venerdì 20 aprile 2018

Fiamme di Dragomán sul Piccolo di Trieste


La nonna è proprio una strega

Ci hanno insegnato che le streghe sono donne malvagie. Ci hanno spiegato che commerciano con il diavolo, sono brutte e vecchie, mangiano i bambini. Ed è per questo che Emma, protagonista dello...





Ci hanno insegnato che le streghe sono donne malvagie. Ci hanno spiegato che commerciano con il diavolo, sono brutte e vecchie, mangiano i bambini. Ed è per questo che Emma, protagonista dello splendido romanzo “FIamme” dello scrittore ungherese, nato in Romania, Gyõrgy Dragomán, tradotto da Andrea Rényi per Einaudi (pagg. 376, euro 24), non riesce a fidarsi della misteriosa vecchina che viene a prenderla all’orfanotrofio.
Anche se afferma di essere sua nonna.


Accanto a lei, però, la tredicenne scoprirà che le streghe non sono cattive come dicono. E che la magia, a volte, è l’unica via per riconquistare la libertà in un mondo che pensa soltanto a limitare i diritti delle persone.

mercoledì 11 aprile 2018

Sopravvivere all’esilio con la scrittura. La lezione di Velibor Čolić

18 maggio 1992, in «un tranquillo pomeriggio azzurro e terso», il ventottenne soldato bosniaco Čolić sta bevendo caffè con quattro commilitoni. Vicino a loro gioca una bambina di nome Alma che «ha sette anni e vive dell’elemosina brutale e volubile che le fanno nei bar gli ubriachi ai quali vende fiori e il suo sorriso di bambina. All’improvviso la vedo cadere, in silenzio. Non si muove più. È un po’ strano: un bambino che cade o si rialza subito o piange, la piccola Alma invece non si muove. Quando ci avviciniamo capiamo perché. L’unica e sola pallottola che un cecchino ha sparato dall’alto delle colline ha centrato in piena gola, diligente e frivola, la piccola zigana. Il corpicino è in una postura naturale, come se la bambina dormisse. Il sangue che impregna la polvere intorno a lei è un fardello per tutti noi, per questo maledetto paese e per questa cazzo di guerra». È il ricordo più doloroso, il punto di non ritorno che presto farà di Čolić un disertore e un profugo prima a Parigi, poi in giro per l'Europa, per poi stabilirsi in Inghilterra.
Nato nel 1964 in Bosnia, prima della guerra civile jugoslava Čolić era già un affermato scrittore e radiofonista serbo-croato, e nei primi lunghi anni di solitudine, privazioni e umiliazioni dell'esilio lo tiene in vita la determinazione di tornare a fare lo scrittore, seppure in un'altra lingua.
«Per scrivere dopo una guerra bisogna credere nella letteratura. Credere che la scrittura sia in grado di rimettere in moto meccanismi che sono stati bloccati nel momento in cui si è ricorso alle armi. Che possa ricondurre l'orrore, incomprensibile e inesplicabile, a misura d'uomo.»
Sopravvivere all’esilio con la scrittura. La lezione di Velibor Čolić
Trentacinque brevi capitoli compongono Manuale d'esilio in trentacinque lezioni (Bompiani, traduzione di Ileana Zagaglia), altrettante tappe che si susseguono in un arco temporale di circa sette anni; una linea retta con qualche zig zag che testimonia la tenuta di fondo, in ogni circostanza, di Čolić, il destino comune a tanti profughi e rifugiati, anche quando non animati dalla fiamma della scrittura. Le giornate parigine sono forse le più tristi, l'unico rifugio è l'alcol, poi una borsa di studio e lavoro a Strasburgo migliora le sue condizioni. Impara il francese e scrive, esce il primo libro con cui farà un lungo giro di presentazioni. Čolić diventa un intellettuale di moda, perché «il mio paese è moltodi moda», dice con misurata e giusta ironia, prendendo in giro gli intellettuali invitati a parlare del suo libro, che usano le tragedie altrui, a volte anche in buona fede, ma soprattutto per promuovere la propria immagine di persona solidale e attenta alle sorti dell'umanità.
Dopo Strasburgo si ferma a lungo a Budapest dove fa amicizia con un certo József Korda (nel libro il nome di battesimo è Joseph, ed è uno dei tanti errori ortografici che riguardano i nomi ungheresi nel libro), forse la figura più interessante, oltre all'autore, di tutto il libro. Čolić ne racconta la storia, parabola della Storia dell'Europa Centrale della prima metà del Novecento con le sue tante sfaccettature.
Sopravvivere all’esilio con la scrittura. La lezione di Velibor Čolić
Donne di fattezze e origini fra le più varie incrociano la strada di Čolić, con qualcuna nasce anche qualche relazione più o meno duratura, altre sono solo oggetti del desiderio. Storie prevalentemente strane, spesso alcoliche, incontri, anche brevi convivenze, senza però rinunciare alla propria indipendenza, e con l'autore sempre pronto a ricominciare tutto altrove.
Ormai è uno scrittore affermato, Čolić, e finalmente dispone di quei mezzi economici la cui penuria aveva reso i primi anni di esilio ancor più difficili. Ma nel frattempo ha imparato a vivere con poco e solo con se stesso, e l'improvviso benessere sembra sfiorarlo appena. I soldi e la fama li vive in quello stato di semialienazione che lo accompagna sempre e ovunque, senza che lo facesse sentire infelice o disperato. Del resto sulla felicità ci riporta le parole di Korda: «Prima di partire alla ricerca della felicità,” aggiunge, “provi a controllare bene: forse lei è già felice. La felicità è piccola, ordinaria e discreta, e molti non sono capaci di vederla.»
All'apparenza questo piccolo libro è un bel tomo, ma fra font grandi e tanti spazi bianchi è una lettura breve; scritto in stato di grazia e tradotto molto bene è indubbiamente un'opera che lascia traccia.
---------
Traduzione di Ileana Zagaglia
---------
L'articolo su Sul Romanzo

