venerdì 31 gennaio 2014

Morto Miklós Jancsó, regista di Vizi privati, pubbliche virtù

Budapest, 31 gen. (TMNews) - E' morto a 92 anni il regista ungherese Miklós Jancsó, Leone d'oro alla Carriera a Venezia nel 1990 e autore, tra i molti, del film "Vizi privati, pubbliche virtù" (ispirato al titolo dell'omonimo poemetto di Bernard de Mandeville), che fece scandalo nel 1976 al Festival di Cannes, dove era in concorso per l'Italia (soggetto e sceneggiatura erano dell'allora moglie italiana Giovanna Gagliardo) per le scene di nudo che vedono anche la partecipazione di una giovanissima Ilona Staller, in arte, ma solo più tardi, "Cicciolina".

Jancsó, che ricevette per due volte il premio Kossuth, più alto riconoscimento artistico in Ungheria, si separò dalla Gagliardo, conosciuta a Budapest nel 1968 e con cui visse e lavorò per dieci anni a Roma, nel 1980, per sposare l'anno dopo Zsuzsa Csákány. Negli anni successivi si dedicò soprattutto al teatro e alla televisione.

Il regista, nato a Vàc, in Ungheria centrale, nel 1921, firmò anche "Salmo rosso" (1972), con cui si aggiudicò il premio la miglior regia al 25esimo Festival di Cannes.

Ha vinto il Leone d'oro alla carriera a Venezia nel 1990. 

Filmografia parziale (fonte: Wikipedia):

martedì 28 gennaio 2014

Un video su Budapest

Budapest (Bogart foto)
Una registrazione realizzata e diffusa tramite un evento creato su Facebook. Nei punti più famosi della capitale ungherese, dal piazzale degli Eroi al mercato centrale passando per il Ponte delle Catene, i "passanti" ballano a tempo della canzone "Happy" di Pharrell Williams. Il video è stato realizzato da Funzine, rivista gratuita in lingua inglese distribuita a Budapest e in Ungheria ed è online da oggi. La durata è di 4 minuti, non di 24 come l'ambizioso capostipite di quello che, prevedibilmente, diventerà un fenomeno globale: la clip, del resto, si conclude con un invitante "Where are you happy"? Happy We Are from Budapest

Ancora una recensione di "Confini incerti" di Agi Berta

AGI BERTA
CONFINI INCERTI
Romanzo - Edizioni Uroboros - pagg. 203


La scrittrice ungherese Agi (è il diminutivo di Agnese) Berta ha scritto un libro che, attraverso la complessa storia della sua famiglia di origine, ci racconta la Storia dell’Europa Centrale a partire dalla fine della prima guerra mondiale fino a poco oltre la fine della seconda.
Anni che hanno modificato profondamente l’assetto dell’Europa e che continuano a produrre i loro effetti ancora oggi; anni rivissuti nell’ottica di una famiglia della piccola nobiltà ungherese di origine croata, gli Harmath. Dopo la fine della prima guerra gli Harmath sono costretti ad abbandonare la città di Cakovec, in Croazia, per divenire profughi a Budapest, abbandonando tutti i loro beni.
La famiglia è composta dal padre Nandor, dalla madre Cecilia e dai figli Eugenio, Irene, Dusi e Nandor Junior; genitori e figli cercheranno con ostinazione di superare il passato e di costruire un difficile presente. Le loro vite incontreranno delle traiettorie assai differenti: Eugenio, superando i dubbi che provengono dal suo razionale approccio all’esistenza, sceglie le idee socialiste, il fratello più piccolo Nandor abbraccia la carriera militare sulla spinta di una forte idea nazionalista e revanchista che lo porterà nel terreno del nazismo, delle due sorelle Irene punta tutto sulla bellezza e su un buon matrimonio, mentre Dusi (la nonna dell’autrice) sceglie l’indipendenza che viene dal lavoro e dal ritiro in un piccolo borgo.
Quando sembra che nuovi, fragili confini abbiano sostituito quelli vecchi non solo sul piano geografico ma anche su quello esistenziale, arriva qualche nuovo cambiamento o qualche stravolgimento che mischia le carte e sconvolge i destini.
Il lettore è catturato dal racconto della grande Storia e più ancora dalle esistenze dei protagonisti con le loro debolezze, il loro coraggio e la voglia – malgrado tutto – di andare avanti e di conquistare un piccolo spazio per sé e per i successori.
L’autrice poi guarda alla sua piccola epopea familiare con la giusta benevolenza, ma anche con occhio sereno e con un filo di ironia che aiuta a stemperare anche i momenti più drammatici; aiutata forse dai suoi, personali “confini incerti” che l’hanno accompagnata dall’Ungheria alla Polonia fino all’attuale e – sembra – stabile rapporto con la città di Napoli dove vive e insegna.

