mercoledì 27 febbraio 2019

Marina Stepnova, Le donne di Lazar'


TRE DONNE E IL VENTESIMO SECOLO RUSSO

Intervista a Corrado Piazzetta, traduttore di “Le donne di Lazar’” di Marina Stepnova

di  25 febbraio 2019

Copertina di Le donne di Lazar di Marina Stepnova
«Nel 1985 Lidočka compì cinque anni e la sua vita andò a rotoli. Era la prima volta che si incontravano tanto da vicino, Lidočka e la sua vita, e fu per questo che entrambe fissarono nella mente con un’intensità vertiginosa ogni piccolo, salato, umido dettaglio della loro ultima estate felice». Così recita l’incipit folgorante di Le donne di Lazar’ di Marina Stepnova (Voland, 2018)  e la scrittura potente non verrà mai meno nelle più di quattrocento pagine di questo romanzo russo. Attraversa per lungo e per largo il terribile, sanguinario ma anche magnifico ventesimo secolo in cui la Russia prima, e l’Unione Sovietica poi, hanno avuto un ruolo determinante.
Camminiamo nella Storia seguendo le tracce del geniale fisico nucleare di origini ebraiche Lazar’ Lindt nato nel 1900: il suo destino si rispecchia nelle vite di tre donne a lui legate in qualche modo. Tre donne vicine e allo stesso tempo lontane, persino estranee: Marusja, moglie del professore che lo scopre e lo avvia alla carriera di scienziato, una signora trent’anni più grande di Lindt che gli fa da amorevole madre e che lui ama con un amore che va ben al di là di quello filiale; Galina, che sarà costretta a sposarlo giovanissima quando lui è già vecchio; infine Lidočka, la nipote che Lindt non ha mai incontrato. Sono loro le donne del titolo, sono e non sono di Lazar’.
Marusja, la moglie del mentore di Lindt, è la figura cruciale della lunga esistenza di Lazar’. Lei lo accoglie appena diciottenne, fuggito a Mosca dalla provincia probabilmente in seguito a un pogrom, subito dopo la Rivoluzione d’ottobre. Marusja non ha avuto figli e non sperava più di poterne avere, Lindt le regala la maternità che la natura le ha negato e lei lo ricambia con il calore della casa, l’affetto, la bellezza, la cura della sua persona. Marusja è l’icona della donna russa ottocentesca, è sempre prodiga e disponibile, e aiuta donne e bambini privi di mezzi durante la guerra. Lazar’ Lindt cercherà lei in tutte le donne, e per magia Marina Stenova riuscirà a farla rivivere in sua nipote Lidočka.
Galina Petrovna finisce nelle grinfie di Lindt, osannato e onnipotente sessantenne. Con un intrigo la ragazza è catapultata tra le sue braccia da fidanzata di un ragazzo semplice, entrambi senza particolari ambizioni se non quella di realizzare il più banale dei sogni d’amore. Galina è una nuvola rosa, che da un giorno all’altro si trova al centro della nomenklatura, e madre di un bambino che non può amare, perché frutto di una imposizionedi violenza anche se commessa con amore e tenerezza. La ragazza sentimentale diventa un’adulta anaffettiva, dura e calcolatrice, un uccello di paradiso in gabbia. Neppure la nipote di cinque anni, l’orfana di suo figlio, fa breccia nel suo cuore. Non la può abbandonare perché porta il suo stesso cognome, ma se ne prende cura solo con il denaro, che ha in abbondanza.
Perduti i genitori all’età di cinque anni, Lidočka cresce in ambienti elitari disciplinati, colti, ma privi di calore. Può diventare ballerina, ha talento ed è capace di sopportare anche la dura disciplina, ma desidera soltanto affetto, una casa, una famiglia. Tre donne, tre vite, tre periodi storici, un affresco che a tratti ricorda Tolstoj, Nabokov e Ulickaja, ma anche Il dottor Živago di Pasternak.
Le donne di Lazar’ (2011) è il secondo di tre romanzi di Marina Stepnova. Con questo libro si è classificata terza al più prestigioso premio letterario russo – il Bol’šaja kniga – ed è stata finalista fra gli altri ai premi Russkij Booker, Nacional’nyj bestseller e Jasnaja Poljana. Il libro ha ottenuto un ampio consenso di critica, ed è stato tradotto in ventiquattro lingue.

