venerdì 21 dicembre 2012

Uccelli di fango

Due continenti, cinque lingue, tredici racconti, una pantomima e un numero indefinito di piacevoli incontri: così nasce l’antologia curata dalle sette traduttrici per la Casa delle Traduzioni di Roma.
Un inedito viaggio letterario che, iniziato con atmosfere fin de siècle, conduce il lettore fino al primo decennio del 1900, e percorre i territori linguistici di Ungheria, Grecia, Francia, Catalogna, Inghilterra e Louisiana. Una lettura che riunisce autori diversi, più e meno noti, riorganizzati in un insieme originale attraverso la scoperta di paesaggi dell’immaginazione sorprendenti per ricchezza e varietà di stili e temi.
Testi di Andreas Karkavitsas, Endre Ady, Santiago Rusiñol, Raimon Casellas i Dou, Alphonse Allais, Louis Hémon, Léon Hennique, Joris-Karl Huysmans, Netta Syrett, Kate Chopin nelle traduzioni di Viviana Sebastio, Andrea Rényi, Tiziana Camerani, Ilaria Piperno, Paola De Vergori, Valentina Rapetti, Laura Franco.
Con un'introduzione di Simona Cives (Casa delle Traduzioni - Biblioteche di Roma) e una prefazione di Franca Cavagnoli.
Potete scaricare il volume gratis.

Uccelli di fango

sabato 15 dicembre 2012

L'incipit della prima stesura di "Storia greca"


    Mio padre, Kazimir Rényi, prestò servizio come medico internista all'ospedale di via Vas di Budapest dal 1948 fino al cambio di destinazione della struttura avvenuto nel 1950. Quella che prima della seconda guerra mondiale era stata l'elegante casa di cura Pajer, in quegli anni fu trasformata in un ospedale da campo per partigiani greci feriti durante la guerra civile, tutti ricoverati sotto falsa identità ungherese al fine di garantirne la clandestinità. Per curarli in modo efficace mio padre imparò il greco moderno, facilitato anche dalla coabitazione con i malati, perché lui, e dal marzo del 1949 anche mia madre, alloggiavano in una stanza d'ospedale messagli a disposizione. Fra gli altri medici in quell'ospedale c'era anche la madre della psicanalisi ungherese nonché del giornalista Miklós Gimes, Lilly Hajdu Gimes (1891 - 1960), il cui compito sarebbe stato offrire sostegno psicologico ai ricoverati prevalentemente di origine contadina, a volte analfabeti, persone che non erano mai state oltre i confini della propria regione, quindi alle prese con problemi non solo fisici, ma anche di natura psicologica. La professoressa Gimes non era però in grado di aiutarli perché malgrado gli sforzi, non imparò che due parole di greco. Dopo qualche mese abbandonò l'incarico per andare a dirigere il grande ospedale psichiatrico della capitale ungherese. Nel 1956 suo figlio prese parte alla rivoluzione come caporedattore del primo quotidiano indipendente, e dopo la sconfitta condivise prima l'esilio, poi il processo con Imre Nagy; con lui fu anche condannato a morte e giustiziato nel 1958. Lilly Hajdu Gimes cadde in grave depressione e si tolse la vita nel 1960.

sabato 8 dicembre 2012

Sulla letteratura ungherese contemporanea

Foto di Zsolt Hlinka
Scaccio la disperazione per poter scrivere.
Scrivo per scacciare la disperazione.
Non dovrei consegnarmi completamente alla disperazione per poter scrivere?
Non dovrei abbandonare del tutto la scrittura per scacciare la disperazione?
György Somlyó, Favola sulla scrittura

Queste righe di un grande intellettuale e di un grande testimone dell'Ungheria del 20° secolo potrebbero essere l'ars poetica della letteratura ungherese, scritta in una lingua agglutinante, madrelingua di circa 14 milioni di persone dentro e fuori i confini nazionali, con una tradizione millenaria e ricca di preziose creazioni narrative e poetiche.

Il primo nome che viene in mente è quello di Imre Kertész (n. 1929), insignito del premio Nobel per la letteratura esattamente dieci anni fa. E' il primo, e per il momento l'unico scrittore ungherese che abbia ricevuto il prestigioso premio, assegnato "per la sua opera che oppone la fragile esperienza dell'individuo alla barbara arbitrarietà della storia". Essere senza destino ripercorre l'esperienza dell'autore nei campi di sterminio di Auschwitz e Buchenwald; la sua forza narrativa nasce dal presentare l'uomo nella sua più cruda e drammatica essenza, con la partecipazione che può avere solo il racconto di uno scampato, e con la saggezza di chi nutre un profondo amore per la vita. Kertész impiegò dieci anni a scrivere questo romanzo e incontrò difficoltà infinite per trovare un editore. Pubblicato infine nel 1975, la critica letteraria e il pubblico ignorarono opera e autore, fino alla caduta del Muro, quando ebbe il debito riconoscimento in patria e all'estero. Senza dimenticare gli orrori, Kertész volle ricordare del lager i brevi momenti di felicità e in seguito, cercò una nuova vita degna di essere vissuta, seppure prigioniero del socialismo reale. Dopo la prigionia nazista e comunista, nel 1989 Kertész credette fosse arrivata l'ora della libertà, quella di una società libera e democratica in Ungheria. Non fu così, le distorsioni e il risveglio dell'antisemitismo lo indussero a trasferirsi in Germania, dove tutt'ora vive e lavora. In Ungheria qualcuno lo definisce ormai “scrittore di origini ungheresi”, mentre lui dichiara di non riuscire più a provare nessun senso d'appartenenza all'Ungheria, di non sentirsi più ungherese, e di essere legato al Paese natale solo grazie alla lingua. Kertész è da sempre privo di destino, ora anche di una identità nazionale.

Un altro grande scrittore ungherese è in odore di Nobel da anni: Péter Nádas (n. 1942), ma un Paese piccolo come l'Ungheria – 93mila chilometri quadrati e appena 10 milioni di abitanti -, difficilmente potrà festeggiare due Nobel nell'arco della vita di una generazione. Figlio di comunisti che avevano partecipato alla Resistenza antifascista, anche Nádas può considerarsi vittima a pieno diritto del socialismo reale. Boicottato per anni dal regime, visse di stenti in autoesilio, pur di non scendere a compromessi. Sostenuto da una forza d'animo non comune, riesce a dar vita a un'ampia produzione come romanziere, commediografo, saggista, giornalista e fotografo. Il suo romanzo d'esordio, Fine di un romanzo familiare, è il flusso di coscienza di un bambino nel vortice dello stalinismo. Il suo Libro di memorie, una monumentale storia che ruota attorno a tre elaborati fili narrativi, è stato scritto in undici anni, ed è considerato il suo capolavoro, particolarmente apprezzato da Susan Sontag, e paragonato ai grandi romanzi di Thomas Mann, Proust e Joyce. Nádas non è alienato come Kertész ma anche lui si mostra scontento del governo e dell'opposizione; figura isolata anche fisicamente (vive ritirato in un piccolo villaggio), autonoma, non partecipa attivamente all'intensa vita politica degli scrittori magiari, e individua la radice del problema nell'anomalo sviluppo della società ungherese: l'assenza del ceto borghese.