mercoledì 4 aprile 2018

Dezső Kosztolányi, Anna Édes

scritto da Andrea Rényi

La giovane campagnola davanti alla stazione Orientale di Budapest, in questa foto degli anni ’30, mi ha colpita sia per la bellezza dell’immagine sia per l’associazione immediata con la protagonista di uno dei più bei romanzi ungheresi in assoluto, Anna Édes di Dezső Kosztolányi, cui ho anche lavorato e che sta per uscire nella seconda edizione sempre a cura delle Edizioni Anfora, con la prefazione di Antonella Cilento. Dezső Kosztolányi (1885-1936) è uno dei più grandi scrittori del Novecento ungherese, molto apprezzato da Sándor Márai e da Thomas Mann.
Anna Édes è probabilmente il romanzo più maturo di Kosztolányi, scritto nel 1926 ambienta la trama fra il 1919 e il 1922, subito dopo la sconfitta e la fuga del primo governo comunista ungherese, preceduta dalla fine della Prima Guerra Mondiale e dalla dissoluzione della Monarchia Austro-Ungarica. La giovane Anna arriva dalla provincia ungherese a Budapest e trova servizio presso l’alto funzionario Vizy e sua moglie. Si rivela una cameriera perfetta, eppure tutto finisce in tragedia, in apparenza inspiegabilmente.
In questo romanzo Kosztolányi dimostra un’impareggiabile capacità di usare l’ambiguità per raccontare una sorprendente storia, che è anche un raffinato affresco di una società e di un’epoca, e per farci capire che l’essere umano è sfuggente e lo è anche la sua vita, sempre carica di mistero.

