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mercoledì 28 novembre 2018

Roberta Gado ci racconta "Piano D" di Simon Urban

Parola ai traduttori. Roberta Gado ci racconta “Piano D” di Simon Urban

Parola ai traduttori. Roberta Gado ci racconta “Piano D” di Simon UrbanTraduttrice dal tedesco di venticinque titoli e innumerevoli estratti per Keller, Voland, Viceversa Letteratura, BCD, Meridiano Zero, Ponte alle Grazie e Casagrande, insignita del Premio italo-tedesco per la traduzione letteraria, Roberta Gado è un’autentica mediatrice linguistica e culturale. Collabora con le principali fondazioni svizzere e il Babel Festival, co-dirige il Centro per la traduzione della prestigiosa Fiera del Libro di Lipsia, città in cui vive da alcuni anni con la famiglia, senza perdere di vista la letteratura italiana che patrocina presentando autori italiani in Germania in italiano e in tedesco. Laureata in Filosofia, Roberta Gado ha imparato il mestiere di traduttrice da autodidatta, diventando anche docente di corsi universitari di traduzione dal tedesco.
«Altro che Riunificazione! La DDR ha tentato la Rianimazione e ce l’ha fatta. Come, lo racconta il pubblicitario Simon Urban in un giallo geniale per inventiva e profondità d’analisi. Una traduzione difficile e (almeno per me) divertentissima. Ci ho aggiunto in calce un glossario dei termini più esotici, chissà se è utile: fatemelo sapere!»Roberta presenta sul suo sito con queste parole una delle sue ultime fatiche, Piano D di Simon Urban (pubblicato da Keller). Parole che hanno svegliato in me la curiosità per il libro che ho trovato affascinante, e il desiderio di sapere di più della traduzione e della traduttrice. Roberta si è subito dichiarata disponibile e mi ha fatto avere le sue risposte con congruo anticipo rispetto al termine stabilito. Più tedesca dei tedeschi, direbbe qualcuno.

