martedì 20 febbraio 2018

Edina Szvoren, Non c'è, e non deve esserci


ANTIEROI E MICROCOSMI

Edina Szvoren, “Non c’è, e non deve esserci”

di  20 febbraio 2018

Autrice finora di tre volumi di racconti, l’ungherese Edina Szvoren ha vinto il Premio dell’Unione Europea per la letteratura nel 2015 con la sua seconda raccolta intitolata Non c’è, e non deve esserci (Mimesis, 2017). Il lettore italiano può leggerla nella traduzione di Claudia Tatasciore, grazie alla casa editrice che l’ha pubblicata nella collana eLit predisposta nell’ambito del progetto Europa creativa.
Edina Szvoren è una scrittrice atipica fin dalla sua biografia: nata nel 1974, nel 1998 si diploma al Conservatorio Ferenc Liszt di Budapest come direttrice d’orchestra. Vive tuttora di musica, in quanto insegna teoria della musica e solfeggio al liceo musicale Béla Bartók sempre nella capitale ungherese. Per anni la scrittura per lei è stata fine a se stessa, ha faticato a trovare una propria voce, le è stato persino difficile guardare in faccia quello che aveva da dire, e difatti soltanto nel 2005 inizia a pubblicare regolarmente racconti su riviste letterarie. Farsi strada esclusivamente con la forma del racconto è molto difficile: la scrittura breve è considerata spesso arte minore. Edina Szvoren la coltiva invece con una tale capacità di cristallizzazione di tutti gli elementi da far sentire i suoi brevi racconti opere complete a tutto tondo.
La pubblicazione della prima raccolta di prose brevi Pertu (Diamoci del tu) risale al 2010, viene seguita da Nincs, és ne is legyen (Non c’è, e non deve esserci) nel 2012, e nel 2015 esce Az ország legjobb hóhéra (Il miglior boia del paese). Il volume Pertu è salutato con entusiasmo dalla critica, riscuote anche un buon successo di pubblico, e giungono i primi riconoscimenti ufficiali.
I racconti della raccolta Non c’è, e non deve esserci si muovono sempre nella sfera intima, l’azione è sottostante seppure determinante, ma conta molto di più il modo di viverla. Sipari sollevati su famiglie scomposte pervase da profondi sensi di sconfitta, da relazioni svuotate. In queste novelle le minuziose descrizioni di bugie e tradimenti, che notiamo e viviamo tutti noi in varia misura, acquisiscono consapevolezza e ineluttabilità. Malattie fisiche e psichiche popolano i mondi dei racconti e i protagonisti imparano a conviverci, soccombono senza ribellione, sfiorano e vivono la solitudine e la morte. Sono asfissianti storie di miseria umana, deprimenti e misteriose, tendenti a dimostrare quanto sia invivibile la vita. Eppure a conti fatti la vita vince sempre, anche grazie al ruolo preponderante assunto dalla fisicità, dal sesso, mezzo e fine, costruttivo e non, come d’altronde avviene nel vissuto. La scrittura cesellata lascia senza fiato, tutto ha un suo perché e una sua collocazione in queste novelle, e a volte anche i silenzi, il non detto, il sottinteso, hanno lo stesso peso dell’esplicito.
Qualcuno dei racconti è di facile, immediata comprensione, altri richiedono una lettura attenta, magari anche due, come può succedere con la musica: la cacofonia del primo ascolto si trasforma in melodia, in un componimento afferrabile e apprezzabile. Un ulteriore pregio di queste novelle è la facoltà di libera interpretazione: Edina Szvoren non suggerisce opinioni o finali di storia, lascia che ognuno tragga le proprie conclusioni. Lei non giudica, non condanna e non tesse lodi; i valori li stabilisce il lettore.
Come accennato nella presentazione dell’autrice da parte della casa editrice Mimesis, alcuni critici paragonano lo stile ironico delle novelle alla prosa analitica di Péter Nádas. Si potrebbe allargare il campo delle similitudini all’ungherese Attila Bartis, per il confronto senza esclusione di colpi tra il vissuto e la sua percezione naturalista, pessimista, e alla ben più nota Lucia Berlin per i temi, la sfera sociale coinvolta, e non per ultimo per la lingua asciutta, precisa, capace di tratteggiare con poco quadri complessi e completi e profondamente toccanti.
Nella selezione della prestigiosa rivista letteraria ungherese Jelenkor stilata in base ai voti dei criticifra i trenta migliori volumi di prosa breve degli ultimi trent’anni Pertu si colloca al secondo posto, Non c’è, e non deve esserci al dodicesimo, e l’ultima opera di Edina Szvoren, Az ország legjobb hóhérja, al tredicesimo.

(Edina Szvoren, Non c’è, e non deve esserci, traduzione di Claudia Tatasciore, Mimesis, 2017, 268 pp, € 18.00)

