domenica 12 aprile 2020

Intervista a Silvia Cuttin

«AVEVA FATTO COME FIUME: AVEVA ACCOLTO IL MALE DENTRO DI SÉ E NON L’AVEVA RESTITUITO»


Intervista a Silvia Cuttin

di  9 aprile 2020

copertina di il vento degli altri di silvia cuttin
Il termine città-stato viene immancabilmente associato all’antica Grecia, ad Atene, a Sparta, o in tempi moderni al Vaticano o a Singapore. A pochi viene in mente che una novantina d’anni fa esisteva una città che apparteneva alla Corona d’Ungheria ma godeva di uno status autonomo riconosciuto dalle grandi potenze europee: Rijeka, o Fiume, nel golfo del Carnaro, annessa dagli Asburgo nel 1466. È sempre stata una città cosmopolita, dove il mondo latino rappresentato dagli italiani si incontrava con il mondo panslavo dei croati e sloveni, con la cultura germanica degli austriaci, e con lo stato emotivo siamo un’isola degli ungheresi. E in più c’è il mare, che stimola la sensazione di vicinanza al mondo intero. Una città di mille colori, la Mitteleuropa in miniatura. Un corpus separatum nell’Impero che nel Settecento diventa porto libero, acquisisce autonomia commerciale, e viene annesso al Regno d’Ungheria. Nel 1848, per un ventennio, diventa croato per tornare, nel 1868, alla corona ungherese. È l’unico porto, l’unico sbocco al mare dell’Ungheria, e sotto l’amministrazione ungherese si dota di importanti strutture produttive.
Fiume/Rijeka era anche una città laica, lo dimostra il numero esiguo di chiese. Una città in cui convivevano pacificamente cattolici, protestanti, greco-ortodossi ed ebrei, immigrati prevalentemente dai territori del Regno d’Ungheria. Verso la fine dell’Ottocento molti parlavano quattro lingue: l’italiano, il croato, il tedesco e l’ungherese. La società fiumana era aperta, e anche le donne godevano di una certa libertà inconsueta altrove.
Nel 1918 si dissolve la monarchia Austro-Ungarica e il destino di Fiume diventa incerto. La sua appartenenza diviene una questione complessa e discussa fra italiani e croati. Gabriele D’Annunzio lancia l’impresa volta a occupare la città, ed è questo il capitolo di storia fiumana che dà l’inizio al romanzo di Silvia Cuttin, Il vento degli altri (Pendragon, 2017) una lettura che rappresenta un ottimo modo per accostarsi alla città capitale europea della cultura 2020, oggi ufficialmente Rijeka, e porto principale della Croazia indipendente.
Anche se non è strettamente collegato con il libro, da ungherese non posso non dedicare due parole anche alla funzione fondamentale che la città di Fiume ha avuto negli scambi letterari fra italiani e ungheresi. Si forma in questa città la prima generazione di intellettuali bilingui italo-ungheresi cui deve molto la letteratura di entrambe le lingue. Alla simbiosi della cultura italiana con quella ungherese a Fiume si deve la grande fortuna della letteratura ungherese in Italia fra le due guerre mondiali, quando decine di romanzi diventano bestseller nelle librerie italiane, grazie all’instancabile lavoro di traduttori, appunto, fiumani. Il primo grande successo italiano delle opere di Sándor Márai risale proprio a quest’epoca ed è attribuibile a questo contesto.
Con Il vento degli altri la bolognese Silvia Cuttin, di origini disparate compresa quella fiumana, già autrice di due titoli e forte di esperienze lavorative che richiedono una buona padronanza della scrittura, erge un monumento all’identità irriducibile di una città chiave della storia del Novecento. Silvia Cuttin si definisce una tessitrice che scrive storie con innumerevoli fili, e difatti ne tiene ben tesi diversi anche in questo romanzo che abbraccia un secolo di storia fiumana, quindi europea. Un’opera solida che mette a frutto un notevole impegno preparatorio e matura con le pagine. Dopo un inizio inibito, la trama e la scrittura si irrobustiscono, con lo scorrere delle pagine cresce il coinvolgimento, i personaggi e l’ambientazione acquisiscono peso e solidità. Il filo conduttore è la vicenda di Elena aspirante cantante lirica che per la prima volta incontriamo bambina, e la accompagniamo fino al termine della sua lunga esistenza avventurosa eppure statica perché interamente trascorsa nella sua città natale. «Aveva vissuto anni bellissimi e, allo stesso tempo, terribili: la storia di quei luoghi di confine era stata particolarmente dura e dolorosa. E ancora guerra, dopo, quella che c’era stata qualche anno prima che aveva influito anche su Fiume, con gli ennesimi spostamenti di popolazione. Ma Elena, di quella guerra recente, non aveva voluto sapere, la sua vita era già stata troppo piena così».
La lettura del romanzo ha stimolato alcune curiosità che hanno assunto la forma di domande, che Silvia Cuttin ha accolto, e le sue risposte sono tutte fuorché scontate:

Nei due capitoli intitolati Note al testo e Ringraziamenti e riconoscimenti, il lettore può farsi un’idea di massima del tuoi legami con la città di Fiume, ma credo che dietro ci sia una storia ricca di elementi interessanti.  Puoi svelarne qualcuno, come le ragioni per cui i tuoi avi scelsero Fiume e perché decisero di andarsene?
Le mie origini fiumane sono legate alla famiglia materna, sebbene abbia avuto qualche lontano avo di quelle zone anche per parte di padre. I nonni materni si sono sposati a Fiume nel 1925 e dopo qualche anno si sono trasferiti a Trieste; hanno dunque vissuto l’esodo solo attraverso i loro familiari, quasi tutti rimasti in quella città. Da quel che so, la famiglia di mia nonna era mista: fiumana di lingua italiana come la maggioranza della popolazione di allora, cognomi tipicamente italiani, anche se sembra che la bisnonna fosse croata. Mia nonna aveva frequentato le scuole ungheresi, conservo un libretto bilingue con la composizione delle classi. Era cattolica e per sposare mio nonno si era convertita all’ebraismo. Aveva dieci fratelli, che rimasero a Fiume. Non so molto di loro, in famiglia si è sempre parlato poco di quella parte di storie tragiche. Nel 1945 riuscirono a fuggire tutti, ad eccezione di sua madre e di due fratelli che non fecero in tempo: furono arrestati dai titini e uccisi in carcere. Erano fascisti? Può essere, sicuramente erano benestanti, possedevano una villetta con giardino, sono andata a vederla in una delle mie recenti peregrinazioni a Fiume. Ora ci abitano diverse famiglie, ho guardato i campanelli, c’è pure un B&B. Ho avuto per un attimo la curiosità di ricostruire come li avessero avuti, quegli appartamenti. In realtà, anche se si potesse, non vorrei sapere. Come non pensare al bellissimo film Ida (del regista Pawel Pawlikowski, ambientato in Polonia), che racconta di persone che hanno colto l’occasione di una situazione orribile per stare meglio, anche se a danno di altri. Un esempio mutuabile ad altri contesti e che, in maniera diversa, credo si sia verificato anche a Fiume. Di fatto, non tanto e non solo una questione etnica, quanto economica.
La famiglia di mio nonno materno, invece, era arrivata a Fiume nel 1913 dalla Transilvania ungherese. Il mio bisnonno era panettiere al servizio delle Regie Ferrovie ungheresi e si spostava lungo le direttrici della costruzione delle linee ferroviarie. Per questo motivo i suoi dieci figli erano nati ognuno in un villaggio diverso. Nell’ultimo paese in cui si erano fermati facevano la fame, si trasferirono così a Fiume. In famiglia si dice che da lì volessero emigrare per gli Stati Uniti, sta di fatto che in quella città si stabilirono. Lì si trovava lavoro e c’era molta più tolleranza verso gli ebrei che nell’Ungheria rurale. Erano ebrei ortodossi, i bisnonni continuarono a parlare in yiddish anche a Fiume, oltre che a mangiare borsht e cetrioli in salamoia. La comunità ebraica ortodossa era numerosa, c’erano addirittura due comunità e due sinagoghe distinte, una Neolog e l’altra ortodossa.
Nel 1938 agli ebrei di quelle zone, a differenza che nel resto d’Italia, venne ritirata la cittadinanza italiana, divennero apolidi oppure stranieri, a seconda dei diversi casi burocratici. Nel 1940, quando l’Italia entrò in guerra, tutti i maschi di età compresa tra 18 e 60 anni vennero mandati in campi di internamento fascisti nel Sud Italia in quanto ebrei stranieri/apolidi. Forse fu per quello che, pur non in maniera facile, i fratelli di mio nonno si salvarono. Nel 1943 la Germania annesse (a differenza del resto d’Italia che fu occupato) il Trentino, parte della Venezia Giulia e Fiume, Istria e Dalmazia. A Fiume di ebrei ce ne erano ormai pochi: tra questi i miei bisnonni insieme con una delle figlie rimasta con loro per accudirli. Furono presi dai nazisti e deportati ad Auschwitz; non si sa se siano mai arrivati o se siano morti prima, già alla Risiera di San Sabba o in treno: avevano ottant’anni.
Finita la guerra o poco dopo nella Fiume occupata dall’esercito di Tito, della mia famiglia non era rimasto nessuno e nessuno di loro, ovviamente, tornò. Se non mia nonna che un paio di volte andò a cercare la madre e i fratelli “spariti”, senza ottenere nessuna informazione se non l’avvertimento di non tornare più altrimenti l’avrebbero arrestata. Un piccolo racconto che ho inserito, romanzandolo, in Il vento degli altri.
Tornando alla domanda, non si è trattato di decisioni prese ma di fatalità dovute ai conflitti intrecciati che si ebbero in quelle zone in periodo di guerra e prima a causa delle leggi razziali: chi perse la vita, chi perse tutto quello che aveva a fatica costruito. Sei dei ragazzi ebrei emigrarono negli Stati Uniti e non tornarono, i loro genitori rimasero in Italia dove dal 1943 erano stati nascosti. Gli altri furono esuli e si stabilirono in diverse città italiane.