Ismail Kadare, La Bambola


UNA MADRE FRAGILE COME CARTAPESTA

"La Bambola" di Ismail Kadare

di  26 marzo 2018

Ismail Kadare, voce di fama internazionale della letteratura albanese contemporanea, scrittore tradotto in oltre quaranta lingue, vincitore nel 2005 del Man Booker Prize appena istituito, più volte in odore di Nobel, nel 1994 torna con sua moglie Helena a Tirana dal loro esilio parigino, perché la madre di lui è in fin di vita. Lo scrittore ha quasi sessant’anni, la madre quasi ottanta, da quattro anni Kadare e sua moglie vivono a Parigi: la perdita della madre non è dunque solo immancabile e imprescindibile dolore ma anche tempo di bilanci, di riflessioni sul rapporto figlio-genitore, di rivisitazione dell’intera esistenza fatta di cerchi concentrici: è da qui che muove La Bambola (La nave di Teseo, 2017).
Il figlio viene colpito prima di tutto dalla leggerezza fisica della madre: il corpo così lieve da poter essere agevolmente trasportato in braccio è anche la metafora del peso che la signora Kadare ha avuto nella vita, quello di una figura che non ha mai voluto né saputo imporsi, e non solo perché gli usi e i costumi della sua epoca e del suo paese difficilmente glielo avrebbero concesso. Nel 1933, a diciassette anni, la Bambola, come la chiama lo scrittore, figlia del clan Dobi, una famiglia agiata di Argirocastro (Gjirokastër, Albania meridionale), va in sposa a un membro del clan Kadare, considerato avversario e di scarsa consistenza economica, ma proprietario di una grande casa tricentenaria. Questa casa per lei sarà motivo di perenne malessere sia per le dimensioni che per la presenza ingombrante della suocera.
«Mentre la causa delle lacrime di mia madre rimaneva misteriosa, per la sua disperazione era il contrario. Lei stessa non esitava a spiegarne il motivo, usando un’espressione che quando la sentii per la prima volta mi fece gelare il sangue e ogni volta che la ricordo continua a farmi venire la pelle d’oca: “La casa mi divora”.» Un mondo chiuso fatto di rancori, in cui la clausura volontaria praticata dalla suocera è considerata una virtù, e dove il marito, avvocato di poche parole, si dedica appassionatamente solo alla ristrutturazione dell’abitazione. La propria insignificanza e la mente lenta, sempre in difficoltà nel comprendere, opprimono l’anima ingenua della Bambola anche dopo la scomparsa, nel 1955, della scomoda suocera. Riuscirà a sentirsi più a suo agio solo nella nuova casa di Tirana. Nel 1975 muore il marito, e i figli si allontanano, com’è nella natura delle cose, senza clamori e volendole bene. Ma lei vivrà sempre nella paura di essere rinnegata dal figlio divenuto celebre intellettuale, un timore dovuto alla sua innegabile capacità di riconoscere l’assenza in lei di qualsiasi qualità. Tranne quella di saper essere umile. La casa di Argirocastro, elemento centrale e apparentemente indistruttibile nella storia di famiglia, verrà casualmente distrutta nel 1999 da un bombardiere inglese durante la guerra civile dell’ex Jugoslavia.
In questo breve romanzo Kadare tratteggia con poche pennellate molti personaggi, attribuendo solo alcune caratteristiche fondamentali. Fra loro anche la schiva figura paterna che, pur avendo solo due segni di distinzione, la passione per la casa degli avi e per il giornale quotidiano, suscita ugualmente curiosità e una certa simpatia. Ed è probabilmente la dimostrazione più eloquente dell’abilità dello scrittore, quella di saper rendere interessanti figure grigie, monocromatiche, di far trasparire legami, affetti mai vistosi, eppure duraturi.
Tuttavia il vero, grande protagonista di questo esile volume è l’autore stesso, quindi l’opera è più autobiografica che biografica. Ed è curioso è quando mette in risalto il proprio narcisismo, di cui fa una sorta di cronaca aprendo il dibattito sull’ambizione dell’artista, tema eterno su cui riflettere.Confrontarsi con la madre da vecchio e dopo vent’anni dalla morte di lei è cercare di comprendere se stesso, le scelte fatte e le circostanze che la vita ha imposto. Per quanto riguarda se stesso Kadare ne viene a capo, la figura materna rimane invece avvolta nella nebbia del mito e delle domande non poste e non risposte. «“Le madri sono gli esseri più difficili da comprendere” mi disse durante una cena a Parigi Andrej Voznesenskij. […] approfittai per chiedergli spiegazioni su alcuni suoi versi che avevano fatto molto scalpore […] c’era un verso in cui la parola madre, in russo mat’ […] si ripeteva tre volte, Matmatmat, mentre la quarta volta c’era solo la sua metà, ma, unita alla fine del verso alla lettera t di mat (alla madre), creando la parola tma, che in russo vuol dire oscurità».

