sabato 6 aprile 2019


MADAMA DORÉ

Stelio Mattioni, “Il re ne comanda una”

di  6 aprile 2019

Dopo più di mezzo secolo dalla prima edizione di Adelphi, la casa editrice romana Cliquot ha ridato alle stampe – e bene ha fatto – Il re ne comanda una (2019) dello scrittore triestino Stelio Mattioni (1921-1997), scoperto e molto apprezzato da un altro grande triestino, il critico letterario e consulente editoriale Bobi Bazlen. Il romanzo era fra i cinque finalisti del Premio Campiello nel 1969, vinto poi da L’airone di Giorgio Bassani.
«Uno scrittore che mi pare del tutto eccezionale. Non somiglia a nessuno, ha un mondo fantastico proprio e di grande forza, ed è misterioso sul serio, senza nessuna compiacenza fumistica» scriveva di lui Italo Calvino a Elio Vittorini, e questo romanzo ne è testimone con la sua trama che sconfina nel surreale, con protagonisti improbabili che però vestono caratteristiche comuni e verosimili, con la sua ambientazione collocata con tanto di indirizzo al centro storico di Trieste, ma allo stesso tempo avulsa dalla realtà e atemporale. Una pièce teatrale, una favola pirandelliana precisa nei dettagli, vivida e inquietante.
Una giovane donna semianalfabeta, oppressa dal matrimonio con un ubriacone e dai debiti che questi ha contratto, si presenta con le sue due figlie alla porta del creditore di suo marito in cerca di una nuova vita che non può che cominciare con il riscatto dei debiti. La casa del creditore si rivela un microcosmo autonomo e completamente isolato dal mondo, comandato da Lui, il creditore.
Ognuno ha un ruolo in quel mondo a parte che comprende un laboratorio che produce qualcosa di misterioso, un giardino che si rivela una giungla, e un harem che Lui domina con complesse regole erotiche. La figlia più piccola sarà presto risucchiata dal padre che assedia, ubriaco, la casa, per riprendersi le sue donne. La figlia più grande, accomodante e lasciva, si inserisce invece nell’ingranaggio, mentre la madre combatte per ricavarsi un ruolo dignitoso, ma soccombe, e anche quando le si offre la libertà sceglie il mondo chiuso.
Il Sessantotto era anche ribellione femminista e Mattioni si rivela un attento osservatore della condizione femminile. Tina, la protagonista, è priva di mezzi economici ed intellettivi, è anche sola, abbandonata a se stessa. Ciononostante vuole provvedere alle due figlie e cavarsela. La sua fuga è un grido disperato, un atto cieco, e difatti finisce di nuovo in una condizione di sudditanza che non sa più abbandonare. Scopre però la sessualità: dopo quindici anni di matrimonio prova per la prima volta il piacere erotico e sarà questo a trovarle un posto nella gerarchia del microcosmo di Lui. Un mondo alienante e alienato, dove in fondo anche il ribelle tollerato è allineato, dove tutti sono infelici, eppure saggiamente accondiscendenti nei confronti del proprio destino. Perché secondo Mattioni combattere contro la sorte è invano.
I personaggi impensabili e la trama imprevedibile non sarebbero comunque sufficienti per spiegare l’effetto magico che questa lettura esercita sul lettore. La lingua colta, densa e precisa, le scelte lessicali a volte sorprendenti concorrono in misura determinante alla seduzione di quest’opera.  «Mattioni scrive divinamente. La sua lingua è schietta, come quella di un thriller di oggi, ma non troverete una parola fuori posto, una metafora poco efficace, un dialogo noioso, non troverete nemmeno un passaggio confuso» dice Alcide Pierantozzi nella prefazione.
Per descrivere Mattioni molti ricorrono alla definizione “kafkiana”. Claudio Magris, uno dei massimi esperti di letteratura triestina, precisa: «Mattioni è stato spesso definito – anche da me – “kafkiano”, ma la sua surrealtà ha poco a che vedere con Kafka e si inserisce piuttosto in quella tradizione fantastica, puntigliosamente descrittiva e sottolineata di Kubin e di altri, inclini – a differenza di Kafka – a spiegare la realtà oscura piuttosto che a farla vivere nella sua nuda oggettività».

(Stelio Mattioni, Il re ne comanda una, Prefazione di Alcide Pierantozzi, Cliquot, 2019, pp. 248, € 18,00 | Recensione di Andrea Rényi)

La recensione su Flanerì avesse avuto più ragioni di odiare

mercoledì 20 marzo 2019

“Ruta Tannenbaum” di Miljenko Jergoviċ

Un romanzo che sembra un quadro di Chagall. “Ruta Tannenbaum” di Miljenko Jergoviċ

Ammirando le opere di Marc Chagall qualche volta mi è venuta spontanea la domanda su come il maestro russo avrebbe scritto, se invece della pittura avesse scelto l'arte della parola per riprodurre il suo mondo. Ruta Tannenbaum, il romanzo dello scrittore bosniaco Miljenko Jergoviċ, fin dalle prime pagine mi ha dato l'impressione di avere a che fare con una scrittura che ricorda molto da vicino i quadri di Chagall. Ricca di metafore, di un’inconfondibile impronta lirica, eppure profondamente legata al mondo reale, al concreto, e rigorosamente attinente all'universo ebraico.
Nella sua nota conclusiva al romanzo l'autore chiarisce che avrebbe voluto scrivere la biografia di Lea Deutsch, un'attrice bambina croata di origine ebraica, vittima della Shoah ad appena sedici anni, non avendo trovato abbastanza materiale ma la chiara volontà di dimenticarla, ha optato per una biografia fittizia, con figure di secondo piano esistite nella realtà. La trama si svolge a Zagabria fra le due guerre mondiali, la casa dei Tannenbaum è collocata nella via in cui visse Lea Deutsch, e Jergoviċ descrive i bei palazzi austroungarici del quartiere così come li poteva vedere Lea, figlia unica della curiosa coppia Tannenbaum. Anche se in fondo a lei l'autore riserva poco spazio, perché la figura principale è il padre dalla doppia personalità e la vera protagonista è la Storia di quell'area geografica, a partire dalla dissoluzione della monarchia austro-ungarica all'ascesa del nazismo. Il romanzo vuole essere «una piccola pietra sulla soglia della sua casa [di Lea Deutsch], visto che altra tomba lei non ne ha». E già che l'autore dichiara che «i miei pensieri su Ruta Tannenbaum sono stati accompagnati dalla Quinta, Settima, Tredicesima e Quattordicesima Sinfonia di Dmitrij Šostakoviċ», è consigliabile seguire il suo suggerimento e accompagnare la lettura dalla sua selezione musicale. Perché funziona, è la sua colonna sonora ideale.