L'articolo su Flanerì

venerdì 16 febbraio 2018

Il mio '68

Il mio ’68


Pubblicato da 
di Andrea Rényi







Nel primo numero del 2018 dello storico settimanale Élet és Irodalom (Vita e Letteratura) il giornalista ungherese István Váncsa (1949) tira le somme non prive d’ironia, del Sessantotto in salsa magiara: “Lo spirito più libero e il naturale ottimismo in qualche modo si sono infiltrati anche da noi, perciò ritenevamo i mamelucchi del regime dei cretini, e loro ogni tanto si rendevano conto di essere considerati dei cretini, quindi le loro facce tonte rispecchiavano incertezza, e nei momenti peggiori sghignazzavano imbarazzati.
Sta per scadere il loro tempo, pensavamo di loro, ma non nel senso che sarebbero stati cacciati, meno che mai rinchiusi, bensì che con la diffusione sempre più ampia dei beni materiali con il tempo si sarebbe estinto il capitalismo dell’homo homini lupus, ma anche il socialismo dell’homo homini spia, scalzati da libertà, serenità, tranquillità, dall’Arcadia. In cui sarebbero sopravvissuti i calabroni e le zecche, nonché i portinai con la faccia torva, le guardie operaie e i segretari provinciali del partito, ma sarebbero stati resi tutti innocui e riconoscibili dal disagio, perché non si sarebbero trovati tanto bene quanto sarebbe stato opportuno.“
Avevo sedici anni, nel 1968, e credevo in quei valori del socialismo che nell’Ungheria János Kádár la scuola ci impartiva. Per poter coltivare la fede facevo finta di non accorgermi che persino nella piccola fetta di realtà di mia conoscenza quello che vedevo e sperimentavo era ben lontano dai nobili propositi. In ogni caso mi sembrava poco cortese e poco propositivo disturbare i manovratori con le mie critiche, anche perché da noi si stava comunque meglio che nell’imperialismo ormai in piena decadenza e sull’orlo del baratro – come ci descrivevano il mondo occidentale a ogni piè sospinto. I moti studenteschi negli Stati Uniti e nei Paesi dell’Europa occidentale davano manforte a questa rappresentazione: i giovani si ribellavano al capitalismo, noi non eravamo che l’avamposto, mancava poco e il mondo intero avrebbe sposato le nostre idee e il nostro modo di vivere. E questi giovani ribelli suonavano anche una musica irresistibile, così travolgente che persino i censori ungheresi dovettero arrendersi di fronte agli originali, agli emuli nazionali e ai musicisti ungheresi che generarono una musica beat, rock o pop con caratteristiche uniche. L’invasione musicale era comunque inarrestabile grazie a Radio Free Europe, l’emittente finanziata dalla CIA che trasmetteva in ungherese da Monaco di Baviera; chi amava la musica non si perdeva mai l’appuntamento con la trasmissione intitolata Teenager Party del DJ transfuga ungherese Géza Ekecs, alias László Cseke.
Poi arrivò Alexander Dubček e con lui la Primavera di Praga, festeggiati entrambi con una certa sobrietà da mio padre nato in Cecoslovacchia e socialista dal volto umano fin da giovanissimo. I cambiamenti promossi dal nuovo segretario capo del Partito Comunista Cecoslovacco sembravano indicare proprio in questa direzione, del socialismo riformista. A luglio, in visita a Bratislava dai parenti paterni, firmai infatti di corsa una petizione a favore di Dubček e la sua primavera, la mia gioia sfrenata venne però subito offuscata dalle parole premonitrici della sorella di papà: «Non durerà, e la pagheremo cara.»
Ero già grandicella ma non avevo mai visto il mare, tranne il lago Balaton che i miei connazionali chiamano tuttora affabilmente il “mare ungherese”. Non pensavo ai mari delle civiltà in declino, i miei sogni si fermavano ai confini del Patto di Varsavia, e accolsi festante l’idea di un viaggio in Polonia, diretto a Varsavia e a Sopot sul Mar Baltico, con escursioni anche a Danzica e Gdynia. All’epoca Sopot ospitava anche un festival di musica leggera molto seguito nei Paesi del blocco sovietico. Il viaggio era organizzato da Expressz, l’agenzia statale di viaggi in gruppo per giovani, e l’interprete ungherese-russo-ungherese era Margit, la figlia ventunenne di amici dei miei genitori. Margit studiava letteratura russa a Mosca e avrebbe garantito per me in quanto minorenne e saremmo state anche compagne di stanza. Il russo era la lingua universale del blocco sovietico, lo si studiava a partire dalla quinta elementare, e se non c’era un interprete direttamente fra due lingue, nella fattispecie fra l’ungherese e il polacco, si rimediava con il russo.