Piano D di Simon Urban è stato un caso letterario in Germania, meritatamente, perché unisce il dilettevole all'istruttivo e ha il pregio dell'ottima scrittura. Può raccontarci com'è arrivato in Italia?
È una storia lontana, la racconto al passato remoto. Ricevetti Plan D prima che uscisse in libreria in Germania, nel 2011: la responsabile dei diritti dell'editore Schöffling, Kathrin Scheel, me lo aveva mandato immaginando che mi sarebbe piaciuto e sperando che lo proponessi in Italia. Quella volta però l’editor di una grande casa editrice mi precedette: si innamorò subito del libro e io appresi a partita ormai chiusa che lo avrebbe pubblicato Mondadori. Segnalai interesse spiegando la mia competenza in materia, mi proposero una prova di traduzione che discussi con Helena Janeczek, ai tempi addetta alla germanistica. Ricordo ancora benissimo la telefonata in cui mi fece pelo e contropelo sulla traduzione – fu una discussione preziosissima – e poi mi assegnò il lavoro.
Ancora non sapevo che lo avrei svolto nell'anno più micidiale della mia vita, tra divorzio, trasloco internazionale, inserimento delle mie figlie nelle scuole tedesche e cancro del nuovo compagno. Ricordo una sera in cui ero così stanca che il libro mi cadde nella vasca da bagno e si trasformò in un coso ondulato ingestibile che decisi di tenere a futura memoria. Ma consegnai puntualmente – detesto chiedere proroghe, preferisco concordare una scadenza congrua dall’inizio o rifiutare il lavoro in favore di altri –, la revisione andò a meraviglia, il pagamento arrivò puntualissimo, tutto bene. Se non che il libro, Piano D, non uscì e se ne persero le tracce; nel frattempo l’editor che lo aveva fatto acquistare aveva cambiato posto e addio. Ma con tutta la fatica che mi era costato – ricordavo troppo bene lo stato post-avvocato-e-pre-chemio in cui mi ero messa al computer certe mattine –, non ero disposta a darlo per perso. Provai a convincere l’ufficio legale di Mondadori a restituirmi i diritti sulla (mia...) traduzione, dato che erano decorsi i termini del contratto tra gli editori e Schöffling aveva ritirato la licenza a pubblicare il libro: invano. Mondadori si dichiarò però disposta – salto volutamente un paio di passaggi – a vendere la traduzione a un altro editore. Un amico come Roberto Keller si dichiarò subito disposto a prenderla: e così nel 2017 mi sono ritrovata a rivedere a distanza di anni una mia traduzione come se fosse di un’altra, è stata un’esperienza interessante.
Parola ai traduttori. Roberta Gado ci racconta “Piano D” di Simon Urban
Ha conosciuto anche Simon Urban, l'autore? Ce lo può presentare?
In tutti questi anni sono stata in contatto sia con Schöffling sia con gli altri traduttori del libro – che nel frattempo avevano pubblicato la loro versione e facevano il tifo per me – sia naturalmente con Simon Urban, il tifoso più paziente e accanito. Abbiamo diverse cose in comune: entrambi siamo appassionati di DDR pur venendo da fuori – lui è cresciuto nell'Ovest della Germania e io in Italia, credo di capire bene il suo sguardo sul Paese e la sua storia, le intenzioni che sottende –, entrambi siamo arrivati alla letteratura attraverso un altro tipo di scrittura, quella pubblicitaria. Amiamo i giochi di parole, la storia (anche) come storia di prodotti, destino di marchi e idee commerciali. Ricordo un periodo in cui ci mandavamo foto a slogan che trovavamo geniali, ci scambiavamo idee su come ricreare certi effetti. Non siamo ancora mai riusciti a incontrarci di persona, ma abbiamo un ottimo rapporto. Lui adora le graphic novel ed è stato felicissimo di vedere i disegni di Roberto Abbiati negli interni di copertina, ha voluto subito anche le cartoline che abbiamo dedicato ai personaggi del libro.
Parola ai traduttori. Roberta Gado ci racconta “Piano D” di Simon Urban
Il libro è il felice incrocio di un crime novel e un romanzo sociale, divertente, ironico, che a tratti sconfina nella satira. Che cosa l’ha convinta di più in Piano D? Qual è il personaggio che secondo lei ha colpito più degli altri nel segno?
L'idea alla base del libro, declinata anche in chiave economica e "corredata di accessori", mi è parsa subito divertente e più profonda di tante analisi socio-economiche classiche. Questa idea è poi sviluppata in una lingua ricchissima, con una voce letteraria ben precisa e mai piatta, diversa dallo stile un po' stereotipo di certi gialli e distopie. Simon Urban si diverte a ogni invenzione senza perdere di vista la profondità e la prospettiva, e come me ama le trame avvincenti. A differenza di lui io però non amo i libri lunghi, e quando un romanzo supera le trecento pagine penso automaticamente a dove si sarebbe potuto economizzare, forse perché sono una lettrice paziente ma lentissima. Dunque se fossi stata l'editor dell'originale avrei proposto di sacrificare qualche pagina, ma per il resto lo considero un libro molto riuscito, intelligente, brillante.
Quanto ai personaggi, trovo ben congegnata la combinazione tra l'agente dell'Est (Wegener), l'agente dell'Ovest (Brendel) e un commissario della vecchia scuola come Früchtl; immagino che aiuti anche le lettrici e i lettori italiani a orientarsi nel panorama Est-Ovest tra ideali comunisti, socialismo reale e capitalismo stramaturo, anzi marcio.
Parola ai traduttori. Roberta Gado ci racconta “Piano D” di Simon Urban