Prima di inoltrarci nel libro è doveroso notare e complimentarsi con la casa editrice Nutrimenti per la menzione del nome del revisore della traduzione (Riccardo Trani), dell'impaginatore (Emmanuela Nese) e dell'art director (Ada Carpi) che hanno contribuito alla nascita del libro. Figure molto importanti, eppure troppo spesso rimaste anonime.
Un romanzo che sembra un quadro di Chagall. “Ruta Tannenbaum” di Miljenko Jergoviċ
Salamon Tannenbaum detto Moni è un ebreo assimilato che nel primo capitolo esordisce in una scena grottesca in cui viene punito corporalmente perché non aveva capito un importante passaggio storico. Scrivano in un ufficio, ometto poco intelligente – «Oh Moni, mio caro Moni, il buon Dio non t'ha dato tanto cervello, quanto zafferano c'è nella polenta dei poveri!» – cerca di mimetizzarsi di giorno, ma vive una seconda identità di nobile decaduto di notte, facendosi rispettare e persino benvolere da magliari e delinquenti di una certa leva. Finisce in una storia molto più grande di lui e da quel momento in poi torna a essere solo Moni, un uomo senza qualità, cittadino, marito e padre senza pregi né difetti. Solo la morte, perché vittima consapevole degli ustascia, lo riscatterà e gli conferirà una qualche nobiltà. Non più giovane sposa Ivka Singer, una bella donna non più giovane nemmeno lei, mettono al mondo una bambina prodigiosa che sarà cresciuta e avviata da piccola da una vicina di casa folle quanto può essere folle una figura in un quadro di Chagall. Il marito della vicina di casa, un insignificante e accomodante ferroviere, è invece la parabola dell'uomo mite ma amorale che dopo un involontario battesimo di fuoco abbraccia la causa nazista. Il padre di Ivka, Abraham, incarna il ruolo dell'ebreo profetico, biblico, che nella sua persona unisce il passato e il futuro.
«Poi, sulle prime pagine dei giornali, apparve la notizia che la Germania aveva compiuto l'annessione, e la faccia ottusa di Seyss-Inquart fu abbellita dalla notizia della definitiva caduta della città di Vienna. Abraham Singer era seduto accanto alla finestra a guardare gli enormi alberi dei tempi di Maria Teresa che non avevano ancora perso le foglie, e pensava che nessuno avrebbe mai potuto provare quella sensazione, né annotare nei libri di storia il fatto che lui stava seduto accanto alla finestra a guardare gli enormi alberi dei tempi di Maria Teresa mentre passo dopo passo, annessione dopo annessione, la morte gli si avvicinava. Questa morte diventerà moderna proprio come il cappello di Panama. I vecchi ebrei saranno ammazzati, i giovani cacciati in Africa e la nipote di Abraham avrà l'occasione di diventare una vera tedesca, perché non ricorderà mai di essere stata qualcos’altro.»
Un romanzo che sembra un quadro di Chagall. “Ruta Tannenbaum” di Miljenko Jergoviċ
Il nonno Abraham non avrebbe potuto vederlo perché sarebbe morto prima, in tempo per non essere ucciso anche lui. Ruta non sarebbe potuta diventare una tedesca, nonostante avesse la preparazione e anche la disponibilità alla trasformazione, perché è stata inghiottita anche lei nel vuoto della Shoah.
Pubblicato nel 2006, Ruta Tannenbaum nel 2007 è stato insignito del premio Meša Selimoviċ, un premio che in ogni anno viene attribuito al miglior romanzo in Montenegro, Serbia, Bosnia-Erzegovina e Croatia, e da allora è stato tradotto in tutte le principali lingue straniere. È l'undicesima opera tradotta in italiano di Miljenko Jergoviċ, che in Italia haanche ricevuto il premio Grinzane Cavour per il suo Mama Leone.
L'autore è nato nel 1966 a Sarajevo, in Bosnia, e si è trasferito nel 1994 a Zagabria, in Croazia. Romanziere, poeta, traduttore e giornalista molto prolifico, Jergoviċ è stato definito da Paolo Rumiz il nuovo Ivo Andriċ.


Perché leggere questo romanzo? Perché della Zagabria di quell'epoca si sa poco, ancor meno della minoranza ebraica croata. Perché la trama è interessante, sorprendente, i personaggi sono piuttosto ben costruiti, anche se in qualche caso i contorni non sono precisi e le proporzioni non del tutto indovinate. Perché la narrazione fiabesca e la lingua adeguatamente raffinata fanno breccia nel cuore del lettore. Perché la traduttrice pluripremiata, Ljiljana Aviroviċ, anche questa volta ha consegnato alle stampe un lavoro limpido e prezioso.

L'articolo su SUL ROMANZO

mercoledì 27 febbraio 2019

Marina Stepnova, Le donne di Lazar'


TRE DONNE E IL VENTESIMO SECOLO RUSSO

Intervista a Corrado Piazzetta, traduttore di “Le donne di Lazar’” di Marina Stepnova

di  25 febbraio 2019

Copertina di Le donne di Lazar di Marina Stepnova
«Nel 1985 Lidočka compì cinque anni e la sua vita andò a rotoli. Era la prima volta che si incontravano tanto da vicino, Lidočka e la sua vita, e fu per questo che entrambe fissarono nella mente con un’intensità vertiginosa ogni piccolo, salato, umido dettaglio della loro ultima estate felice». Così recita l’incipit folgorante di Le donne di Lazar’ di Marina Stepnova (Voland, 2018)  e la scrittura potente non verrà mai meno nelle più di quattrocento pagine di questo romanzo russo. Attraversa per lungo e per largo il terribile, sanguinario ma anche magnifico ventesimo secolo in cui la Russia prima, e l’Unione Sovietica poi, hanno avuto un ruolo determinante.
Camminiamo nella Storia seguendo le tracce del geniale fisico nucleare di origini ebraiche Lazar’ Lindt nato nel 1900: il suo destino si rispecchia nelle vite di tre donne a lui legate in qualche modo. Tre donne vicine e allo stesso tempo lontane, persino estranee: Marusja, moglie del professore che lo scopre e lo avvia alla carriera di scienziato, una signora trent’anni più grande di Lindt che gli fa da amorevole madre e che lui ama con un amore che va ben al di là di quello filiale; Galina, che sarà costretta a sposarlo giovanissima quando lui è già vecchio; infine Lidočka, la nipote che Lindt non ha mai incontrato. Sono loro le donne del titolo, sono e non sono di Lazar’.
Marusja, la moglie del mentore di Lindt, è la figura cruciale della lunga esistenza di Lazar’. Lei lo accoglie appena diciottenne, fuggito a Mosca dalla provincia probabilmente in seguito a un pogrom, subito dopo la Rivoluzione d’ottobre. Marusja non ha avuto figli e non sperava più di poterne avere, Lindt le regala la maternità che la natura le ha negato e lei lo ricambia con il calore della casa, l’affetto, la bellezza, la cura della sua persona. Marusja è l’icona della donna russa ottocentesca, è sempre prodiga e disponibile, e aiuta donne e bambini privi di mezzi durante la guerra. Lazar’ Lindt cercherà lei in tutte le donne, e per magia Marina Stenova riuscirà a farla rivivere in sua nipote Lidočka.
Galina Petrovna finisce nelle grinfie di Lindt, osannato e onnipotente sessantenne. Con un intrigo la ragazza è catapultata tra le sue braccia da fidanzata di un ragazzo semplice, entrambi senza particolari ambizioni se non quella di realizzare il più banale dei sogni d’amore. Galina è una nuvola rosa, che da un giorno all’altro si trova al centro della nomenklatura, e madre di un bambino che non può amare, perché frutto di una imposizionedi violenza anche se commessa con amore e tenerezza. La ragazza sentimentale diventa un’adulta anaffettiva, dura e calcolatrice, un uccello di paradiso in gabbia. Neppure la nipote di cinque anni, l’orfana di suo figlio, fa breccia nel suo cuore. Non la può abbandonare perché porta il suo stesso cognome, ma se ne prende cura solo con il denaro, che ha in abbondanza.
Perduti i genitori all’età di cinque anni, Lidočka cresce in ambienti elitari disciplinati, colti, ma privi di calore. Può diventare ballerina, ha talento ed è capace di sopportare anche la dura disciplina, ma desidera soltanto affetto, una casa, una famiglia. Tre donne, tre vite, tre periodi storici, un affresco che a tratti ricorda Tolstoj, Nabokov e Ulickaja, ma anche Il dottor Živago di Pasternak.
Le donne di Lazar’ (2011) è il secondo di tre romanzi di Marina Stepnova. Con questo libro si è classificata terza al più prestigioso premio letterario russo – il Bol’šaja kniga – ed è stata finalista fra gli altri ai premi Russkij Booker, Nacional’nyj bestseller e Jasnaja Poljana. Il libro ha ottenuto un ampio consenso di critica, ed è stato tradotto in ventiquattro lingue.