Più del recensore, può raccontare e svelare il libro il suo traduttore, perché il traduttore con esso trascorre a volte anche molti mesi e si immerge in quelle profondità che il lettore semplice raramente può o vuole toccare. Ho avuto l’opportunità di porre qualche domanda al traduttore di questo splendido libro, Corrado Piazzetta, e lui ha risposto volentieri, anche a domande che non riguardano strettamente Le donne di Lazar’, ma possono interessare in generale gli amanti della letteratura russa.
Caro Corrado, sapevo della tua passione per la lingua russa, ti conoscevo però soltanto come abilissima voce italiana di Penelope Lively. Il romanzo monumentale della Stepnova metterebbe in difficoltà anche un traduttore molto preparato e di lungo corso, quindi ti faccio i miei complimenti più sinceri. Com’è caduta la scelta di un esordiente, anche se esperto traduttore in un’altra combinazione linguistica, su questo libro che porta in sé tutte le difficoltà che una traduzione editoriale può rappresentare?
Cara Andrea, innanzitutto ti ringrazio molto dei complimenti. Come dici tu, la lingua e la cultura russe sono sempre state una mia grande passione, nata molto tempo fa quando mi imbattei per puro caso in un corso di russo trasmesso da quello che allora si chiamava Terzo canale (la neonata Rai Tre). Sempre in quegli anni è sbocciato anche l’amore per l’altra mia grande passione linguistica, ovvero l’inglese, che come giustamente ricordi è stato per anni la mia principale lingua di lavoro (e ti ringrazio di aver citato Penelope Lively, autrice che ho amato molto). In tutto questo tempo, però, il mio desiderio di lavorare con scrittori russi non si è mai spento (e, a dire il vero, oltre dieci anni fa ho tradotto per Guanda una serie di microracconti di un giovane autore russo poi finito nel dimenticatoio, per non parlare di La mite di Dostoevskij che mi era stata commissionata da una piccolissima casa editrice fallita poco prima che la mia traduzione vedesse la luce). I miei contatti col mondo editoriale, però, erano prevalentemente con case editrici che non lavorano mai o quasi mai col russo, e quindi ho ritenuto che il miglior modo per trovare nuovi canali fosse quello di presentarsi con una proposta inedita. Tutto ciò per dire che quando ho scoperto l’esistenza di Marina Stepnova, e ho visto che i suoi romanzi non erano ancora approdati in Italia, ho pensato che potesse essere un’autrice interessante da proporre. Come primo approccio, ho scelto Ženščiny Lazarja(titolo originale di Le donne di Lazar’) perché dalle poche righe di sinossi mi sembrava una vicenda che mi sarebbe potuta piacere. E così è stato, il libro mi ha convinto fin da subito, sia per la portata della storia, sia per la costruzione dei personaggi, sia per la lingua sontuosa e duttile di cui l’autrice dispone con grande maestria; lo stile della Stepnova mi ha davvero conquistato, la sua ricchezza, la sottile ironia che pervade l’intero racconto, anche nei momenti più tragici. Mi sembrava un’opera capace di incontrare i gusti di un pubblico più ampio del ristretto numero di addetti ai lavori, oltre che una bella sfida dal punto di vista del mio lavoro di traduttore. Queste le ragioni per cui ho deciso di intraprendere il non facile cammino di ricerca del referente giusto: ho dovuto bussare a un po’ di porte e ho incontrato varie difficoltà (i russi, specialmente se contemporanei, hanno vita più ardua in Italia, per varie ragioni – vuoi perché ritenuti, spesso a torto, poco allettanti per i lettori, vuoi perché sono poche le case editrici con editor che conoscono la lingua, e quindi in grado di revisionare adeguatamente le traduzioni), ma alla fine sono approdato a Voland, che all’inizio non avevo preso in considerazione perché non avevo mai avuto modo di collaborarci prima d’allora. Come ben sai, è un editore piccolo, ma molto attento alla qualità e pronto ad accogliere proposte nuove; oltretutto, come suggerisce il nome stesso, da Voland la letteratura russa è la benvenuta, perciò le donne di Lazar’ hanno finalmente potuto trovare la loro casa italiana.