Il titolo del romanzo ricorda il titolo del film di Florian Henckel von Donnersmarck, Das Leben der Anderen, La vita degli altri, che in italiano è diventato Le vite degli altri, una pietra miliare nella cinematografia storiografica. Come è nato il titolo del libro?
Le vite degli altri racconta di vite spiate, di vite controllate. Sotto il regime fascista e in seguito sotto quello comunista di Tito il controllo c’era, ed era invadente. Nel libro ne accenno, ma il livello di controllo non raggiungeva quello più moderno adottato nella DDR. È anche vero che si può immaginare di essere degli spettatori nascosti quando si legge un romanzo, entrando non visti nelle vite dei personaggi!
Riguardo al titolo, avevo buttato lì un titolo banale, sperando di avere una folgorazione in corso d’opera o che venisse un suggerimento dall’editore. Quando mi sono resa conto che nessuna delle due possibilità si verificava, ho cominciato a pensarci sul serio. Ci sono arrivata dopo tre giorni, concatenando parole e idee. Ho pensato che quelle zone sono famose per la bora, un vento davvero forte, a raffiche: il vento era un buon punto di partenza. E lì c’è il mare, si va in barca a vela, il vento cambia e ti puoi trovare al largo senza vento, o sbattuto contro gli scogli per un mutamento improvviso di vento. Il vento può essere a favore o contrario e può cambiare, questo insegna il mare. Chi ha il vento a favore in un determinato periodo, può trovarsi poco dopo con il vento contrario. E ti può capitare, insieme al vento che cambia, di trasformarti negli altri, dall’oggi al domani. Effettivamente così è successo lì, e più volte.
In un paio di occasioni, a una presentazione e in una scuola, mi hanno dato un’interpretazione del titolo diversa da quella che avevo pensato io: entrambe potevano essere giuste, mi ci ritrovavo, mi erano piaciute, erano attinenti a quello che avevo raccontato. Purtroppo non me le sono scritte e mi sono subito scappate di mente, come accade spesso con qualcosa che colpisce nel giusto.

Il vento degli altri è anche lo specchio della complessità della Storia, che a Fiume sembra aver persino esagerato. Come la vedi oggi la città, la Rijeka croata? Conserva ancora i connotati del passato
Conosco poco la città attuale e soprattutto non conosco i suoi abitanti, al di là dei rimasti, che però non considero un esempio di croaticità.
La prima volta che sono stata a Fiume avevo quindici o sedici anni, ero con mia madre e uno dei suoi cugini nato e cresciuto lì, fino a che gli è stato permesso abitarvi. La città era grigia, le case cadenti, tristi. Questo mi ricordo: il grigiore diffuso. Non capivo quella visita, una città così brutta! Ero troppo giovane e disattenta per cogliere quello che vedevano loro, qualcosa che non c’era più se non nei loro ricordi. La seconda volta che ci sono andata è stato moltissimi anni dopo, la Jugoslavia non esisteva più e Fiume era in Croazia. Gli edifici più belli erano stati restaurati, erano state create piacevoli isole pedonali, la gente passeggiava e si fermava nei bar del Corso, i negozi avevano vetrine come le nostre. Una città completamente diversa da quella che avevo visto, da quella che ricordavo. Simile a Trieste, anche se più piccola e certamente meno bella. L’Impero austro-ungarico è rimasto preponderante in entrambe le città. Ho notato la mancanza dei cafè in stile viennese o di Budapest e che a Trieste ci sono ancora; la gente è molto diversa, con tipiche caratteristiche slave. Mi hanno detto che, oltre ai venuti, cioè chi ha sostituito i circa 30.000 esuli di Fiume tra il 1945 e il 1948, c’è stato un altro cambiamento di popolazione con la guerra degli anni Novanta.
A questa tua domanda rispondo che il contenitore ricorda ancora molto la città che era, ma le caratteristiche che la rendevano speciale non ci sono più. Non si parlano più quattro lingue, non è più una città multiculturale, non so se sia tollerante ma propendo per il no, non credo che sia particolarmente accogliente con i diversi.
Porto un esempio che credo possa far capire qualcosa in più. Da febbraio 2020 e per un anno, Fiume/Rijeka è Capitale europea della cultura con un progetto dal titolo Il porto delle diversità. Ebbene, la Comunità degli italiani di Fiume ha presentato diverse iniziative da inserire nel cartellone generale. Non ne è stata accettata neanche una e non credo che fossero tutte poco interessanti. Saranno presenti ufficialmente solo con un banchetto gastronomico che presenta le specialità italiane (italiane di quella zona, intendiamoci). Se faranno qualcosa, lo faranno autonomamente; agli italiani è stata negata una presenza nella storia della città. Perché questo? Perché il nazionalismo croato continua a negare il fatto che lì ci sia stata una presenza italiana antecedente a quella fascista. Era un’italianità soprattutto di lingua, un’italianità mista ma che esisteva da secoli. Una storia che i croati tentano di cancellare – compresa quella della presenza veneziana che però non ha toccato Fiume – e direi che ci sono per la gran parte riusciti. Forse non crediamo a un Marko Polo croato ma è già indicativo che anche in italiano si dica spesso Zagreb e non Zagabria o Krk invece di Veglia. Mentre diciamo Parigi, e non Paris.



Il lettore avverte più di un nesso fra le vicende di Fiume e la storia attuale. Secondo te quali sono i legami fra il passato e il presente? Che cosa ci insegna Fiume?
Secondo me, innanzitutto Fiume ci insegna che le situazioni si ripetono, anche se non uguali.  Bisogna prestare attenzione, analizzare e riflettere per individuare le somiglianze e per comprenderle. Nel caso di questo libro si tratta di Fiume ma probabilmente ci sono altri luoghi che potrebbero avere lo stesso ruolo. Ci insegna che, come dicevo riguardo al titolo del libro, i fortunati possiamo essere noi in un determinato momento e non troppo tempo dopo potremmo non esserlo più. Questo, in teoria, ci dovrebbe rendere più attenti verso l’altro, verso chi fortunato lo è meno. Porsi nei confronti dell’altro cercando di capire davvero, non da superiori. Sarà forse idealismo, il mio, o buonismo? Forse sì, io credo però che chi come me ha una provenienza così mista e che ha vissuto – anche se non direttamente – così tante difficoltà e drammi non possa non identificarsi perennemente con l’altro, con il dolore dell’altro. E anche l’identità ha una diversa connotazione, non è legata alla nazione, non è unica, ma è altro; forse è una perenne ricerca.
La Fiume dei secoli scorsi ci insegna anche che la mescolanza di popoli, di lingue, di usanze e di tradizioni è positiva e ci arricchisce. Sono consapevole di avere un po’ idealizzato l’atmosfera della città che ho ricostruito nel romanzo, ma mi è venuta dalle letture fatte, dai racconti che ho raccolto in tanti anni e forse anche da quanto ho respirato in famiglia. Mi piacerebbe potere affermare che se riuscissimo a ricostruire quel clima di accoglienza e di accettazione delle differenze senza necessariamente cancellarle potremmo risolvere in parte la situazione odierna. Quell’atmosfera esisteva anche a Sarajevo o a Istanbul, faceva parte dell’epoca dei grandi imperi, tempi scomparsi e non recuperabili, al di là che non sarebbe il caso di recuperare. Leggendo un romanzo (e prima scrivendolo) ci si permette di sognare un po’, e allora, facciamolo.
(Silvia Cuttin, Il vento degli altri, Pendragon, 2017. pp. 334, € 16.00 | Intervista di )