(Ismail Kadare, La Bambola, traduzione di Liljana Cuka Maksuti, La nave di Teseo, 2017, 127 pp., € 17.00)

La recensione su Flanerì

sabato 10 marzo 2018

Dezső Kosztolányi, Vuoi giocare?

“Vuoi giocare?” Una poesia ungherese, il suo autore e la sua traduttrice

“Vuoi giocare?” Una poesia ungherese, il suo autore e la sua traduttriceVuoi giocare? non è la poesia più bella di Dezső Kosztolányi (1885-1936), non è nelle classifiche delle prime trenta poesie ungheresi dove ai primi posti troviamo comunque la sua Ebbrezza all'alba, ma fa parte del novero delle poesie spesso citate e molto amate. Va sottolineato che l'Ungheria ha una lunga storia lirica e riserva una cura particolare alla sua tradizione poetica, un'arte coltivata con molto impegno e passione anche oggi.
Kosztolányi era uno degli intellettuali più originali e prolifici del primo Novecento ungherese: come poeta, romanziere, giornalista, saggista e traduttore ci ha lasciato un'opera monumentale di inestimabile valore. Era anche un esperto linguista e partecipò al rinnovamento della poesia magiara, alla rivolta della nuova generazione di poeti contro l'accademismo della tradizione. Il semplice elenco dei suoi volumi di poesie, novelle, romanzi, saggi, articoli e traduzioni occuperebbe un'intera pagina, ci limitiamo quindi all'antologia Modern költők (Poeti moderni) di circa 500 pagine, del 1914, che fu uno dei più grandi avvenimenti della letteratura ungherese, perché riguarda anche la poesia italiana. In essa Kosztolányi presenta le traduzioni di poesie di ben centodue poeti stranieri con tanto di breve ritratto di ciascuno. Fra gli italiani troviamo Ada Negri, Gabriele D’Annunzio, Arturo Graf, Lorenzo Stecchetti, Giosuè Carducci, Luciano Croci, Edmondo De Amicis, Filippo Tommaso Marinetti, Paolo Buzzi, Aldo Palazzeschi, presenti con ventitré poesie. Queste traduzioni servivano a Kosztolányi anche per trovare una propria voce, un suo linguaggio poetico.

Nel 2003 l’opera omnia di Dezső Kosztolányi ha ottenuto il premio “Eredità ungherese”, un'onorificenza conferita ogni anno a figure ritenute capaci di conservare l’identità ungherese nel tempo e contemporaneamente in grado di offrire anche un contributo di grande valore alla cultura europea.
Dezső Kosztolányi è noto al pubblico italiano soprattutto come romanziere, è l'autore di Anna Édes (prima edizione: Edizioni Anfora, 2014, traduzione di Andrea Rényi e Mónika Szilágyi, cura e note di Mónika Szilágyi; a breve la seconda edizione sempre delle Edizioni Anfora, con la prefazione di Antonella Cilento),Kornél Esti (Mimesis, 2012, traduzione e cura di Alexandra Foresto),Allodola (Sellerio, 2000, a cura di Matteo Masini), Il medico incapace(Rubbettino, 2009, traduzione di Roberto Ruspanti) e Nerone (Castelvecchi, 2014, traduzione di Silvio De Massimi), sebbenenel 1970 Guanda avesse pubblicato anche una raccolta di sue poesie a cura di Guglielmo Capacchi, oggi purtroppo non più in commercio.
“Vuoi giocare?” Una poesia ungherese, il suo autore e la sua traduttrice
Qui con Vuoi giocare? desideriamo offrireappena un sorso spumeggiante del mare Kosztolányi, e un'anticipazione di una seconda figura, quella di Edith Bruck, autrice della felice traduzione della poesia.
Dimmi, vuoi essere la mia
compagna di giochi?
Vuoi sempre, sempre giocare?
Andare insieme nel buio,
con cuore infantile sembrare
importante,
prendere posto con serietà
a capotavola,
versare vino e acqua con sapienza,
lanciare perle, gioire con niente,
e con nostalgia indossare
vecchi vestiti?
Dimmi, vuoi giocare a tutto
quel che è vita,
all'inverno nevoso e al lunghissimo
autunno,
si può bere il tè, muti,
il tè di rubino e il vapore giallo?
Vuoi vivere davvero con cuore puro,
stare in silenzio a lungo,
a volte aver paura,
perché sulla piazza si aggira
il novembre,
perché lo spazzino è un uomo
povero e malato;
chi fischia sotto la nostra finestra?
Vuoi giocare al serpente, all'aquila,
ai lunghi viaggi, al treno, alla nave,
al Natale, al sogno,
a tutte le cose belle?
Vuoi giocare all'amante felice?
Fingere il pianto, il funerale colorato?
Vuoi vivere, vivere per sempre,
vivere nel gioco che è diventato vero?
Stare distesi per terra tra i fiori
e vuoi, vuoi giocare alla morte?