Marina Stepnova utilizza vari registri, fa molti riferimenti culturali e lavora con un lessico particolarmente ricco. Da traduttore, come hai vissuto tutto questo ben di dio?
Come accennavo prima, è stata una bella sfida. La varietà di registri, la generosità con cui la Stepnova attinge al vasto lessico russo, lo stile spesso fiorito, i gergalismi, i numerosi riferimenti a fatti storici o a figure realmente esistite: tutto questo mi ha dato parecchio filo da torcere. Sono infinitamente grato alla rete per la quantità di fonti a cui consente di accedere con pochi clic, risorsa oramai imprescindibile per i traduttori: poter consultare in un attimo dizionari monolingue di ogni tipo, corpus letterari, esempi vivi di fraseologie, di modi di dire; distinguere citazioni letterarie da creazioni originali dell’autrice; verificare l’esattezza dei riferimenti storici (a onore della Stepnova – e, immagino, della sua redazione –, sempre precisi fin nei minimi dettagli). Tutto ciò non solo ha reso un po’ meno arduo il mio lavoro, ma mi ha permesso di migliorare l’accuratezza della traduzione, di ridurre il margine di dubbio e di lasciare meno spazio alle interpretazioni. E sono infinitamente grato alla stessa Stepnova, con cui sono stato in contatto fin da prima di iniziare il lavoro, e che si è sempre dimostrata più che disponibile a venirmi incontro e a rispondere con una rapidità spesso sorprendente alle mie non poche domande. È stata un’esperienza molto bella anche dal punto di vista umano, perché i nostri scambi mi hanno consentito non soltanto di ottenere un risultato di qualità migliore, ma anche di conoscere una bellissima persona, di trasformare un rapporto di lavoro in amicizia. Forse a questo ha contribuito anche la grande passione della Stepnova per l’Italia (lei e il marito hanno una casa in un paesino della Toscana, dove vengono spesso a trascorrere le vacanze, e infatti proprio in occasione di quest’ultime ferie natalizie abbiamo avuto modo di conoscerci finalmente di persona e di organizzare un paio di presentazioni del romanzo) e la sua gioia per il fatto che il Paese da lei tanto amato abbia finalmente deciso di pubblicarla.

Ti sei affezionato a qualcuno dei personaggi del libro, e se sì, a chi e perché?
Tra i personaggi principali, il mio preferito è senza dubbio Galina Petrovna. È un personaggio tragico, una ragazza che viene strappata alla sua vita e ai suoi sogni per ritrovarsi costretta a vivere accanto a un uomo anziano che detesta, rinchiusa in un mondo elitario fatto di privilegi ma di aridità sentimentale, che nemmeno la nascita di un figlio prima, e l’arrivo inaspettato di una nipotina poi, riescono a scalfire. La conosciamo all’inizio del romanzo già donna matura, algida, insensibile, a modo suo spietata, ma nel corso della storia scopriamo gradualmente la sua vicenda e il suo dramma, cosa che dà al personaggio uno spessore tragico, appunto, e ci fa quasi simpatizzare per lei, nonostante la sua alterigia, gli abiti costosi, i gioielli, i profumi, e la coltre di ghiaccio che le soffoca i sentimenti. Tra i personaggi minori, invece, mi sono rimaste nel cuore due coppie: i bambini Isaak ed El’vira/Elečka, che si incontrano da sfollati nella casa di Čaldonov e Marusja durante la Seconda guerra mondiale, e che poi passeranno insieme il resto della vita (fra l’altro, sono gli unici personaggi del libro ispirati a persone reali: i genitori dell’autrice, infatti, si conobbero in circostanze analoghe a quelle di Isaak ed Elečka ed ebbero una vita coniugale altrettanto lunga), e la coppia degli Carёv, i due giovani ricercatori che Lidočka conosce da adulta in quanto abitano nell’appartamento in cui viveva da piccola con i genitori, prima di rimanere orfana e di finire in casa della nonna Galina Petrovna. Di quest’ultimi ho apprezzato particolarmente quel loro incarnare le migliori qualità dell’intelligencija russa, la loro attenzione alla sostanza più che all’apparenza, il loro calore e il loro gioire per le piccole cose quotidiane: tutte qualità che mi hanno fatto riscoprire parte del motivo per cui mi sono innamorato di quel popolo, e che purtroppo trovo sempre meno negli esponenti di quello stesso popolo, con cui talvolta mi capita di avere a che fare in questi ultimi anni.