Girolamo L’Occaso



lunedì 27 gennaio 2014

Miklós Radnóti, Settima egloga



Traduzione di Edith Bruck

Vedi, imbrunisce, e l’atroce barriera di quercia
col fregio di filo spinato sta così sospesa che nel buio si dilegua.
Lo sguardo va lento oltre la cornice del campo,
la mente, la mente soltantoconosce la tensione del filo.
Vedi, cara, qui è così che si libera l’immaginazione, il sogno,
il bel liberatore, scioglie i nostri corpi sfatti,
e allora il campo si avvia alla volta di casa.
A brandelli e calvi, russando, volano i prigionieri
dell’alto della cieca Serbia verso il paesaggio di casa che si cela.
Paesaggio di casa che si cela! Ma c’è ancora una casa? Una bomba
non l’avrà colpita? E’ come quando ci arruolammo? Lo stremato
compagno di destra, quello a sinistra vedranno mai una casa?
Dimmi, laggiù c’è una casa dove ancora qualcuno intende l’esametro?

Senza strumenti, riga dopo riga, tastando,
scrivo i miei versi nella penombra così come vivo, cieco
come un bruco che striscia le sue dieci dita sulla carta,
il quaderno, la torcia, tutto mi fu tolto dagli scherani del campo
non arriva più neanche la posta, solo la nebbia scende sulle nostre baracche.

Tra notizie allarmanti e cimici, qui nelle montagne convivono
il francese e il polacco, l’italiano chiassoso, l’ebreo assorto,
il serbo scismatico, febbricitanti e con i corpi piagati-,
nonostante tutto, vivono la stessa vita in attesa di una buona nuova,
una bella parola di donna, un destino libero e umano, una fine irraggiungibile,
aspettando il miracolo.

Sono disteso sul legno, un animale prigioniero, tra i parassiti,
tra un’onda e l’altra di pulci quando l’orda delle mosche s’è placata.
Vedi, è sera, un giorno di prigionia
e un giorno di vita in meno. Il campo dorme.
Sul paesaggio splende la luna e quella sua luce il filo
spinato è nuovamente teso, dalla finestra seguo sul muro
le ombre delle guardie armate tra le voci della notte.

Vedi, cara, il campo dorme, i sogni frusciano,
chi si sveglia di soprassalto si rigira nel suo stretto lembo,
e di nuovo sprofonda nel sonno con il volto che si illumina. Io solo
sono sveglio, seduto assaporo la cicca in bocca invece di un tuo bacio
e il sonno tarda a portarmi conforto, perché
ormai non posso più morire né vivere senza di te.