Più del recensore, può raccontare e svelare il libro il suo traduttore, perché il traduttore con esso trascorre a volte anche molti mesi e si immerge in quelle profondità che il lettore semplice raramente può o vuole toccare. Ho avuto l’opportunità di porre qualche domanda al traduttore di questo splendido libro, Corrado Piazzetta, e lui ha risposto volentieri, anche a domande che non riguardano strettamente Le donne di Lazar’, ma possono interessare in generale gli amanti della letteratura russa.
Caro Corrado, sapevo della tua passione per la lingua russa, ti conoscevo però soltanto come abilissima voce italiana di Penelope Lively. Il romanzo monumentale della Stepnova metterebbe in difficoltà anche un traduttore molto preparato e di lungo corso, quindi ti faccio i miei complimenti più sinceri. Com’è caduta la scelta di un esordiente, anche se esperto traduttore in un’altra combinazione linguistica, su questo libro che porta in sé tutte le difficoltà che una traduzione editoriale può rappresentare?
Cara Andrea, innanzitutto ti ringrazio molto dei complimenti. Come dici tu, la lingua e la cultura russe sono sempre state una mia grande passione, nata molto tempo fa quando mi imbattei per puro caso in un corso di russo trasmesso da quello che allora si chiamava Terzo canale (la neonata Rai Tre). Sempre in quegli anni è sbocciato anche l’amore per l’altra mia grande passione linguistica, ovvero l’inglese, che come giustamente ricordi è stato per anni la mia principale lingua di lavoro (e ti ringrazio di aver citato Penelope Lively, autrice che ho amato molto). In tutto questo tempo, però, il mio desiderio di lavorare con scrittori russi non si è mai spento (e, a dire il vero, oltre dieci anni fa ho tradotto per Guanda una serie di microracconti di un giovane autore russo poi finito nel dimenticatoio, per non parlare di La mite di Dostoevskij che mi era stata commissionata da una piccolissima casa editrice fallita poco prima che la mia traduzione vedesse la luce). I miei contatti col mondo editoriale, però, erano prevalentemente con case editrici che non lavorano mai o quasi mai col russo, e quindi ho ritenuto che il miglior modo per trovare nuovi canali fosse quello di presentarsi con una proposta inedita. Tutto ciò per dire che quando ho scoperto l’esistenza di Marina Stepnova, e ho visto che i suoi romanzi non erano ancora approdati in Italia, ho pensato che potesse essere un’autrice interessante da proporre. Come primo approccio, ho scelto Ženščiny Lazarja(titolo originale di Le donne di Lazar’) perché dalle poche righe di sinossi mi sembrava una vicenda che mi sarebbe potuta piacere. E così è stato, il libro mi ha convinto fin da subito, sia per la portata della storia, sia per la costruzione dei personaggi, sia per la lingua sontuosa e duttile di cui l’autrice dispone con grande maestria; lo stile della Stepnova mi ha davvero conquistato, la sua ricchezza, la sottile ironia che pervade l’intero racconto, anche nei momenti più tragici. Mi sembrava un’opera capace di incontrare i gusti di un pubblico più ampio del ristretto numero di addetti ai lavori, oltre che una bella sfida dal punto di vista del mio lavoro di traduttore. Queste le ragioni per cui ho deciso di intraprendere il non facile cammino di ricerca del referente giusto: ho dovuto bussare a un po’ di porte e ho incontrato varie difficoltà (i russi, specialmente se contemporanei, hanno vita più ardua in Italia, per varie ragioni – vuoi perché ritenuti, spesso a torto, poco allettanti per i lettori, vuoi perché sono poche le case editrici con editor che conoscono la lingua, e quindi in grado di revisionare adeguatamente le traduzioni), ma alla fine sono approdato a Voland, che all’inizio non avevo preso in considerazione perché non avevo mai avuto modo di collaborarci prima d’allora. Come ben sai, è un editore piccolo, ma molto attento alla qualità e pronto ad accogliere proposte nuove; oltretutto, come suggerisce il nome stesso, da Voland la letteratura russa è la benvenuta, perciò le donne di Lazar’ hanno finalmente potuto trovare la loro casa italiana.

Marina Stepnova utilizza vari registri, fa molti riferimenti culturali e lavora con un lessico particolarmente ricco. Da traduttore, come hai vissuto tutto questo ben di dio?
Come accennavo prima, è stata una bella sfida. La varietà di registri, la generosità con cui la Stepnova attinge al vasto lessico russo, lo stile spesso fiorito, i gergalismi, i numerosi riferimenti a fatti storici o a figure realmente esistite: tutto questo mi ha dato parecchio filo da torcere. Sono infinitamente grato alla rete per la quantità di fonti a cui consente di accedere con pochi clic, risorsa oramai imprescindibile per i traduttori: poter consultare in un attimo dizionari monolingue di ogni tipo, corpus letterari, esempi vivi di fraseologie, di modi di dire; distinguere citazioni letterarie da creazioni originali dell’autrice; verificare l’esattezza dei riferimenti storici (a onore della Stepnova – e, immagino, della sua redazione –, sempre precisi fin nei minimi dettagli). Tutto ciò non solo ha reso un po’ meno arduo il mio lavoro, ma mi ha permesso di migliorare l’accuratezza della traduzione, di ridurre il margine di dubbio e di lasciare meno spazio alle interpretazioni. E sono infinitamente grato alla stessa Stepnova, con cui sono stato in contatto fin da prima di iniziare il lavoro, e che si è sempre dimostrata più che disponibile a venirmi incontro e a rispondere con una rapidità spesso sorprendente alle mie non poche domande. È stata un’esperienza molto bella anche dal punto di vista umano, perché i nostri scambi mi hanno consentito non soltanto di ottenere un risultato di qualità migliore, ma anche di conoscere una bellissima persona, di trasformare un rapporto di lavoro in amicizia. Forse a questo ha contribuito anche la grande passione della Stepnova per l’Italia (lei e il marito hanno una casa in un paesino della Toscana, dove vengono spesso a trascorrere le vacanze, e infatti proprio in occasione di quest’ultime ferie natalizie abbiamo avuto modo di conoscerci finalmente di persona e di organizzare un paio di presentazioni del romanzo) e la sua gioia per il fatto che il Paese da lei tanto amato abbia finalmente deciso di pubblicarla.