Un traduttore ha sempre un quadro piuttosto completo della letteratura della lingua dalla quale traduce, quindi è anche una fonte di consigli letterari. Da intenditore, te la sentiresti di indicarci qualcuno fra gli autori e i titoli russi pubblicati in italiano
Quando si parla di autori russi, il riferimento immediato è ai grandi nomi della letteratura classica – e giustamente, aggiungerei: i giganti dell’Ottocento russo, da Puškin a Tolstoj e a Dostoevskij, come pure maestri del Novecento quali Bulgakov o Pasternak o Solženicyn, rimangono figure imprescindibili, e le loro opere dei capisaldi la cui potenza continua ad affascinare ogni generazione (e, a questo proposito, mi permetto di segnalare la nuova traduzione di due fra i capolavori più iconici dell’Ottocento russo, Anna Karenina e Guerra e pacedi Tolstoj, ritradotti per Einaudi da due valentissime traduttrici, rispettivamente Claudia Zonghetti ed Emanuela Guercetti, nonché la pubblicazione della versione integrale di Il primo cerchio di Solženicyn, tradotto per Voland dall’ottima Denise Silvestri). Ciò non significa, tuttavia, che la letteratura russa contemporanea non offra nomi e opere di qualità: penso, ad esempio, a Zachar Prilepin, o a Ljudmila Ulickaja, o al premio Nobel Svetlana Aleksievič, o a Vladimir Sorokin. Personalità molto diverse fra loro ma di indubbio valore letterario, e che non sempre da noi riescono ad avere l’attenzione e il riconoscimento che meritano. Spero cheil lavoro di noi traduttori e delle case editrici che scelgono di puntare in quella direzione porterà a una sempre maggiore conoscenza dei “nuovi russi” (e uso l’espressione nel suo senso migliore), e spero pure che di questa schiera farà parte anche Marina Stepnova.

Spero che Le donne di Lazar’ sia solo l’inizio di una brillante carriera di traduttore dal russo. Hai già in cantiere qualche novità e qualche titolo che ti piacerebbe tradurre o che ritieni debba comunque essere tradotto in italiano?
Tradurre dal russo, nonostante l’offerta tutt’altro che irrilevante, non è una strada molto agevole, per  i motivi di cui si parlava prima. Comunque sì, ho qualcosa di nuovo in ballo, ma le notizie non sono ancora definitive e quindi, per scaramanzia, preferirei non parlarne. In generale, cerco di tenere gli occhi aperti su quello che arriva dalla Russia, in particolare su opere o autori che propongono visioni alternative, o in ogni caso al di fuori dagli schemi più battuti: credo che, in quest’epoca di nuovi conformismi, sia importante mantenere uno sguardo capace di osservare il mondo da punti di vista trasversali, uno sguardo che sappia rendere la realtà nelle sue infinite sfaccettature, magari anche quelle più scomode, quelle che tendono a essere ignorate se non osteggiate dal discorso ufficiale. Recentemente mi sono imbattuto in un’opera alquanto originale, una “autobiografia” di Gesù Cristo a opera di un autore, Oleg Zobern, che unisce erudizione teologica a uno stile dissacrante e ironico, e ci presenta un Cristo profondamente umano, che con i suoi metodi ben poco ortodossi – e talvolta a un passo dalla blasfemia – si avvicina all’essenza del suo messaggio più di quanto non facciano le narrazioni canoniche. Mi ha molto colpito il fatto che un’opera del genere sia stata pubblicata nella Russia di oggi, dove il peso della religione – e soprattutto della Chiesa – è molto più forte che in passato, e perciò mi piacerebbe che questa voce potesse avere un’eco anche al di fuori dai confini patrii. Se non dovesse andare in porto la proposta cui accennavo prima, potrei considerare questa autobiografia sui generis come una possibile proposta da presentare in giro. Staremo a vedere.
Grazie a Corrado Piazzetta per le tante informazioni preziose e non resta che augurare buona lettura, Le donne di Lazar’ non è un capolavoro, di opere perfette o quasi perfette ce ne sono molto poche, ma è sicuramente una lettura di ottimo livello.