Qui la poesia nella scena del film Maladolescenza del 1977. Qui invece cantata e suonata nell'interpretazione del nazionalpopolare gruppo ungherese Kaláka, ovviamente in ungherese.
Vuoi giocare? è una delle poesie che costituiscono il volume Màk (Semi di papavero) pubblicato nel 1916; secondo le fonti Kosztolányi la scrisse a sua moglie e il componimento rispecchia fedelmente il carattere, lo stile e il linguaggio giocoso eppure serio del poeta homo aestheticus ancora giovane: la vita è un gioco e il gioco vitalizza.


“Vuoi giocare?” Una poesia ungherese, il suo autore e la sua traduttrice
Se oggi possiamo apprezzare appieno questa poesia di Kosztolányi lo dobbiamo a Edith Bruck (1932-), poetessa, scrittrice e traduttrice ungherese naturalizzata italiana. Kosztolányi veniva da una famiglia borghese agiata di una regione che oggi fa parte della Serbia, Edith Steinschreiber Bruck invece da una poverissima famiglia ebrea di una zona depressa dell'Ungheria. Ha dodici anni quando con la famiglia viene deportata ad Auschwitz, poi a Christianstadt e infine a Bergen-Belsen, dove viene liberata dagli Alleati nel 1945. Nei successivi nove anni vive viaggiando in Europa e in Israele, si sposa tre volte, e infine, nel 1954, approda in Italia dove entra in contatto con diversi intellettuali e viene incoraggiata da Primo Levi a ricordare la Shoah. Pubblica il suo primo romanzo nel 1959 che sarà l'inizio di una lunga e feconda carriera non solo di scrittrice ma di regista cinematografica, giornalista e traduttrice di poeti ungheresi. Sposa il poeta Nelo Risi, fratello di Dino, e insieme porteranno avanti un sodalizio sentimentale e artistico durato mezzo secolo, fino alla morte di lui nel 2015.