Si può rilevare che, dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, l'ideologia dominante ha permeato nel profondo la produzione letteraria ungherese. Negli anni del socialismo reale, che ha emarginato o escluso le voci del dissenso e del non allineamento; negli anni successivi alla caduta del Muro, quando gradualmente l'affermazione di una politica populista, revanchista e antisemita ha ridato forza e attualità ad un passato che sembrava definitivamente sconfitto dalla Storia. Gli elettori di Jobbik, la formazione di estrema destra, e molti filogovernativi considerano l'Ungheria un'isola per lingua e per storia, che nulla dovrebbe avere a che fare con l'Unione Europea di cui è Stato membro; ambiscono all'autonomia economico-politica del Paese e in certi contesti rimpiangono la Grande Ungheria, la cui fine era stata sancita dal Trattato di Trianon del 1920, che ridusse il territorio di due terzi, la popolazione da 19 a 7 milioni, e fece perdere all'Ungheria l'accesso al mare che la nazione aveva avuto per oltre 800 anni. Al rimpianto della grandeur si aggiunge la paura della globalizzazione: “La destra politica nell'Europa centrale spaventa la popolazione con i pericoli della globalizzazione, li evoca per rifiutare anche l'Europa. Conosciamo bene i pericoli della chiusura nel nazionalismo. Allo stesso tempo è evidente che la paura dell'Europa che sta diventando globalizzata, non è irrazionale. Penso che l'unica possibilità per non far valere i pensieri reconditi della destra è prendere in considerazione i pericoli della globalizzazione sapendo però che non vi è un'altra strada al di fuori della globalizzazione.” Sono le sagge parole, pronunciate ancora nel 2004 e rimaste purtroppo inascoltate, da uno degli intellettuali più in vista in Ungheria, László F. Földényi.

La medicina dei rimpianti e delle paure è il ripiego sul passato che porta conseguentemente all'esaltazione della stirpe magiara e alla ricerca della sua più pura peculiarità, nonché alla riscoperta di autori e di opere spesso di discreta o di buona qualità letteraria ma messi all'indice per decenni per il loro messaggio eccessivamente nazionalista, irredentista, sciovinista. Sono tornati nelle librerie romanzi per decenni ritenuti non pubblicabili per i loro contenuti politici e per le biografie alquanto dubbie dei loro autori. Ne è un esempio Cécile Tormay (1875 - 1937), irredentista, antisemita, ispiratrice di gruppi nazionalisti, a suo tempo apprezzata da D'Annunzio il quale aveva persino tradotto alcune pagine di un suo romanzo. József Nyirö (1889 – 1953), importante esponente della letteratura della minoranza etnica ungherese della Transilvania, la perdita della quale è una ferita mai rimarginata nel cuore dei nazionalisti, filonazista fino all'ultimo e noto ammiratore di Goebbels. Negli ambienti nazionalisti godono una certa popolarità anche i romanzi del conte transilvano Albert Wass (1908 – 1998), giornalista, autore di romanzi e di novelle, che risolve in bonarie caratterizzazioni dei suoi personaggi le vicende e le esperienze dell'irredentismo che sono sullo sfondo del suo mondo transilvano.

Sulla scia di questa nuova visione di meriti letterari, vengono ribattezzate strade che portavano nomi di scrittori ora ritenuti non più politically correct come Jenö Józsi Tersánszky, cui unica colpa è l'essere stato inviso durante l'era dell'ammiraglio Horthy fra le due guerre mondiali, o lo scrittore ebreo proletario Endre Andor Gelléri, morto di tifo nel 1945 dopo la deportazione in campi di concentramento a soli 39 anni. Non trova pace neppure la statua di uno dei più grandi poeti nazionali, il socialista Attila József, che nella sua breve vita diede voce al proletariato.

In questa contrapposizione di natura politica sull'altra sponda troviamo alcuni grandi nomi della letteratura ungherese contemporanea come lo scrittore, giornalista e sociologo György Konrád (n. 1933), già dissidente durante il regime di Kádár, acclamato e molto tradotto all'estero; lo scrittore e sociologo Pál Závada, autore di romanzi di grande successo; il poeta, novelliere, traduttore e romanziere Lajos Parti Nagy (n. 1953), virtuoso della lingua ungherese; György Spiró (n. 1946), drammaturgo , autore di saggi e di romanzi molto amati dal pubblico, solo per citarne alcuni.

In generale, si può affermare che le trame dei romanzi degli autori contemporanei si svolgono nel passato e a mio avviso questa è la caratteristica principale e il limite della letteratura; è quasi impossibile trovare un'opera che parli del presente. La memoria avvolge tutto, a volte sotto forma di ottime biografie romanzate dei propri genitori, ma la fuga nel passato sembra essere l'unico approccio possibile per occupare il presente.

Il panorama letterario ungherese comprende molte altre figure di notevole spessore, alcune delle quali godono ormai di meritata fama internazionale, come il postmoderno, esistenzialista László Krasznahorkai, il giovane György Dragomán o Attila Bartis, che con i loro romanzi hanno ottenuto il consenso della critica in numerosi paesi; oppure come il fecondo László Darvasi dalle trame bizzarre e molto originali, o come Róbert Hász, il cui stile delicato ha conquistato la casa editrice francese Viviane Hamy, che ha pubblicato tutti i suoi romanzi.

Un capitolo a parte meriterebbero la poesia e l'editoria per ragazzi, due campi molto e molto ben coltivati e con una lunga tradizione in Ungheria. Vorrei chiudere questa breve rassegna degli scrittori ungheresi contemporanei con uno dei versi preferiti di una poetessa molto amata in Ungheria, Krisztina Tóth:

Corsa evanescente

Non ho mai visto i tuoi oggetti.
La tua camicia sulla sedia la mattina.
Non ho mai visto i contorni
dei tuoi mobili nell'oscurità.
Non avvicinarmi verso di te,
non appoggiarmi su di te,
corrimano senza scale.