Ti sei affezionato a qualcuno dei personaggi del libro, e se sì, a chi e perché?
Tra i personaggi principali, il mio preferito è senza dubbio Galina Petrovna. È un personaggio tragico, una ragazza che viene strappata alla sua vita e ai suoi sogni per ritrovarsi costretta a vivere accanto a un uomo anziano che detesta, rinchiusa in un mondo elitario fatto di privilegi ma di aridità sentimentale, che nemmeno la nascita di un figlio prima, e l’arrivo inaspettato di una nipotina poi, riescono a scalfire. La conosciamo all’inizio del romanzo già donna matura, algida, insensibile, a modo suo spietata, ma nel corso della storia scopriamo gradualmente la sua vicenda e il suo dramma, cosa che dà al personaggio uno spessore tragico, appunto, e ci fa quasi simpatizzare per lei, nonostante la sua alterigia, gli abiti costosi, i gioielli, i profumi, e la coltre di ghiaccio che le soffoca i sentimenti. Tra i personaggi minori, invece, mi sono rimaste nel cuore due coppie: i bambini Isaak ed El’vira/Elečka, che si incontrano da sfollati nella casa di Čaldonov e Marusja durante la Seconda guerra mondiale, e che poi passeranno insieme il resto della vita (fra l’altro, sono gli unici personaggi del libro ispirati a persone reali: i genitori dell’autrice, infatti, si conobbero in circostanze analoghe a quelle di Isaak ed Elečka ed ebbero una vita coniugale altrettanto lunga), e la coppia degli Carёv, i due giovani ricercatori che Lidočka conosce da adulta in quanto abitano nell’appartamento in cui viveva da piccola con i genitori, prima di rimanere orfana e di finire in casa della nonna Galina Petrovna. Di quest’ultimi ho apprezzato particolarmente quel loro incarnare le migliori qualità dell’intelligencija russa, la loro attenzione alla sostanza più che all’apparenza, il loro calore e il loro gioire per le piccole cose quotidiane: tutte qualità che mi hanno fatto riscoprire parte del motivo per cui mi sono innamorato di quel popolo, e che purtroppo trovo sempre meno negli esponenti di quello stesso popolo, con cui talvolta mi capita di avere a che fare in questi ultimi anni.

Un traduttore ha sempre un quadro piuttosto completo della letteratura della lingua dalla quale traduce, quindi è anche una fonte di consigli letterari. Da intenditore, te la sentiresti di indicarci qualcuno fra gli autori e i titoli russi pubblicati in italiano
Quando si parla di autori russi, il riferimento immediato è ai grandi nomi della letteratura classica – e giustamente, aggiungerei: i giganti dell’Ottocento russo, da Puškin a Tolstoj e a Dostoevskij, come pure maestri del Novecento quali Bulgakov o Pasternak o Solženicyn, rimangono figure imprescindibili, e le loro opere dei capisaldi la cui potenza continua ad affascinare ogni generazione (e, a questo proposito, mi permetto di segnalare la nuova traduzione di due fra i capolavori più iconici dell’Ottocento russo, Anna Karenina e Guerra e pacedi Tolstoj, ritradotti per Einaudi da due valentissime traduttrici, rispettivamente Claudia Zonghetti ed Emanuela Guercetti, nonché la pubblicazione della versione integrale di Il primo cerchio di Solženicyn, tradotto per Voland dall’ottima Denise Silvestri). Ciò non significa, tuttavia, che la letteratura russa contemporanea non offra nomi e opere di qualità: penso, ad esempio, a Zachar Prilepin, o a Ljudmila Ulickaja, o al premio Nobel Svetlana Aleksievič, o a Vladimir Sorokin. Personalità molto diverse fra loro ma di indubbio valore letterario, e che non sempre da noi riescono ad avere l’attenzione e il riconoscimento che meritano. Spero cheil lavoro di noi traduttori e delle case editrici che scelgono di puntare in quella direzione porterà a una sempre maggiore conoscenza dei “nuovi russi” (e uso l’espressione nel suo senso migliore), e spero pure che di questa schiera farà parte anche Marina Stepnova.

Spero che Le donne di Lazar’ sia solo l’inizio di una brillante carriera di traduttore dal russo. Hai già in cantiere qualche novità e qualche titolo che ti piacerebbe tradurre o che ritieni debba comunque essere tradotto in italiano?
Tradurre dal russo, nonostante l’offerta tutt’altro che irrilevante, non è una strada molto agevole, per  i motivi di cui si parlava prima. Comunque sì, ho qualcosa di nuovo in ballo, ma le notizie non sono ancora definitive e quindi, per scaramanzia, preferirei non parlarne. In generale, cerco di tenere gli occhi aperti su quello che arriva dalla Russia, in particolare su opere o autori che propongono visioni alternative, o in ogni caso al di fuori dagli schemi più battuti: credo che, in quest’epoca di nuovi conformismi, sia importante mantenere uno sguardo capace di osservare il mondo da punti di vista trasversali, uno sguardo che sappia rendere la realtà nelle sue infinite sfaccettature, magari anche quelle più scomode, quelle che tendono a essere ignorate se non osteggiate dal discorso ufficiale. Recentemente mi sono imbattuto in un’opera alquanto originale, una “autobiografia” di Gesù Cristo a opera di un autore, Oleg Zobern, che unisce erudizione teologica a uno stile dissacrante e ironico, e ci presenta un Cristo profondamente umano, che con i suoi metodi ben poco ortodossi – e talvolta a un passo dalla blasfemia – si avvicina all’essenza del suo messaggio più di quanto non facciano le narrazioni canoniche. Mi ha molto colpito il fatto che un’opera del genere sia stata pubblicata nella Russia di oggi, dove il peso della religione – e soprattutto della Chiesa – è molto più forte che in passato, e perciò mi piacerebbe che questa voce potesse avere un’eco anche al di fuori dai confini patrii. Se non dovesse andare in porto la proposta cui accennavo prima, potrei considerare questa autobiografia sui generis come una possibile proposta da presentare in giro. Staremo a vedere.
Grazie a Corrado Piazzetta per le tante informazioni preziose e non resta che augurare buona lettura, Le donne di Lazar’ non è un capolavoro, di opere perfette o quasi perfette ce ne sono molto poche, ma è sicuramente una lettura di ottimo livello.