Sapevo della svolta cecoslovacca, d’altronde era impossibile nascondere una trasformazione tanto clamorosa in un paese confinante con una numerosa minoranza magiarofona, ma non era noto, a me sicuramente e credo nemmeno alla grande maggioranza degli ungheresi, il cosiddetto “marzo polacco”, una breve stagione di opposizione studentesca guidata da Jacek Kuroń e Adam Michnik contro l’oppressione, la censura, per la libertà di stampa e parola, scoppiata l’8 marzo in occasione dell’esecuzione della pièce teatrale, a Varsavia, di Adam Miczkiewicz, Dziady (Antenati), del 1860, che ha per tema l’insurrezione polacca del 1830 contro l’occupazione russa. Il fuoco divampò e ci furono occupazioni d’università a Cracovia e a Lublino. Nulla sapevo della persecuzione sistematica dell’intellighenzia e dell’ondata di antisemitismo generata sia dall’origine ebraica di alcuni leader studenteschi come Michnik, sia dalla condanna di Władysław Gomułka, segretario del Partito Comunista Polacco, della posizione di Israele nella Guerra dei sei giorni. Secondo fonti attendibili circa tredicimila ebrei polacchi si videro costretti a lasciare il paese fra il 1968 e il 1972.
Il gruppo partì con un treno di notte accompagnato oltre che dall’interprete Margit e dalla guida, anche da un bellimbusto sui trentacinque anni che si presentò come addetto dell’agenzia. A Varsavia alloggiammo in un collegio universitario dove cercai invano le tracce degli studenti che lo popolavano durante l’anno accademico: era un arido deserto di povertà e disciplina. Per la prima volta vidi giovani con scarpe da ginnastica ai piedi, oggi e da molti anni va di moda, allora però era solo segnale inequivocabile di scarsa disponibilità economica. A Sopot il mare, freddo e quasi sempre burrascoso ma grandiosa novità per me, rendeva l’atmosfera gaiamente vacanziera. La sera prima della gita programmata per un’intera giornata a Danzica eravamo in un locale quando Margit ed io fummo avvicinati da due giovani che si presentarono come operai dei cantieri navali di Danzica. Ricordo ancora il contrasto fra i bei lineamenti del viso e i denti guasti del più giovane dei due, che si chiamava Janusz. Dopo qualche ballo e la stentata conversazione in russo ci invitarono insieme a tutto il gruppo ai cantieri navali. Ne parlammo subito anche con l’addetto dell’agenzia che concordò l’appuntamento e mi coricai incuriosita perché qualcosa mi diceva che quello sarebbe stato un incontro interessante. L’indomani visitammo Danzica, una splendida città tutta ancora da restaurare, ma l’addetto dell’agenzia fece in modo che della visita ai cantieri navali non se ne facesse nulla. Da allora tutte le volte, e sono state tante, che i cantieri navali di Danzica sono tornati alla ribalta, ripenso con rammarico a quel mancato incontro e al perché e al come era stato vietato.
Sul treno del ritorno a Budapest, la notte del 20 agosto, serpeggiava un certo nervosismo dovuto alle lunghe soste impreviste e senza spiegazioni da parte del personale ferroviario. L’addetto dell’agenzia non ci perdette di vista nemmeno per un secondo e a tratti mi sentivo quasi prigioniera. Arrivammo con diverse ore di ritardo a Budapest dove Margit e io fummo accolti dai genitori al completo, un evento rarissimo, perché di solito i nostri padri e le nostre madri si davano il cambio nell’espletamento dei doveri genitoriali. Erano sconvolti e il papà di Margit, uomo piuttosto prudente, sbottò e rivelò che la Cecoslovacchia era stata invasa poche ore prima dagli eserciti del Patto di Varsavia, che l’addetto dell’agenzia era un alto rango dei servizi di sicurezza, senza il quale il viaggio non sarebbe stato autorizzato, perché al Ministero degli Interni sapevano dell’imminente invasione, e che il nostro era stato l’ultimo treno ad attraversare la Cecoslovacchia. Di questo ebbi conferma anche pochi giorni dopo quando per tornare dalla Germania dell’Est a Budapest un’amica dovette attraversare la Polonia e l’Unione Sovietica, impiegando tre giorni di viaggio in treno. Ovvio che un uomo della sicurezza non vedesse di buon occhio l’incontro fra noi, studenti ungheresi, e i rappresentanti di uno stabilimento dove con ogni probabilità erano in fermento le idee che vennero represse a Praga con i carri armati.
Anni dopo, già in Italia e con qualche nozione di storia in più, cercai di approfondire il ’68, con particolare attenzione alle reazioni dei giovani occidentali alla soppressione della Primavera di Praga. Ci furono delle manifestazioni di protesta e quella volta, contrariamente alla posizione riguardo al ’56 ungherese, anche i partiti comunisti presero le distanze. Ma in linea generale condivido le parole di Guido Crainz in Autobiografia di una repubblica (Donzelli, 2009): “Esso è connesso a un altro aspetto, e cioè alla sostanziale insensibilità e cecità degli studenti italiani (e occidentali, con pochissime eccezioni) nei confronti dei loro coetanei dei paesi dell’Est. Negli «anni ’68», ha sottolineato Anna Bravo, è forte la sensibilità nei confronti degli oppressi, ma «non tutti gli oppressi hanno diritto al compianto (e neppure ai diritti democratici)». Dopo il ’56 ungherese e l’invasione di Praga la realtà dell’Est europeo non può essere ignorata, eppure «quell’enorme giacimento di sofferenza è il meno sentito dei mali del secolo». Un giovane movimento intellettuale che rivendicava a gran voce «l’impossibile» ebbe sguardi solo solo fuggevoli per altri giovani, per i quali «l’impossibile» era la libertà di parola e di stampa, di associazione e di voto.”
fotografia di Josef Koudelka, Praga 1968.
L'articolo su Nazione Indiana