Testo e traduzioni a cura di Andrea Rényi

(Articolo pubblicato nel primo numero della rivista letteraria ORLANDO)







mercoledì 5 dicembre 2012

Una storiella di destino e di superstizione

Il 13 dicembre anche in Ungheria si festeggia Santa Lucia, è "il giorno di Luca" ("c" in ungherese si pronuncia "z"). Santa Lucia in Ungheria ha due vesti: santa buona, quella delle agiografie, e strega. Alla seconda interpretazione sono legate alcune antiche usanze con profonde radici anche nella cultura popolare, come la cosiddetta "sedia di Luca": una seggiola che si comincia a fabbricare il 13 dicembre seguendo un criterio particolare, ovvero la lavorazione prevede una sola mossa al giorno. Lo sgabello deve essere pronto per la vigilia e ci si monta sopra durante la messa di mezzanotte per avvistare le eventuali streghe, per cacciare gli spiriti maligni guastafeste.
Sgabello di Luca


Una seconda usanza ha trovato anche un'applicazione metropolitana: in campagna le ragazze preparano dodici grandi gnocchi di patate, con dentro dodici biglietti con dodici nomi maschili. Gli gnocchi vanno cucinati e il nome nascosto in quello che per primo sale a galla sarà il nome del futuro sposo.
In città, e soprattutto all'epoca del socialismo reale quando nelle case si cucinava poco perché si ricorreva prevalentemente alle mense aziendali e scolastiche, circolava la versione dei bigliettini da tirare a sorte.
Il gioco del nome del futuro marito lo feci anch'io. Una sola volta, a quasi diciotto anni, giusto per prendere in giro l'usanza e per farmi beffa della superstizione. Non avevo nessuno "papabile" in quel momento, solo qualche preferenza, ragazzi che mi piacevano e un amore già finito. Scrissi quindi nomi a caso, per metà nomi esistenti in natura in Ungheria e per metà nomi che mai avrei incontrato in carne e ossa a Budapest. Il biglietto vincente portava uno di questi nomi assurdi: Jeromos. Non ho mai incontrato un ungherese con questo nome. E' Girolamo, in italiano. Mio marito si chiama Girolamo.

lunedì 3 dicembre 2012

Attila József, Ti benedico...

Per il settantacinquesimo anniversario della scomparsa del poeta ungherese Attila József (1905-1937)
Traduzione di Umberto Albini

domenica 25 novembre 2012

Un'intervista


le intervisteRivista— 23 novembre 2012
L’importanza del lavoro di traduzione: Laura Costantini intervista Andrea Rényi
Ci stanno provando in tanti a sensibilizzare gli editori, i critici, gli addetti ai lavori e, non ultimi, i lettori, sull’importanza del lavoro di traduzione editoriale. Ci stiamo provando anche noi, proseguendo le nostre interviste a questi professionisti della trasformazione, del traghettare sentimenti ed emozioni da una lingua all’altra. Oggi ne parliamo con Andrea Rényi, ungherese di nascita ma poliglotta per formazione. Lei ha fondato la pagina “Il nome del Traduttore” alla quale, da qualche settimana, collabora anche Leonardo Marcello Pignataro, esponente del Sindacato Traduttori Editoriali STRADE.

  • Quando hai deciso di dedicarti alla traduzione e perché?
  • Traduco da quando so parlare, perché la mia è una famiglia mitteleuropea multilingue. Mio padre era trilingue e mia madre bilingue dalla nascita, a Babele sono abituata da sempre. Uno dei primi concetti chiari e incontrovertibili della mia infanzia era la necessità di imparare lingue diverse, indipendentemente dal mestiere che avrei scelto. In Ungheria avevo cominciato gli studi di Giurisprudenza ma per praticità – conoscevo già bene tre lingue oltre alla mia lingua madre e l’italiano -, a Roma preferii frequentare la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere Moderne. Dopo molti anni di insegnamento e numerosi altri trascorsi in un’azienda internazionale come traduttrice, interprete e corrispondente con l’estero, mi ritrovai con la necessità di scegliere una nuova professione e mi avvicinai all’editoria quasi per gioco. Dopo una serie di letture fu un redattore a offrirmi l’opportunità di proporre un libro da tradurre, e da allora ne ho tradotti altri quattordici.

  • Che tipo di libri traduci, ti sei specializzata in un genere particolare?
  • No, nel caso di una lingua non veicolare sarebbe un lusso. Ho tradotto narrativa e saggistica, romanzi contemporanei e classici.

  • Esistono traduttori che hanno legato il loro nome a quello di un autore (mi viene in mente Tullio Dobner con Stephen King). Come traduttrice hai un TUO autore?
  • Purtroppo no, in un solo caso sono riuscita a tradurre tre libri dello stesso autore, Péter Nádas. Lui rimane comunque il mio autore preferito.

  • Ritieni esista e sia individuabile una metodologia della traduzione, oppure ogni traduttore ha il suo modus operandi?
  • Non vengo da una scuola e ho avuto pochi confronti, alcuni felici e altri no, con altri traduttori dall’ungherese. Ci tengo a menzionare l’esperienza felice: l’Officina di Traduzione dell’Accademia d’Ungheria condotta impeccabilmente e con affetto, da Nóra Pálmai. Seguo a specchio il metodo di una grande traduttrice dall’italiano e dal russo all’ungherese, mia carissima amica di vecchia data.

  • Perché in un paese che legge soprattutto narrativa straniera, nessuno mai ricorda chi ha tradotto cosa?
  • Non è mai stata dedicata sufficiente attenzione alla figura del traduttore, persino i recensori ne parlano raramente pur sapendo che la qualità della traduzione influenza molto il risultato finale. Una giusta valutazione richiederebbe tempo, molto tempo; sarebbe necessario prendere almeno stralci dal testo originale e confrontarli con il testo tradotto. Il tempo scarseggia sempre, si sorvola, a volte forse con qualche rimorso, e con la rimozione persino del nome del traduttore.

  • Che rapporto esiste tra gli editori, gli autori e i traduttori, posto che esista?
  • Nel mio caso il rapporto con l’editore è spesso anche propositivo, ovvero sono io a suggerire il libro da tradurre. Ho un ottimo rapporto con alcuni degli autori vivi e il rapporto è idilliaco con i morti.

  • Come si vive di traduzione letteraria?
  • Ho sempre cercato di fare anche altri lavori, perché pensare di poter vivere solo di traduzione editoriale dall’ungherese è impensabile. Per lo meno a me non è mai riuscito.

  • Esiste un albo dei traduttori letterari professionisti? Oppure traduttore ci si improvvisa tra un esame e l’altro all’università?
  • Un albo vero e proprio non esiste ma c’è un sindacato, STRADE, che sta guadagnando spazio. Tradurre non è certo un mestiere per improvvisatori. Da tempo esistono ottimi corsi post-laurea, sia nel campo delle lingue veicolari che in quelle più rare e poi c’è la gavetta, a volte lunga e dolorosa.

  • L’opera da te tradotta che hai amato di più in assoluto.
  • La Bibbia” di Péter Nádas. Mi emoziona ancora. Peccato che il libro sia uscito senza il nome del traduttore.

  • I tempi, i modi e le scelte per le opere da tradurre rincorrono quelli del marketing?
  • Troppo. Chiaramente una lingua così particolare come l’ungherese ne risente molto.

  • Hai mai rifiutato di tradurre un libro perché lo trovavi di scarsa qualità? Un traduttore professionista con un nome ormai noto agli addetti ai lavori ha un margine di scelta? Avresti tradotto la saga di Twilight o le 50 sfumature?
  • Ho proposto io i libri da tradurre e non me sono (quasi) mai pentita. Non avrei declinato le 50 sfumature e nemmeno Twilight, è pur sempre lavoro, ma probabilmente mi sarei divertita poco.