L'articolo su FLANERI'
(Marina Stepnova, Le donne di Lazar’, trad. di Corrado Piazzetta, Voland, 2018, pp. 448, € 20.00)

“Cuori fanatici” di Edoardo Albinati

Un libro che somiglia a una matrjoška. “Cuori fanatici” di Edoardo Albinati

Un libro che somiglia a una matrjoška. “Cuori fanatici” di Edoardo AlbinatiIl vocabolario Treccani definisce fanatico «chi è mosso da passione forte ed esclusiva, da entusiasmo per un'idea, per un partito, o anche semplicemente da simpatia eccessiva verso una determinata persona o da eccessivo zelo nell'esercizio di un'attività”, o “di ciò che rivela fanatismo». A Roma «la parola è usata con senso più generico, attribuita a chiunque nelle sue manifestazioni o nelle sue mansioni si mostri eccessivamente zelante, smanioso, o dia comunque prova di esagerazione in tutto ciò che fa, e anche persona boriosa, che ama mettersi in mostra.» Nel suo nuovo romanzo Cuori fanatici (Rizzoli) Edoardo Albinati, scrittore e sceneggiatore romano e Premio Strega 2016 con La scuola cattolica, presenta in dodici capitoli alcuni archetipi che ben illustrano il lemma. Sono un capannello di personaggi che ruotano intorno a due giovani amici, Nanni e Nico, in un'epoca molto vicina eppure molto lontana, che sono gli anni Ottanta. Prima però Albinati fa dono al lettore di un prologo dedicato alla città meridionale, sottofondo in gran parte dei ritratti e camei più o meno grandi che compongono questo libro, e dall'identità assai facile da scoprire.
Riassumere la trama può essere fuorviante in quanto non può che essere riduttivo. A tratti si ha l'impressione di guardare dentro un caleidoscopio, di apprezzare più le ramificazioni rispetto al filo conduttore, di farsi distrarre dalla maestria della scrittura che incorpora tecniche anche molto diverse fra loro, e di non riuscire a focalizzare i contenuti con la dovuta attenzione. Cuori fanatici ha tante chiavi ed è un'opera che per essere apprezzata appieno richiederebbe più di una lettura. Abbraccia e respinge, esercita una forza magnetica, confonde e chiarisce.
I due protagonisti sono in realtà punti di partenza, più che occupanti a pieno titolo dello spazio narrativo. Sono Nanni Zingone, professore in un liceo romano, e Nico Quell, consulente editoriale, «una specie di cortigiano della letteratura», presso una casa editrice al Nord. Nell'economia del romanzo i loro spazi non sono equamente divisi, non hanno lo stesso peso nella trama, e a volte sono solo un tramite, quasi un pretesto, per parlare di altro e di altri.
Un libro che somiglia a una matrjoška. “Cuori fanatici” di Edoardo Albinati
Nanni ci viene presentato subito come un fanatico dell'insegnamento: «...la loro parata d'istinto era frutto dell'addestramento condotto da Zingone sotto forma di impietosa pioggia di stimoli, una tormenta dell'attenzione che si placava solo al suono della campanella. Sopravvivere a una di quelle lezioni voleva dire aver qualcosa da rimarginare. I superstiti si riscuotevano e contavano le ferite e ne andavano un po' orgogliosi.»
Nico invece è figlio di un ambasciatore gambizzato, perché quelli erano anche gli anni di piombo, del fanatismo del tipo devastante. A suo modo è fanatico anche l'ambasciatore Quell: «L'orgoglio, la tenacia, forse la sua stessa insensibilità ebbero la meglio sulla sofferenza e isolarono Quell dal consesso umano.» Quell è anche lo strumento del narratore per tirare le somme del terrorismo, in questo caso di “sinistra”:
«Nei ragionamenti che ruminava per spiegarsi il perché fosse finito proprio lui nel mirino, Quell non si sognava di entrare nel merito dell'ideologia in nome della quale gli veniva sparato: gli sembrava irrilevante, ingenua, fondamentalmente immeritevole di essere considerata o analizzata, così come non si presta troppa attenzione ai vaneggiamenti di un barbone o al gioco di bambini che si contendono tappi di bottiglia come fossero un tesoro. Strategie illusorie e violente poste al servizio di ideali strampalati e anacronistici. In Europa, il comunismo si avviava al tramonto nei suoi regimi pomposi e truculenti, e nei Paesi dove non era riuscito ad affermarsi con l'appoggio dei carri armati, qualcuno pensava davvero di realizzarlo grazie a qualche squadra di ex operai e studenti fuori corso surriscaldati dalla mitologia dell'insurrezione?… Il fanatismo che viene dal popolo o afferma di agire nel nome del popolo ha il potere di risvegliarne uno di segno opposto, forse ancora più tenace e implacabile, cioè il fanatismo snobistico, e questo in fondo era Quell, un fanatico, sì anche lui lo era, esattamente come quelli che gli avevano sparato.»