L'articolo su FLANERI'
(Marina Stepnova, Le donne di Lazar’, trad. di Corrado Piazzetta, Voland, 2018, pp. 448, € 20.00)

“Cuori fanatici” di Edoardo Albinati

Un libro che somiglia a una matrjoška. “Cuori fanatici” di Edoardo Albinati

Un libro che somiglia a una matrjoška. “Cuori fanatici” di Edoardo AlbinatiIl vocabolario Treccani definisce fanatico «chi è mosso da passione forte ed esclusiva, da entusiasmo per un'idea, per un partito, o anche semplicemente da simpatia eccessiva verso una determinata persona o da eccessivo zelo nell'esercizio di un'attività”, o “di ciò che rivela fanatismo». A Roma «la parola è usata con senso più generico, attribuita a chiunque nelle sue manifestazioni o nelle sue mansioni si mostri eccessivamente zelante, smanioso, o dia comunque prova di esagerazione in tutto ciò che fa, e anche persona boriosa, che ama mettersi in mostra.» Nel suo nuovo romanzo Cuori fanatici (Rizzoli) Edoardo Albinati, scrittore e sceneggiatore romano e Premio Strega 2016 con La scuola cattolica, presenta in dodici capitoli alcuni archetipi che ben illustrano il lemma. Sono un capannello di personaggi che ruotano intorno a due giovani amici, Nanni e Nico, in un'epoca molto vicina eppure molto lontana, che sono gli anni Ottanta. Prima però Albinati fa dono al lettore di un prologo dedicato alla città meridionale, sottofondo in gran parte dei ritratti e camei più o meno grandi che compongono questo libro, e dall'identità assai facile da scoprire.
Riassumere la trama può essere fuorviante in quanto non può che essere riduttivo. A tratti si ha l'impressione di guardare dentro un caleidoscopio, di apprezzare più le ramificazioni rispetto al filo conduttore, di farsi distrarre dalla maestria della scrittura che incorpora tecniche anche molto diverse fra loro, e di non riuscire a focalizzare i contenuti con la dovuta attenzione. Cuori fanatici ha tante chiavi ed è un'opera che per essere apprezzata appieno richiederebbe più di una lettura. Abbraccia e respinge, esercita una forza magnetica, confonde e chiarisce.
I due protagonisti sono in realtà punti di partenza, più che occupanti a pieno titolo dello spazio narrativo. Sono Nanni Zingone, professore in un liceo romano, e Nico Quell, consulente editoriale, «una specie di cortigiano della letteratura», presso una casa editrice al Nord. Nell'economia del romanzo i loro spazi non sono equamente divisi, non hanno lo stesso peso nella trama, e a volte sono solo un tramite, quasi un pretesto, per parlare di altro e di altri.
Un libro che somiglia a una matrjoška. “Cuori fanatici” di Edoardo Albinati
Nanni ci viene presentato subito come un fanatico dell'insegnamento: «...la loro parata d'istinto era frutto dell'addestramento condotto da Zingone sotto forma di impietosa pioggia di stimoli, una tormenta dell'attenzione che si placava solo al suono della campanella. Sopravvivere a una di quelle lezioni voleva dire aver qualcosa da rimarginare. I superstiti si riscuotevano e contavano le ferite e ne andavano un po' orgogliosi.»
Nico invece è figlio di un ambasciatore gambizzato, perché quelli erano anche gli anni di piombo, del fanatismo del tipo devastante. A suo modo è fanatico anche l'ambasciatore Quell: «L'orgoglio, la tenacia, forse la sua stessa insensibilità ebbero la meglio sulla sofferenza e isolarono Quell dal consesso umano.» Quell è anche lo strumento del narratore per tirare le somme del terrorismo, in questo caso di “sinistra”:
«Nei ragionamenti che ruminava per spiegarsi il perché fosse finito proprio lui nel mirino, Quell non si sognava di entrare nel merito dell'ideologia in nome della quale gli veniva sparato: gli sembrava irrilevante, ingenua, fondamentalmente immeritevole di essere considerata o analizzata, così come non si presta troppa attenzione ai vaneggiamenti di un barbone o al gioco di bambini che si contendono tappi di bottiglia come fossero un tesoro. Strategie illusorie e violente poste al servizio di ideali strampalati e anacronistici. In Europa, il comunismo si avviava al tramonto nei suoi regimi pomposi e truculenti, e nei Paesi dove non era riuscito ad affermarsi con l'appoggio dei carri armati, qualcuno pensava davvero di realizzarlo grazie a qualche squadra di ex operai e studenti fuori corso surriscaldati dalla mitologia dell'insurrezione?… Il fanatismo che viene dal popolo o afferma di agire nel nome del popolo ha il potere di risvegliarne uno di segno opposto, forse ancora più tenace e implacabile, cioè il fanatismo snobistico, e questo in fondo era Quell, un fanatico, sì anche lui lo era, esattamente come quelli che gli avevano sparato.»

Un colpo al cuore è il paragrafo che con poche parole incisive ricapitola l'epoca:
«L'idolo dei mediocri non era ancora il mediocre. Ancora i mediocri sognavano, e sognavano di non essere più mediocri, e almeno in alcuni momenti della loro esistenza poteva accadere loro di essere integri e liberi come l'aria e il sole. Era l'epoca stessa a permetterlo. Era un'epoca radicale e fanatica durante la quale nessuno si accontentava di quello che era, nessuno era soddisfatto di quello che faceva o del modo in cui lo faceva. Bisognava andare oltre e afferrare la pienezza.»

Con la figura del “professor” Berio l'autore presenta l'intellettuale velleitario, ossia il fanatismo di chi non riconosce altro valore al di fuori di una branca della cultura e della propria visione. Un a tipologia piuttosto diffusa, e l'attenzione dedicata rende il libro anche una sorta di manuale sugli intellettuali rivolto agli intellettuali. Berio è la figura centrale in due capitoli, con tanto di sproloquio provocativo che rievoca bene anche il clima dell'epoca. Cede poi il passo a Lenia, sua figlia, che è il suo contraltare, e che sfiorerà Nico nutrendo qualche esile speranza per i due.
Un libro che somiglia a una matrjoška. “Cuori fanatici” di Edoardo Albinati
Un lungo capitolo è dedicato alla famiglia di Nanni, a sua moglie Costanza e alle tre figlie. Il titolo Capelli evoca un rito introdotto da lui, quello del taglio e della spazzolatura dei capelli delle figlie, pregno di gesti che seguono l'individualità delle bambine. Nanni è un fanatico dell'amore per la moglie e per le figlie, Costanza invece combatte strenuamente per conservare un proprio spazio inaccessibile alla famiglia, dove coltivare anche l'adulterio. Asciutte anamnesi si alternano a righe poetiche come queste:
«... i fili per stendere brillavano contro il cielo, non regolari, non dritti e precisi come righe di pentagramma tra un albero e l'altro, ma disegnando nell'aria rigide onde e gobbe, lungo cui erano disposte le macchie colorate delle mollette: il verde, il giallo, il celeste, giallo-rosso, giallo-celeste-giallo, secondo pure frequenze ottiche.»

Non manca un inciso sferzante dello scrittore sugli scrittori:
«È un tratto antico dello scrittore italiano: anche scrivendo un sonetto sul cane di casa, è certo di aver dato una mano a migliorare il mondo, di aver sfamato i poveri, accelerato la rivoluzione dei giusti, dato uno scrollone al regime marcio. Ogni volta che afferra la penna per buttar giù una storiella, pretende che gli altri ci vedano il suo impegno per la soluzione del problema della vita.»

Il capitolo centrale è l'anello di congiunzione fra terroristi e vittime, che a volte sono gli stessi terroristi. La piramide narrativa arriva così a compimento, il lettore tiene ormai in mano le fila della trama. Con la figura implacabile della terrorista, che non può che essere malata di fanatismo, Albinati, capace di descrizioni e ritratti lunghi e molto dettagliati, qui ci insegna come anche con una sola frase lapidaria – «Alessandra decise che si faceva prima a sparare qualcuno» – si possano centrare azione e personaggio. Questo capitolo ospita anche il primo dialogo del libro, tanto indimenticabile quanto raccapricciante.