giovedì 23 gennaio 2014

Sulla complessità della Storia, ovvero i tedeschi d'Ungheria nel 1946

Non è una foto della deportazione di ebrei ma la ripresa di un istante storico successivo in Ungheria. Siamo nel 1946, probabilmente alla fine di gennaio, ed è in corso l'esecuzione di un provvedimento preso dal governo ungherese nei confronti dei cosiddetti "svevi", i tedeschi d'Ungheria che vi dimoravano da generazioni, parlavano le due lingue e più delle volte non erano di origine sveva ma di altre regioni tedesche. Come mio nonno materno, la cui famiglia proveniva dai dintorni di Hannover e si era trasferita un secolo prima in un villaggio vicino alla capitale  in cerca di terre fertili da coltivare senza doverle pagare; c'erano vasti appezzamenti di terra abbandonati, incolti dopo il lungo dominio turco, e le comunità li mettevano a disposizione per la bonifica.

Con un decreto firmato dal ministro degli Interni Imre Nagy, in seguito martire della rivoluzione del '56,  nel gennaio del 1946 185 mila ungheresi di origine tedesca furono privati della cittadinanza ungherese perché presunti complici, solo in base alle loro origini, della Germania nazista. Espropriati i loro beni, furono stipati in vagoni con i loro bagagli essenziali, per essere deportati nei territori tedeschi controllati dai sovietici.







martedì 21 gennaio 2014

Imre Kertész, Essere senza destino - una citazione per il Giorno della Memoria

“Nincs oly képtelenség, amit ne élnénk át természetesen, s utamon, máris tudom, ott leselkedik rám, mint valami kikerülhetetlen csapda, a boldogság. Hisz még ott, a kémények mellett is volt a kínok szünetében valami, ami a boldogsághoz hasonlított. Mindenki csak a viszontagságokról, a “borzalmakról” kérdez: holott az én számomra tán ez az élmény marad a legemlékezetesebb. Igen, erről kéne, a koncentrációs táborok boldogságáról beszélnem nékik legközelebb, ha majd kérdik. Ha ugyan kérdik. S hacsak magam is el nem felejtem.”
(Sorstalanság)
"Non esiste assurdità che non possa essere vissuta con naturalezza e sul mio cammino, lo so fin da ora, la felicità mi aspetta come una trappola inevitabile. Perchè perfino là, accanto ai camini, nell’intervallo tra i tormenti c’era qualcosa che assomigliava alla felicità. Tutti mi chiedono sempre dei mali, degli 'orrori': sebbene per me, forse, proprio questa sia l’esperienza più memorabile. Sì, è di questo, della felicità dei campi di concentramento che dovrei parlare loro, la prossima volta che me lo chiederanno." Imre Kertész, Senza destino, Feltrinelli, trad. B. Griffini

lunedì 20 gennaio 2014

Vito Teti, Maledetto Sud



Ho appena terminato la lettura di un libro piccolo, molto denso ma scorrevole, sul Sud e sugli stereotipi che lo riguardano. Prima di scriverne due righe ho pensato di fare una ricerca su internet e mi sono subito imbattuta nella recensione di Maria Franco su www.zoomsud.it, del 13 ottobre 2013. Frequento Maria Franco su Facebook da qualche anno e ho imparato a stimarla e a fidarmi delle sue opinioni. Maria non mi ha delusa neppure questa volta: la sua recensione che riporto qui integralmente, rispecchia, approfondisce e completa le mie riflessioni. 