L'articolo sul Sul Romanzo 

lunedì 5 marzo 2018

András Forgách, Gli atti di mia madre

LA DELAZIONE CHE MI HA NUTRITO

Una drammatica scoperta postuma che rivela l'animo del proprio genitore

di  5 marzo 2018
Da giorni provo a scrivere di Gli atti di mia madre di András Forgách (Neri Pozza, 2018) ma non riesco a ricacciare i terribili ricordi che mi hanno travolto durante la lettura: quelli della delazione, del diffuso spionaggio privato, forzato o volontario, che era stato elemento onnipresente prima del regime dello stalinista ungherese Mátyás Rákosi, e dopo il 1956, fino alla caduta del Muro, del regime meno violento di János Kádár.
La protagonista del romanzo documentario di Forgách, sua madre, era una spia (non si sa fino a che punto costretta dalle circostanze, o in che misura per sua scelta libera ideologica e opportunista). Io e i miei genitori, in un episodio che sarebbe potuto diventare fatale, eravamo invece le vittime, non direttamente della signora Pápai, come viene chiamata la signora Forgách negli atti riservati dei servizi segreti, ma di quella rete di spionaggio che aveva inoculato potenti veleni nella società ungherese per decenni. Per una vittima e figlia di vittime è difficile valutare con oggettività, guardare alla signora Forgách/Pápai con occhio benevolo, provare l’empatia suggerita dal figlio, ma da recensore devo tentare.Mi vengono in soccorso queste righe dell’autore su sua madre. quasi a metà del libro: «Era sensibile alle arti, disponibile con chiunque le si rivolgesse per una qualche lamentela, aveva aiutato tantissima gente, anche chi non lo avrebbe meritato, parlava diverse lingue, comprendeva i disagi fisici e psicologici della gente, come interprete praticante aveva a che fare con persone delle più diverse classi sociali, stranieri e ungheresi, e incantava sistematicamente i suoi interlocutori».
András Forgách, classe 1952, drammaturgo, sceneggiatore, romanziere, docente universitario, illustratore e traduttore, scopre nel 2014 che sua madre, la bellissima Bruria Avi-Shaul, nata e cresciuta in Palestina, per una decina di anni prima della sua morte avvenuta nel 1985, era un’agente dei servizi segreti magiari. Era stata assoldata per sostituire suo marito, il giornalista Marcell Forgács nato Friedman, signor Pápai per i servizi segreti, che era ricoverato, inguaribile, in una clinica psichiatrica. I coniugi Forgács si erano stabiliti in Ungheria subito dopo la Seconda guerra mondiale e avevano quattro figli, Gli atti di mia madre è una creatura del figlio maschio più piccolo, András, fortemente sostenuto dal fratello maggiore.
Non è la prima volta che un’opera letteraria ungherese abbia per tema l’insospettabile storia di spia del proprio genitore. Un esempio su tutti: dopo il romanzo familiare Harmonia caelestis (Feltrinelli, 2003, traduzione di Antonio Sciacovelli, a cura di Giorgio Pressburger), l’autore, Péter Esterházy, entra in possesso di documenti che testimoniano l’attività di informatore di suo padre con i servizi segreti fra il 1957 e il 1980 e ne nasce la dolorosa L’edizione corretta di Harmonia caelestis (Feltrinelli, 2005, traduzione di Marinella D’Alessandro).
Gli atti di mia madre è una ricostruzione complessa, riordinata in tre parti suddivise in capitoli stilisticamente e tematicamente molto diversi fra loro, delle vite non comuni di due ebrei divenuti ungheresi per una scelta ideologica fatta alla fine degli anni Quaranta, senza più farsi influenzare dalla naturale evoluzione della Storia, o quasi. Un’opera discontinua che narra l’emozionante e allo stesso tempo indisponente storia di un’ebrea antisionista legata indissolubilmente a Israele che arriva a tradire persino un amico del figlio, il compianto poeta György Petri. Forgách accusa, spiega e assolve, e non fa parola degli effetti provocati dall’attività 
dei genitori: non sappiamo chi e in che misura ha subìto, se ha subìto, per mano loro.
Il capitolo degli informatori dei servizi segreti è un nervo scoperto in Ungheria, e questo libro ne è testimone. E malgrado gli sforzi della traduttrice, in collaborazione con l’autore, è probabile che il lettore italiano faccia molta fatica a farsene un’idea non superficiale, per via dell’approccio narrativo rivolto a lettori ungheresi già al corrente di fatti e circostanze che in Italia non sono noti. Ma resta una lettura utile per avvicinarsi a un certo periodo storico di un paese e ad alcune sfaccettature dell’animo umano.
(András Forgách, Gli atti di mia madre, Neri Pozza, 2018, Trad. di Mariarosaria Sciglitano, 320 pp., € 18,00)

La recensione su Flanerì

giovedì 1 marzo 2018

I ragazzi di via Pál - recensione

Un articolo di Antonio D'Orrico Corriere della Sera - Sette


PASSAPAROLA

Quei ragazzi della via Pál che finirono come il ragazzo della via Gluck

La nuova edizione, con traduzione di Andrea Rényi, è l’occasione giusta per rileggere il capolavoro di Ferenc Molnar