  • Definisci, in poche parole, cosa significa tradurre un’opera. Il traduttore è uno strumento, un varco oppure un ri-creatore?
  • Tutti e tre, la percentuale cambia secondo il libro.

  • Parlaci del libro che stai traducendo adesso.
  • Sto rivedendo le bozze di un grande classico del Novecento, “Anna Édes” di Dezső Kosztolányi, che uscirà per i tipi delle Edizioni Anfora. Di altro preferisco non parlare. Lo farò quando i tempi saranno maturi.

Grazie
http://www.scrivendovolo.com/limportanza-del-lavoro-di-traduzione-laura-costantini-intervista-andrea-renyi/

venerdì 16 novembre 2012

Péter Nádas, La Bibbia - incipit


Péter Nádas
La Bibbia



«No Innate Principles in the Mind.»
John Locke
An Essay Concerning Human Understanding

1.

Le rose appassite con le loro fragili radici, i rampicanti oscillanti e le foglie sgargianti di acanto frusciavano a lungo, con fragore, ogni volta che il monumentale cancello di ferro, così difficile da spostare nell'una e nell'altra direzione, veniva aperto o chiuso. I suoni confusi del metallo non oliato si facevano stra attraverso il giardino silenzioso e rimbombavano quindi stanchi sulle pareti della villa a un piano, ricoperte di stucchi.
La villa, fiera delle proprie dimensioni, si adagiava comodamente sul giardino, ma chi l'aveva costruita aveva avuto sufficiente senso della misura da non ostentare quella superbia dal lato della strada. La facciata si mimetizzava perfettamente fra gli abeti dagli alti fusti, gli arbusti ornamentali e il giardino roccioso. La veranda e il giardino d'inverno, delimitato da una fitta recinzione, si affacciavano invece sul profilo della città avvolto nella nebbia.
Le sei stanze, chiaramente progettate per uno stile di vita molto diverso dal nostro, sembravano fuori moda a confronto dell'appartamento che avevamo in città e restammo a bocca aperta di fronte all'ingresso in marmo e all'enorme sala da bagno con le maioliche azzurre. I nostri mobili si perdevano fra le pareti imponenti di quelle sei stanze dal soffitto tanto alto che riscaldarle era impossibile; e così la gioia e lo stupore iniziali pian piano vennero mutando in disappunto. Alla fine i miei rinunciarono a due camere e le diedero in affitto a una giovane coppia. A volte non ci incontravamo per mesi.
Il giardino era molto grande.
Bighellonavo per intere giornate senza meta. Fumavo di nascosto, oppure portavo fuori la sedia a sdraio e leggevo.
Mi annoiavo, alla ricerca di qualcosa da fare, tuttavia programmavo le mie giornate. Tornato a casa da scuola pranzavo, passeggiavo nel giardino battendomi svogliatamente un bastone contro le gambe, contemplavo impettito le fioriere, mentre il fox-terrier dal pelo corto mi seguiva dappertutto.
Dopo aver fatto più volte il giro del giardino mi cambiavo, indossavo una vecchia tuta e correvo fuori. Meta mi aspettava davanti alla porta, seduto composto e scodinzolando felice. Quello era il momento della «corrida».
Sventolavo una pezza rossa e cominciavo a correre. Meta mi saltava dietro, la acchiappava e la tirava, la lasciava andare, io la facevo vorticare sopra la sua testa e lui seguiva quel movimento con tutto il corpo, in una giravolta frenetica. Guaiva, uggiolava, ringhiava, la afferrava di nuovo. Io tiravo e lui la serrava tra i denti. Io non mollavo la presa, gli strappavo la pezza di bocca, poi correvo via, il cane sempre dietro; mi atterrava, ci rotolavamo nell'erba, mi agguantava il polso, mi saltava addosso, poi partiva al galoppo con la pezza... e questo è quello che succedeva, giorno dopo giorno. Andavamo avanti finché il fianco non cominciava a farmi male per il troppo ridere e per la corsa.
A volte Meta dimenticava le regole, prendeva sul serio la lotta; ringhiava, guaiva, digrignava i denti, mostrava minaccioso le spaventevoli gengive e il palato maculato.
La paura mi eccitava persino più di quanto facesse con il cane. E così non stavo al gioco, non cedevo. Fu in una di quelle occasioni che mi aggredì.
La stoffa gli si era impigliata nei denti. Io continuai a tirare finché sollevai in aria anche lui. Guaiva per il dolore e, dopo aver raccolto tutte l forze, riuscì a liberarsi. Dalla bocca gli penzolava un brandello di stoffa rossa.
Mi morse una gamba. Per qualche secondo persi conoscenza. Per lo spavento, perché in realtà non sentivo dolore; infatti mi fece appena un graffio. Accanto a me c'era una zappa abbandonata sull'erba. La afferrai con gesti lenti, a mente fredda. Meta si appiattì a terra con gli occhi imploranti. Cominciai a colpirlo. Sanguinava. Ai primi colpi guaiva ancora, poi chiuse gli occhi e sopportò in silenzio il lacerarsi della pelle e della carne sotto la zappa affilata.
Fu la ripugnanza a fermarmi. Se non fosse stato per quel senso di disgusto, non so cosa avrei fatto, spinto dal furore e dal desiderio di vendetta. Lo lasciai lì.
Non lo trovammo per giorni. Mio padre lo scorse il sabato pomeriggio dietro a un mucchio di fieno. Lo tirò fuori e lo portò nell'ingresso.
Gli occhi del cane brillavano di paura, il corpo bruciava di febbre, pagliuzze di fieno si erano attaccate alle ferite, sul pelo c'era sangue raggrumato. Respirava a fatica, con la lingua penzoloni si leccava il muso.
Mia madre lo lavò, lo bendò, gli diede da bere, poi cercarono di capire chi avesse potuto ridurlo così. Forse era stata colpa di Meta, che aveva rubato un pollo... Io non dissi nulla.
La mattina dopo, mentre andavo in bagno, quasi inciampai nel corpo irrigidito di Meta. Si era trascinato fino alla porta, forse voleva morire all'aperto... Entrai nella stanza dei miei atteggiando un'espressione tragica. Erano ancora a letto. Era domenica mattina.
«É morto» dissi e scoppiai a piangere. Mi accucciai vicino a mia madre, ma sottrassi la testa alle sue carezze. Non sentivo bisogno di consolazione.