  • vitoteti

"Ecco/Io e te, Meridione/dobbiamo parlarci una volta,/ragionare davvero con calma,/da soli, /senza raccontarci fantasie/sulle nostre contrade./ Noi dobbiamo deciderci/con questo cuore troppo cantastorie."
Questi versi di Franco Costabile, citati nel testo, rendono perfettamente l’obiettivo – centrato – da Vito Teti nel suo ultimo libro, Maledetto Sud, appena pubblicato da Einaudi: fare della sua appassionata e insieme pacata riflessione sulle distorte immagini sul Sud consolidate nel tempo fino a diventare un luogo comune ripetuto il più delle volte acriticamente, addirittura inconsapevolmente, un dialogo ininterrotto con la sua terra, trasformando in una sorta di conversazione dialettica la sua stessa esperienza di vita.
Gli stereotipi sul Meridione, quelli decisamente “anti” e quelli apparentemente “pro” sono, dice Teti, «una costruzione con molti padri, infiniti interessi, tanti sguardi opachi e distorti, è stata quella di un Meridione come luogo mitico, astorico, naturale, compatto. Il Sud Italia, in realtà, è un ossimoro, un luogo di contrasti geografici, storici, sociali, produttivi».
Come uscirne? Affrontando dall’interno la nostra realtà, senza paura di riconoscere le negatività e le ombre della nostra storia, le grandezze, gli sforzi irrisolti, le macerie: di guardare in faccia senza infingimenti ciò che siamo stati e ciò che siamo: «Per sfoltire, sfrondare, annullare, attenuare, rovesciare le immagini negative costruite contro i meridionali, è necessario “andare dentro di noi”. E’ necessario guardare nelle nostre profondità. Non possiamo sopportare gli imbrogli, le menzogne, gli inganni perpetrati in nome di un “noi” nel quale non vogliamo riconoscerci».
Compito ineludibile degli intellettuali meridionali sarebbe, perciò, quello di «rimettersi in cammino, guardare e vedere, osservare, condividere, raccontare, accogliere. Una diversa etica dell’erranza e della “restanza”. Partire, restare, tornare, non si contrappongono, ma si rinviano. Avere riguardo, avere lo sguardo fuori e dentro di sé, ascoltare ed autoascoltarsi».
maledettosudDice Teti, che è ordinario di Etnologia dell’Unical, che «bisogna dare un nuovo senso a parole antiche e costruire un dizionario dell’antirazzismo. Termini e concetti come tradizione, modernità, classicità, identità, appartenenza, bellezza, adoperati spesso per discorsi edulcorati e retorici vanno declinati in maniera convinta, riempiendoli di nuovi contenuti. Non esiste, in realtà, alcun autentico legame con la modernità se si dimentica il passato e, viceversa, il presente non può essere vissuto soltanto come degrado e decadenza. Occorre rovesciare e assumere in positivo termini come ozio, sudici, maledizione. La melanconia va recuperata nella sua accezione positiva, come melanconia attiva, critica, creativa. Anche l’incompiutezza e le rovine possono diventare risorse identitarie e di vita, se solo guardate e trattate con nuova sensibilità, con cura»
Contro ogni meridionalismo «fatto di lamentele e separatezze o di superiorità», contro i separatismi di tipo leghista, guardando dentro «le ambiguità delle identità», e liberandosi «dalla “maledizione” di un’identità angusta, chiusa, inventata (come quella che oppone Nord a Sud)», si può, dice ancora Teti, «trasformare il conflitto in benedizione, il risentimento in riconoscenza, l’autoassoluzione in consapevolezza dei propri errori, l’ostilità nei confronti degli altri in comprensione»: «bisogna ripartire da una riflessione sulla possibilità e sulla necessità di sentirsi italiano, pure sentendo l’appartenenza a un luogo e a un mondo. Può significare che il riconoscimento profondo di un luogo può essere un possibile antidoto alla fine del mondo».

venerdì 17 gennaio 2014

George Szirtes, Afterword: The Death of the Translator

AFTERWORD: THE DEATH OF THE TRANSLATOR

1.
The translator meets himself emerging from his lover’s bedroom. So much for fidelity, he thinks.

2.
Je est un autre, said the translator. Try next door.

3.
The translator was looking down his own throat. Come out, come out, wherever you are! he pleaded.
The translator’s wardrobe was full of other people’s shirts. At least they fitted him.
The translator stood in front of the window pretending to be transparent.
But if everything is potentially everything else, complained the translator, what am I doing here?
The translator was counting his chickens, none of them hatched but already squabbling.

