amici si perdono come gli amori - una specie di cerimonia pubblica, a sancire davanti al mondo l'impegno di quel legame. Un celebrante che proclami: "Vi dichiaro amici", con festona a seguire. E il giusto cordoglio quando l'amicizia si rompe. Un amico raddoppia il potenziale della nostra vita, di vite ne vivremo due, partecipando anche alla sua. E' lo specchio che ci riflette fedelmente e, se è sincero, anche duramente. E' la forma umana affettuosa che ci contiene, sa evitarci il peggio e dare chance al nostro meglio. ...

Marina Terragni

mercoledì 11 settembre 2013

Fanni Gyarmati

L'8 settembre ha compiuto 101 anni la vedova di Miklós Radnóti, Fanni Gyarmati. Dopo la tragica morte di suo marito si ritirò a vita privata per curare il lascito poetico e intellettuale di Radnóti, e per insegnare recitazione, francese e russo. A lei dobbiamo l'eccellente curatela dell'opera omnia del poeta.   

Questa sua foto 
fu trovata nella fossa comune nelle tasche di suo marito, un anno mezzo dopo la sua morte avvenuta ad Abda, il 10 novembre 1944.


Miklós Radnóti nacque nel 1909, studiò filosofia all'Università di Szeged. Ebreo, non poté esercitare la professione d'insegnante; fu perseguitato, rinchiuso in vari campi di concentramento in Ungheria e in Serbia e infine fucilato. Nei suoi vestiti, rintracciati in una fossa comune, fu trovato il suo ultimo taccuino di versi.
Nella contemporanea poesia ungherese, Radnóti va collocato tra le voci nuove della corrente di ispirazione popolare, manifestatasi a partire dagli anni '30 del secolo scorso, e precisamente tra i poeti la cui tematica è più legata ai problemi e alle trasformazioni delle città.
Lirico pregevole, scrisse anche un libro autobiografico e fu ottimo traduttore, specialmente di poeti francesi.

Da
SETTIMA EGLOGA

Sono disteso sul legno, un animale prigioniero, tra i parassiti,
tra un'onda e l'altra di pulci quando l'orda delle mosche s'è placata.
Vedi, è sera, un giorno di prigionia
e un giorno di vita in meno. Il campo dorme.
Sul paesaggio splende la luna e a quella sua luce il filo
spinato è nuovamente teso, dalla finestra seguo sul muro
le ombre delle guardie armate tra le voci della notte. 

(Trad. Edith Bruck)

martedì 10 settembre 2013

Budapest

Un breve video su Budapest in inglese per scoprire punti interessanti e poco frequentati dai turisti:
BUDAPEST

Manolis Glezos


Manolis Glezos ieri ha compiuto 91 anni. Nato nel 1922,  il 30 maggio del 1941, insieme al suo amico e compagno Apostolos Santas, si arrampicò sull'Acropoli, strappò via la bandiera con la svastica e la sostituì quella nazionale greca. Fu il primo clamoroso atto della resistenza in Grecia, uno dei primi in Europa. Oggi siede nel Parlamento greco come deputato del Syriza (Coalizione della sinistra radicale), il primo partito di opposizione. Il gesto eroico di Glezos è oggi ricordato da una targa che si trova sullo spuntone di roccia alle spalle del Partenone, ai piedi della bandiera greca.

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P.S.
Del compleanno di Manolis Glezos ho parlato ieri anche su Facebook. Quattordici persone hanno cliccato un "mi piace" e una, un bravo traduttore del neogreco, ha anche aggiunto un commento, quello sulla targa commemorativa. Un mio contatto, con pari numero di "amicizie" al mio, ha riscosso trentaquattro "mi piace" per il compleanno del suo cane. Occorre commentare? Direi di no. 