Parola ai traduttori. Roberta Gado ci racconta “Piano D” di Simon Urban
Il lettore italiano medio ha scarsa confidenza con il mondo che rappresentava la DDR, la Germania dell'Est, e difatti lei gli è venuta in soccorso anche con un glossario molto utile in fondo al libro. Ci sono dei momenti, dei passaggi nel libro in cui ha temuto di non riuscire ad accorciare abbastanza la distanza fra il lettore e il testo originale?
Il problema mi è stato presente da subito, con l'aggravante che temevo di non saper valutare bene l'entità di questa distanza, visto che coltivo un rapporto personale e familiare intenso con la DDR da venticinque anni: ho imparato il tedesco nell'ex Germania dell'Est, ho sposato in successione due tedeschi dell'Est e dunque tutta la mia vita adulta – me ne rendo conto adesso scrivendolo! – gravita intorno a certi temi. In questo senso è stata una buona prova del nove rivedere la traduzione a sette anni di distanza, tutti trascorsi in Germania con l'intento di “integrarsi” e di restare, considerando che avevo scritto la prima versione ancora imbevuta di Italia, appena tornata nella Germania orientale dopo diversi anni di assenza: mi ha stupito constatare la tendenza a spiegare di più nel 2018 che nel 2011, come se conoscere sempre meglio la DDR accentuasse la convinzione che "un italiano non può capire": invece sì che può, sono temi universali, continuo a ripetere a me stessa, fa parte del mio compito, e mi sono fidata dei lettori.
Nelle mie intenzioni il glossario non ha tanto la funzione di spiegare termini altrimenti incomprensibili, quanto di offrire un livello di lettura in più, un approfondimento per chi lo desidera. Non va dimenticato che il Muro è caduto ormai tanti anni fa e che anche i lettori tedeschi dai venti ai quarant'anni, soprattutto se cresciuti all'Ovest, sono privi dei riferimenti necessari a capire tutto – ma molto si intuisce e forse è sufficiente.
Uno dei problemi-chiave della traduzione è che, trattandosi di un'ucronia, molti termini e giochi di parole non ricalcano realtà esistenti e dunque ricercabili, ma sono costruiti sulla loro versione distopica che, in quanto inesistente al di fuori del romanzo, il lettore curioso non può trovare su internet. Il personaggio di turno, per esempio, non fa battute sul KaDeWe, acronimo di Kaufhaus des Westens, ovvero i grandi magazzini simbolo dell'opulenza occidentale visibili da Berlino Est, ma sul KaDeO, l'equivalente orientale (Kaufhaus des Ostens) che esiste solo nella DDR "rianimata" di Piano D: per capire le battute al lettore italiano manca un passaggio, se non due. Però la prima cosa che impara un'adattatrice pubblicitaria è: vietato spiegare le battute in traduzione perché non fanno ridere. Bella sfida, no?
Parola ai traduttori. Roberta Gado ci racconta “Piano D” di Simon Urban
Per concludere ci piacerebbe sapere cosa ne pensa della situazione della letteratura tedesca contemporanea tradotta in italiano: è ben rappresentata, oppure ci sono autori importanti, eppure assenti dagli scaffali italiani?
Mancano diversi autori importanti, ma soprattutto molte delle opere esistenti non ricevono adeguata diffusione tra lettori e studenti universitari (diversi dei quali stentano a leggere un libro tedesco in lingua originale). Il programma dell'editore Keller in questo senso è notevole e nei prossimi anni si arricchirà di voci fondamentali, come quella di Wolfgang Hilbig, per restare in tema di DDR.

Per la seconda foto, copyright: Marika Brusorio.
Le foto da n. 3 a n. 5 sono disegni di Roberto Abbiati e raffigurano tre personaggi del libro, rispettivamente Wengener, Hoffmann e Karolina.

L'articolo sul sito di Sul Romanzo

domenica 1 marzo 2015

L'infanzia di Konrád in fuga dai nazisti e rifiutato dai russi







Il romanzo. Scampato ai lager, ma per i socialisti era un nemico di classe

In "Partenza e ritorno" lo scrittore ungherese ricorda i suoi primi incredibili anni