venerdì 9 febbraio 2018

Antal Szerb, Il viaggiatore e il chiaro di luna

Un classico ungherese: “Il viaggiatore e il chiaro di luna” di Antal Szerb

Un classico ungherese: “Il viaggiatore e il chiaro di luna” di Antal Szerb«...Gergő non aveva senso dell'umorismo. Mi faceva leggere Virginia Woolf, Musil, Calvino, Perec, Géza Csáth, Krúdy. Il viaggiatore e il chiaro di luna era la nostra Bibbia, vivevamo come se Antal Szerb avesse modellato i suoi protagonisti su di noi: Tamás su di lui e Mihály su di me.» scriveva Mihály Dés (1950-2017), il compianto scrittore ungherese e catalano nel suo splendido romanzo autobiografico Il Barocco di Budapest (Pesti Barokk, Libri Kiadó, Budapest, 2013), e parlava a nome di generazioni di lettori ungheresi cresciute nel mito dell'opera di Antal Szerb tradotta in una dozzina di lingue e in Italia riedita da poco, dopo vent'anni dalla prima pubblicazione, dalla casa editrice romana e/o nell'encomiabile traduzione di Bruno Ventavoli.
Antal Szerb è una figura centrale del panorama letterario ungherese nella prima metà del Novecento. Nato il 1 maggio 1901 a Budapest in una famiglia ebrea assimilata e successivamente convertita al cattolicesimo, muore per le percosse ricevute nel campo di lavoro di Balf il 27 gennaio 1945, il giorno in cui vengono aperti i cancelli di Auschwitz e che diventerà il nostro Giorno della Memoria. Nella sua breve carriera di letterato cattedratico poliedrico e prolifico si avventura in tutti i generi della saggistica e della narrativa, a partire dalla traduzione dall'inglese di numerosi classici fino all'enciclopedia – le sue Storia della letteratura ungherese e Storia della letteratura mondiale sono tuttora forse le migliori pubblicate in Ungheria, seppure con limiti temporali ormai significativi –, e prima dell'avvento delle leggi razziali ricopre anche prestigiosi ruoli pubblici come la presidenza della Società della Scienza della Letteratura. La sua vita privata contraddistinta dalla passionalità richiederebbe un capitolo a parte, ci limitiamo dunque a un breve accenno: sposa due volte Amália Lakner e anche le seconde nozze finiscono con il divorzio, in seguito sposa Klára Bálint ma non avrà mai figli. Sei anni dopo la morte del marito, Klára Bálint darà alla luce un bambino che considererà il figlio spirituale di Antal Szerb e al quale darà il cognome del defunto marito.

I diari dello scrittore, pubblicati nel 2001, suggeriscono amori giovanili omosessuali, in particolare verso Benno Térey, suo compagno al liceo, che con ogni probabilità è il modello di Tamás Ulpius, uno dei protagonisti de Il viaggiatore e il chiaro di luna, e anche l'eroe di una novella giovanile di Szerb, Com'è morto Tamás Ulpius? (1919),l'antefatto del nostro romanzo e testimone della lunga gestazione della trama. Un libretto di appena cinquanta pagine in cui Antal Szerb elabora le sue esperienze di viaggio in Italia del 1936, intitolato La terza torreè invece la fonte di alcune delle descrizioni del viaggio nel nostro romanzo.
Un classico ungherese: “Il viaggiatore e il chiaro di luna” di Antal Szerb
Antal Szerb è vivo nella memoria collettiva ungherese soprattutto grazie a questo suo romanzo del 1937, oggi quindi un ottantenne gagliardo che dimostra l'età che ha ma ha conservato tutto il fascino degli anni giovanili. In Ungheria continua a essere un libro di culto, lettura imprescindibile sia per le citazioni presenti in tante opere successive sia per il suo felice posizionamento fra la letteratura d'élite e quella popolare.Il suo successo attuale è dovuto anche alla sottile nostalgia destata nel lettore verso quel mondo sommerso della buona borghesia europea fra le due guerre mondiali, che era anche sinonimo di cultura.
Il viaggiatore e il chiaro di luna è la storia di due sposi ungheresi in viaggio di nozze in Italia, i quali per un contrattempo si perdono di vista e proseguono il loro viaggio separati. Le tappe del viaggio italiano sono quelle percorse dall'autore durante il suo soggiorno di un mese nel 1935.
«Naturalmente è la storia non solo di una perdita fisica, ma anche e soprattutto di uno smarrimento spirituale e del viaggio alla scoperta di sé e di entrambi. Il libro è un gioco di incastri tra il romanzo psicologico, il romanzo dell’artista che fu di moda alla svolta del secolo, il romanzo culto di Cocteau sulla generazione ribelle, il resoconto di viaggio, e nello stesso tempo, in parte, è anche una parodia della letteratura psicologica (la storia ambientata tra Venezia, Toscana, l’Umbria dei conventi, Roma costruì un’immagine d’Italia che ispirò le generazioni successive). Il protagonista fugge dal ruolo di adulto, in una consolidata esistenza borghese, per inseguire i ricordi decadenti della giovinezza degli strani amici di un tempo, facendo del romanzo un documento arguto e sentimentale dell’anima adolescenziale terrorizzata dall’idea di crescere»(Da Il miraggio della modernità – La narrativa ungherese nella prima metà del XX secolo in Storia della letteratura ungheresePrimo volume, Lindau, 2008, Zsuzsa Kovács e Bruno Ventavoli)
Un classico ungherese: “Il viaggiatore e il chiaro di luna” di Antal Szerb
Il viaggiatore e il chiaro di luna è un'opera complessa impostata su più piani. All'inizio ricalca le forme del classico romanzo borghese che sembra avere solo l'ambizione di raccontare, seppure con ironia, il viaggio di nozze di una comune coppia di sposi di Budapest in Italia. Presto però le piccole avventure capitate durante il viaggio assumono colori più fantastici e il lettore può constatare che né l'uomo né la donna sono borghesi qualsiasi, ma figure dotate di antiche pulsioni mitiche. Le loro azioni si affonderanno vieppiù nel profondo inconscio e la narrazione dapprima realistica diventerà una cronaca mitologica e storico-culturale. Il romanzo cerca la risposta alla domanda se la macchina del tempo dell'anima può riportarci nel passato per completare il nostro vissuto, se l'uomo può liberarsi dalla prigione costruita da lui stesso e dalle catene dell'età adulta, e se si possono sciogliere i vincoli di un matrimonio dono della provvidenza ma disarmonico?
Un classico ungherese: “Il viaggiatore e il chiaro di luna” di Antal Szerb
Come negli altri romanzi di Antal Szerb, anche in questo la realtà è accompagnata da miracoli, i fatti della vita quotidiana da quelli fantastici. Nelle pagine si incuneano elementi saggistici e si moltiplicano i duelli intellettuali. Qualche filo risulta ormai anacronistico e tradisce l'età avanzata del romanzo, che però rimane una lettura molto stimolante grazie all'ironia giocosa dell'autore che non esita a prendere in giro anche le proprie teorie. La trama si conserva sorprendente fino alla fine e l'autore ci arricchisce di nozioni ed episodi interessanti e colti, raccontati con stile per nulla cattedratico.