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domenica 15 marzo 2020

Raccontare i difetti speciali dei bambini. Intervista a Patrizia Rinaldi

Raccontare i difetti speciali dei bambini. Intervista a Patrizia Rinaldi

Raccontare i difetti speciali dei bambini. Intervista a Patrizia RinaldiIl retro copertina di Vi stupiremo con difetti speciali. Storie di Alba, Akin e Huang (Giunti 2020, da un progetto di Luca Trapanese), libro colorato senza mai essere sgargiante, promette: «Tre storie vere per raccontare la disabilità. Tre racconti magici per trasformare l'indifferenza in empatia, la paura in inclusione. Perché, per fortuna, il bene si impara.»
La promessa è mantenuta, il libro insegna il bene a persone di tutte le età, in modo non didascalico, inducendo a riflessioni a volte anche filosofiche che si sedimentano e formano. E non soltanto le tre storie sono vere ma della prima sappiamo che uno dei protagonisti è l'ideatore del libro che teniamo in mano, e sostenitore di un progetto importante, La Casa di Matteo, una struttura unica in tutto il Sud Italia per bambini con gravi disabilità senza genitori. Storie raccontate soppesando le parole e illustrate per sostenere le emozioni accese dalla forte carica umana delle vicende. I testi di Patrizia Rinaldi e le immagini di Francesca Assirelli si completano in buona armonia, e avvicinano e aggiustano situazioni imperfette, fino a farle sentire dolci e cariche di speranza. Ogni storia è accompagnata da un breve resoconto finale di un adulto a diretta conoscenza del bambino protagonista, così come tutto in questo volume prezioso a partire del curioso titolo vive e collabora per una finalità: quella dell'inclusione e della comunicazione.

Patrizia Rinaldi è una scrittrice napoletana con molti titoli al suo attivo. Talentuosa, poliedrica e pluripremiata, è autrice di libri per ragazzi, romanzi e gialli, coautrice di antologie, ma è a casa anche nel mondo dei graphic novel e della scrittura teatrale. Diversi suoi titoli sono usciti in traduzione, e conduce laboratori di scrittura e lettura insieme ad associazioni onlus a beneficio di ragazzi residenti in quartieri napoletani “a rischio” e nell'Istituto Penale Minorile di Nisida. Le abbiamo rivolto tre domande per conoscere meglio lei e Vi stupiremo con difetti speciali.

Lei ha scritto libri di vari generi, per adulti e per bambini, ispirandosi sicuramente anche a persone reali, avvolgendole però in abiti e in trame di fantasia. Vi stupiremo con difetti speciali è un genere diverso, un genere terzo: non è fiction, sono tre storie, tre cronache drammatiche anche se con risvolti felici, che sotto il suo tocco lieve e riflessivo assumono le sembianze di tre fiabe di infinita bellezza. Qual è il segreto?
È la prima volta che racconto le storie di tre bambini così come le ho conosciute. Quando due anni fa sono stata invitata a partecipare a questo progetto dall’associazione no profit Akab, ho avuto paura di non riuscire a riferire quello che stavo imparando. Ho potuto vincere il timore perché non sono stata sola: i professionisti che lavorano alla Casa di Matteo, per offrire servizi di assistenza ai minori che non possono averne, mi hanno fatto conoscere i bambini guidandomi. Mi hanno offerto le loro competenze, che non trascurano lo sguardo poetico, che non negano fatica e ostacoli. Alba è una bambina con la Sindrome di Down. La madre naturale non se l’è sentita di portare con sé la bambina dopo il parto: non va giudicata in alcun modo, nessuno conosce le ragioni di questa scelta. Alba è stata adottata dopo l’affido da Luca, single impegnato da sempre nel volontariato e nella difesa, quindi nella comunicazione, dei diritti di persone diversamente abili, e hanno formato una famiglia. Con loro si sta bene, semplicemente. Akin (nome di fantasia), i cui genitori hanno perduto la patria podestà, ha conosciuto solo alla Casa di Matteo la possibilità di muoversi su una sedia a rotelle. Vederlo sfrecciare nelle stanze, conoscere la sua ritrovata fiducia nelle possibilità e negli altri, mi ha insegnato un coraggio raro. Perciò il titolo Vi stupiremo con difetti speciali, voluto da Luca Trapanese. Spesso i difetti speciali, se incontrano strutture adatte e cura, si trasformano in qualità speciali di inaudita bellezza. Huang (nome di fantasia) è un bambino nato senza cervello. I suoi genitori, che lo hanno amato senza limiti, non avevano il modo di offrirgli l’assistenza di cui aveva bisogno, così è stato affidato alla Casa di Matteo. Ha vissuto a lungo, contrariamente alle previsioni, e aveva un viso felice. Ogni tanto cantava una specie di richiamo gioioso, in teoria impossibile da cantare. Il segreto delle fiabe non appartiene a me, ma ai bambini che ho incontrato; imparare da loro è stato un privilegio.
Raccontare i difetti speciali dei bambini. Intervista a Patrizia Rinaldi
I tempi stanno cambiando ma a lungo la letteratura per l'infanzia è stata ritenuta un'arte minore. Secondo me richiede invece una capacità di sintesi e un'immaginazione fervida di cui non molti autori di narrativa per adulti dispongono. Lei pratichi con successo, e con una voce molto originale, entrambi i generi. Potrebbe parlarci delle differenze nel suo approccio alle due letterature?
Sorvolo sul discorso delle gerarchie di valore riguardo i generi letterari; credo che chi le propone, esplicitamente o con pregiudizi celati, sia ormai solo fuori dal tempo. L’unica differenza che avverto nell’approccio alle due letterature è il senso di responsabilità: quando scrivo per bambini e per ragazzi è maggiore. Cerco di fare del mio meglio, di rispettare i giovani lettori soprattutto non annoiandoli. Può sembrare semplice, non lo è. In una classe mi trovai a parlare della tensione narrativa, un ragazzo di prima media mi diede una definizione che non dimentico: “è ancora, è quando giri la pagina e dici ancora”. In determinati ambienti, in cui preferisco agire, può succedere che il mio libro sia il primo che capiti tra le mani di un ragazzo. Cerco in tutti i modi di evitare che sia anche l’ultimo. E poi c’è la variabile dell’amore, che non può escludere la conoscenza: con i ragazzi sto bene, mi sento al mio posto. Non ho mai smesso di frequentarli. Voglio sapere di loro, vorrei consolarli, farli ridere, divertirli nel senso più alto del termine. Come loro fanno con me.

Raccontare i difetti speciali dei bambini. Intervista a Patrizia Rinaldi
Fra i tanti bei libri che ha scritto per giovani lettori quale ha avuto più riscontro di pubblico e perché?
Premetto che sono affezionata anche ai libri che non sono andati tanto bene, nel riuscire sempre e comunque sono abbastanza difettosa. Il libro che è andato oltre ogni rosea previsione è proprio questo di cui stiamo parlando: ha esaurito la prima e consistente tiratura in soli dieci giorni. Non è un libro mio, ma nostro: è dei bambini, è dell’illustratrice Francesca Assirelli, è di Luca Trapanese, è della casa editrice Giunti, è dell’editor Silvia D’Achille, è degli esperti che hanno valutato i testi prima della pubblicazione. Vi stupiremo con difetti speciali è di tutte le persone che hanno partecipato al compimento e alla sua premessa: volerlo con tutte le forze. Anche i libri che ho pubblicato con la mia casa editrice di riferimento, Sinnos, e con la casa editrice Lapis hanno avuto un ottimo riscontro di pubblico e di critica. I ragazzi mi hanno concesso attenzione e la possibilità di scrivere ancora per loro: per me è una soddisfazione che riguarda la mia vita sentimentale e professionale.