giovedì 5 settembre 2013

György Somlyó, Favola sulla pioggia




Il pomeriggio sul corpo metallico della caffettiera. Attravreso le tende appena spostate il muro giallo di fronte è colorato in grigio dalla pioggia sottile. Sul balcone una gialappa si arrampica sul filo teso. Una è più avanti dell'altra. Come tanto tempo fa nel Parco Inglese le navi spinte dall'acqua. Ma l'estremità delle piante si separa dal filo senza foglie, un po' inchinata, come la testa del serpente; quasi quasi si sente il sibilo. Piove. Piove anche qua dentro, anche se qui dentro la pioggia non ci bagna. Assorbiamo il suo colore, il suo peso, come se impercettibilmente tutto fosse inzuppato d'acqua. Anche l'aria. Il crepuscolo che sprofonda lentamente. Le note soavi del pianoforte, che traboccano umilmente, come se fossero pieni d'acqua. Piove.
Quante volte ho già detto che mi piace fissare la pioggia lenta. Chi sa, se irrimediabilmente riesco ad amare soltanto cià che è lontano da me? O di tutto riesco soltanto a credere che lo amo?
Desidero grandi cieli che si aprono, con il grande colore rosso della sera liberata dalla pioggia. E desidero che almeno per un momento io non debba vedere sullo scintillio opaco del corpo di metallo della caffettiera,
che il tempo sta passando.
Traduzione di Nóra Pálmai
("Favole contro la favola", Lithos, 2007)

venerdì 30 agosto 2013

Sulla traduzione dall'ungherese all'italiano - dal blog di Giuseppe Dimola




Traduttori: "traditori" indispensabili.



Secondo lo scrittore e critico letterario svedese Olof Lagercrantz , per studiare un testo straniero in profondità lo si deve tradurre nella propria lingua, ma subito il compito si rivela impossibile, “ci si può avvicinare al testo, ma non si può mai raggiungerlo”.
Più prosaicamente il tedesco Carl Bertrand, che a fine ‘800 ha tradotto in tedesco la Divina Commedia, sentenziò: “Le traduzioni sono come le donne. Quando sono belle non sono fedeli, e quando sono fedeli non sono belle”.
Ancor più drastica una sentenza proverbiale che gioca sulle parole: “Traduttori: traditori”.

Per Sándor Márai il traduttore (fordító) è un ‘artista ma “è sempre anche uno scrittore mancato”. Il traduttore è spinto dalla passione e, per vivere, deve fare altri lavori, anche perché tradurre (fordítani) è difficile ma ancor più duro è trovare un editore disponibile a pubblicare l’opera tradotta.
Anche se la correlazione tra lingua e cultura non è ancora scientificamente definita, un fatto appare certo: tradurre non è un semplice lavoro di mediazione linguistica ma anche culturale (è la ragione del fallimento dei traduttori automatici).
Il fondatore della moderna linguistica, Ferdinand de Saussurre (1857-1913), ha sostenuto che è la cultura a forgiare una parola (significato e significante). Ciò pone diversi problemi alla “comunità dei traduttori”, tra cui uno di principio: se ogni lingua codifica i propri significati sulla base di una specifica esperienza culturale, tali forme proprie – idiomatiche – sono in senso stretto intraducibili.
Come fare allora per applicare – nella traduzione (fordítás) – il fondamentale principio del rispetto del vero e del bello in letteratura?
Si tratta, basandosi su una cultura fondata sul rispetto tra pari, di comprendere le intenzioni dell’opera. Qui sta il “bello e il vero” in una traduzione, non in quello che piace al traduttore o al lettore, e nemmeno all’autore. Operazione difficile, che richiede al traduttore capacità di autocritica e umiltà (l’espressione “parlare come un libro stampato” segnala che occorrerebbe liberarsi di una concezione sacerdotale di chi scrive o traduce).
Il traduttore, infine, deve rendersi trasparente, invisibile al lettore. È inevitabile però che il suo essere “mediatore culturale” eserciti un’influenza sul testo. È opportuno quindi avere un atteggiamento critico verso la traduzione, ma sarebbe anche utile conoscere il lavoro dei traduttori, oscuro ma prezioso e indispensabile (cosa sarebbe la civiltà umana senza la circolazione della cultura attraverso la traduzione dei testi?).