Nel suo romanzo Szerb ricorre a più filoni: al tema del turismo culturale elaborato da Goethe, Freud, Thomas Mann ed altri, alla ribellione al conformismo dei Ragazzi terribili di Jean Cocteau, e a quello dello smarrimento fisico e del viaggio interiore, diffuso negli anni Trenta e reso forse più famoso dal Maestro e Margherita, anche se l'opera di Bulgakov, scritta fra il 1928 e il 1940, sarà pubblicata soltanto post mortem. Ai precedenti aggiunge il suo personalissimo approccio, al quale aggiunge le nozioni apprese dal suo amico ben noto anche in Italia: Károly Kerényi, uno tra i più illustri interpreti del pensiero mitologico e filosofico antico. Il libro è intessuto anche di velati accenni alle questioni della sua epoca, esaminate con profondo europeismo. Tutte caratteristiche che parlano anche ai lettori di oggi e rendono questo romanzo intramontabile, come d'altronde è intitolata la collana di e/o di cui ora fa parte, Gli intramontabili.

L'articolo su SUL ROMANZO

Daniele Petruccioli: Le pagine nere


LA VOCE DEI LIBRI

“Le pagine nere. Appunti sulla traduzione dei romanzi” di Daniele Petruccioli

di  5 febbraio 2018

Fosse solo un ottimo manuale per orientarsi nel mondo della traduzione editoriale come Falsi d’autore che Daniele Petruccioli ha scritto per i tipi di Quodlibet nel 2014, la presentazione sarebbe molto semplice: chi desidera un’introduzione pratica perché traduce e vuole sapere cosa ne pensa un esperto, o perché vuole accostarsi alla traduzione editoriale, oppure perché legge libri tradotti – e i lettori ne leggono in buona percentuale, anche se a volte non ne sono consapevoli –, Falsi d’autore fa sicuramente per loro. Un libro che pone già molti quesiti, ma li lascia ancora sul piano del pragmatismo. In Le pagine nere. Appunti sulla traduzione bastano già queste poche parole per capire che il libro scaverà molto più in fondo: «Tradurre è quel che siamo, è quel che facciamo, dal momento in cui veniamo alla luce, fino a quello in cui la nostra vita viene tradotta in morte». Lo scrive Enrico Terrinoni nella sua brillante prefazione al secondo libro di Daniele Petruccioli, traduttore dal francese, dall’inglese e dal portoghese, docente di traduzione dal portoghese, scout ed editor freelance.
Sappiamo che i traduttori traducono libri, discorsi e documenti, ma in fondo siamo tutti traduttori: traduciamo in parole i nostri pensieri, traduciamo per noi le parole degli altri, ovvero le interpretiamo, perché tradurre è anche, a volte soprattutto, interpretare. Per semplificare potrei dire che Falsi d’autore è il corso introduttivo, Le pagine nere il corso avanzato. Il target di entrambi è lo stesso mondo ma le modalità con le quali nelle Pagine nere Petruccioli tratta i temi sollevati, ossia facendo perno sull’interazione di più discipline e sull’illustrazione dei meccanismi che agiscono sul testo, sul chi lo scrive e sul chi lo legge, riescono a parlare all’universo mondo dei lettori. Così come gli interessati alle opere d’arte cercano di apprendere almeno le basi delle tecniche architettoniche e pittoriche, credo che anche i lettori di libri dovrebbero gettare un’occhiata dietro le quinte nell’arco di una vita, e prendere in mano almeno un libro del genere. Le pagine nere risponde perfettamente alle curiosità e agli interrogativi al riguardo, e combatte efficacemente varie ottuse semplificazioni piuttosto comuni.
Va da sé che leggere Le pagine nere richiede un certo impegno. Occorre soffermarsi sulle pagine, a volte anche su singoli periodi, elucubrare sulle considerazioni dell’autore che non vuole mai essere categorico. Petruccioli non è assertivo, ci prende però per mano e con spiegazioni dettagliate cerca di portarci dalla parte delle sue ragioni. Le sue analisi equilibrate si estendono a tutti gli aspetti di valutazione del testo, e in un solo caso diventa categorico: quando parla di ritmo. «Chi non traduce (anche) il ritmo non traduce. Un traduttore che dice di non essere interessato al ritmo, per qualsiasi motivo lo dica, o mente o confessa di non saper tradurre». E tira fuori tutti gli strumenti a disposizione  dell’autore primo (il romanziere, nel nostro caso) e dell’autore secondo (il traduttore), che in realtà sono più che noti ma non sempre usati con consapevolezza e la giusta misura.
Sono tali e tanti gli argomenti sviscerati nel libro che in questa sede è possibile fare solo un cenno molto soggettivo e molto riduttivo ad alcuni: la (in)visibiltà del traduttore e le sue responsabilità, tutto quello che c’è da sapere sull’interpretazione e sull’aderenza al testo, i regionalismi, l’uso degli spazi e della punteggiatura, i rapporti nella produzione editoriale (con una serie di buone pratiche suggerite), il ruolo del significato e delle significanze, le scelte da operare. Le voci all’indice sono simpatiche testimonianze della gioiosa e appassionata creatività dell’autore, e una ricca bibliografia completa quest’opera molto curata di uno spirito originale capace di analisi e di sintesi.