PER NOI CHE DA BAMBINI leggemmo I ragazzi di via Pál, è marzo il mese più crudele, non aprile come sancì il poeta. È nei tiepidi giorni di marzo del 1889 che si svolgono le vicende, culminanti in una orribile tragedia, di un gruppo di undicenni (questa dovrebbe essere all’incirca la loro età) di Budapest. Una tragedia tale che ancora, per quanto mi riguarda (e riguarda non solo la mia generazione, ma anche molte delle precedenti), I ragazzi di via Pál resta il romanzo che mi ha fatto piangere di più nella vita. E mi ha fatto piangere di nuovo in questa edizione Salani appena uscita e con una bellissima (finalmente) traduzione di Andrea Rényi che gli restituisce tutta la sua velocità, tutta la sua avventurosità.
Molti che tradussero il romanzo prima di Rényi non sapevano nemmeno una parola di ungherese. Trovo una sola pecca in questa lodevole impresa: la prefazione di Guido Quarzo laddove si esclude che la nostalgia possa essere un motivo per consigliare la lettura del romanzo ai ragazzi di oggi. Penso che, invece, la nostalgia sia una ragione fondamentale per leggerlo: insegnare (e quindi imparare) ad avere nostalgia di un mondo che non si è conosciuto, o in cui non si è vissuto, è un esercizio sentimentale fondamentale. Gli scrittori scrivono per nostalgia di qualcosa che non c’è più, che è perduto; i lettori leggono per lo stesso motivo Ferenc Molnár compose il romanzo in sette settimane a un tavolino del Café New York di Budapest incalzato dalla rivista che lo avrebbe pubblicato a puntate nel 1905. Nella fretta compì alcuni errori che non furono mai corretti e sono rimasti scolpiti come nel marmo nelle pagine di questo capolavoro. L’errore più interessante (parlo da un punto di vista freudiano) è che nel mondo dei ragazzi dalla via Pál non è mai domenica. Cosa vorrà mai dire? I ragazzi di via Pál è stato per quasi un secolo il Guerra e pace dei teenager. Racconta la storia di una battaglia, lo scontro di due eserciti (i ragazzi del titolo e le Camicie Rosse) che si contendono il possesso di un territorio (il grund, il campo dove giocare), il confronto strategico e tattico tra due nobili generali (Boka, il capo dei ragazzi, e Feri Áts, il comandante nemico, così temibile da essere stato espulso dall’Istituto Tecnico). Come in tutte le storie belliche c’è un tradimento, ci sono ambascerie, ci sono consigli di guerra, ci sono dolorose e ingiuste cerimonie di degradazione. E c’è un eroe, l’eroe che sovrasta in quanto a coraggio tutti gli altri, ed è quello a cui non daresti una lira: il soldato semplice (l’unico soldato semplice, gli altri sono tutti ufficiali) Nemecsek, il biondino, il figlio del sarto, l’agnello sacrificale. Questo romanzo che sembrava immortale oggi non lo legge più nessuno. Peccato, perché è un piccolo grande classico. Rileggerlo significa entrare in un mondo (mai dimenticato) fatto di compiti di stenografia e becchi di Bunsen, società segrete da ridere (come quella che custodisce lo stucco dei vetri come un Graal) e ruffianelli in pectore (come il servizievole Csengey del primo banco che si precipita, quando suona l’ora, ad aiutare il professor Rácz a mettere il soprabito). Significa trovare atmosfere che anticipano quelle del film L’attimo fuggente, ma anche Il ragazzo della via Gluck, come nel dialogo tra Boka e il guardiano della segheria dove sorge il campo dei giochi. Boka: «Un architetto? Cosa ci fa qui?». Il guardiano: «Costruiranno». Ultime righe per Molnár, l’autore che si sposò tre volte e sempre con donne bellissime e così si raccontò: «Nato nel 1878 a Budapest; 1895: studente di diritto a Ginevra; 1904: giornalista e scrittore noto; 1914: commediografo ancora più noto; 1930: vorrei ancora essere studente a Ginevra».
© RIPRODUZIONE RISERVATA