I più noti traduttori letterari dall’ungherese all’italiano a cavallo del 2000 sono indicati dalla ricercatrice universitaria Cinzia Franchi nel contributo “Tradurre la letteratura ungherese” sullaRivista di Studi Ungheresi del 2008. Si tratta di docenti o ricercatori universitari - madrelingua o italiani - o linguisti professionisti (alcuni scomparsi).
Eccone i nomi: Gianpiero CavagliàMarinella D’AlessandroStefano De BartoloEszter De MartinCinzia FranchiÉva GácsAlfredo LavariniMatteo MasiniArmando NuzzoNóra PálmaiAndrea RényiZsuzsanna RozsnyóiKrisztina SándorPéter SárközyMariarosaria SciglitanoBeatrice TöttössyBruno Ventavoli.
A questo elenco aggiungo: Paolo Santarcangeli, che ha fondato nel ’65 la Cattedra di Lingua e Letteratura Ungherese dell'Università di Torino e ha tradotto le poesie di Endre Ady; Antonio Donato Sciacovelli, che ha tradotto tra l’altro La Sorella di Sándor Márai; Laura Sgarioto che – anche con Krisztina Sándor – ha tradotto altri romanzi di Márai (La donna giusta, Truciolo, Divorzio a Buda).
Ne cito ancora altri, che hanno dato un contributo alla traduzione, o traducendo testi anche non letterari o occupandosi dei relativi problemi nei due sensi (ungherese-italiano e italiano-ungherese): Umberto AlbiniSauro AlbisaniFederigo ArgentieriPaolo AgostiniRaffaele BorrelliEdith BruckCarlo CamilliGabriella CaramoreAndrea CsillaghyEdoarda Dala KisfaludiPaolo DriussiZsuzsanna FábiánNicoletta FerroniAlexandra ForestoDanilo GhenoTomaso KeményIrén KissKatalin KissMárta KöszegiZsuzsanna Kovács RomanoSilvia LeviAndrea LókiMaya NagyGiorgo PressburgerBrian Stefen Paul,Roberto RuspantiMargherita StoccoGyózó SzabóTibor SzabóAndrás SzeghyMelinda Tamás-Tarr BonaniPaolo TellinaDag TessoreLászló TóthÉva TörzsökImre Várady,Júlia VásárhelyiNicoletta VastaUmberto Viotti.

È possibile conoscere la storia delle traduzioni italiane delle opere letterarie ungheresi, leggendo l’articolo di Péter Sárközy sulla Rivista di Studi Ungheresi del 2004.

Infine, per approfondire natura e origine della mediazione culturale (in senso ampio) tra Italia e Ungheria, segnalo gli atti di un convegno del 2002 a Udine pubblicati dall’”Associazione italoungherese Vergerio”: Hungarica varietas. Mediatori culturali tra Italia e Ungheria (Edizioni della Laguna, 2004), a cura di Adriano Papo e Gizella Németh.

lunedì 26 agosto 2013

Per i cent'anni di Boris Pahor

Oggi compie cent'anni uno dei grandi uomini del ventesimo secolo, lo scrittore sloveno Boris Pahor. Tanti auguri di buon compleanno e grazie infinite! 

Domenica pomeriggio. Il nastro d'asfalto liscio e sinuoso che sale verso le alture fitte di boschi non è deserto come vorrei. Alcune automobili mi superano, altre stanno facendo ritorno a valle, verso Schirmeck; così il traffico turistico trasforma questo momento in qualcosa di banale e non mi permette di mantenere il raccoglimento che cercavo. So bene che anch'io, con la mia macchina faccio parte di questa processione motorizzata, eppure sono sicuro che, vista la mia passata intimità con questi luoghi, se sulla strada fossi solo, il fatto di viaggiare in automobile non scalfirebbe l'immagine onirica che dalla fine della guerra riposa nell'ombra della mia coscienza. Lo ammetto, non riesco ad accettare fino in fondo l'idea che questo posto di montagna, cardine del mio mondo interiore, sia visitabile da chiunque; e soffro anche un po' di gelosia non soltanto perché occhi estranei percorrono uno scenario che fu testimone della nostra anonima prigionia, ma anche perché questi sguardi curiosi (ne sono assolutamente certo) non potranno mai penetrare nell'abisso di abiezione in cui fu gettata la nostra fiducia nella dignità umana. Ecco che però, giunta da chissà dove, inizia a insinuarsi nel mio animo anche una piccola soddisfazione per il fatto che questa altura dei Vosgi non sia più il territorio segreto di una lontana dannazione consumatasi tutta in se stessa, ma sia diventata un luogo verso cui si dirigono i passi di innumerevoli persone. E queste persone, anche se la loro immaginazione sarà insufficiente per la visita che li attende, riusciranno tuttavia a intuire, attraverso le vie del cuore, l'inconcepibile realtà del destino di quei loro figli perduti.
Necropoli, traduzione di Ezio Martin, revisione di Valerio Aiolli, Fazi, 2008

sabato 24 agosto 2013

Cesare Zavattini su Marinka Dallos

Un dipinto di Marinka Dallos (1929-1992)
Scriveva Cesare Zavattini in merito alla pittura di Marinka Dallos:

"(Gianni Toti) sarebbe rimasto stupito se si fosse accorto che sua moglie nell'esordire aveva chiuso gli occhi anziché aprirli di più. Era andata a vedere dentro di sé. Mise poi del bianco sulla tela bianca, una corta pennellata, e resto lì a guardare. Il suo destino era forse quello dell'arte astratta o dell'arte informale? Voleva rappresentare una pozzanghera, mi ha detto, larga non più di dieci metri e lunga altrettanto, che nel suo villaggio natale ai primi freddi diventava di ghiaccio e tale restava fino a marzo, i fanciulli vi pattinavano sopra con un lampo da uccelli, e i ferri dei pattini la rigavano di un bianco più bianco del bianco. La testa le si riempì subito di grida, di voci indimenticabili e su quel candore a poco a poco, senza che sapesse disegnare, sorgevano le strade, le case, gli alberi e gli abitanti di Nograd coi loro usi e costumi. Era dunque una narratrice lirica, questa ungherese che vive in Italia, questa persona colta che dipinge ingenuo, che diffida del folclore e lo affronta come una realtà primaria. La sposa che le amiche stanno vestendo, immensa, ha le calze locali, ma più sposa di così, in assoluto, non potrebbe essere anche per queste calze locali. Che bel quadro, sessuale e favoloso, con un soffitto preciso, di legno tangibile e una prospettiva insolita nei naifs, sempre frontali. Voglio dire che questa ambiguità sarà sempre più il suo stile e la nostra meraviglia."

venerdì 23 agosto 2013

Sulla traduzione

Vedo la traduzione come il tentativo di produrre un testo così trasparente da non sembrare tradotto. Una buona traduzione è come una lastra di vetro. Si nota che c'è solamente quando ci sono delle imperfezioni: graffi, bolle. L'ideale è che non ce ne siano affatto. Non dovrebbe mai richiamare l'attenzione su di sé.
Norman Shapiro
Trad. Marina Guglielmi

giovedì 22 agosto 2013

Egon Schiele e l'arte

Egon Schiele (1890-1918) 
"L'arte non può essere moderna, l'arte è eterna."
(Kunst kann nicht modern sein, Kunst ist urewig.)

mercoledì 7 agosto 2013

15 validi motivi per rimanere a vivere in Serbia


1. Puoi acquistare a basso costo un diploma di laurea che potrebbe permetterti di diventare anche capo di Stato.
2. Puoi assistere a concerti di vedove di criminali di guerra condannati in via definitiva.
3. Se trascorri abbastanza tempo in un caffè, prima o poi possederai un'impresa di successo.
4. Qui puoi guadagnare le somme più alte di denaro fittizio che non ti saranno pagate nemmeno anni dopo.
5. Non devi saper fare nulla e puoi ugualmente diventare qualcuno.
6. Se proprio non sai più dove sbattere la testa, potrai sempre diventare politico.
7. Puoi stare contemporaneamente ai due lati della giustizia: la mattina fare il poliziotto e il pomeriggio il gangster.
8. Non importa se sei cattivo, se insisti potrai diventare l'esempio ideale di molti.
9. In nessuna parte del mondo i politici sono tanto vicini al popolo: se sei fortunato puoi beccarti un ceffone personalmente da un ministro.
10. Se sei arrabbiato puoi distruggere teatri, fontane, persino intere città.
11. Puoi cambiare opinione tutti i giorni, grazie all'amnesia collettiva nessuno ci farà caso.
12. Non sprecare tempo con lo studio della Storia, potrai spiegarla dal tuo punto di vista.
13. In Occidente devi spendere grosse cifre per salire su un treno d'epoca, qui non esiste altro.
14. Se abiti vicino a un buon locale notturno, puoi goderti gratis le performance delle più grandi star del turbo folk, e i fan ti vomitano persino in giardino.
15. Se sei disoccupato, puoi divertirti tutto il giorno cercando di sbrigare la pratica agli sportelli dai vetri scorrevoli.
(Fonte: http://nkpress.blog.hu/2013/08/06/15_dolog_ami_miatt_erdemes_szerbiaban_maradni)

martedì 6 agosto 2013

La curva della felicità

Secondo un recente articolo di Huffington Post l'Ungheria sarebbe il Paese più infelice del mondo cosiddetto occidentale. Gli ungheresi sarebbe incontentabili. Forse sì, forse no. Ci devo pensare ancora.