(La Bibbia e altri racconti, con una prefazione inedita dell'autore, BUR, 2009, trad. di Andrea Rényi)

mercoledì 14 novembre 2012

Copio e incollo con molto piacere una lettera di Elvira Marinelli (Verona):

"Cara Andrea, 
questo libro di Földényi, sai, mi ha fatto una bella compagnia nei giorni in cui l’ho letto e riletto e anche ora alla sera quando vado a letto spesso mi piace portarlo con me e magari leggere anche solo qualche riga prima di dormire. Ho voglia di ritrovare quella tensione emotiva, quel desiderio di capire in profondità. E in effetti ad ogni lettura mi si apre un nuovo, piccolo squarcio. Mi è capitato poche volte, ma si è creato anche per me un rapporto intimo con questo testo. Forse ha suscitato in me ricordi, emozioni antiche e profonde, forse ha evocato letture a partire da Puškin e il suo Viaggio d’inverno, immagini, atmosfere. Mi ha anche ricordato Nàdas, così come lui stesso si racconta nella prefazione a La Bibbia, in quel suo soggiorno in campagna, povero di cose, ma pieno di senso e dignità, tempo privilegiato di elaborazioni letterarie.
Questo di Földényi è stato un libro per me difficile per la riflessione filosofica, per certi passaggi dati per scontati. Troppi anni dagli studi liceali sono passati, Hegel è un ricordo vago… di recente infatti ho letto solo filosofi contemporanei. Però questa difficoltà non mi ha scoraggiato, è diventata anzi una sfida.
Quando prendo in mano il libro, anche senza leggere, ormai mi capita sempre di immaginare Dostoevskij in quelle sue lunghe giornate e serate di lettura e riflessione, forse mi immedesimo in lui. Sento il freddo. Vedo il tremolare della fiammella di candela, vivo la precarietà di quella situazione, cogliendone però la potenzialità creativa. Lo vedo piangere quando scopre che la sua storia personale e quella di tutti quelli come lui in Siberia non è considerata dal famoso filosofo. Risento l’antica questione del rapporto tra microstorie e macrostoria, microcosmi e macrocosmo. Lo sento chiedersi se sia mai possibile che di tanta sofferenza e tanta ricerca personale, di tanta fatica di vivere e tante elaborazioni di idee per superare la pura sopravvivenza, nulla abbia valore e sia davvero degno di entrare nella storia. Lo sento prima piangere, ma poi reagire e ribellarsi e mettersi ostinatamente a cercare nella filiera del pensiero hegeliano, smontato pezzo per pezzo, l’errore, la contraddizione, l’omissione.
Ed ecco la prima contraddizione: per Dostoevskij sfugge a Hegel che la storia, in tutte le sue articolazioni, può essere compresa proprio e solo da chi, per usare le sue stesse parole, ne è fuori. La storia con il suo senso profondo si rivela solo a chi ne è stato secondo Hegel escluso. Sì, perché non la può comprendere chi la affronta solo con la razionalità e non vuole riconoscere la complessità della vicenda umana e la sua infinita varietà, chi volutamente ignora tutto ciò che non appaia come strutturabile e pianificabile, come incasellabile in un modello precostituito. Chi non sa confrontarsi con l’esistenza in ogni sua forma. Chi avendo paura di ciò che gli appare nuovo e inaspettato, diverso e non classificabile, sfuggente e non controllabile, prima lo rifiuta e poi lo cancella, relegandolo nella dimensione dell’inesistente.
Da Hegel, attraverso la mediazione sofferta di Dostoevskij, Földényi arriva fino a noi, a me, perché è a noi che viviamo qui e ora che vuole parlare. All’uomo della società europea di oggi, all’uomo sicuro di poter controllare tutto con il suo progresso tecnologico e scientifico, all’uomo ambizioso e appagato dei suoi mezzi, all’uomo in realtà fragilissimo e profondamente angosciato -senza esserne tuttavia sempre consapevole-, senza immaginazione e senza Dio.
Földényi, lucido e accorato, osserva, con l’immagine e il pensiero di Hegel e Dostoevskij vivi davanti a sé (e per la potenza delle sue parole e del suo stile vivi davanti a noi, a me), come l’uomo di oggi sembri aver portato alle estreme conseguenze “il modello di rimozione” di Hegel: è diventato potente e arrogante (nei confronti della natura per esempio), si sente forte dei suoi mezzi tecnici, sicuro di poter controllare tutto, non vuole accettare il limite della morte, della vecchiaia, della malattia, rimuove il dolore, non vuole essere turbato dalla sofferenza altrui, bandisce altruismo e umana solidarietà, sembra costruire la sua storia sulla sequenza di successi scientifici e tecnologici, tanto da non voler vedere le conseguenze a volte catastrofiche che con questi ha provocato in tanti campi. Rigetta il senso del limite, annulla Dio e la trascendenza. Non crede, perché ritiene di non averne bisogno, all’inferno e al paradiso, perché ha pure cancellato il senso della giustizia. Come Hegel esclude tutto ciò che non riesce a comprendere, la parte oscura che è in noi, ciò da cui si sente minacciato.
Földényi sembra chiedersi se ci sia una via d’uscita?
Lo chiede a Dostoevskij, ma la risposta è un po’ misteriosa: forse la speranza e la fede nel miracolo? O piuttosto nel valore liberatorio della sofferenza che fa capire il senso vero di ciò che conta?
Se Hegel inventa una storia che nega la complessità, la diversità, la sofferenza, la morte, i lati oscuri, Dostoevskij risponde avvilito e arrabbiato che non si può negare né tutto questo né l’esistenza dei singoli individui che questi aspetti della storia negati invece incarnano.
Hegel nega anche desideri e speranze? E invece proprio questi potrebbero forse essere la strada verso la redenzione, verso il riscatto.
Se fosse vero quello che sostiene Hegel, chi vive “fuori della storia” come chi sta in Africa, in Siberia, non avrebbe salvezza e invece proprio chi vive la sofferenza può intraprendere un cammino di conoscenza di sé, di consapevolezza che gli permette di accettare il senso del limite umano –al di fuori del quale c’è alienazione-, la complessità e la diversità della vita e in questa condizione costruire una speranza e un desiderio, un progetto per il futuro.
Libro enorme, cara Andrea, questo di Földényi, nonostante le sue poche pagine. Ogni pagina, ogni riga ha una tridimensionalità che scava in profondità in tutte le direzioni. Ogni pensiero si allarga ad altri pensieri, altri autori, annuncia e apre nuovi percorsi, lancia ponti, costruisce reti. La sua lettura non è lineare, ma ipertestuale. Nella tua traduzione splendida si sente la partecipazione e il coinvolgimento. Sei caduta anche tu nella sua rete.
Certi libri sono così potenti!
Ti abbraccio, 
Elvira"

sabato 27 ottobre 2012

Esiste un solo rimedio al dolore per l'assenza di una persona: smettere di amarla. Quando pensiamo al potere del tempo che guarisce, pensiamo a questo. Che riusciamo a dimenticarla. Ma se la amiamo veramente, non la dimenticheremo. La medicina della mancanza d'amore è rivedere la persona amata. Il prossimo anno, fra vent'anni, in un'altra vita. La mancanza si fa sentire fino al nuovo incontro. Ciò che conserviamo di questa persona non è il suo ricordo, ma la sua mancanza.
Péter Müller

mercoledì 10 ottobre 2012

Péter Nádas fotografo

Una piccola galleria di foto scattate dallo scrittore magiaro negli anni '60 e '70, quando faceva il fotoreporter














lunedì 8 ottobre 2012

Per i settant'anni di Péter Nádas - 14 ottobre 2012

"Az igazságot nem kíséri égzengés, fénye nem világítja át az éjszakánkat. Szürkén, bágyadtan, csaknem unalmasan érkezik közénk. Sokan vannak, akik észre sem veszik." Nádas Péter, Évkönyv.
"La verità non è annunciata da fulmini e saette, la sua luce non illumina la nostra notte. Giunge fra noi sbiadita, fiacca, scialba. Molti non la notano neppure." (Trad. A.R.)

giovedì 20 settembre 2012

I popoli hanno i governi che si meritano. Se, per un motivo qualsiasi, persone stolte o malvagie riuscissero a montare in groppa a un popolo onesto, esso manderebbe queste figure squallide presto all'inferno. Ma se un pessimo governo rimane a lungo in carica, la colpa sicuramente è della nazione.