Daniele Petruccioli, Le pagine nere. Appunti sulla traduzione dei romanzi, La Lepre Edizioni, 2017, 256 pp., € 18,00.

LA CRITICA

«Il libro di Petruccioli aiuta a capire molto di come funzioni la traduzione, ma, e questo capita soltanto a chi tramite l’argomentazione raggiunga enormi traguardi, anche tanto altro». Dalla prefazione di Enrico Terrinoni.

VOTO

8/10

venerdì 26 gennaio 2018

Hannah Szenes

Hannah, un'ebrea ungherese

Mio Dio, mio Dio
fa che non abbiano mai fine
la sabbia e il mare, 
il mormorio dell’acqua, 
il luccichio del cielo, 
la preghiera degli uomini, 
la sabbia e il mare, 
il mormorio dell’acqua, 
il luccichio del cielo 
la preghiera degli uomini.
Passeggiata verso Cesaria”, 1942
Sono questi versi, di Eli, Eli qui nella famosa interpretazione di Ofra Haza (musica di David Zahavi), l’eredità universalmente conosciuta anche grazie alla colonna sonora di Schindler’s List, dell’ebrea ungherese Hannah Szenes.
Anna o Anikó Szenes, in ebraico Hannah, nasce il 17 luglio 1921 a Budapest. Secondogenita dello scrittore e drammaturgo di successo Béla Szenes e di Katalin Salzberger, ebrei assimilati, fin da piccola evidenzia capacità e talenti non comuni. Béla Szenes muore quando la bambina ha soltanto sei anni, ma grazie ai diritti d’autore delle sue opere la famiglia continua a vivere nell’agio, finché le leggi razziali non cominciano a sforbiciare i proventi. Dall’età di tredici anni Hannah scrive un diario e delle poesie che saranno pubblicati dopo la sua morte in diverse lingue. Frequenta il liceo femminile protestante Baár-Madas, dove sono ammesse anche le ebree che però devono pagare una retta più alta. Malgrado il clima politico sempre più restrittivo nei confronti degli ebrei, Hannah gode della stima e del sostegno dei suoi insegnanti. Di nascosto inizia a prendere lezioni di ebraico e ad accostarsi al sionismo. Frequenta ancora il liceo quando suo fratello maggiore è costretto a emigrare perché l’università ungherese non è più accessibile agli ebrei. Dopo lunghe riflessioni e molti tentennamenti dovuti al dolore di abbandonare sua madre al suo destino nel 1939, subito dopo la maturità, Hannah sceglie l’aliyah, ovvero parte per la Palestina dove contribuisce alla nascita dello Stato ebraico lavorando in un kibbutz. Con l’approssimarsi della guerra si arruola per combattere il nazismo, e l’Esercito Britannico la addestra come paracadutista. In trentadue superano con successo l’addestramento, Hannah è una di loro, ha il grado di sottotenente e sa gestire anche le trasmissioni via radio. Il 14 marzo 1944 Hannah viene paracadutata in Jugoslavia insieme ad altri tre compagni nell’ambito delle operazioni della MI9, la nona sezione dell’intelligence britannica, con il compito di passare poi in Ungheria e collaborare con la resistenza ungherese per impedire la deportazione degli ebrei magiari.
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La ragazza è doppiamente motivata: dallo spirito di solidarietà con la propria gente e dal desiderio di portare soccorso a sua madre intrappolata a Budapest. Nel frattempo però, il 19 marzo, l’Ungheria viene militarmente occupata dai tedeschi e loro non possono più varcare la frontiera. Aspettano fino al 9 giugno, quando i partigiani di Tito trovano il modo di farli entrare in Ungheria, ma due di loro vengono sorpresi, per evitare le torture uno si spara un colpo in testa, l’altro viene arrestato, e la Gestapo trova rapidamente il nascondiglio di Hannah e del quarto membro dell’equipaggio. Hannah viene torturata ma non confessa, non rivela nemmeno il codice radio. Sua madre la crede ancora in Palestina quando il 17 luglio viene arrestata a sua volta, portata a un incontro con la figlia che deve convincere a confessare. Hannah è magrissima e senza denti ma sorride, è fiduciosa, e rimane saldamente ancorata alla fede nella sua missione. Non si perderà d’animo fino alla fine, terrà alto il morale anche delle detenute sue compagne. La signora Szenes viene liberata in settembre e segue dall’esterno passo passo il processo intentato ai danni di Hannah che la vede imputata di alto tradimento. Tuttavia per settimane non viene pronunciata la sentenza, perché ormai è chiaro che la Germania ha perso la guerra e il tribunale non vuole inimicarsi i probabili vincitori. Infine il 7 novembre Hannah viene portata via dalla sua cella senza alcuna spiegazione e fucilata nel cortile della prigione. Ha ventitré anni, rifiuta di farsi bendare, vuole guardare negli occhi i suoi assassini e nella tasca del suo abito verrà poi ritrovata l’ultima sua poesia.
Oggi Hannah Szenes è annoverata fra gli eroi dello Stato d’Israele e i suoi resti riposano sul monte Herzl a Gerusalemme.