Un colpo al cuore è il paragrafo che con poche parole incisive ricapitola l'epoca:
«L'idolo dei mediocri non era ancora il mediocre. Ancora i mediocri sognavano, e sognavano di non essere più mediocri, e almeno in alcuni momenti della loro esistenza poteva accadere loro di essere integri e liberi come l'aria e il sole. Era l'epoca stessa a permetterlo. Era un'epoca radicale e fanatica durante la quale nessuno si accontentava di quello che era, nessuno era soddisfatto di quello che faceva o del modo in cui lo faceva. Bisognava andare oltre e afferrare la pienezza.»

Con la figura del “professor” Berio l'autore presenta l'intellettuale velleitario, ossia il fanatismo di chi non riconosce altro valore al di fuori di una branca della cultura e della propria visione. Un a tipologia piuttosto diffusa, e l'attenzione dedicata rende il libro anche una sorta di manuale sugli intellettuali rivolto agli intellettuali. Berio è la figura centrale in due capitoli, con tanto di sproloquio provocativo che rievoca bene anche il clima dell'epoca. Cede poi il passo a Lenia, sua figlia, che è il suo contraltare, e che sfiorerà Nico nutrendo qualche esile speranza per i due.
Un libro che somiglia a una matrjoška. “Cuori fanatici” di Edoardo Albinati
Un lungo capitolo è dedicato alla famiglia di Nanni, a sua moglie Costanza e alle tre figlie. Il titolo Capelli evoca un rito introdotto da lui, quello del taglio e della spazzolatura dei capelli delle figlie, pregno di gesti che seguono l'individualità delle bambine. Nanni è un fanatico dell'amore per la moglie e per le figlie, Costanza invece combatte strenuamente per conservare un proprio spazio inaccessibile alla famiglia, dove coltivare anche l'adulterio. Asciutte anamnesi si alternano a righe poetiche come queste:
«... i fili per stendere brillavano contro il cielo, non regolari, non dritti e precisi come righe di pentagramma tra un albero e l'altro, ma disegnando nell'aria rigide onde e gobbe, lungo cui erano disposte le macchie colorate delle mollette: il verde, il giallo, il celeste, giallo-rosso, giallo-celeste-giallo, secondo pure frequenze ottiche.»

Non manca un inciso sferzante dello scrittore sugli scrittori:
«È un tratto antico dello scrittore italiano: anche scrivendo un sonetto sul cane di casa, è certo di aver dato una mano a migliorare il mondo, di aver sfamato i poveri, accelerato la rivoluzione dei giusti, dato uno scrollone al regime marcio. Ogni volta che afferra la penna per buttar giù una storiella, pretende che gli altri ci vedano il suo impegno per la soluzione del problema della vita.»