(Conte István Széchenyi (Vienna21 settembre 1791 – Döbling8 aprile 1860) è stato un politicoscrittoreteorico e nobile ungherese, uno dei più grandi statisti d'Ungheria.)

mercoledì 19 settembre 2012

Péter Nàdas, LA BIBBIA

Riporto la lettera di un'amica veronese, Elvira Marinelli, su "La Bibbia" di Péter Nàdas, perché le sue parole compongono una recensione sensibile e molto interessante:

"ll primo racconto LA BIBBIA è uno straordinario universo sonoro. Sì, la cosa che mi ha subito stupito profondamente e coinvolto, inducendomi a immedesimarmi nel protagonista e a immergermi nei luoghi descritti, è stata la forte, costante presenza di suoni e rumori. Sono i suoni e i rumori a tratteggiare il profilo degli ambienti, a scandire la quotidianità nei suoi rituali e nelle sue sorprese, a segnare confini, a tracciare linee direttrici per il pensiero e per gli spostamenti/movimenti, a segnare il ritmo delle emozioni, a evocare ricordi, a permettere di orientarsi nella nebbia, nella confusione, nella paura. I suoni e i rumori costituiscono come una mappa entro cui il ragazzo si muove nella quotidianità che gli adulti che gli stanno intorno vorrebbero silenziosa. “I rumori componevano un insieme, si incolonnavano.” Rumori e suoni attesi, amati o temuti. Rumori e suoni che danno sicurezza ma talvolta spaventano. Che si impongono, che contrastano il grande silenzio che regna nella casa. Nel giardino. Il silenzio tra lui e suo padre, (“sempre fuori della sua portata”) tra lui e la madre (che capisce di non poter amare), che non hanno tempo e attenzione per lui, che non colgono le sue esigenze di piccolo adolescente curioso del mondo e bisognoso, com’è normale, di compagnia, di affetto, ascolto, fisicità nelle relazioni. Un silenzio “martellante nelle orecchie”, pregno di ipocrisia, formalità di rapporti, paure, sospetti, pregiudizi. Ma questo silenzio Andrea vuole forse rappresentare qualche cosa d’altro? È forse una metafora del silenzio a cui si è costretti sotto un regime? Non so se esagero e vedo anche quello che non c’è… 
Davvero mirabile com’è tratteggiata la figura di questo ragazzino, come Nádas ce lo fa sentire da dentro, dall’interno profondo e misterioso delle sue emozioni, delle sensazioni, dei sentimenti. Ce li fa scoprire insieme a Gyuri, ne restiamo stupiti, angosciati o felici insieme a lui. Ne prendiamo atto e ci interroghiamo su di essi a mano a mano che lui stesso li prova e li scopre. Ma tutti i personaggi sono ben delineati. Contraddistinti da precisi gesti e parole. Sembrano pronti per un copione cinematografico. Pensavo mentre leggevo al “Barone rampante”, a Cosimo e al suo giardino, ma anche ad altri giardini luoghi di avventure e formazione e conquista delle proprie autonomie.
Insomma è un racconto intenso, profondo, coinvolgente scritto magistralmente con un grande senso di partecipazione da parte dello scrittore che sembra calarsi completamente nel personaggio e che lo descrive così bene da farcelo toccare, vedere e sentire. La scrittura è sapiente, talvolta così imprevedibile e perfino sconcertante, nelle dettagliate descrizioni che respingono una lettura superficiale e frettolosa . Un racconto silenzioso e assordante, forse in bianco e nero, o meglio con pochi colori, fatta forse eccezione per il giardino. Con quel color beige della valigetta del padre ch’è tutto un programma, con colori accesi solo nei sogni e nell’immaginazione del ragazzo (il velluto rosso, il tulle rosa), con quell’unica macchia di colore in casa, l’azzurro delle maioliche del bagno e della stufa. Unici punti caldi e accoglienti di quell’ambiente freddo, forse.

Anche il secondo racconto mi è piaciuto, anche questo ragazzino mi ha conquistato con il suo impegno “a comprendere il mondo da solo”, non compreso, trattato come un adulto, senza alcun rispetto da parte del padre per il suo dolore, senza alcuna attenzione per il suo diverso modo di soffrire, senza alcun accompagnamento verso l’elaborazione di un lutto e il mistero della morte… questo ragazzino e quel suo pianto liberatorio, finalmente, fino allo sfinimento e la sua voglia di aiutare non compresa, la sua tristezza e consapevolezza di non essere capito scambiate per freddezza… in una casa in cui dopo la morte della madre l’allegria appartiene forse solo alle gocce che cadono dalla grondaia. Terribile e stilisticamente incisiva, a sottolineare inequivocabilmente l’estraneità e la distanza di quel padre, la scelta dello scrittore di chiamarlo sempre “il giardiniere”. La paratassi insistente sembra ulteriormente scarnificare insieme ai discorsi tutte le possibili relazioni umane.

Il terzo racconto, scritto in un altro periodo, dopo anni, è difficile e misterioso. Filosofico. Un po’ onirico e surreale, a tratti assurdo. La stessa struttura sintattica delle frasi, l’alternanza dei tempi presente e passato, il passaggio continuo dalla prima alla terza persona… oltre al contenuto, contribuiscono a rendere complessa la lettura e la comprensione. Talvolta mi sembra di sentire un coro di voci, come in un dramma pirandelliano, in cui a stessa situazione viene vissuta e narrata da diversi, anche contrastanti punti di vista.. Turba e inquieta. Non so se è importante capire, o se lo scopo dello scrittore sia proprio quello di creare inquietudine, insicurezza, disagio. E ancora una volta ti chiedo se tutto questo sia funzionale ad un messaggio che lo scrittore vuole dare al di là della storia in sé. Quello stare alla finestra ad aspettare, o appartato, quasi nascosto nell’angolo, con gli occhi chiusi, alieno anche in mezzo alla gente, è forse una metafora del vivere sotto un regime, privati della libertà personale e della propria individualità? Penso che dovrò rileggerlo per orientarmi un po’ di più. Bello comunque vedere come lo scrittore scelga di usare una lingua diversa a seconda non solo della situazione e dei personaggi, ma anche delle reazioni ed emozioni che vuole suscitare nel lettore.