Péter Gárdos, Febbre all'alba

Libri sull'Olocausto

Ho avuto il privilegio di tradurre diversi titoli di narrativa ungherese ebraica, quasi tutti direttamente o indirettamente attinenti all’Olocausto: il magnifico Azarel di Károly Pap (Fazi) perché l’autore morì a Bergen-Belsen nel gennaio del 1945; l’autobiografico Partenza e ritorno di György Konrád (Keller) in cui il grande intellettuale racconta la disfatta e la scomparsa fisica della sua comunità di ebrei assimilati ma anche la sua miracolosa salvezza di bambino; il tragico diario della tredicenne Éva Heyman intitolato Io voglio vivere che ricorda molto da vicino Anne Frank (Giuntina); le pagine sull’assedio di Budapest e la persecuzione degli ebrei in Non davanti ai bambini di András Nyerges (Elliot); la terribile storia della banda di nazisti di padre Kun in Ritratto di madre, in cornice americana di Miklós Vajda(Voland); ma anche un romanzo ottimista e divertente con persino un lieto fine.
Nel suo bestseller internazionale Febbre all’alba pubblicato da Bompiani, il regista cinematografico Péter Gárdos ricostruisce la storia d’amore dei suoi genitori, una storia particolarmente interessante perché negli anni il padre Miklós divenne un esponente di primo piano del giornalismo ungherese.
Miklós ha venticinque anni quando si aprono i cancelli del campo di concentramento di Bergen-Belsen, la sua futura moglie appena diciotto. Entrambi erano detenuti senza poter sperare in un futuro. Nell’aprile del 1945 i due, due larve umane, non si conoscono ma vengono trasportate entrambe in Svezia in campi sanatori nel tentativo di recuperarli alla vita. Lui però ha una grave malattia polmonare, i medici gli danno pochi mesi di vita. Che però vuole usare per innamorarsi e sposarsi e invia la stessa lettera a 117 ex-detenute ungheresi ricoverate in Svezia. Una delle risposte è quella giusta; ne nasce una corrispondenza, malgrado tutto i due riusciranno a incontrarsi, e lui anche a sconfiggere la malattia. Una storia gioiosa, commovente, romantica, e soprattutto vera.


Miklós e Ágnes Gárdos il giorno del matrimonio
Miklós e Ágnes Gárdos il giorno del matrimonio


Mario Martella, Giusto fra le Nazioni

La Rivista Intelligente - post del 26 gennaio 2017
3 h
#settimanadellamemoria
di Andrea Rényi
Nato nel 1917 a Roma, Mario Martella lavorava nella tipografia paterna e studiava all'università quando, nel 1938, furono promulgate le leggi razziali. I Martella avevano un rapporto di amicizia e di lavoro con i Sabbadini, tipografi ebrei e proprietari di una ben avviata tipografia romana, che in base alle leggi razziali i Sabbadini non potevano più gestire. La intestarono quindi a Mario Martella che la mandò avanti per loro fino alla fine della guerra in un rapporto fiduciario, riuscendo a conservarne sia il personale che i clienti, e restituendola intatta e senza gli interessi ai Sabbadini, non appena questo fu possibile. Il 16 ottobre 1943, sentita notizia del rastrellamento del ghetto, i Martella avvisarono prontamente i Sabbadini che in questo modo riuscirono a fuggire e a salvarsi, ma dovettero lasciare indietro i nonni intrappolati in casa. Mario Martella li prelevò e li portò con la sua automobile nel casolare di campagna della famiglia Martella superando vari controlli, e li tenne nascosti fino alla fine della guerra.
Nel 2007 il Cavaliere del Lavoro Mario Martella ricevette il riconoscimento di Giusto fra le Nazioni da Yad Vashem, e il 24 gennaio 2008 il Presidente Giorgio Napolitano gli conferì la Medaglia d’Oro al Merito Civile, con la seguente motivazione: Nel corso dell’ultimo conflitto mondiale, in atto le leggi marziali, salvava l’attività di una antica famiglia di tipografi ebrei, acquistandone la proprietà e restituendola a guerra finita. Al momento dei rastrellamenti e delle fughe, con eroico coraggio ed encomiabile abnegazione, nascondeva, per alcuni mesi, due suoi anziani componenti in un casolare. Mirabile esempio di virtù civili e di rigore morale fondato sui più alti sentimenti di solidarietà e fratellanza umana. 1943-1944, Roma
Due filmati conservano il ricordo del dottor Mario Martella, morto a 97 anni nel 2014:
https://www.youtube.com/watch…
https://www.youtube.com/watch?time_continue=5&v=OJaFSm5qWY4
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(Ho lavorato alle dipendenze di Mario Martella per tredici anni, ma mai una volta ha fatto parola delle sue gesta, né ho sentito parlarne altri membri della famiglia - i suoi figli lavoravano con lui. Era uno spirito indomito, una persona non con una, ma più marce in più.)

giovedì 25 gennaio 2018

Sára Salkaházi e il suo eroismo

Sára Salkaházi nacque a Kassa l’11 maggio 1899 in una famiglia borghese. Da giovane svolse molti lavori, incluso quello di rilegatrice, di reporter e editrice di quotidiani. Si fidanzò pure, ma lasciò presto il suo fidanzato.
Nel 1930 prese i voti dell’ordine delle Suore del Servizio Sociale e nel contempo fu anche la promotrice del Movimento delle Operaie Ungheresi.
Durante gli ultimi mesi della seconda guerra mondiale aiutò a trovare rifugio a centinaia di ebrei in un edificio appartenente alle Suore del Servizio Sociale a Budapest. Come sorella responsabile della casa, fece una promessa segreta a Dio in presenza del suo superiore: quella di essere pronta all’estremo sacrificio nel caso in cui questa sua scelta avesse danneggiato le sue Sorelle.
Fu denunciata alle autorità da una donna che lavorava nella casa delle Suore del Servizio Sociale, quindi il 27 dicembre 1944 le Croci Frecciate, ovvero i nazisti ungheresi, vi fecero irruzione; Sára Salkaházi stava tornando a casa, avrebbe potuto fuggire, decise invece di condividere la sorte degli ebrei fuggiaschi.
Vennero portati tutti nella sede delle Croci Frecciate e torturati, poi portati in riva al Danubio e uccisi. I corpi caddero nel Danubio ghiacciato. Quello di Sára Salkaházi non fu mai ritrovato.
I suoi ultimi minuti di vita coraggiosa furono raccontati da uno degli imputati nel processo intentato alle Croci Frecciate di Zugló nel 1967 e le sue gesta d’aiuto nei confronti degli ebrei ungheresi vennero riconosciute nel 1969 da Yad Vashem.
Nel 2006 Papa Benedetto XVI la proclamò beata.