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giovedì 13 febbraio 2020

PÉTER NÁDAS: NON POSSIAMO FIDARCI DI ALTRO CHE DEL NOSTRO INTELLETTO

PÉTER NÁDAS: NON POSSIAMO FIDARCI DI ALTRO CHE DEL NOSTRO INTELLETTO

di  13 febbraio 2020
Nel 2019 la rivista letteraria ungherese online “Litera” (www.litera.hu) ha presentato una serie di interviste a scrittori ungheresi e non (fra i quali spiccano i nomi di Mircea Cărtărescu, Jonathan Franzen, Ilma Rakusa) intitolata Lo stato delle cose, sui dilemmi degli intellettuali nel ventunesimo secolo, con il seguente manifesto: «All’inizio del terzo millennio i sintomi della crisi si compattano in focolai di profondo malessere. I punti di riferimento stanno scomparendo. Sta diminuendo la fiducia nello spirito e nella cultura. In questa serie interpelliamo scrittori ungheresi e stranieri sulle strategie spirituali e del pensiero nel ventunesimo secolo». Il primo intervistato è stato lo scrittore, drammaturgo, giornalista e fotografo ungherese Péter Nádas (Budapest, 12 ottobre 1942), da anni ormai menzionato fra i probabili vincitori del premio Nobel per la letteratura. Della sua immensa produzione letteraria in italiano sono disponibili solo alcuni titoli come La Bibbia e altri racconti (BUR), Fine di un romanzo familiare (Dalai), Minotauro Amore (Zandonai)il monumentale Libro di memorie (Dalai)e da poco il primo volume del capolavoro Storie parallele (Bompiani)Ecco il testo dell’intervista tradotta da Andrea Rényi:

Secondo lei, alla luce degli ultimi trent’anni, la nostra può considerarsi un’epoca, oppure la fine di un’epoca? Quali sono le sue caratteristiche?
A mio avviso né in Ungheria né nel mondo abbiamo raggiunto la fine di un’epoca, neppure quella della distruzione, anche se i ghiacciai si stanno sciogliendo, i livelli dei mari si stanno alzando, sempre più spazzatura si deposita in acqua e sulla terraferma, e non sappiamo che farcene delle scorie radioattive. Questo, né più né meno, è quello che sapevamo o avremmo potuto sapere che sarebbe successo già trent’anni fa. Il crollo dell’Unione Sovietica è stato indubbiamente la fine di un’epoca, da allora però tutto è rimasto pressoché immutato. Con operazioni cosmetiche i governi europei hanno rimosso le reti sociali che fino ad allora avevano funzionato in maniera esemplare, e hanno permesso che la politica cedesse il primato all’economia. Governano quindi gli interessi di grandi gruppi che non sono più collegabili a nazioni, individui o sistemi elettorali, e i governi dispongono soltanto del ruolo di vigili urbani. Possiamo dire invece che grazie al cherosene bruciato nell’aria, ai diserbanti, ai fitosanitari e ai farmaci che in quest’ultimo secolo hanno reso le nostre vite di individui molto più facili e producono utili a livello globale, prosegue più rapidamente l’estinzione di specie vegetali, api, insetti e mammiferi. Di questo possiamo ringraziare l’industria chimica, in particolare la Monsanto, e la Bayer che l’ha acquisita completa di colpe. Gli alimenti e l’acqua potabile sono pieni additivi e persino il latte materno mostra ormai tracce di antibiotici.
Quest’inverno anche gli uccelli sono diminuiti, basta guardare fuori dalla finestra. In questi ultimi dieci anni il manto erboso è scomparso dal mio cortile, eppure avevo fatto tutto il possibile per conservarlo. Trovo molto importante fare ogni tanto un bilancio di quello che ci è successo e delle conseguenze delle nostre azioni, ma per la verità le nostre azioni hanno poco a che fare con quello che succede e con le esigenze su grande scala sul piano sociologico e storico-tecnologico.  Percorrono strade diverse, mentre noi non siamo i prigionieri di mutamenti globali, bensì delle opinioni di mamma e papà. La regina Vittoria è scomparsa da un pezzo, eppure i preziosi canoni morali della sua epoca resisteranno ancora per un bel pezzo nella nostra vita quotidiana, nonostante le nostre intenzioni e tendenze libertine. Che nemmeno la regina prendeva poi tanto sul serio, tant’è vero che si infilava spesso nel letto in pieno giorno con il bel principe Albert, oppure si sdraiava lestamente sul tavolo. Faceva bene. Da vedova preferiva il signor Brown, lo stalliere, da vecchia invece non riusciva a togliere gli occhi da Abdul Karim, il bellimbusto cameriere indiano. E aveva ragione. Le intenzioni individuali e le epoche non coincidono mai. Le epoche si sovrappongono. Varie tendenze si sovrappongono sempre nell’universo dello spirito e del pensiero, una sopra o sotto l’altra. Nemmeno una rivoluzione sanguinaria può porre fine alla loro moltitudine. Io per lo meno non vedo un nuovo gruppo o blocco di istinti, emozioni, idee o visioni sociopolitiche, che potrebbero sostituire saldamente quelle antiquate, sorpassate e chiaramente nocive.
Al contrario. C’è voglia di antichissimo, di consumato, di usato, malgrado alla fine di ogni campagna elettorale i ministri principali promettano ai popoli che da quel momento in poi, all’insegna del progresso, potranno stare meglio e avere di più. C’è richiesta di regressione, di ripetizione, di minestra riscaldata, di chiacchiere vuote, delle parole deleterie, a vanvera, della piccola borghesia. Nella letteratura e nell’arte c’è voglia di ciò che c’era già stato una, due, cinque volte, del riflusso, del riscaldato, dunque di nobili manierismi. Nella cultura di massa di tutto quello che in teoria la modernità aveva già lasciato dietro di sé, del mitico, del magico, del corpo tatuato, della danza rituale, tribale, cioè della rinuncia spontanea all’individuale, della scomparsa senza traccia, dello zelante fondersi con la moltitudine, dell’opportunismo completo e perfetto, quello di gruppo, dello spirito di banda, non importa se il sistema politico sia democratico o dittatoriale.

Com’è cambiato il ruolo dell’intellighenzia in queste circostanze? Servono nuove strategie di vita esterne e interne?
Che io sappia, non è mai esistita una classe intellettuale omogenea, anche se è fuori dubbio che persone con formazione scientifica avevano preso in consegna dagli ordini ecclesiastici il governo spirituale e intellettuale della società. Intellighenzia, in russo intelighencijà. Queste intelighencijà sono sempre state tanto composite quanto è stratificata la società. Sostituivano con concetti il principio di regia autoritaria del re, fossero essi decabristi, panslavisti, monarchici, democratici, anarchici, bolscevichi, comunisti, nazionalisti, fascisti, liberali, sionisti o semplicemente razzisti, secondo le idee o le fantasie di ciascuno su come trasformare completamente la società. In base alle esperienze del diciannovesimo e ventesimo secolo, e in qualità di lettore di Cechov e di Dostoevskij, ho forti dubbi riguardo ai movimentisti istruiti.

Cosa può sorreggere, in che cosa può riporre la fiducia, in che cosa può sperare il ceto intellettuale all’inizio del ventunesimo secolo?
In nulla e nessuno, con l’eccezione del proprio intelletto. Con questo però non ho detto nulla, oppure ho detto addirittura troppo. Mi dispiace, ma gli esseri umani non possono fidarsi che dell’intelletto. La forza e la furbizia hanno fallito. Anche i nostri istinti li possiamo a tenere a bada solo con la ragione.
Neppure gli anti-illuministi possono prendere decisioni con strumenti che esulino la loro ragione. Posso solo sperare che la mia mente conservi, e nel momento opportuno ripeschi per sistemare nei luoghi adatti, le mie cognizioni più volte controllate. Cosicché in certi casi io tenga la bocca chiusa, e in altri la apra senza possibilmente far male ad alcuno. O perché mi ritiri in un angolo, quando vengo colto da un attacco di rabbia. Ma che in qualche altra occasione invece io esca in strada per darle sfogo pubblicamente.