Per quanto riguarda invece la prefazione dell’auture posso dirti che sono bellissimi i dettagli del suo rapporto con le contadine e sul cibo. È un discorso importante sul valore delle cose semplici che sono così preziose nei momenti di difficoltà. ”Aspetto dignitoso” è l’espressione chiave. In una dimensione di vita “mordi e fuggi” come quella di oggi in cui non c’è tempo per gustare veramente le cose, di riflettere sul loro valore, di apprezzare le loro intrinseche caratteristiche, l’elenco dei frutti e delle verdure spicca, è una macchia di colore intenso nel grigio della vita senza libertà, che ridà dignità alla persona, in quanto permette di superare la semplice dimensione della sopravvivenza."

Péter Nàdas, La Bibbia, BUR, 2009, trad. A. Rényi

sabato 8 settembre 2012

Péter Nádas, Katlan

Pubblicato su La Lettura del Corriere della Sera il 2 settembre  2012
Péter Nádas

Katlan



La parola che ho scelto, katlan, in ungherese ha più significati. É il focolare scavato nella terra o costruito con le pietre, sul quale poggiare un paiolo. Significa il cratere del vulcano e anche un'altra formazione geologica, lo spazio ristretto delimitato da colline, monti e pareti rocciose, la conca, dove inesorabilmente ristagna la calura estiva. Dove vengono sospinte le truppe dell'esercito nemico per annientarle fino all'ultimo uomo. Katlan è senza pietà. Scocca la scintilla, non può essere spenta, arde il lavoro, bolle il paiolo. Manda a fuoco qualsiasi cosa. Può essere alimentato a legna, con la ramaglia, lo sterco seccato, la paglia, la pannocchia, il gambo di mais. Produce calore forte con rapidità e veemenza. D'autunno, fuori all'aperto, la marmellata di prugne viene cotta nel paiolo. La cottura impiega giorni, la sera la tolgono dal fuoco e ve la rimettono la mattina dopo, finché la frutta non perde completamente il liquido e la sua polpa viola si trasforma in una massa zuccherosa, compatta, quasi nera.
Vecchie popolane sorvegliano i paioli bollenti, ogni tanto mescolano la marmellata con lunghi cucchiai di legno, vigilano affinché la massa non si attacchi al fondo. Per cuocere la marmellata, il corpo del paiolo è lambito dal fuoco basso. Non è così nelle albe fredde e buie dell'inverno, prima dell'uccisione del maiale, quando il fuoco sotto il paiolo viene mantenuto vivo, perché l'acqua deve bollire quando il maiale stride sotto l'accoratoio. Oppure in occasione di nozze di cui si sente parlare in lungo e largo, con cento ospiti, quando per cuocere il brodo nel paiolo vengono messe venti galline intere.
All'epoca della mia nascita, ben settant'anni fa, nel paiolo si faceva bollire l'acqua per il bucato, e i vestiti bianchi venivano messi a bollire nella liscivia. Nella puszta i pastori cuocevano il gulyás in piccoli paioli d'argilla. Non esistono neppure loro, ormai.
In realtà, l'Ungheria intera era ed è rimasta katlan, una conca nel significato geografico e climatico del termine. É circondata da montagne alte, le Alpi all'occidente, i monti Tatra al nord, i Carpazi all'est, e i monti innevati della Transilvania fin giù al sud. D'estate nel bacino dei Carpazi il calore del sole avvolge tutto, il corpo e l'anima si riscaldano velocemente e le città diventano focolari ardenti. Ne risente anche la struttura mentale. Vigile, focosa, distruttiva, si scalda oltre al punto d'ebollizione, ma diventa cenere altrettanto rapidamente. Come se nulla fosse successo. Arrivano i venti freddi dell'inverno, impregnano il paiolo e il midollo. In un simile paesaggio le cose stesse sono smemorate.

(Il Vocabolo Europeo ungherese, nell'ambito della serie "Vocabolario Europeo" di Festivaletteratura, programma a cura di Giuseppe Antonelli. Trad. di Andrea Rényi)


domenica 26 agosto 2012

Edit Domján, Grazie di tutto

Edit Domján (1932-1972) era un'attrice teatrale ungherese che fece anche qualche comparsa in televisione. Devo a lei la scoperta del teatro: da ragazzina e poi da ragazza, andavo a vederla in ogni sua interpretazione. Ammiravo il suo talento, la sua calda voce, la sua dolcezza. Questo video ripercorre alcuni dei suoi spettacoli e rende omaggio alle sue buone doti di cantante.
http://www.youtube.com/watch?v=bc2Voj15ce8

martedì 21 agosto 2012

Béla Hamvas, DICKENS

Charles Dickens

Una volta qualcuno paragonò Sofocle a Dickens senza indicarne il motivo. Forse perché Sofocle non aveva mai perdonato nulla alla vita, mentre Dickens le aveva perdonato tutto. Ne aveva, da perdonarle. Non aveva avuto una vita diversa dalle nostre, aveva sofferto al buio e era stato più volte travolto dalle onde. L'atmosfera dickensiana è pacificazione con il più difficile. China la testa davanti all'insopportabile e sorride. Il sorriso significa: non mi arrendo.

(Da "I cento libri" di Béla Hamvas; trad. A. Rényi)

lunedì 20 agosto 2012

Béla Hamvas, Rolland

Romain Rolland

Fra i grandi angeli del ventesimo secolo: Tolstoj, Merezkovskij, Rilke, lui è l'arcangelo di giustizia, d'umanità, di cuore puro, d'onestà e di pietà. Ha trascorso la vita servendo, non ha mai scritto di se stesso ma solo del Maestro, di Beethoven, di Tolstoj, di Ramakrishna.
Jean Christophe, L'ame enchantée, Clérambault e Colas Breugnon sono omaggi a un grande spirito immaginario (più vero del reale). Gli uomini senza coscienza lo chiamavano la coscienza d'Europa, un'epoca che non sapeva fare altro che armarsi lo chiamava l'angelo della pace. Avrebbero dovuto dargli ascolto e seguire la sua guida. Non avrebbero fatto questa fine.