In Cuori fanatici una storia tira l'altra, qualcuna è tragica, quella che si svolge nella città meridionale alla confluenza dei due fiumi addirittura epica, altre contorte, improntate sull'ironia, sul cinismo, sul grottesco o sull'ingenuità. L'interno di ciascuna nasconde sempre qualcos'altro, e il libro ricorda una matrjoška lavorata nei minimi dettagli. Ognuna veicola anche la visione di un segmento, un'opinione, un approccio, una presa di posizione. Albinati presenta il ritratto di un'epoca, di una serie di personaggi fanatici che in quell'epoca hanno vissuto il loro fanatismo nei modi descritti, ma che in altre epoche sarebbero stati sempre fanatici, perché possessori di cuori fanatici, caso mai in forme diverse.
Un libro non difficile da leggere ma non facile da afferrare, che non delude le aspettative di chi ha letto La scuola cattolica.

L'articolo SUL ROMANZO

mercoledì 20 febbraio 2019

Sopravvivere a orrori e privazioni. “Una storia ungherese” di Margherita Loy

Come tutti gli espatriati, anch'io aguzzo la vista quando da qualche parte vedo scritta la parola che definisce le mie origini, quindi nella fattispecie “ungherese”; figurarsi se è addirittura stampata nel titolo sulla copertina di un libro. Una storia ungherese è un titolo dall'indubbio fascino, anche se la curiosità è immancabilmente accompagnata da perplessità: quanto sarà credibile, autentica, veramente ungherese, questa storia? Dopo poche righe arrivano già due sorprese molto gradite: Kinga, la ventenne protagonista, scrive il suo diario che è la costola del romanzo, in via Attila, ai piedi del quartiere della Fortezza che l'autrice, Margherita Loy, lascia in originale, ossia Vár, e il periodo descritto è l'assedio cinto dall'Armata Rossa intorno alla Budapest occupata dai tedeschi, cioè l'inizio del 1945, e i mesi successivi alla liberazione prima della capitale, poi di tutta l'Ungheria. Il caso ha voluto che il quartiere fosse della mia infanzia e gioventù, e l'arco di tempo è estremamente interessante perché per motivi di opportunità politica non è mai stato elaborato a sufficienza nella letteratura ungherese.
Kinga è figlia di un pittore friulano e di una magiara discendente della nobiltà di provincia. Anni prima il padre aveva abbandonato lei, sua madre e suo fratello, ed era tornato in Friuli. Per sopravvivere, i tre rimasti a Budapest sono andati a stare per un anno e mezzo dalla nonna materna nella contea di Szabolcs, al confine con l'Ucraina. Entrati in possesso di mezzi finanziari, i tre tornano a Budapest dove presto scoppia la guerra. Il passato e il presente scorrono in parallelo nel diario che Kinga scrive in italiano durante l'avanzata dell'Armata Rossa verso Budapest, l'occupazione della città, e i primi mesi di libertà che vedono i tre trasferirsi in Friuli. Non è una riunificazione della famiglia perché il padre di Kinga non è più in vita, ma la fuga dalla città distrutta e dalle tragedie personali che solo cambiando paese sperano di poter lasciare definitivamente alle spalle. Il primo capitolo si conclude con la sistemazione dei protagonisti, e il secondo capitolo, quasi un prologo per lunghezza e per densità, annoda i fili. Chiude una sorprendente e funzionale postfazione in cui l'autrice, di origine romana, figlia della scrittrice Rosetta Loy, a sua volta scrittrice di libri per l'infanzia e qui agli esordi come romanziera, racconta la genesi del romanzo.
Sopravvivere a orrori e privazioni. “Una storia ungherese” di Margherita Loy
Kinga scrive il diario per sopravvivere agli orrori e alle privazioni che anche i civili sono costretti ad affrontare. Nelle giornate disperate si rifugia nei ricordi dei tempi della dimora di campagna della nonna a Zsurk, dove si era innamorata di un giovane ebreo. Quando non vi è più nutrimento per la bocca si nutre del ricordo della complicità affettuosa con la nonna e dei momenti di una felicità mai conosciuta prima e che vedremo non potrà assaporare mai più. Ho scelto di non svelare null'altro della trama per non compromettere il piacere della lettura, per non rovinare le scoperte che il romanzo ha in serbo per il lettore.
Sopravvivere a orrori e privazioni. “Una storia ungherese” di Margherita Loy

Margherita Loy porta avanti la trama con rigorosa precisione e una scrittura potente resa credibile e convincente dalla ricchezza dei dettagli che rispondono a domande anche molto difficili. Con poche eccezioni noi, lettori dell'Italia odierna, abbiamo avuto l'immensa fortuna di non essere stati toccati da guerre, quindi se non siamo costretti non ci riflettiamo sopra e meno che mai ci immedesimiamo, eppure la pace, la democrazia si apprezzano molto di più se si è consapevoli delle conseguenze del contrarioUna storia ungherese (pubblicato da Edizioni di Atlantide) non è quindi solo un buon romanzo con una bella trama, ma è anche dispensatore di verità storiche da tener presente, oggi più che mai, in Ungheria e altrove.
Sopravvivere a orrori e privazioni. “Una storia ungherese” di Margherita Loy


Da ungherese ho letto questo libro con un certo stupore dovuto innanzitutto al coraggio di Margherita Loy: di solito la nostra lingua neppure indoeuropea ma ugro-finnica spaventa, e la nostra storia complessa non si presta a facili interpretazioni. Scrivere Una storia ungherese non poteva che essere stata un'impresa davvero ardua e molto impegnativa, che la scrittrice ha assolto bene. Da madrelingua e oriunda della zona di Vàr ho rilevato pochi errori e tutti veniali, che certamente non disturbano né fuorviano il lettore italiano. Quindi non mi rimane che fare i complimenti e ringraziare Margherita Loy per le ore liete trascorse con Una storia ungherese.
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venerdì 18 gennaio 2019

Finalmente un'opera in italiano di Melchior Lengyel

Finalmente un'opera in italiano di Melchior Lengyel

Il 12 gennaio è una data fortunata per la drammaturgia ungherese e non solo: in questo giorno, nel 1878, vide la luce Ferenc Neumann, dalla maggiore età Ferenc Molnár (1878-1952), probabilmente il letterato ungherese più famoso grazie al suo intramontabile romanzo I ragazzi di via Pál, ma soprattutto alle sue pièce teatrali come Liliom, in cartellone da decenni in molti teatri in tutto il mondo. Due anni dopo, sempre il 12 gennaio, nacque Menyhért Lebovics (1880-1974), divenuto celebre con il nome Melchior Lengyel, autore di prosa ma anche drammaturgo e sceneggiatore, cui dobbiamo la paternità del Mandarino meraviglioso, uno dei caposaldi del balletto moderno con la musica di Béla Bartók, e di alcuni capolavori cinematografici di Hollywood fra le due guerre, tra cui Ninotchka, realizzati con i registi e gli autori più in voga come Otto Preminger, Ernst Lubitsch, Gregory Peck, Greta Garbo, Marlene Dietrich, solo per citarne alcuni.
Pur avendo vissuto a Roma per oltre un decennio – nel 1963 gli viene conferito il Grand Prix –, Melchior Lengyel rimane pressoché sconosciuto al pubblico italiano, mentre è ben nota la sua discendenza italiana: sua figlia Anna (1922-2015) era sposata all'economista, politico e accademico Manlio Rossi-Doria, quindi Marco Rossi-Doria, il maestro di strada nonché politico, è suo nipote.