L’indomabilità della realtà sta diventando sempre più evidente e minacciosa; la crisi migratoria provoca agitazioni politiche, sospetto e chiusura, il cambio climatico mette a repentaglio l’esistenza stessa sulla Terra. In questa situazione eccezionale le arti sono in grado di captare la crisi, darle una definizione e misurarla con la lingua?
Non lo si può fare essendo allo stesso tempo totalmente conformisti e anarchici, rivoluzionari, ribelli. Non funziona neppure diventando un artista maledetto che incassa un formidabile successo di pubblico e soldi a palate. Non va bene nemmeno semplificando, cancellando tutto l’esistente dalla superficie terrestre per ricominciare da capo.
La condizione del mondo e quella della singola persona non possono essere tanto diverse da non riuscire a comprenderle. Sono state causate da uomini, quindi possono essere afferrate da altri uomini. Io però non sono portato per la comprensione. Comprendere non è distinguere la bugia dalla verità, o separare la facciata dalla sostanza, oppure disporre di un quadro strutturale o di collegamento della realtà. Per completare queste operazioni dobbiamo innanzitutto riconoscere che nessuno è in grado di svolgere questo compito da solo. La cosiddetta libertà dell’artista dipende dall’ammetterlo o meno.

Sono visibili delle tendenze nella letteratura che disegnano la trasformazione intellettuale in questi anni del terzo millennio? Se sì, come sono?
È improbabile che il mondo civilizzato possa superare il personale, l’individuale, il proprio, ovvero le caratteristiche individuali; di questo possiamo essere certi.
L’individuale però deve specchiarsi intensamente nella massificazione. Per il momento solo nello slam poetry vedo una tendenza adeguata all’epoca. Non nel pop o nel rock, fenomeni della regressione magica, e nemmeno nel rap, che rientra nella tradizione dell’agit prop e della chastushka. Lo slam rappresenta una relazione nobile fra l’individuo e la folla raccolta.

In Ungheria l’intellighenzia indipendente e di sentimento democratico sembra essere caduta in trappola. Sono numerosi i casi in cui i membri della comunità costretti dal potere a compiere qualche passo non trovano risposte univoche e valide. Il governo ha radicalmente ridimensionato l’estensione dello spazio pubblico, ha centralizzato i media, ma non ha liquidato del tutto la libera espressione.  Sia un’opposizione coerente che l’assunzione responsabile di un ruolo presentano tranelli insidiosi. A volte la libertà creativa viene limitata, eppure le opere possono essere pubblicate e i teatri continuano a operare. Se anche secondo lei i dilemmi appena descritti esistono, quali opzioni vede per scioglierli?
Da decenni per me la domanda è piuttosto un’altra: può il capitalismo quadrare con la ragione umana? Sì, può farlo in qualche caso e localmente. Riguardo la sostanza del capitalismo, nella nostra area geografica si impone invece la domanda su com’è possibile un’economia capitalista senza capitale, come può essere competitiva una regione povera di capitale, e anche l’opposto, ovvero se è possibile l’accumulo di capitale iniziale senza commettere furti, truffe e omicidi a scopo di lucro, facendolo stringendo sodalizi criminali. E se non è possibile, in quell’area geografica ci si può aspettare una vita politica equilibrata e scevra di estremismi, oppure bisogna abituarsi alla folle frenesia diffusa e alle tante bugie dettate dall’interesse del momento? Ossia se il capitalismo può funzionare senza una forte classe media pronta a investire, o se può esistere una democrazia senza democratici istruiti e forgiati nella lotta, e se nell’epoca del flusso e dell’offerta globali di capitalismo si può sperare nel funzionamento ragionevole delle istituzioni democratiche. Se il movimento del capitale esteso a tutto il globo terrestre avviene al di fuori delle leggi emanate dai parlamenti nazionali, o meglio, se i parlamenti nazionali non sanno rendere trasparenti e regolare con accordi globali i movimenti finanziari, è chiaro che gli spostamenti avvengono in maniera non trasparente e il loro funzionamento non può essere seguito razionalmente. Mentre si moltiplicano comunque le eventualità di una totale catastrofe naturale. A volte i mercati finanziari non sono diretti neppure da decisioni personali ma da algoritmi, e non solo agiscono sopra le teste delle democrazie più forti, ma con il loro funzionamento rendono direttamente possibile che le democrazie più forti accumulino debiti mai restituibili, e secondo le antiche regole del populismo i capi di governo possano fare promesse sempre più grandi ai popoli che si fingono creduloni. Il funzionamento incontrollato dei mercati finanziari ha indebolito prima di tutto le più forti democrazie rappresentative, privandole delle proprie competenze. Eppure il sistema elettorale poggia proprio su queste competenze. Non vale la pena parlarne senza prima prendere in considerazione questo tipo di collegamenti. Ma se non vogliamo trattare il tema in toto, possiamo parlare dell’area geografica in cui il crollo dell’impero sovietico ha posto la popolazione e i governi fra le più diverse tendenze politiche davanti a particolari compiti da risolvere. Che nei primi quindici anni sembravano superabili, mentre oggi i tentativi di trovare una soluzione si rivelano fallimentari. Possiamo parlare del comportamento di questa area geografica priva di autentici democratici e borghesi benestanti nell’ambiente euro-atlantico, dove da secoli è in corso l’accumulo di conoscenze e capitali operanti. Facendolo non staremo meglio, né la nostra vita diventerà più facile, eppure da tempo sono convinto che semplificare le situazioni complesse non conviene.


Qui si può leggere l’intervista in lingua originale e qui in inglese.
Nell’immagine: Péter Nádas, foto di Gábor Valuska
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L'articolo sul sito di Flanerì

venerdì 31 gennaio 2020

La storia di Janusz Korczak e dei suoi 200 bambini uccisi a Treblinka

La storia di Janusz Korczak e dei suoi 300 bambini uccisi a TreblinkaNell'agosto del 1942, nell'ambito della Kinder Aktioni quattromila residenti degli orfanotrofi ebrei di Varsavia furono deportati e uccisi nelle camere a gas di Treblinka.
Janusz Korczak, nom de plume di Henryk Goldszmit, nato nel 1878, pedagogo, medico, pubblicista, scrittore e operatore sociale di origine ebrea, avrebbe potuto evitare la deportazione, scelse invece di condividere il destino dei duecento orfani del suo Dom Sierot, la casa degli orfani che dirigeva da decenni secondo il principio pedagogico che il bambino non va capito ma amato. Anche per ricordarlo, Castelvecchi ha da poco pubblicato Il Bambino Vitruviano. L’innovazione di Janusz Korczak di Dario Arkel.
Che cosa significa Bambino Vitruviano? L'Uomo Vitruviano leonardesco pone l'uomo al centro del Cielo, ma anche il bambino, poco dopo il suo arrivo, prende posto «all'interno del quadro della Terra e al centro del cerchio del cielo.»
Il Bambino Vitruviano altro non è, quindi, che il cercatore e il creatore ispirato da un Leonardo ancestrale: «egli supera le difficoltà con fatica e impegno, e percorre il cammino oltre queste, scoprendo a mano a mano di che cosa lui è fatto, corpo, movimento, tempra, sorriso, sguardo, gioco. Apprende un suo metodo interno e si rivolge all'esterno conferendo ad esso, senza imbarazzo, la propria innovativa presenza. Poi, ed è come se lo sapesse in anticipo, imparerà a scegliere...». Il bambino figura come creato e creatore allo stesso tempo, e Leonardo oggi metterebbe lui al centro del quadrato terrestre e del cerchio spirituale.
La storia di Janusz Korczak e dei suoi 300 bambini uccisi a Treblinka