4.
The translator wanders into Babel and books himself into a cupboard.
Two languages on the same floor of Babel. – I was here first. – I’m not talking to you. – Keep the music down. – You call that music?
But the gardens of Babel? Who talks about them? Who planted them? Who tended them? cried the translator in his cups, slurring his words.

5.
The blind translator had developed his sense of smell to an exquisite pitch. He could read books the way a dog reads lampposts.
The blind translator felt his way through the book, knocking whole sentences over. He’d have to build it all again by touch.

6.
A poet and a translator walk into a bar. Give me a beer, says the poet. I suppose you’d better give him a beer, says the translator.
The translator was admiring his dead poets. Not that I am alive myself, he remarked, but at least I keep moving.
Several lungs, several breaths, several sets of teeth, several lips: we are several, says the translator. We are several, echoes the poet.

7.
The Lamentations of the Translator, pondered the translator. Dirge? Plaint? Interpreter? Let’s just call it The Giraffe’s Birthday.
The translator was tracking the bear but kept wondering why the bear was wearing his shoes. Bears are thieves, he muttered.

8.
Two translators meet each other, examine their teeth. Whose teeth are those? they ask.
To meet a roomful of translators is like meeting a charnel house of saints, every one a St Teresa, said the doctor.
They lined up the translators and shot them. Which one was the poet? asked the soldier. Fourth one along. Maybe fifth. Not that it matters.
The translator lay dead but they buried someone else. Then they brought in someone else.
The translator’s arthritis was killing him. The dead lay round the room like a compound of his own glittering bones.

9.
We are legion, says the devil. We are the foreign legion, answers the translator.

10.
Pentecost, shmentecost, shrugged the translator. Just give me the crib.

George Szirtes, poet, born in Budapest in 1948 but living in England since 1956, started translating from Hungarian in the 1980s. His sixteen or so books of poems have won various prizes including the T S Eliot Prize for which his latest book, Bad Machine(2013) is also currently shortlisted. He has translated many books of poetry and fiction from Hungarian, most recently László Krasznahorkai’s Satantango which received the Best Translated Book Award in the US. The act of translation is, he thinks, bound to involve fidelity, ambiguity, confusion and betrayal.
This piece was selected for inclusion in the January 2014 Translation Issue by Daniel Medin, a contributing editor of The White Review. He helps direct the Center for Writers and Translators at the American University of Paris, and is Associate Series Editor of The Cahiers Series.
(Tratto da: http://www.thewhitereview.org/features/the-death-of-the-translator/)

giovedì 16 gennaio 2014

László Nagy, Chi porta l'amore?

Se l'esser mio s'inaridisce
del violino del grillo chi gioisce?
Chi scalda col fiato
il ramo assiderato?
Chi si crocifigge in cielo
sull'arcobaleno?
Chi feconda piangendo lombi rocciosi
per farne molli campi ubertosi?
Chi vezzeggia le chiome e le vene
che il muro prigioniere tiene?
Chi per le fedi devastate
erge basiliche innalzate
da blasfemie?
Se l'esser mio s'inaridisce,
l'avvoltoio chi l'impedisce?
E stretto tra i denti chi porta
l'Amore sull'altra sponda?

Traduzione di Antonio Donato Sciacovelli


László Nagy (1925-1978)
(In lingua originale:
Ki viszi át a Szerelmet?

Létem ha végleg lemerűlt,
ki imád tücsök-hegedűt? 
Lángot ki lehel deres ágra? 
Ki feszül föl a szivárványra? 
Lágy hantú mezővé a szikla- 
csípőket ki öleli sírva? 
Ki becéz falban megeredt 
hajakat, verőereket? 
S dúlt hiteknek kicsoda állít 
káromkodásból katedrálist? 
Létem ha végleg lemerűlt, 
ki rettenti a keselyűt! 
S ki viszi át fogában tartva 
a Szerelmet a túlsó partra!