Il capitolo centrale è l'anello di congiunzione fra terroristi e vittime, che a volte sono gli stessi terroristi. La piramide narrativa arriva così a compimento, il lettore tiene ormai in mano le fila della trama. Con la figura implacabile della terrorista, che non può che essere malata di fanatismo, Albinati, capace di descrizioni e ritratti lunghi e molto dettagliati, qui ci insegna come anche con una sola frase lapidaria – «Alessandra decise che si faceva prima a sparare qualcuno» – si possano centrare azione e personaggio. Questo capitolo ospita anche il primo dialogo del libro, tanto indimenticabile quanto raccapricciante.

In Cuori fanatici una storia tira l'altra, qualcuna è tragica, quella che si svolge nella città meridionale alla confluenza dei due fiumi addirittura epica, altre contorte, improntate sull'ironia, sul cinismo, sul grottesco o sull'ingenuità. L'interno di ciascuna nasconde sempre qualcos'altro, e il libro ricorda una matrjoška lavorata nei minimi dettagli. Ognuna veicola anche la visione di un segmento, un'opinione, un approccio, una presa di posizione. Albinati presenta il ritratto di un'epoca, di una serie di personaggi fanatici che in quell'epoca hanno vissuto il loro fanatismo nei modi descritti, ma che in altre epoche sarebbero stati sempre fanatici, perché possessori di cuori fanatici, caso mai in forme diverse.
Un libro non difficile da leggere ma non facile da afferrare, che non delude le aspettative di chi ha letto La scuola cattolica.

L'articolo SUL ROMANZO

mercoledì 20 febbraio 2019

Sopravvivere a orrori e privazioni. “Una storia ungherese” di Margherita Loy

Come tutti gli espatriati, anch'io aguzzo la vista quando da qualche parte vedo scritta la parola che definisce le mie origini, quindi nella fattispecie “ungherese”; figurarsi se è addirittura stampata nel titolo sulla copertina di un libro. Una storia ungherese è un titolo dall'indubbio fascino, anche se la curiosità è immancabilmente accompagnata da perplessità: quanto sarà credibile, autentica, veramente ungherese, questa storia? Dopo poche righe arrivano già due sorprese molto gradite: Kinga, la ventenne protagonista, scrive il suo diario che è la costola del romanzo, in via Attila, ai piedi del quartiere della Fortezza che l'autrice, Margherita Loy, lascia in originale, ossia Vár, e il periodo descritto è l'assedio cinto dall'Armata Rossa intorno alla Budapest occupata dai tedeschi, cioè l'inizio del 1945, e i mesi successivi alla liberazione prima della capitale, poi di tutta l'Ungheria. Il caso ha voluto che il quartiere fosse della mia infanzia e gioventù, e l'arco di tempo è estremamente interessante perché per motivi di opportunità politica non è mai stato elaborato a sufficienza nella letteratura ungherese.
Kinga è figlia di un pittore friulano e di una magiara discendente della nobiltà di provincia. Anni prima il padre aveva abbandonato lei, sua madre e suo fratello, ed era tornato in Friuli. Per sopravvivere, i tre rimasti a Budapest sono andati a stare per un anno e mezzo dalla nonna materna nella contea di Szabolcs, al confine con l'Ucraina. Entrati in possesso di mezzi finanziari, i tre tornano a Budapest dove presto scoppia la guerra. Il passato e il presente scorrono in parallelo nel diario che Kinga scrive in italiano durante l'avanzata dell'Armata Rossa verso Budapest, l'occupazione della città, e i primi mesi di libertà che vedono i tre trasferirsi in Friuli. Non è una riunificazione della famiglia perché il padre di Kinga non è più in vita, ma la fuga dalla città distrutta e dalle tragedie personali che solo cambiando paese sperano di poter lasciare definitivamente alle spalle. Il primo capitolo si conclude con la sistemazione dei protagonisti, e il secondo capitolo, quasi un prologo per lunghezza e per densità, annoda i fili. Chiude una sorprendente e funzionale postfazione in cui l'autrice, di origine romana, figlia della scrittrice Rosetta Loy, a sua volta scrittrice di libri per l'infanzia e qui agli esordi come romanziera, racconta la genesi del romanzo.
Sopravvivere a orrori e privazioni. “Una storia ungherese” di Margherita Loy
Kinga scrive il diario per sopravvivere agli orrori e alle privazioni che anche i civili sono costretti ad affrontare. Nelle giornate disperate si rifugia nei ricordi dei tempi della dimora di campagna della nonna a Zsurk, dove si era innamorata di un giovane ebreo. Quando non vi è più nutrimento per la bocca si nutre del ricordo della complicità affettuosa con la nonna e dei momenti di una felicità mai conosciuta prima e che vedremo non potrà assaporare mai più. Ho scelto di non svelare null'altro della trama per non compromettere il piacere della lettura, per non rovinare le scoperte che il romanzo ha in serbo per il lettore.
Sopravvivere a orrori e privazioni. “Una storia ungherese” di Margherita Loy