lunedì 5 agosto 2013

Ungheresi a Hollywood

'It is not enough to be Hungarian - you need talent, too!' e 'Being a Hungarian does not necessarily make you a genius!' recitavano i cartelli affissi alla porta di uno studio a Hollywood e all'ingresso di MGM negli anni '20 del secolo scorso. Perché molti dei protagonisti del cinema dell'epoca erano immigrati ungheresi o figli di immigrati ungheresi nati già negli USA, ed erano sotto perenne pressione di altri ungheresi appena sbarcati negli States alla ricerca di facili carriere nel mondo del celluloide.


Chi erano? Ne menziono solo alcuni delle dozzine che hanno iscritto il loro nome nella storia universale del cinema.

William Fox, fondatore dei Fox Studios era nato in Ungheria e prima di trasferirsi in America si chiamava Vilmos Fried.

Michael Curtiz, il regista di Casablanca, era di Budapest e nella casa natale portava ancora il nome di Manó Kertész Kaminer.


Adolph Zukor, producer e fondatore di Paramount Pictures e dei Loew's Theaters, era ungherese di nascita insieme al suo omonimo George Cukor (Zukor o Cukor significa zucchero in lingua magiara), regista premiato con l'Oscar.

Non possiamo dimenticarci di Béla Lugosi, il magnifico Dracula, e dei tre fratelli Korda, il più grande dei quali, Alexander, è considerato il padre del cinema britannico nonché produttore di numerosi film di successo anche a Hollywood.

Miklós Rózsa ha vinto tre Oscar per le colonne sonore di altrettanti film epocali, mentre il nome di Tony Curtis è noto a chiunque amasse le commedie hollywoodiane, prima di tutte A qualcuno piace caldo.

Paul Newman era nato negli Stati Uniti, ma sua madre, Theresa Fetzko, era immigrata da Homonna (Ungheria) e suo padre era figlio di Simon Neumann, un ebreo di Kassa, città che all'epoca apparteneva all'Ungheria, ora alla Slovacchia, mentre sua madre era un'ebrea polacca. A Kassa, storica città ungherese che diede i natali anche a Sàndor Màrai (Kosice in slovacco), vive tuttora un ramo della sua famiglia.











lunedì 22 luglio 2013

Thomas Szasz, uno psichiatra di origine ungherese


If you talk to God, you are praying;
   If God talks to you, you have schizophrenia.

   --Thomas S. Szasz, The Second Sin, 
   Anchor/Doubleday, Garden City, NY. 1973, Page 113.

Thomas Stephen Szasz (inglesizzazione di Tamás István Szász) (Budapest15 aprile 1920 – Manlius8 settembre 2012) è stato uno psichiatra statunitense di origine ungherese.
E' stato professore emerito di psichiatria presso lo Health Science Center, della State University di New York, sede di Syracuse. È uno dei principali critici dei fondamenti morali e scientifici della psichiatria.
È noto in particolare per due libri: Il mito della malattia mentale e The Manufacture of Madness: A Comparative Study of the Inquisition and the Mental Health Movement.

sabato 20 luglio 2013

András Nyerges, Ponte

Ponte Margit (Margherita), Budapest


Il mondo è tutto ponti. Anche il cielo
è un grande splendore visto di sotto,
armatura azzurra d'acciaio, e sopra,
le nubi vanno ad altri sistemi solari.

E sotto i fiumi son ponti i pesci;
le scaglie, volontà che stringe.
Sopra il corpo, l'arco del senno
si stende come strada sui prati.

E, pilastro più duro del sasso,
con solido muro il dubbio, quale
carceriere, imprigionato da me.

Ed anche tu sei ponte che mi servi.
Io sono due rive opposte e come l'acqua
il tuo sguardo traccia intorno a me i suoi anelli.