Finalmente in italiano un’opera di Melchior Lengyel
Pochi mesi fa la casa editrice Aracne, con la collaborazione di Nina Di Majo, regista, attrice e sceneggiatrice italiana, ha dato alle stampe la commedia in tre atti di Lengyel intitolata Beniamino e le cose dell'altro mondo, tuttora inedita in ungherese (titolo originale: Benjámin, avagy a másik világ dolgai), che però secondo il catalogo OPAC era stata rappresentata già al Teatro Argentina di Roma nel 1930. La traduzione italiana è della moglie dell'autore, Lidia Lengyel nata Gerő, e il testo è stato curato da Nina Di Majo che ha arricchito il volume della sua nota informativa, seguita dalla nota sull'autore di Marco Monreale.
Finalmente in italiano un’opera di Melchior Lengyel
Una commedia sofisticata, un triangolo amoroso che un po' per volta si trasforma in un quadrangolo, con sullo sfondo rari cenni ma molto amari, critici, alla situazione politica ungherese del momento, che vede il cancelliere Dollfuss allearsi con l'ammiraglio Horthy, capo del governo ungherese filofascista. Questo particolare sul piano cronologico colloca la pièce fra il 1932 e il 1934, più tardi rispetto alla data della prima rappresentazione italiana, quindi si suppone che sia un'aggiunta successiva.La trama, ambientata fra Budapest, un treno che trasporta i protagonisti su lidi sereni e  località in voga, riserva poche sorprese ma è raccontata con garbo e con una buona dose di conoscenza dell'animo umano. I dialoghi sono plastici al punto che il lettore ha la sensazione di assistere a uno spettacolo teatrale, e questo libretto è infatti una provocazione, un invito a portare la commedia in scena.
Finalmente in italiano un’opera di Melchior Lengyel
Far conoscere questo pezzo di Lengyel è un'operazione indubbiamente positiva, che però lascia un pizzico di amaro in bocca a quelli che conoscono la sua vasta e interessante produzione. Questa non è la sua commedia migliore, e nasce dunque spontaneamente la nostalgia, il senso di mancanza di altre sue opere che sfortunatamente non sono reperibili in italiano, e potrebbero invece essere portate in scena.


Concludo quindi ringraziando per questo grazioso libretto, nella speranza di poter vedere tradotte e vedere nei teatri altre pièce di Melchior Lengyel, che era uno dei protagonisti di un'epoca indimenticabile nella storia del teatro e del cinema. Se poi si potesse leggere in italiano anche il romanzo sulla sua vita, l'autobiografico Életem regénye (Libro della mia vita), un'impareggiabile testimonianza storica e culturale...

mercoledì 28 novembre 2018

Roberta Gado ci racconta "Piano D" di Simon Urban

Parola ai traduttori. Roberta Gado ci racconta “Piano D” di Simon Urban

Parola ai traduttori. Roberta Gado ci racconta “Piano D” di Simon UrbanTraduttrice dal tedesco di venticinque titoli e innumerevoli estratti per Keller, Voland, Viceversa Letteratura, BCD, Meridiano Zero, Ponte alle Grazie e Casagrande, insignita del Premio italo-tedesco per la traduzione letteraria, Roberta Gado è un’autentica mediatrice linguistica e culturale. Collabora con le principali fondazioni svizzere e il Babel Festival, co-dirige il Centro per la traduzione della prestigiosa Fiera del Libro di Lipsia, città in cui vive da alcuni anni con la famiglia, senza perdere di vista la letteratura italiana che patrocina presentando autori italiani in Germania in italiano e in tedesco. Laureata in Filosofia, Roberta Gado ha imparato il mestiere di traduttrice da autodidatta, diventando anche docente di corsi universitari di traduzione dal tedesco.
«Altro che Riunificazione! La DDR ha tentato la Rianimazione e ce l’ha fatta. Come, lo racconta il pubblicitario Simon Urban in un giallo geniale per inventiva e profondità d’analisi. Una traduzione difficile e (almeno per me) divertentissima. Ci ho aggiunto in calce un glossario dei termini più esotici, chissà se è utile: fatemelo sapere!»Roberta presenta sul suo sito con queste parole una delle sue ultime fatiche, Piano D di Simon Urban (pubblicato da Keller). Parole che hanno svegliato in me la curiosità per il libro che ho trovato affascinante, e il desiderio di sapere di più della traduzione e della traduttrice. Roberta si è subito dichiarata disponibile e mi ha fatto avere le sue risposte con congruo anticipo rispetto al termine stabilito. Più tedesca dei tedeschi, direbbe qualcuno.