lunedì 22 gennaio 2018



QUANDO LA FRANCIA ABBANDONÒ CHI CREDEVA IN LEI

Arthur Koestler, “Schiuma della terra”

di  22 gennaio 2018

A volte le personalità degli autori, l’abbondante dose di narcisismo, la voglia di autoassoluzione e resa dei conti che affiorano negli scritti autobiografici li rendono poco affidabili, ancora di più se si tratta di autobiografia incastonata in un periodo storico particolarmente tumultuoso. La trilogia storica autobiografica dall’errabondo ungherese di origine ebrea Arthur Koestler (1905-1983), divenuto scrittore di fama internazionale pubblicando in inglese, composta da Freccia nell’azzurroSchiuma della terra e La scrittura invisibile, scantona queste insidie. Forse proprio la discontinuità delle posizioni ideologiche assunte da Koestler – sionista e comunista, poi anticomunista ma sempre e ovunque inflessibile antifascista – fa di lui un testimone obiettivo nei limiti del possibile, di determinanti fasi della storia europea del secolo scorso, senza concentrare l’attenzione su di sé ma apportando piuttosto riflessioni storico-filosofiche tuttora di grande interesse.
Koestler era un intellettuale molto versatile: professionista della rivoluzione che però confrontava le sue fedi con le loro realizzazioni e sapeva correggersi; scrittore di parole vere, divulgatore scientifico e infine apostolo della parapsicologia, dotato di incredibile tenacia e voglia di vivere che lo hanno soccorso nel capitolo più drammatico della sua sempre avventurosa esistenza, quello raccontato nella Schiuma della terra. Schiuma, ovvero i rifiuti della terra sono considerati nella Francia del 1940 non ancora occupata dalla Wehrmacht e dalla Gestapo gli esuli politici, gli antifascisti, i sopravvissuti che avevano combattuto contro Franco nella Guerra civile spagnola, gli ebrei perseguitati, tutti alla ricerca di riparo nel paese dei Lumi, dietro la linea Maginot creduta invalicabile. Koestler sta lavorando nella quiete della campagna francese a Buio a mezzogiorno, il libro che lo fa antesignano di Orwell e Solženicyn, quando iniziano i rastrellamenti dei profughi di sinistra. «Gli antifascisti erano indubbiamente un gran fastidio in una guerra contro il fascismo. Non avevano bisogno di noi» scrive incredulo e amareggiato. A tappe forzate sarà internato nel campo di concentramento di Vernet dove i prigionieri sono trattati non meglio che nei campi nazisti e sarà liberato mesi dopo solo grazie all’aiuto inglese. Al campo di Vernet fa conoscenza di un certo Mario, l’alias di Leo Valiani, al quale in Schiuma della terra Koestler dedica parole di grande stima e profonda ammirazione, e Valiani sarà il primo a leggere il manoscritto in tedesco di Buio a mezzogiorno. Sono invece strazianti le pagine sui centocinquanta internati delle Brigate internazionali, detenuti in condizioni disumane a Vernet. Koestler viene liberato poco prima dell’invasione tedesca, ma altri duemila – «cinquantamila kg di carne democratica, tutta catalogata, viva, e solo appena danneggiata» – saranno consegnati a Himmler.
La seconda parte del libro è un documentario dettagliato delle condizioni drammatiche e caotiche in cui versava la Francia nell’estate e nell’autunno del 1940, ed è la storia della fuga rocambolesca dello scrittore dalla Francia in Inghilterra, costretto persino ad arruolarsi nella Legione straniera perché non riesce a procurarsi i documenti necessari per poter lasciare il paese.
Il libro è dedicato alla memoria degli amici scrittori di Koestler che si tolsero la vita quando cadde la Francia, fra i quali Walter Benjamin che all’autore regalò metà delle sue sessantadue compresse di sedativo per ogni evenienza, e ingollò le sue quando a Port Bou lo arrestò la Guardia Civil. La premessa al libro testimonia l’integrità di storico dell’autore: «Questo libro fu scritto nel gennaio-marzo del 1941, prima dell’attacco tedesco alla Russia, tuttavia l’autore non vede ragione alcuna di modificare le sue osservazioni sugli effetti psicologici del patto russo-tedesco dell’agosto 1939, o la sua opinione sull’atteggiamento del Partito Comunista in Francia. Approfittare di notizie posteriori per descrivere l’itinerario mentale degli uomini in un determinato periodo è una tentazione comune agli scrittori, alla quale si deve resistere».
Schiuma della terra è una lettura scorrevole, interessante e necessaria per chi ha la voglia e il coraggio di affrontare la Storia che produce episodi drammaticamente controversi.

Titolo originale: Scum of the Earth 
Prima edizione italiana: Firenze, Edizioni U, 1941, traduzione di Nadia Conenna.
Edizione attualmente in commercio: Bologna, Il Mulino, 2005, traduzione di Nadia Conenna.
Articolo uscito su Flanerì