di Susanna Nirenstein



La lingua di György Konrád è secca e lucente come un cristallo. Mai un aggettivo in più, mai una tentazione seduttiva tenera e melensa. E' così che descrive la sua fanciullezza, prima agli agi e la felicità di un bambino benestante nato nel 1933 in un paesino agricolo ungherese, Berettyóújfalu, poi l'anno che gli cambiò la vita, il '44, con l'arrivo dei tedeschi, la cattura dei genitori, la fuga, l'incredibile periodo a Budapest, sotto le bombe, la salvezza. Konrád, scrittore anticonformista e antipolitico, sociologo, intellettuale dissidente a tutto tondo, ebreo perseguitato dai nazisti a 11 anni, "un umanista col fucile in mano" nel 1956, davanti ai carri armati russi, passato per la galera, soffocato dal totalitarismo, ricorda. Ricordare serve a dare valore alle cose, ai fatti, a non accettare versioni accomodanti del passato. Un po' come scriveva Kundera, "la lotta contro il potere è la lotta della memoria contro il dimenticare".



Non immaginatevi però un noioso elucubrare su certi momenti. Con lui il racconto balla sostenuto da una musica continua, a volte serena, a volte spaventosa. Come abbiamo detto, in Partenza e ritorno si parla di infanzia, sono altri libri quelli dedicati alla nebbia attraversata sotto il comunismo.



Aveva 5 anni quando venne a sapere che se Hitler avesse vinto lo avrebbero ucciso, "6 quando scoppiò la Seconda guerra mondiale, 11 quando una combinazione di fortuna e buon senso mi risparmiò la vita, 12 quando sopravvissi anche al socialismo". Il periodo al paese è dorato, lo circondavano la cortesia e l'allegria dei genitori, la tata che gli preparava il bagno caldo, i bei vestiti, una sorella più piccola, Eva /in verità è sorella maggiore, NdT/, e il cugino István, una specie di gemello da cui non si separava mai, la sinagoga. Fuori ogni tanto passava un banditore con la sua canzone "Ebreo, ascolta, lurido ebreo", ma il padre chiudeva la porta del bel negozio di attrezzi agricoli, e tutto riprendeva come prima, anche se man mano ci fu sempre più esclusione. "Ora", scrive Konrád, "la mia famiglia… sono quasi tutti morti". Cinque cugini a Auschwitz e Mauthausen, e anche cinque zie, mentre uno zio fu ammazzato per strada dalle Croci frecciate. Lui però per un caso si salvò. Dopo che portarono via suo padre e sua madre in un campo di lavoro perché ascoltavano "Radio Londra", per pochi giorni ci fu una specie di repubblica indipendente dei ragazzi rimasti a casa, capaci di intuire però che era meglio andarsene e buttarsi in un luogo più caotico, dove fosse possibile confondersi tra gli altri. Tutti i soldi di casa furono consegnati a un tipo che procurò i visti per Budapest. Il giorno dopo nel villaggio rastrellarono tutti gli ebrei. In seguito furono loro gli unici bambini sopravvissuti di Berettyóújfalu.



Il racconto della vita nella capitale è vivissimo. Il cambio continuo di nascondiglio, i parenti che a volte non li aiutavano abbastanza, una zia fantastica che li porta con sé in pochi metri di un caseggiato protetto dagli svizzeri (ricordate la storia di Perlasca?), sempre con una sigaretta fra le labbra, coraggiosa fino all'incoscienza, come quando andava insieme ai bambini a vedere i bombardamenti dal tetto quasi fossero fuochi d'artificio, il freddo gelato, la fame gli ebrei legati insieme e colpiti sul bordo del fiume così che uno trascinasse l'altro a fondo, la cuginetta Klara che invece si salva sul Danubio perché un soldato tedesco ha finito le munizioni e le dice di andar via.



Il mondo era capovolto. E continuava a capovolgersi. I liberatori tanto attesi, i russi, stuprarono molte donne, qualcuno regala cibo, qualcuno ruba. "Indifferenti". E poi a casa, un paradiso perduto che si era sbriciolato. Il tempio adibito a stalla per cavalli. Il ritorno miracoloso dei genitori. La nazionalizzazione, e loro indicati come membri dell'alta borghesia, nemici di classe. György torna a Budapest, dove vive ancora oggi, colmo delle sue memorie, come un outsider solitario e itinerante. L'hanno invitato tante università straniere, lui se ne va per un po' e torna "perché casa è in mezzo del ponte Elizabeth, dove, quando torno dai miei viaggi, guardo e mormoro, come è bello".