Milan Kundera, La festa dell'insignificanza



Adelphi, 2013
Traduzione di Massimo Rizzante


Di Kundera ho letto tutto, possiedo la collezione completa delle sue opere. Non sono però acritica, riconosco che con il passare degli anni la sua scrittura si è molto indebolita e diluita. Sono cambiate le proporzioni: nei primi libri le pagine forti rappresentavano un buon ottanta percento, a mio avviso oggi questa percentuale corrisponde alle pagine trascurabili.

Quest'ultima fatica del grande scrittore ceco e francofono è un volumetto scarno di poco più di 100 pagine ariose, che Adelphi ha messo in vendita al prezzo di sedici euro. Superato il momento dell'indignazione, ho scucito i soldini e ho letteralmente divorato il libretto in poco meno di tre ore.

Non voglio rovinare la festa di chi non l'ha ancora letto, dico solo che la proporzione di pagine e di idee brillanti è scesa ancora, tuttavia leggere questo che definirei un divertissement mi ha fatto bene. Il merito è soprattutto di questo dialogo:

"Sarò sincera. Mi è sempre sembrato orribile mettere al mondo qualcuno che non te lo chiedeva."
"Lo so" disse Alain.
"Guardati intorno: di tutti quelli che vedi, nessuno è qui di sua volontà. Certo, quel che ho appena detto è la più banale di tutte le verità. Così banale, e così essenziale, che abbiamo smesso di vederla e di capirla."

"Tutti blaterano sui diritti dell'uomo. Che farsa! La tua esistenza non si fonda su alcun diritto. Non ti permettono nemmeno di farla finita di tua volontà, questi paladini dei diritti dell'uomo."
E la madre continuò. "Guardali tutti! Guarda! Una metà almeno di quelli che vedi sono brutti. Anche essere brutti rientra nei diritti dell'uomo? E sai che cosa significa portarsi addosso la bruttezza per tutta la vita? Senza un attimo di tregua? Nemmeno il tuo sesso hai scelto. Né il colore dei tuoi occhi. Né il tuo secolo. Né il tuo paese. Né tua madre. Nulla di ciò che conta. I diritti che un uomo può avere riguardano solo sciocchezze per le quali non c'è motivo di lottare o di scrivere storiche Dichiarazioni!"

mercoledì 15 gennaio 2014

Il mondo ebraico ungherese

per la stella di Davide


Articolo tratto dal blog di Sara Nathan: http://www.saranathan.it/2012/05/per-la-stella-di-davide.html
La grande Sinagoga di via Dohàny
Impensabile per me visitare Budapest e non dedicare un post al mondo ebraico del paese. Lo meritano la bellezza delle sue sinagoghe eclettiche moresche, la visita dell'ultimo ghetto d'Europa, quello di Budapest, che comprendeva 162 edifici situati nelle varie strade intorno alla grande sinagoga, lo suggerisce la vivacità di una grande comunità integrata da secoli nel tessuto sociale del paese, lo esigono, per dovere di memoria e di testimonianza, quelle 560.000 vittime, morte assassinate nel brevissimo arco di qualche settimana, a fine '44, chi per  freddo,  fame,  malattie,  vessazioni, chi nelle "marce forzate, chi gettato nel Danubio, chi ad Auschwitz-Birkenau.