Trad. di Paolo Santarcangeli, 1962

*   *   *
(Intervista a Nyerges: NON DAVANTI AI BAMBINI )

mercoledì 17 luglio 2013

Un articolo di Paolo Di Paolo su Attila József oggi su La Stampa


Attila József , così sognava
il figlio della lavandaia


La statua di Attila József, a Budapest, accanto al palazzo del Parlamento: il governo del populista Viktor Orbán vorrebbe rimuoverla per ripristinare l’assetto fascista della piazza

Ribelle e visionario, il poeta ungherese è oggi un simbolo
della lotta contro il regime autoritario di Orbán: a migliaia
in piazza a Budapest per difendere
la sua statua
PAOLO DI PAOLO
Se passate da Budapest, andate a cercarlo. Accanto al fastoso palazzo del Parlamento, in una piccola piazza, c’è un uomo giovane: magro, immobile, seduto su una gradinata. Ha in mano un cappello e tiene gli occhi bassi. Sembra molto stanco, ma non sconfitto. Quando il governo ungherese – guidato dal conservatore populista Viktor Orbán – ha annunciato la rimozione della statua del poeta Attila József, per ripristinare l’assetto fascista della piazza, migliaia di persone si sono date appuntamento per difenderla, in un atto di resistenza poetica e politica insieme. Perché la scommessa della giovinezza di József, morto trentenne nel 1937, è stata proprio questa: pensare la politica come rivolta e come poesia. Alimentare un grande fuoco davanti al quale gli uomini possano «scongelarsi». È il fuoco dei vetrai, impastato di sangue e di sudore, di quelli che portano la luce nelle città come poeti.  

Animato dallo spirito del ribelle e dalla lucidità del visionario, Attila resisteva al proprio tempo ingrato, provava a non cedere, come un melo selvatico - l’immagine è sua - che resiste all’uragano. E così è diventato uno dei simboli delle proteste contro il governo Orbán, contro la progressiva riduzione della libertà di espressione e dissenso, contro modifiche a una costituzione che si fa pericolosamente meno democratica.  
«Su una spalla del povero c’è il mondo»: il giovane József scrive l’epica dei senza-niente, chiede a Dio di sgombrare il mondo dal male, con una disperazione pari allo slancio di un «minuscolo cuore», che balbetta, che spera, mentre «sempre più diventa buio». Se c’è una cosa che ha imparato subito è che si impara da tutti i lavori. Da bambino faceva il guardiano ai maiali, e anche nel sudicio ha imparato qualcosa - la quiete e la voracità. Ha venduto acqua nei cinema, il film era lo stesso per giorni: così ha imparato la bellezza dei dettagli. Ha fabbricato girandole di carta, e ha imparato che cosa sono i colori. Ha recapitato pacchi, e così deve essergli venuto in mente un verso che avrebbe scritto anni dopo: «Il dolore è un postino grigio». Ha fatto lo strillone di giornali, e così ha imparato che le notizie da gridare di solito sono cattive. È stato mozzo su una nave, è stato contabile e istitutore. 

È stato quasi tutto, Attila József. Ma più di tutto avrebbe voluto essere un filosofo e un poeta. Un professore gli disse: le due aspirazioni non vanno d’accordo, meglio tentare la fortuna altrove. Ma la fortuna non si è mai presentata alla porta di Attila. Postini grigi invece sì: recapitavano per lui giorni disperati senza soldi e senza lenzuola, a Vienna. Eppure non ha mai smesso - né a Vienna, né a Parigi, a Cagnes-sur-mer, o nella sua Budapest - di scrivere versi. Ha creduto nella poesia e nella rivoluzione, questo ungherese nato all’inizio di un secolo feroce, così come ha creduto nei propri vent’anni: «I vent’anni la mia forza / i vent’anni li vendo». Non aveva eredità da spendere che non fosse la sua stessa energia. Il padre era operaio in una fabbrica di saponi; la madre una lavandaia: «Era mia madre, piccola, moriva presto: le lavandaie muoiono presto». Attila aveva da giocarsi la forza fisica e una voce per benedire e maledire il mondo, per pronunciare la rabbia e l’offesa, per dichiarare l’amore a una ragazza di nome Flora, per inneggiare alla rivoluzione. Iscritto al partito comunista, ne fu espulso come deviazionista. 