La Repubblica, domenica 1 marzo 2015, p. 49
Link all'articolo: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/03/01/linfanzia-di-konrad-in-fuga-dai-nazisti-e-rifiutato-dai-russi48.html

mercoledì 4 febbraio 2015

"Partenza e ritorno" di György Konrád, ovvero breve storia dell’Ungheria più o meno contemporanea



Non è semplice dare un’idea dell’Ungheria attuale, meno che mai della sua storia, la cui complessità è inversamente proporzionale alla sua estensione geografica. Per facilitare il compito conviene ricorrere a qualche esempio concreto, a vite di persone realmente esistite, e forse il racconto diventa più comprensibile. Fra queste, la lunga e contorta storia di György Konrád, intellettuale di fama internazionale ma ancora poco conosciuto in Italia, è sicuramente ben rappresentativa. 

György Konrád nasce il 2 aprile 1933 a Berettyóújfalu, un paese che si trova in Bihar, la regione orientale dell’Ungheria spezzata in due in seguito al trattato di Trianon del 1920, in base al quale parte della Transilvania diviene parte della Romania. Da quel momento in poi la regione si chiamerà infatti Bihar Monco fino al 1940, quando tutti i territori saranno restituiti all’Ungheria come contropartita dello schieramento della stessa Ungheria al fianco della Germania nazista, per tornare di nuovo alla Romania nel 1945 con la sconfitta del Nazismo e dei Paesi a esso alleati. 

A Berettyóújfalu la famiglia Konrád, con un passato nel commercio, possiede una ferramenta che assicura un buon tenore di vita, nonché una posizione rispettabile non solo nella comunità israelitica ma anche a livello cittadino. György Konrád e sua sorella Eva, tre anni più grande di lui, frequentano la locale scuola ebraica fino alla primavera del 1944, quando l’Ungheria viene invasa dai tedeschi e le scuole ebraiche vengono chiuse. A causa delle leggi razziali i genitori vengono arrestati e deportati in Austria; il 5 giugno i due ragazzi riescono a partire con i cugini István e Pál Zádor per Budapest, dove sono attesi da parenti. Il giorno dopo viene deportata l’intera comunità ebraica di Berettyóújfalu nel ghetto di Nagyvárad (oggi Oradea, città in Romania), e da lì ad Auschwitz. 

Sopravvivono alle persecuzioni, alla guerra e all’assedio di Budapest, grazie alle abili cure di una zia che riesce a trovare rifugio per tutti loro in una casa sotto protettorato svizzero a Budapest. 
L’Armata Rossa invade l’Ungheria, il 13 febbraio 1945 libera Budapest, e il 4 aprile tutta la nazione. 

I fratelli Konrád ripercorrono la strada di casa e alla fine di febbraio sono di nuovo a Berettyóújfalu, dove trovano la dimora vuota. A giugno tornano i genitori e, dei quasi mille che prima della guerra formavano la comunità ebraica del paese, la loro è l’unica famiglia sopravvissuta intatta. Di questa tormentata storia parla il romanzo autobiografico di György Konrád, Partenza e ritorno (Keller editore, 2015, mia traduzione)