la Sinagoga di via Dohàny
 La presenza ebraica in Ungheria è antichissima, precedente all'arrivo dei magiari; certe pietre tombali esposte al Museo ebraico attinente la grande sinagoga datano del III° secolo, vestigia di quel territorio che era allora la Pannonia romana. Nel corso dei secoli gli ebrei d'Ungheria hanno conosciuto l'alternarsi di periodi di tolleranza e d'oppressione come è successo in tutta l'Europa e finalmente col Compromesso del 1867 (  ovvero l'istituzione della doppia monarchia: l'Impero d'Austria e il Regno d'Ungheria" con le due rispettive capitali Vienna e Budapest) agli ebrei viene riconosciuta l'"emancipazione" e diventano cittadini della nazione che li ospita a tutti gli effetti.
 Secondo un censimento del 1941, la popolazione ebraica in Ungheria contava 825.000 persone, 200.000 nella sola capitale. Tra il 1938 e il 1941 viene varata dal governo  una legislazione antiebraica dal punto di vista dei diritti civili, precettata la popolazione maschile ai lavori forzati; circa 4000 ebrei ungheresi sono morti per le fatiche del lavoro coatto prima dell'occupazione tedesca e un gruppo di 20.000 ebrei stranieri è stato deportato fra luglio e agosto 1941 in Ucraina, a Kamenets-Podolski, dove provvedono all'uccisione le Einsatzgruppen.

Volendo però mantenere la propria autonomia rispetto all'alleato tedesco, il governo ungherese non consente di applicare le decisioni prese alla conferenza di Wannsee per la deportazione e lo sterminio della popolazione ebraica dell'Europa nazista, a Hitler l'Ungheria non "consegna i suoi ebrei" che si sentono in qualche modo salvaguardati.
Nell'aprile 1944, poche settimane dopo l'invasione tedesca del 19 marzo, tutti gli ebrei del paese, tranne a Budapest, sono costretti a trasferirsi in ghetti sotto la sorveglianza della Polizia ungherese che ha sempre fatto più che zelantemente il suo dovere. In maggio iniziano le deportazioni sistematiche verso Auschwitz: 440.000 ebrei distribuiti su 147 convogli  organizzati da un comando speciale sotto la personale guida di Adolf Eichmann. Proprio per "smaltire" questa fiume umano in arrivo dall'Ungheria, i due scali  esterni al campo e vicini alla stazione di Oswiecin non saranno sufficienti e ad Auschwitz si provvederà a costruire una terza rampa di sbarco, le rotaie della ferrovia porteranno il convoglio  direttamente all'interno del campo di concentramento.
Ancora per poco rimarrà solo la comunità di Budapest. Dietro pressione alleata Horthy ordina in luglio la sospensione delle deportazioni e inizia a negoziare con i sovietici nell'ottobre del '44. Molte persone, come il diplomatico svedese Raoul Wallenberg, lo svizzero Carl Lutz e l'italiano Giorgio Perlasca, nonchè le organizzazioni cristiane e la Croce Rossa Internazionale prestano il loro aiuto salvando decine di migliaia di persone.

Prima della firma dell'armistizio, i tedeschi arrestano Horthy e membri del partito filo nazista delle Croci Frecciate provvedendo poi con inaudito terrore all'ultima massiccia eliminazione, quella degli ebrei di Budapest. Il bilancio delle vittime ammonta a 560.000 persone, delle quali 60.000 prima dell'occupazione tedesca e 500.000 prima della fine della guerra. (Ho attinto notizie e dati da schede documentali del CDEC, il Centro di Documentazione Ebraico).
 Eppure gli ebrei ungheresi erano profondamente integrati, felicemente assimilati alla realtà locale, si sentivano "ungheresi", costantemente attenti a mostrare al paese il loro legame patriottico. Lo dimostra per esempio l'interno della Grande Sinagoga, quella di via Dohàny, la più grande d'Europa che può accogliere 3000 persone, restaurata negli anni 90 grazie a fondi privati, in particolare quelli della regina dei cosmetici Estée Lauder nata a New York da una famiglia di emigrati ebrei ungheresi.
Appena entrata sono rimasta colpita dallo splendore e nel contempo ho percepito qualcosa di strano, senza individuarne subito la ragione. E' emerso presto che agli elementi tradizionali ebraici come la luce perenne, i matronei, si accompagnano l'organo, elemento assolutamente insolito, i rotoli della Torah nell' Arca dell'Alleanza posta su un altare  da chiesa, i pulpiti, gli scranni e soprattutto la forma architettonica, non quadrata ma a tre navate e la cupola centrale proprio come in una basilica gotica. Si, sembra di essere in una "cattedrale ebraica" come giustamente si è soprannominata questa sinagoga. Non casuale la scelta dell'architetto da parte degli emancipati ebrei di Budapest, si tratta di un progetto del 1855 del viennese  Ludwig Foerster, gran specialista di chiese.
 Prettamente ungherese,  l'ebreismo "neologo" che ignoravo totalmente, corrente di interpretazione progressista sviluppatasi a metà dell'800 e che sembra rappresentare un altro indice del desiderio di modernità e di integrazione del mondo semitico locale. Annesso alla sinagoga e divenuto ora museo, l'edificio dove è nato il padre del sionismo moderno Theodore Herzl.