Piano D di Simon Urban è stato un caso letterario in Germania, meritatamente, perché unisce il dilettevole all'istruttivo e ha il pregio dell'ottima scrittura. Può raccontarci com'è arrivato in Italia?
È una storia lontana, la racconto al passato remoto. Ricevetti Plan D prima che uscisse in libreria in Germania, nel 2011: la responsabile dei diritti dell'editore Schöffling, Kathrin Scheel, me lo aveva mandato immaginando che mi sarebbe piaciuto e sperando che lo proponessi in Italia. Quella volta però l’editor di una grande casa editrice mi precedette: si innamorò subito del libro e io appresi a partita ormai chiusa che lo avrebbe pubblicato Mondadori. Segnalai interesse spiegando la mia competenza in materia, mi proposero una prova di traduzione che discussi con Helena Janeczek, ai tempi addetta alla germanistica. Ricordo ancora benissimo la telefonata in cui mi fece pelo e contropelo sulla traduzione – fu una discussione preziosissima – e poi mi assegnò il lavoro.
Ancora non sapevo che lo avrei svolto nell'anno più micidiale della mia vita, tra divorzio, trasloco internazionale, inserimento delle mie figlie nelle scuole tedesche e cancro del nuovo compagno. Ricordo una sera in cui ero così stanca che il libro mi cadde nella vasca da bagno e si trasformò in un coso ondulato ingestibile che decisi di tenere a futura memoria. Ma consegnai puntualmente – detesto chiedere proroghe, preferisco concordare una scadenza congrua dall’inizio o rifiutare il lavoro in favore di altri –, la revisione andò a meraviglia, il pagamento arrivò puntualissimo, tutto bene. Se non che il libro, Piano D, non uscì e se ne persero le tracce; nel frattempo l’editor che lo aveva fatto acquistare aveva cambiato posto e addio. Ma con tutta la fatica che mi era costato – ricordavo troppo bene lo stato post-avvocato-e-pre-chemio in cui mi ero messa al computer certe mattine –, non ero disposta a darlo per perso. Provai a convincere l’ufficio legale di Mondadori a restituirmi i diritti sulla (mia...) traduzione, dato che erano decorsi i termini del contratto tra gli editori e Schöffling aveva ritirato la licenza a pubblicare il libro: invano. Mondadori si dichiarò però disposta – salto volutamente un paio di passaggi – a vendere la traduzione a un altro editore. Un amico come Roberto Keller si dichiarò subito disposto a prenderla: e così nel 2017 mi sono ritrovata a rivedere a distanza di anni una mia traduzione come se fosse di un’altra, è stata un’esperienza interessante.
Parola ai traduttori. Roberta Gado ci racconta “Piano D” di Simon Urban
Ha conosciuto anche Simon Urban, l'autore? Ce lo può presentare?
In tutti questi anni sono stata in contatto sia con Schöffling sia con gli altri traduttori del libro – che nel frattempo avevano pubblicato la loro versione e facevano il tifo per me – sia naturalmente con Simon Urban, il tifoso più paziente e accanito. Abbiamo diverse cose in comune: entrambi siamo appassionati di DDR pur venendo da fuori – lui è cresciuto nell'Ovest della Germania e io in Italia, credo di capire bene il suo sguardo sul Paese e la sua storia, le intenzioni che sottende –, entrambi siamo arrivati alla letteratura attraverso un altro tipo di scrittura, quella pubblicitaria. Amiamo i giochi di parole, la storia (anche) come storia di prodotti, destino di marchi e idee commerciali. Ricordo un periodo in cui ci mandavamo foto a slogan che trovavamo geniali, ci scambiavamo idee su come ricreare certi effetti. Non siamo ancora mai riusciti a incontrarci di persona, ma abbiamo un ottimo rapporto. Lui adora le graphic novel ed è stato felicissimo di vedere i disegni di Roberto Abbiati negli interni di copertina, ha voluto subito anche le cartoline che abbiamo dedicato ai personaggi del libro.
Parola ai traduttori. Roberta Gado ci racconta “Piano D” di Simon Urban
Il libro è il felice incrocio di un crime novel e un romanzo sociale, divertente, ironico, che a tratti sconfina nella satira. Che cosa l’ha convinta di più in Piano D? Qual è il personaggio che secondo lei ha colpito più degli altri nel segno?
L'idea alla base del libro, declinata anche in chiave economica e "corredata di accessori", mi è parsa subito divertente e più profonda di tante analisi socio-economiche classiche. Questa idea è poi sviluppata in una lingua ricchissima, con una voce letteraria ben precisa e mai piatta, diversa dallo stile un po' stereotipo di certi gialli e distopie. Simon Urban si diverte a ogni invenzione senza perdere di vista la profondità e la prospettiva, e come me ama le trame avvincenti. A differenza di lui io però non amo i libri lunghi, e quando un romanzo supera le trecento pagine penso automaticamente a dove si sarebbe potuto economizzare, forse perché sono una lettrice paziente ma lentissima. Dunque se fossi stata l'editor dell'originale avrei proposto di sacrificare qualche pagina, ma per il resto lo considero un libro molto riuscito, intelligente, brillante.
Quanto ai personaggi, trovo ben congegnata la combinazione tra l'agente dell'Est (Wegener), l'agente dell'Ovest (Brendel) e un commissario della vecchia scuola come Früchtl; immagino che aiuti anche le lettrici e i lettori italiani a orientarsi nel panorama Est-Ovest tra ideali comunisti, socialismo reale e capitalismo stramaturo, anzi marcio.
Parola ai traduttori. Roberta Gado ci racconta “Piano D” di Simon Urban

Parola ai traduttori. Roberta Gado ci racconta “Piano D” di Simon Urban
Il lettore italiano medio ha scarsa confidenza con il mondo che rappresentava la DDR, la Germania dell'Est, e difatti lei gli è venuta in soccorso anche con un glossario molto utile in fondo al libro. Ci sono dei momenti, dei passaggi nel libro in cui ha temuto di non riuscire ad accorciare abbastanza la distanza fra il lettore e il testo originale?
Il problema mi è stato presente da subito, con l'aggravante che temevo di non saper valutare bene l'entità di questa distanza, visto che coltivo un rapporto personale e familiare intenso con la DDR da venticinque anni: ho imparato il tedesco nell'ex Germania dell'Est, ho sposato in successione due tedeschi dell'Est e dunque tutta la mia vita adulta – me ne rendo conto adesso scrivendolo! – gravita intorno a certi temi. In questo senso è stata una buona prova del nove rivedere la traduzione a sette anni di distanza, tutti trascorsi in Germania con l'intento di “integrarsi” e di restare, considerando che avevo scritto la prima versione ancora imbevuta di Italia, appena tornata nella Germania orientale dopo diversi anni di assenza: mi ha stupito constatare la tendenza a spiegare di più nel 2018 che nel 2011, come se conoscere sempre meglio la DDR accentuasse la convinzione che "un italiano non può capire": invece sì che può, sono temi universali, continuo a ripetere a me stessa, fa parte del mio compito, e mi sono fidata dei lettori.
Nelle mie intenzioni il glossario non ha tanto la funzione di spiegare termini altrimenti incomprensibili, quanto di offrire un livello di lettura in più, un approfondimento per chi lo desidera. Non va dimenticato che il Muro è caduto ormai tanti anni fa e che anche i lettori tedeschi dai venti ai quarant'anni, soprattutto se cresciuti all'Ovest, sono privi dei riferimenti necessari a capire tutto – ma molto si intuisce e forse è sufficiente.
Uno dei problemi-chiave della traduzione è che, trattandosi di un'ucronia, molti termini e giochi di parole non ricalcano realtà esistenti e dunque ricercabili, ma sono costruiti sulla loro versione distopica che, in quanto inesistente al di fuori del romanzo, il lettore curioso non può trovare su internet. Il personaggio di turno, per esempio, non fa battute sul KaDeWe, acronimo di Kaufhaus des Westens, ovvero i grandi magazzini simbolo dell'opulenza occidentale visibili da Berlino Est, ma sul KaDeO, l'equivalente orientale (Kaufhaus des Ostens) che esiste solo nella DDR "rianimata" di Piano D: per capire le battute al lettore italiano manca un passaggio, se non due. Però la prima cosa che impara un'adattatrice pubblicitaria è: vietato spiegare le battute in traduzione perché non fanno ridere. Bella sfida, no?
Parola ai traduttori. Roberta Gado ci racconta “Piano D” di Simon Urban
Per concludere ci piacerebbe sapere cosa ne pensa della situazione della letteratura tedesca contemporanea tradotta in italiano: è ben rappresentata, oppure ci sono autori importanti, eppure assenti dagli scaffali italiani?
Mancano diversi autori importanti, ma soprattutto molte delle opere esistenti non ricevono adeguata diffusione tra lettori e studenti universitari (diversi dei quali stentano a leggere un libro tedesco in lingua originale). Il programma dell'editore Keller in questo senso è notevole e nei prossimi anni si arricchirà di voci fondamentali, come quella di Wolfgang Hilbig, per restare in tema di DDR.

Per la seconda foto, copyright: Marika Brusorio.
Le foto da n. 3 a n. 5 sono disegni di Roberto Abbiati e raffigurano tre personaggi del libro, rispettivamente Wengener, Hoffmann e Karolina.

L'articolo sul sito di Sul Romanzo