Con queste premesse inizia il viaggio che Dario Arkel (1958), docente di Pedagogia Sociale, prolifico e pluripremiato romanziere, saggista, drammaturgo e poeta, intraprende in questo suo nuovo libro che dedica ancora al pedagogo ebreo polacco Janusz Korczak di cui è uno dei maggiori esperti. Questo volume è la somma delle sue ricerche e delle sue riflessioni sul profilo umano e pedagogico di Korczak, modello di pensiero trasferito nelle azioni, il sublime punto di riferimento. Il protagonista assoluto è comunque il bambino al centro del sistema sociale e politico in termini universali, tramite tra terrestrità e spiritualità. Le riflessioni di Arkel si estendono ai principi pedagogici, ai diritti del fanciullo, alla sostanza dell'ebraismo stesso, come per esempio l'interessante inciso di Arthur Koestler sugli ebrei dell'Est, ripercorrendone lo sviluppo e il ruolo nel ventesimo secolo fino al mutato contesto dei giorni nostri.
Nel 1911 a Varsavia vede la luce la Casa degli Orfani (Dom Sierot) per bambini orfani di origine ebraica, ideata a condotta da Janusz Korczak, che la impianta sulla conoscenza, la comprensione e la condivisione. Nel vocabolario pedagogico di Korczak l'indifferenza, l'intolleranza e l'imposizione sono parole da bandire, e da sostituire con l'educazione al rispetto di ogni singolo individuo.
«Di fatto, all'interno della Casa, venivano sviluppate relazioni fondate sulla responsabilizzazione e sull'autogoverno: adulti e bambini dovevano stabilire di comune accordo le regole reggenti la vita scolastica, e vigilare insieme sulla loro effettiva applicazione.»
La storia di Janusz Korczak e dei suoi 300 bambini uccisi a Treblinka
A questa meravigliosa utopia realizzata mette fine la deportazione trentun anni dopo la fondazione, il 5 agosto 1942.
«I soldati hanno visto scendere i bambini, che si sono disposti in fila per quattro. Bellissimi. Il primo procedeva con il violino, e accanto a lui l'altro con il tamburo, e al loro fianco il ragazzo che portava la bandiera che Korczak aveva fatto rattoppare per l'occasione: da una parte il Quadrifoglio in campo d'oro, che era il simbolo del Dom Sierot, dall'altra la Stella di Davide, che è il simbolo del popolo ebraico. E così hanno marciato, in fila; Janusz Korczak, ormai consumato dall'orrore che non poteva esprimere, teneva in braccio il bambino più piccolo. E così hanno marciato alla Umschlagplatz, dove si raccoglievano tutti coloro che dovevano poi andare al binario, verso Treblinka. Avrebbero dovuto fermarsi, ma pare indicassero loro di andare direttamente al treno perché non c'era più spazio.»

Il dignitoso, quasi fiero corteo dei bambini diede forza a chi lo vide e ispirò la rivolta del ghetto di Varsavia qualche mese dopo. Perché, lo sottolinea Arkel sulla scia di uno studio fatto da Monika Pelz, per la prima volta nella Storia una guerra, la Seconda guerra mondiale, viene combattuta anche contro i bambini. Nella sola Polonia ne muoiono più di due milioni. Si rende pertanto necessario occuparsi non solo dei diritti umani, ma più specificamente anche dei diritti dei bambini, del fanciullo. Janusz Korczak ne era il primo sostenitore fin dal principio del ventesimo secolo, consapevole che il bambino fosse portatore di diritti e considerandolo il più antico proletario del mondo. Fonda, nel 1911, la Casa degli Orfani prendendo per modello la Casa dei Bambini di Johann Heinrich Pestalozzi in Svizzera e ispirandosi alla pedagogia di Maria Montessori. La fa diventare una meraviglia della pedagogia applicata dove le leggi, la giustizia, sono fatte dai bambini, in cui vengono istituiti laboratori fra i più vari, e dove si insegna lavorare nel rispetto reciproco, a turni e ruoli intercambiabili. Il metodo educativo di Korczak si basa sull'etica e la virtù morale, sull'estrema libertà del bambino che comprende anche il diritto alla morte.
La storia di Janusz Korczak e dei suoi 300 bambini uccisi a Treblinka
Il Bambino Vitruviano non è solo un’importante testimonianza dell'uomo e del pedagogo Janusz Korczak, ma è anche un libro ricco di spunti e collegamenti curiosi, inaspettati, che si rivelano indiscutibilmente arricchenti. Anche quando Dario Arkel sembra spaziare, andare fuori tema, torna sempre a riafferrare i concetti fondativi della propria Weltanschauung e visione pedagogica, avvicinandoli da qualche punto di vista di cui il lettore non sospettava l'esistenza, e accostandoli in qualche modo alla figura di Janusz Korczak. Un esempio ne è la pagina in cui l'autore ipotizza il rapporto del pedagogo ebreo polacco e dei suoi orfani sopravvissuti all'Olocausto, con Auschwitz. Se fossero rimasti in vita, secondo Arkel, dopo la guerra Korczak non avrebbe mai visitato con i bambini Auschwitz, perché è una “memoria immemorabile”.
«...chi ha vissuto il dramma più atroce non può starci, non può andarci con tutto se stesso. Qualcosa lascia là da dove viene, dove è tornato per sopravvivere. Dentro di lui c'è l'esperienza di quanto è venuto, ma ha la necessità profonda di distogliersene. Un superstite non riesce a rinchiudere quel luogo nella sua semplice memoria. È irraggiungibile.»


Concludo riportando un passo toccante della chiusa di questo bel libro:
«A tutti voi dedico la canzone dei partigiani del Ghetto di Varsavia (Mir Zeynen do), quegli ultimi disperati che, con le armi che erano riusciti a rimediare lì per lì, hanno reagito al buio del nazismo, un'imboscata dietro l'altra. Questa ribellione si può dire sia cominciata con l'esempio dei bambini di Korczak, fieri e dignitosi di fronte alla morte. Questo è quel popolo, coriaceo e resistente, dei bambini che osservano il cielo con i piedi ben piantati in terra; del bambino che, al giorno d'oggi, Leonardo da Vinci disegnerebbe al posto dell'uomo. Il Bambino Vitruviano.»

L'articolo sul sito del blog letterario SUL ROMANZO

mercoledì 8 gennaio 2020

Letteratura serba in mano croata. Intervista alla traduttrice Anita Vuco

Letteratura serba in mano croata. Intervista alla traduttrice Anita Vuco

Letteratura serba in mano croata. Intervista alla traduttrice Anita VucoFrattura tra Oriente e Occidente e fra due generazioni che rifiutano di comunicare, tra Corfù e la Serbia alla viglia della guerra del Kosovo: sono questi i due fili conduttori del romanzo finalista del premio NIN, il più prestigioso premio letterario serbo, e insignito del Premio dell'Unione Europea per la letteratura del 2017, La frattura di Darko Tuševljaković (Voland). Ne parliamo con Anita Vuco, la voce italiana del giovane autore serbo. Se posso usare un'espressione fuori contesto, Anita è una traduttrice double face, o persino triple face, perché usa tre combinazioni linguistiche: da croata di nascita traduce autori serbi in italiano e autori italiani in serbo.

Cara Anita, com'è nata la scelta di tradurre questo romanzo?
La frattura (titolo originale Jaz, Arhipelag, Belgrado 2016), l'ho letto su consiglio di un amico dei cui gusti letterari mi fido, eppure non è stato amore a prima vista; è un libro molto diverso da quelli che avrei definito miei. Mi ci è voluto del tempo per riconoscere la genialità del giovane autore, traduttore editoriale dall'inglese, nonché revisore e correttore di fumetti di professione. Il fatto che il suo romanzo fosse nella rosa dei candidati per il più prestigioso premio letterario serbo NIN e che avesse vinto il Premio Europeo per la Letteratura 2017 sono quel genere di freddi dati statistici che non mi dicevano nulla della sua sensibilità e dell'abilità con cui ha costruito la storia, ed erano ancora insufficienti per farmi desiderare di tradurlo. Solo a libro ormai letto e chiuso mi sono trovata a dover riconoscere che era riuscito a smantellare quell'aspettativa creatasi persino dentro di me – io che mi sento tanto una paladina della lotta contro i pregiudizi –, riguardo a ciò che sulle pagine di un autore serbo davo per scontato di dover trovare. Lui, invece, non è caduto nella tentazione che negli ultimi decenni il documentario e l'autobiografico comportano, ha saputo evitarli e trattare gli eventi bellici degli anni Novanta come una cornice all'interno della quale si giocano le relazioni, accadono i drammi individuali: la crescita umana e personale di alcuni dei protagonisti, le vicende di coppia, la sessualità, la ricerca della felicità, il difficile rapporto padre-figlio, un crescente senso di disorientamento, di precarietà e di insicurezza sociale, l'amarezza della sconfitta dei valori umani di intere generazioni. E l'elenco non finisce qui, sono pressappoco infinite le questioni che questo relativamente breve romanzo solleva, sviluppandosi come una storia piuttosto lineare, o se preferiamo due storie principali – la prima raccontata dal punto di vista del genitore, immersa in un'atmosfera di essenzialità razionale che si addice al carattere burbero del personaggio, e la seconda, come in un gioco degli specchi, restituitaci dall'ottica del figlio dove il fantastico prende il sopravvento e in cui man mano si incastrano altre testimonianze più piccole, dove a battute apparentemente ingenue è affidato il compito di lasciar intuire quel turbinio di sentimenti che nella vita reale, fuori dalle pagine di un libro, facilmente seppellisce le persone. Da traduttrice ho davvero apprezzato quel grado di forza e di autorevolezza con cui Tuševljakovićsi è mosso, senza caduta di tono o sbavature. Per quanto io prediliga i testi realistici, mi sono dovuta ricredere sulle possibilità che il fantastico offre, innescando l'effetto di angoscia, ossia quel timore che (anche se dovuto alle esperienze di base diverse) l'uomo moderno conosce fin troppo bene, quella sensazione di sospensione tra realtà e sogno, in cui pur facendo del suo meglio non riesce a migliorare la propria posizione in maniera significativa – a meno che non ritrovi in se stesso la capacità di lasciarsi aiutare dall'esterno. Un semplice fidarsi degli altri: lasciarsi aiutare e, laddove ce ne sia bisogno, rendersi utile a sua volta. In altre parole, se leggo, e di conseguenza traduco, sempre e solo testi in cui posso facilmente identificarmi con i personaggi o magari con le situazioni che vivono, vuol dire che mi sono privata di una delle esperienze importanti che la letteratura offre: l'incontro con l'altro, con il diverso da me. Una delle mie sfide più grandi è proprio quella di far conoscere la varietà di voci che operano in quella lingua.