 All'aperto, sul lato nord della sinagoga e dopo aver attraversato il giardino centrale diventato cimitero dei martiri,  c'è il Memoriale dell'Olocausto, un Salice Piangente in acciaio e argento opera del 1990 dello scultore Imre Varga; sulle 4000 foglie sono incisi 34.000 nomi. Quei nomi continuano a vivere nel cuore e nella memoria di parenti e amici che sostengono la Emanuel Fondation, sponsor dei luoghi, creata per ricordare il padre da Tony Curtis, l'indimenticabile protagonista con Jack Lemmon e la mitica Marylin di "A qualcuno piace caldo".
Bella anche se vista solo dall'esterno la Sinagoga Ortodossa, straordinaria invece quella moresca di via Rumbach costruita nel 1872 dall'architetto Otto Wagner, insigne capofila della Secessione Viennese. Sono ancora in corso lavori di restauro, ma è possibile l'accesso e ne vale veramente la pena.
Clou finale della prima giornata tutta ebraica  del soggiorno a Budapest con le amiche, il concerto di musica kletzmer e l'ottima cena al caffé Spinoza dove ai tavoli si sentono parlare tutte le lingue, presenti anche molti israeliani. Bella idea del nostro tour operator Gastone averci portato qui, grazie di cuore. Per strada, pattumiera da buttare, un letto sgangherato e una scatola vuota di pane azzimo, siamo proprio in zona ghetto. 
Attualmente in Ungheria, soprattutto concentrati a Budapest, vivono circa 100.000 ebrei. Sono preoccupati,  alla peggior crisi economica che il paese attraversa dalla caduta del comunismo si accompagna il pericoloso crescente successo di Jobbik, partito di estrema destra dichiaratamente antisemita e antirom che alle ultime elezioni ha preso il 17% dei voti e l'attuale primo ministro Victor Orban del maggioritario partito Fidesz da posizioni progressiste si è spostato sempre di più in area conservatrice perseguendo una politica di nazionalismo spinto. Il paese è ora  certamente democratico, ma le vecchie paure sono purtroppo sempre in agguato. Le ricordano costantemente quelle scarpe di metallo inserite nel calcestruzzo create nel 2005 da Gyula Pauer e Can Togay  sulle sponde del Danubio proprio vicino al Parlamento, simbolo per eccellenza delle libere scelte di un popolo. Questo Memoriale, profondamente toccante e significativo nella sua drammatica semplicità, commemora quelle uccisioni in massa del '44-45; le vittime dalla stella di Davide appuntata al petto venivano allineate sull'argine del re dei fiumi e fucilate verso l'acqua; molto pratico, nemmeno la fatica di dover seppellire i corpi, il fiume silenzioso sa inghiottire. Il museo dei Diritti Umani a Santiago, Tuol Slang a Phnom Penh, la Topografia del Terrore a Berlino, la Casa del Terrore a Budapest e queste scarpe sulle rive del Danubio: nel mio girovagare non mi toccano solo cose belle e ogni volta si riaffacciano quelle terribili parole di Primo Levi ....ditemi se questo è un uomo.....