Era un «vate proletario», un francescano, o cos’altro? Inseguiva un sogno di felicità privata e collettiva: quello che, da queste parti, siamo quasi riusciti a smettere di sognare. «Oh Europa, quante piaghe porti in te», scriveva - e protestava contro l’invecchiare di tutto: perfino la rivoluzione «tossicchiando si accoccola su pietre aguzze». «Uomo ungherese - la sua bandiera è un cencio, / un piatto vuoto il suo cibo; / siamo nazione che coglie erbacce: per noi / viene una morte rappezzata, scalza!». Qualcuno ha visto in József un Villon novecentesco, e in effetti nei suoi versi c’è un dito puntato contro le ipocrisie della società, del potere, l’invito a colpirle, ad abbatterle con «l’ascia larga» per udire «lo strillo del deserto feudale». Ma c’è soprattutto lo slancio di un idealista, il batticuore di chi invita l’amico a farsi come un filo d’erba («più dell’asse terrestre sarai grande»), di chi scrive la sua «preghiera per gli stanchi», o per i cani sporchi, fradici, arruffati rimasti senza nessuno. È l’estremismo generoso e quasi impraticabile di chi riesce a custodire lo stupore anche di fronte al peggio, e prepara una staffetta per gli idealisti del futuro. 

«Non vi offendete, vecchie pietre, se vi calpesto. Sono meno immobile di voi e sono più forte» scriveva Attila József. Anche lui, a vent’anni, sognava un amore giusto: «Oh, se avessi un’innamorata l’amerei come il fiume il suo letto». A trenta, con Flora, gli sembrò di avere trovato la felicità, di avere arginato l’incubo ricorrente della depressione. Lei invece gli spezzò il cuore? Fatto è che un giorno d’inizio dicembre, anno 1937, a Szárszó, Attila si distese sui binari al passaggio di un treno. La scena, come un presagio, sta in una delle sue prime poesie: «Ha vesti stracciate, è giovane. Il cielo si è fatto grigio». 

Resta, di Attila József, la forza con cui ha difeso i sogni delle lavandaie come sua madre e delle tessitrici, i cenci unti e i pezzi di muro, ai bordi della città, incerti se cadere. La rugiada e il vento notturno, le case dei contadini, il Danubio, la pioggia e le «parole piane, primitive» con cui racconta il dolore che zampilla sui gradini, una rivoluzione possibile, l’umanità intorno a sé - stanca ma non sconfitta. Il volto di ciascuno - dice un suo verso - «è una piccola periferia». 

martedì 16 luglio 2013

Sándor Weöres, Sessantasei


66

Ho compiuto sessantasei anni. Non vado all'asilo solo perché potrei prendere la tosse.
Sono in vita perché non sono ancora morto. Non mi ucciderò, aspetterò la mia fine. 
Si avvicina il momento, in cui gli occhi mi impediranno di vedere, le orecchie di sentire, le gambe di camminare, e le mani di afferrare. Allora mi ritirerò dentro di me, passeggerò dentro me stesso, osserverò che cosa ha in serbo il mio interno. Basta non trovarlo poco accogliente.

Sándor Weöres,  poeta ungherese (Szombathely, 22 giugno 1913 - Budapest, 22 gennaio 1989), iniziò a comporre poesie giovanissimo e attirò l'attenzione dei critici con la sua tesi di laurea sulla poetica (A vers születése "La nascita del verso", 1939). Gli studî e i viaggi contribuirono alla sua formazione, definita completa. Nelle raccolte poetiche (Hideg van "Fa freddo", 1934Medúza "Medusa", 1943A fogak tornáka "La chiostra dei denti", 1947A hallgatás tornya "La torre del silenzio",1956Tűzkút "Pozzo di fuoco", 1964Összegyütött versei "Poesie raccolte", 1975;Harmincharom vers "Trentatré versi", 1978Posta messzirol "Posta da lontano",1981), W. ha conciliato, attraverso un ritmo sapiente, motivi della lirica universale con la tradizione poetica magiara. Rilevante anche la sua attività di traduttore da lingue orientali e occidentali, tra cui l'italiano (Dante, Petrarca, Metastasio, Leopardi, D'Annunzio, Palazzeschi, ecc.).