(R. Rolland, fu insignito del premio Nobel per la Letteratura nel 1915)

(Da "I cento libri" di Bèla Hamvas, trad. A. Rényi)

giovedì 26 luglio 2012


La Repubblica 25 luglio 2012-07-25
 Lo scrittore dei “Demoni” rifiutò con orrore la concezione della Storia formulata dal padre dell’idealismo: l’idea che passi inosservata l’esistenza
 La rivolta di Dostoevskij
Quel gesto disperato contro la filosofia di Hegel
 Il principio perseguito dall’autore russo, secondo l’ungherese Laszló Foldényi, è che nessuno può essere estromesso dal corso delle vicende umane
 di Alberto Manguel

Devo la scoperta di Làszló Földényi a Cees Nooteboom, che in uno dei suoi assalti epistolari insistette perché lo leggessi e mi in­viò uno dei suoi saggi, Dostoevskij leg­ge Hegel in Siberia e scoppia a piangere, pubblicato in italiano dal Melangolo qualche anno fa. Tra le tante vie che ci portano a leggere un libro (che hanno tutte qualcosa di misterioso) c’è quella del titolo. Magari non ci sentiamo im­mediatamente attratti verso un testo intitolato la Divina Commedia o Le contemplazioni, ma solo un cuore di pietra può resistere a Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere.
Io lo lessi immediatamente, tutto di un fiato, e poi lo lessi una seconda vol­ta, e poi una terza: il contenuto non fa­ceva assolutamente torto allo splendi­do titolo. La mia ignoranza dell’unghe­rese è assoluta e mi dovetti limitare perciò a leggere qualcuna delle opere di Foldényi tradotte in spagnolo e in te­desco: sufficienti per giudicarlo un pensatore brillante, originale, lucido; ho seguito con piacere le sue illumi­nanti considerazioni filosofiche, stori­che ed estetiche. I suoi libri sulla ma­linconia, l’arte e la critica sono dei ca­polavori.
Molto tempo fa, le scoperte di Co­pernico spostarono la visione auto­centrata del nostro mondo su un’an­golazione che da allora si è spostata sempre più in là, verso i margini dell’u­niverso. La presa di coscienza che noi esseri umani siamo aleatori, minimali, un’apparecchiatura casuale per mole­cole autoreplicanti, non induce ad alte speranze o grandi ambizioni. Eppure, quello che Nicola Chiaromonte ha chiamato «il tarlo della coscienza» fa anch’esso parte del nostro essere, e pertanto, noi, queste particelle di pul­viscolo cosmico, per quanto effimere e distanti siamo anche uno specchio in cui tutte le cose, noi stessi inclusi, ci ri­flettiamo. Questa modesta gloria do­vrebbe bastarci. Il nostro passaggio (e, su una scala minuscola, il passaggio dell’universo insieme a noi) sta a noi registrarlo: un paziente e vano sforzo cominciato quando per la prima volta abbiamo iniziato a leggere il mondo. Chiamiamo Storia quella storia in svol­gimento che pretendiamo di decifrare mentre la fabbrichiamo. Dostoevskij aveva capito tutto quando diceva che se la nostra fede nell’immortalità ve­nisse distrutta, «tutto sarebbe permes­so». Così come la Storia, non abbiamo bisogno che l’immortalità sia vera per credere in essa.
Fin dall’inizio, la Storia è la storia rac­contata dai suoi testimoni, vera o falsa che sia. Nell’VIII libro dell’Odissea, Ulisse elogia l’aedo che canta le sven­ture dei greci: «Tu narri quello che i Da­nai patirono e quanto patirono; uno tu sembri che era presente o che abbia udito da loro». Quel «sembri» è essen­ziale. La Storia quindi è la storia di quel­lo che noi diciamo che è successo, an­che se le giustificazioni che diamo per la nostra testimonianza non possono, per quanto ci sforziamo, essere giusti­ficate. Secoli dopo, in una polverosa aula di università in Germania, Hegel avrebbe diviso questa «invenzione di ciò che è avvenuto» in tre categorie: la prima è la Storia scritta dai presunti te­stimoni diretti (ursprünglische Ge­schichte); la seconda è la Storia come meditazione su se stessa (reflektieren­de Geschichte); la terza è la Storia come filosofia (philosophische Geschichte), che alla fine si trasforma in quella che tutti chiamiamo Storia mondiale (Welt-Geschichte), la storia infinita che include se stessa nel racconto.
Immanuel Kant, in precedenza, ave­va immaginato due diverse concezioni della nostra evoluzione collettiva: la Historie, che indicava il mero resocon­to dei fatti, e la Geschichte, un’elabora­zione ragionata di quei fatti, perfino un’a-priori Geschichte, la cronaca di un corso annunciato di eventi a venire. Per Hegel, quello che importava era la comprensione (o l’illusione della com­prensione) dell’intero flusso degli eventi, compreso il letto del fiume e gli osservatori sulla riva, e per potersi me­glio concentrare sul corso principale escludeva i margini, le pozze laterali e gli estuari.
Foldény immagina che questo sia l’orrore scoperto da Dostoevskij: che la Storia, di cui sa di essere la vittima, ignora la sua esistenza, che la sua soffe­renza passa inosservata o, ancora peg­gio, non assolve a nessuno scopo nel flusso generale della specie umana. Quello che Hegel propone, agli occhi di Dostoevskij (e di Foldényi) è quello che Kafka dirà poi a Max Brod: «C’è speran­za, ma non per noi». Il caveat di Hegel è ancora più terribile dell’esistenza illu­soria proposta dagli idealisti: veniamo percepiti, ma non veniamo visti.
Un presupposto del genere, per Földényi, (e altrettanto dovette sem­brare a Dostoevskij) è inammissibile. Non solo la Storia non può estromette­re nessuno dal suo corso, ma è vero an­che l’inverso: è necessario il riconosci­mento di tutti perché la Storia possa es­sere. La mia esistenza, l’esistenza di qualsiasi uomo, è condizionata al vo­stro essere, all’essere di qualsiasi altro uomo, ed entrambi dobbiamo esistere perché Hegel, Dostoevskij e Földényi esistano, dato che noi (gli anonimi al­tri) siamo la loro convalida e la loro za­vorra, noi li portiamo in vita leggendo­li. È questo il significato di quell’antica intuizione che siamo tutti parte di un insieme ineffabile in cui ogni singola morte e ogni sofferenza specifica in­fluenza l’intera collettività umana, un insieme che non è limitato da ciascun io materiale. Il tarlo della coscienza mi­na la nostra esistenza, ma allo stesso tempo la convalida; non serve a nulla negarla, nemmeno come atto di fede. «Il mito che nega se stesso», dice Földényi saggiamente, «la fede che pretende di sapere: questo è l’inferno grigio, questa è la schizofrenia univer­sale su cui è inciampato Dostoevskij».
La nostra immaginazione ci consen­te sempre una speranza in più, al di là della speranza spezzata o realizzata, una frontiera finora apparentemente irraggiungibile, che alla fine raggiun­geremo solo per proporne un’altra an­cora più in là. Dimenticare questa illi­mitatezza (come cercava di fare Hegel «potando» la sua concezione di quello che conta in quanto Storia) può riusci­re a garantirci la piacevole illusione che ciò che avviene nel mondo e nella no­stra vita sia pienamente comprensibi­le, ma riduce la contestazione dell’uni­verso al catechismo e quella della no­stra esistenza al dogma. Come sostiene Földényi, quello che vogliamo non è la consolazione di ciò che appare ragio­nevole e probabile, ma le inesplorate terre siberiane dell’impossibile.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

Il libro
Si intitola
“Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere” il libro di Làszló F. Földényi uscito nel 2009 (Il Nuovo Melangolo pagg. 59, euro 8), trad. Andrea Rényi