Ci interesserebbe sapere che cosa pensa dell'attività di traduttore editoriale.
Spesso si sente dire che occuparsi di traduzione sia un lavoro come un altro, e non posso essere d'accordo con questo. A cominciare dal fatto che trovo inappropriato il verbo “occuparsi” quando si parla di letteratura, sia che si tratti di un testo proprio o della traduzione di altri autori, visto che condivido il pensiero secondo cui siamo immersi in essa fin dalla nascita. Al costo di risultare noiosa, non mi stanco mai di citare Danilo Kiš, ossessionato dall'idea che non esiste una netta separazione traletteratura e vita, tanto che, esprimendosi a proposito del loro compenetrarsi tralascia volutamente la congiunzione, la quale altrimenti, a suo avviso, «separerebbe in maniera forzata ciò che è indivisibile». Un foglio trovato tra i suoi manoscritti su cui, in forma di frontespizio, a macchina era stato scritto: Danilo Kiš, LIFE, LITERATURE, in seguito funge da titolo a una raccolta postuma curata da Mirjana Miočinović –Život, literatura [Vita, letteratura], Sarajevo 1990 – che unisce diversi saggi, interviste e manoscritti su questo argomento nati tra il 1983 e il 1989. Parafrasando una citazione del premio Nobel Imre Kertész – «La mia morale è vivere e scrivere lo stesso romanzo» –, potrei dire: «La mia morale è vivere e tradurre lo stesso romanzo».
Letteratura serba in mano croata. Intervista alla traduttrice Anita Vuco
Dalle sue parole traspare una passione sincera; è sufficiente?
Certo, per quanto l'entusiasmo rivesta un'importanza estrema per svolgere una qualsiasi professione creativa e culturale, di per sé non è sufficiente. A scanso di equivoci, il lavoro intellettuale è durissimo e non deve essere considerato un passatempo. La professionalità richiede impegno, mezzi e un continuo aggiornamento. Non è concepibile che uno si alzi la mattina, e perché conosce due o più lingue, apra un libro e lo traduca. Quale libro e per chi? Per arrivare all'editore giusto occorre avere un'ampia conoscenza di tutto quello che si produce in quell'altra lingua, in modo da poter associare il testo prescelto a chi effettivamente sarà in grado di offrirgli tra le migliaia di titoli pubblicati in Italia ogni anno una nuova vita. Parlo ovviamente dal punto di vista di chi, come me, traduce da una lingua considerata “minore”. E trovare quella formula espressiva che fa davvero la differenza e fa sì che la tua proposta di traduzione venga accolta, non è un compito facile. È un lavoro prima del lavoro stesso. Richiede determinazione, pazienza, preparazione, supporto economico. Non si realizza nulla senza il denaro, figuriamoci se si possono fare delle traduzioni di qualità. In una bella intervista dal titolo La traduzione letteraria è una questione di pratica, non di teoria, Vladimir D. Janković – vicepresidente dell'Associazione dei traduttori editoriali della Serbia, saggista, poeta e traduttore editoriale dal francese e dall'inglese, con circa duecentocinquanta titoli tradotti, di cui più di cento romanzi – sostiene che l'arte non ama la pressione, anche se talvolta è proprio quando si trova sotto pressione che produce dei capolavori. È quasi impossibile dare il massimo in un ambiente frenetico, con poco tempo a disposizione e senza soldi. «Sono i periodi di quiete a favorire e promuovere l'arte. Sarebbe una grossa illusione credere che la creatività abbia bisogno del caos. Quest'ultimo di certo la precede, ma una volta iniziata la creazione, il caos dovrebbe rimanere dietro di noi. Che esso, in quanto tale, rappresenti il terreno fertile, rappresenta solo un approccio dall'esterno. Vista dall'interno, la questione cambia radicalmente: anche il traduttore letterario, come qualsiasi altro artista, avverte un bisogno quasi fisiologico di poter contare su una sorta di pace». Aggiungo che ogni tipo di lavoro dovrebbe garantire una vita dignitosa a chi lo svolge, traduttori letterari compresi.

Tradurre dal serbo ha anche una valenza politica, oltre che culturale?
Mi chiedo se mi sarei mai avvicinata alla traduzione, o forse alla letteratura in generale, se la Jugoslavia non si fosse disgregata, o se la sua dissoluzione non avesse portato ai conflitti armati, o se proprio in quel momento non mi fossi già trovata all'estero... Una domanda ne genera un'altra. La verità è che non lo so, e che a questo punto non fa nessuna differenza. Per quanto inutile possa sembrare agli occhi del mondo, la traduzione letteraria è una mia risposta alla guerra. L'unica di cui sono stata capace. È il meglio che io possa fare; non sono uno scultore, né un musicista. Uso le parole per esprimermi e le soppeso con cura. Sulle atrocità commesse il mondo è già stato informato, per rivivere quell'incubo basterebbe riguardare i titoli dei quotidiani di allora. Urlati, insopportabili. Avrei voluto che almeno per un attimo se ne stessero zitti, tutti quanti, e mi lasciassero piangere in pace. Ma questo non è avvenuto. Anche in seguito, la mia sopportazione nel sentirmi spiegare cosa è successo, chi è il colpevole, chi ha iniziato, chi ha caldeggiato il conflitto, chi è il più nazionalista, è sempre rimasta sull'orlo di una crisi di nervi tale da farmi pensare che avrei potuto sopprimere seduta stante chiunque mi rivolgesse l'ennesima domanda idiota. L'unico sollievo è arrivato, per quanto ogni volta di breve durata, dalla e nella letteratura. Dalle pagine di Danilo Kiš in particolare, che in Simon Mago, il racconto che apre Enciclopedia dei morti (Adelphi 1988, trad. di Lionello Costantini), scrive: «Bisogna riconoscere che era lui stesso a secondare tale confusione, perché a chiunque gli chiedesse innocentemente notizie sulla sua provenienza era solito rispondere con un ampio gesto della mano che includeva tanto l'abitato più vicino quanto una buona metà del lontano orizzonte.» E più avanti ancora, nelle parole che concludono il racconto È glorioso morire per la patria, contenuto nella stessa raccolta: «I vincitori scrivono la storia. Il popolo tesse la tradizione. Gli scrittori fantasticano. Certa è solo la morte». Riassumendo così in poche righe tutto ciò che avrei voluto dire di me stessa. Non una parola di più. Danilo Kiš è uno scrittore seriamente impegnato a trovare i mezzi espressivi adatti per trattare la morte con il massimo rispetto. Nella sua poetica sente il bisogno di rivestire i corpi umiliati, e non giustifica in alcun modo il loro brutale uso per produrre un effetto scioccante nel pubblico. «La posizione della vittima» – sostiene in un'intervista del 1985, Imenovati znači stvoriti[Denominare significa creare], contenuta nel libro Gorki talog iskustva [Il residuo amaro dell'esperienza] – «è una posizione di debolezza e di umiliazione, come se dovessimo mostrare in pubblico moncherini oppure cicatrici. Non nominarli significa conferire loro la dignità. L'esibizione delle cicatrici è ugualmente penosa sia per chi le mette in vista, sia per chi le osserva». E ancora prima, in una recensione del 1960, Hirošimo ljubavi moja[Hiroshima mon amour], inclusa in Varia [Varie], in cui critica la tecnica cinematografica di Alain Resnais per l'uso dei materiali d'archivio dei nazisti e degli alleati – la motivazione profonda che lo spinge a utilizzare i ricordi nei suoi libri si potrebbe definire esattamente antitetica in quanto Kiš non vuole aprire le tombe, ma erigere i cenotafi lì dove le tombe mancano – e arriva a scrivere che «tocca ai poeti richiudere le voragini e seminare i germogli di una quiete temporanea, ma sovrumana». Gli unici che anche oggi devono essere chiamati sul banco dei testimoni per far intendere quanto, nonostante tutto, i popoli balcanici siano in grado anche di amarsi. In questo senso la traduzione letteraria mi lascia uno spiraglio di speranza che grazie a testi di indubbio valore artistico io possa presentare quanto di meglio c'è in quelle terre, e diventa perciò una chiara opposizione ai nazionalismi. Non tradurrei mai un criminale, e nemmeno qualcuno che abbia anche solo simpatizzato con i responsabili delle uccisioni. Allo stesso tempo sono la prova vivente che l'odio a cui sembriamo propensi non è l'unica reazione possibile: di fatto sono una croata che traduce autori serbi. Se tutto questo non fa della traduzione letteraria una metafora del Bene possibilee non la rende un'occasione straordinaria per cercare di essere migliori, superando i meccanismi perversi innescati da una guerra fratricida, non so allora cosa lo straordinario sia. Potrei mai non essere così emotiva nel lavoro che faccio?