Il padre riapre la ferramenta, prende con sé i fratelli Zádor rimasti orfani e una nipote, orfana pure lei mantenendo i cinque ragazzi agli studi in città diverse finché, nel 1950, viene colpito dall’ondata di nazionalizzazione del regime dittatoriale di Mátyás Rákosi, lo Stalin unghereseAlla famiglia vengono requisiti sia la ferramenta che la casa e i membri dichiarati nemici di classe, con tutte le conseguenze del caso. Per fare un esempio, György Konrád può proseguire gli studi solo all’Istituto Russo dell’università ma due anni dopo, nel 1953, lo espellono anche da lì, quando l’istituto assume il nome di Lenin e viene obbligato ad accogliere solo studenti di origine irreprensibile, ovvero di famiglia operaia o contadina. Nell’autunno dello stesso anno riesce ad intraprendere gli studi alla facoltà di Lettere dell’ELTE di Budapest che conclude nel 1956. Nel corso di quei tre anni ben due volte rischia l’espulsione per le sue idee politiche, ma il filosofo György Lukács e lo storico della letteratura István Sötér, suoi professori, riescono a fargli evitare il peggio. Scrive la tesi di laurea su Károly Pap, scrittore ebreo ungherese morto nel campo di Bergen-Belsen nel ’45, autore di numerosi racconti, saggi, opere teatrali e tre romanzi, uno dei quali, Azarel (pubblicato in Italia da Fazi nel 2009 nella mia traduzione) è considerato uno dei capolavori della letteratura ebraica mitteleuropea. 

Inizia a pubblicare e nell’autunno del 1956 entra a far parte della redazione di un giornale critico nei confronti del regime. Partecipa come guardia armata della squadra organizzata dagli universitari alla rivoluzione del ‘56, ma solo come osservatore, senza sparare un colpo. Dopo la sconfitta della rivoluzione perde il lavoro; la sorella, gli amici, i cugini scelgono l’emigrazione, ma lui rimane in Ungheria. Vive di lavori saltuari, in parte intellettuali, in certi periodi lavora persino come operaio non qualificato. Solo nel 1959 riesce finalmente a trovare un’occupazione stabile come ispettore del Tribunale dei minori. Nei sette anni trascorsi all’Ispettorato matura il suo primo romanzo di tematica sociale, Il visitatore (Bompiani, 1975), per il quale fatica a trovare un editore ungherese, che invece sarà prontamente tradotto e pubblicato all’estero. Per le sue idee non ortodosse nel 1973 viene ammonito dalla Procura di Stato ed allontanato dal suo posto di lavoro. Nell’ottobre del ’74 subisce anche un breve arresto per un manoscritto sociografico e il regime esprime parere favorevole al suo espatrio, con la facoltà di portare con sé anche la famiglia: è opportuno liberarsi del personaggio scomodo che riesce comunque a diffondere in patria idee liberali e anticomuniste, seppure antirazziste e antifasciste, sotto forma di scritti samizdat. Dal ’74 e fino alla caduta del Muro, tutte le sue pubblicazioni vengono contrassegnate con la lettera Z, che significa materiale non accessibile e messe all’indice. Non può comparire neppure in trasmissioni radiofoniche o televisive. Nel 1976 gli viene comunque concesso il passaporto e accetta l’invito del Deutscher Akademischer Austausch Dienst che gli offre una borsa di lavoro di un anno. Al termine dell’anno berlinese approfitta di una seconda borsa per trascorrere un anno anche negli Stati Uniti. Torna a Budapest per ripartire poco dopo e negli anni a venire passerà lunghi periodi in Europa e ancora negli Stati Uniti dove insegnerà anche all’università. Il tutto con il beneplacito e il sollievo malcelato delle autorità magiare. Nel 1989, alla cessazione del divieto, ben cinque suoi libri vedono la luce in Ungheria. Nell’anno seguente viene insignito del premio più prestigioso ungherese ed eletto presidente del PEN Club Internazionale, incarico che ricopre fino al 1993. Negli anni dell’auspicata stabilizzazione della democrazia, pubblica numerosi libri e riceve una lunga serie di prestigiosi riconoscimenti sia in Ungheria che nel mondo. Oggi è di nuovo all’opposizione: le sue forti e ragionate critiche al governo Orbán, che secondo lui rappresenta un pericolo non solo per la democrazia della sua patria ma anche a livello europeo, compaiono sulle pagine dei quotidiani e settimanali di maggiore diffusione. La parabola della vita e delle opere di György Konrád è lo specchio fedele della storia recente e contemporanea di una nazione che stenta a trovare stabilità ed equilibrio. E non sempre per proprio demerito, ma questa è un’altra storia.