So che frequenta assiduamente gli incontri riservati ai traduttori in Serbia. Può parlarcene?
UKPS (Udruženje književnih prevodilaca Srbije), l'Associazione dei traduttori editoriali della Serbia, è un'organizzazione senza scopo di lucro, intenta a promuovere la traduzione letteraria, a rappresentare i traduttori letterari e proteggere i loro diritti, fondata nel 1951 da un gruppo di illustri traduttori attivi prima della Seconda guerra mondiale. Fin da allora l'Associazione organizza gli annuali Incontri internazionali belgradesi di traduttori editoriali (BEPS), favorendo il dialogo tra gli autori e i loro potenziali traduttori verso diverse lingue. Su loro invito nel 2012 sono tornata per la prima volta a Belgrado dopo una pausa lunga trent'anni, e anche questa è stata un'emozione indescrivibile. Da allora non perdo un incontro, una fiera, un'occasione qualsiasi per visitare la capitale serba e riabbracciare i colleghi la cui mera esistenza garantisce ogni volta una sensazione di rifugio e di casa ritrovata. L'identità non è una cosa scontata, ed è solo grazie a loro che ho potuto ricomporre la mia: un mosaico in continua costruzione. Anche a distanza il loro sostegno tacito diventa una fonte di forza indispensabile per affrontare le difficoltà concrete. La pubblicazione dei libri a cui tengo in una qualsiasi delle lingue del mondo diventa una mia vittoria personale, come se l'avessi tradotti io; la gioia in tal caso non è per niente minore.
       
Quali o meglio chi sono i suoi riferimenti?
Dovrei fare almeno una cinquantina di nomi che hanno avuto un forte impatto sul mio percepire l'importanza della traduzione letteraria, forse anche di più, e rischierei di essere ingiusta dal momento che sono tutti ugualmente importanti, straordinari. Perciò se parlo ora di Alain Cappon, è solo perché lo considero una perfetta metafora di ciò che la traduzione letteraria rappresenta. È l'uomo che – pur non avendo alcun legame di sangue con la mia terra, il che visto da fuori per qualcuno potrebbero essere una spiegazione logica di tanto smisurato amore – nel 1999 verso la fine del maggio, quando la Francia, considerata la pericolosità del viaggio essendo in atto l'operazione militare della NATO denominata “Angelo misericordioso” portata avanti per oltre due mesi, negava il visto ai propri cittadini per visitare la Serbia, attraversò la frontiera serbo-ungherese a piedi all'andata e, carico di libri che mostra in una fotografia in bianco e nero, anche al ritorno, perché non voleva mancare agli Incontri di quell'anno. Ciò che mi commuove particolarmente è sapere che la maggior parte di quei testi grazie al suo impegno e alla sua dedizione sono in seguito stati pubblicati in francese. E poi, quando si parla delle difficoltà che incontrano coloro che svolgono la nostra professione, il mio pensiero non può che abbracciare Ben Andoni, un albanese di Tirana con all'attivo diverse traduzioni di letteratura serba (tra cui anche del Jaz di Tuševljaković; Humnera, Albas 2019); il suo sforzo di voler continuare a vedere la bellezza e insegnare il dialogo lì dove i politici di entrambe le parti gli griderebbero in faccia quanto questo sia ridicolo e impensabile, credo non abbia bisogno di commenti. I traduttori editoriali sono anime delicate, occorre coltivarle. Da ragazzo, all'insaputa dei suoi familiari che altrimenti glielo avrebbe impedito perché sotto la dittatura di Enver Hoxha per una disobbedienza del genere si rischiava l'arresto, nella soffitta della propria casa Ben aveva assemblato una vecchia televisione, la cui antenna improvvisata arrivava a captare a malapena i nostri due programmi jugoslavi. Nel sentirmelo raccontare, capisco che quella meraviglia di scoprire il mondo attraverso una lingua all'epoca sconosciuta – sentire per la prima volta uno dei Notturni di Chopin con temi contrastanti al suo interno, imbattersi in dipinti di Goya o altri – ora, da adulto, la rivive a ogni pagina tradotta, e trova il senso solo nel condividerla con il maggior numero possibile di persone.
L'anno scorso l'Associazione dei traduttori editoriali di Serbia, di cui fino a quel momento potevano diventare membri solo i cittadini serbi, ha cambiato il proprio statuto conferendo a Ben Andoni, Alla Tatarenko (Ucraina) e alla sottoscritta il titolo di membro onorario perché, con il nostro operato, contribuiamo alla diffusione della letteratura serba nel mondo. Per me questa non è una semplice aggiunta al curriculum ma a costo di sembrare stucchevole un pezzo del mio cuore posto sotto la lente di ingrandimento, affinché tutti possano vederlo.
Letteratura serba in mano croata. Intervista alla traduttrice Anita Vuco

È recente la pubblicazione della traduzione serba a sua cura del romanzo di Nadia Terranova, Gli anni al contrario, un grande successo che ha reso la giovane scrittrice italiana una delle voci più importanti della letteratura italiana contemporanea. Può accennare alle difficoltà che ha incontrato rendendolo in serbo?
Quest'anno ho vissuto anche l'esperienza inversa, che finora non avrei creduto possibile. Ci sono innumerevoli modi per raggiungere un luogo, ed è da un po' di tempo che cominciavo ad avvertire come insufficiente il semplice prendere l'aereo e spostarmi. Per questo ho tradotto in serbo Gli anni al contrario di Nadia Terranova in serbo (Godine obrnutim redosledom, Areté 2019), costringendomi così a dover affrontare altri fantasmi ancora: quelli legati all'uso di una lingua da me mai adoperata per la scrittura. Significava riprendere in mano la grammatica di una delle mie due lingue materne, e imparare ciò che negli ultimi trent'anni mi sono persa, in primo luogo imparare a distinguere ciò che è serbo da ciò che è croato. Per quanto, probabilmente, nel mio intimo continuerò a sentire a vita il loro profondo legame, questo non può né deve diventare una scusa per non conoscere a fondo le regole che invece deve padroneggiare bene chiunque al giorno d'oggi intenda scrivere o tradurre in Croazia e in Serbia.
Letteratura serba in mano croata. Intervista alla traduttrice Anita Vuco
La ringrazio per questa apertura, per la sua sincerità, e le lascio l'ultima parola.
Ci tengo a ringraziare l'intera redazione Voland. Come scrive anche Tuševljaković alla fine del suo libro, nessuna opera è fino in fondo l'impresa di un solo uomo, senza il contributo di ognuno/a di loro la sua pubblicazione in italiano non sarebbe stata la stessa, a partire dalla stupenda veste grafica che mi fa sorridere ogni giorno. Sapendo che a cura di Daniela di Sora fra poco uscirà di stampa anche Mi različiti[Noi diversi] di Veselin Marković, non fa altro che moltiplicare questa gioia.

Per la prima foto, copyright di Zhanna Stankovych.
Per la terza e quarta foto, copyright di Ksenija Vlatković.

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