Margherita Loy porta avanti la trama con rigorosa precisione e una scrittura potente resa credibile e convincente dalla ricchezza dei dettagli che rispondono a domande anche molto difficili. Con poche eccezioni noi, lettori dell'Italia odierna, abbiamo avuto l'immensa fortuna di non essere stati toccati da guerre, quindi se non siamo costretti non ci riflettiamo sopra e meno che mai ci immedesimiamo, eppure la pace, la democrazia si apprezzano molto di più se si è consapevoli delle conseguenze del contrarioUna storia ungherese (pubblicato da Edizioni di Atlantide) non è quindi solo un buon romanzo con una bella trama, ma è anche dispensatore di verità storiche da tener presente, oggi più che mai, in Ungheria e altrove.
Sopravvivere a orrori e privazioni. “Una storia ungherese” di Margherita Loy


Da ungherese ho letto questo libro con un certo stupore dovuto innanzitutto al coraggio di Margherita Loy: di solito la nostra lingua neppure indoeuropea ma ugro-finnica spaventa, e la nostra storia complessa non si presta a facili interpretazioni. Scrivere Una storia ungherese non poteva che essere stata un'impresa davvero ardua e molto impegnativa, che la scrittrice ha assolto bene. Da madrelingua e oriunda della zona di Vàr ho rilevato pochi errori e tutti veniali, che certamente non disturbano né fuorviano il lettore italiano. Quindi non mi rimane che fare i complimenti e ringraziare Margherita Loy per le ore liete trascorse con Una storia ungherese.
L'articolo su SUL ROMANZO

venerdì 18 gennaio 2019

Finalmente un'opera in italiano di Melchior Lengyel

Finalmente un'opera in italiano di Melchior Lengyel

Il 12 gennaio è una data fortunata per la drammaturgia ungherese e non solo: in questo giorno, nel 1878, vide la luce Ferenc Neumann, dalla maggiore età Ferenc Molnár (1878-1952), probabilmente il letterato ungherese più famoso grazie al suo intramontabile romanzo I ragazzi di via Pál, ma soprattutto alle sue pièce teatrali come Liliom, in cartellone da decenni in molti teatri in tutto il mondo. Due anni dopo, sempre il 12 gennaio, nacque Menyhért Lebovics (1880-1974), divenuto celebre con il nome Melchior Lengyel, autore di prosa ma anche drammaturgo e sceneggiatore, cui dobbiamo la paternità del Mandarino meraviglioso, uno dei caposaldi del balletto moderno con la musica di Béla Bartók, e di alcuni capolavori cinematografici di Hollywood fra le due guerre, tra cui Ninotchka, realizzati con i registi e gli autori più in voga come Otto Preminger, Ernst Lubitsch, Gregory Peck, Greta Garbo, Marlene Dietrich, solo per citarne alcuni.
Pur avendo vissuto a Roma per oltre un decennio – nel 1963 gli viene conferito il Grand Prix –, Melchior Lengyel rimane pressoché sconosciuto al pubblico italiano, mentre è ben nota la sua discendenza italiana: sua figlia Anna (1922-2015) era sposata all'economista, politico e accademico Manlio Rossi-Doria, quindi Marco Rossi-Doria, il maestro di strada nonché politico, è suo nipote.

Finalmente in italiano un’opera di Melchior Lengyel
Pochi mesi fa la casa editrice Aracne, con la collaborazione di Nina Di Majo, regista, attrice e sceneggiatrice italiana, ha dato alle stampe la commedia in tre atti di Lengyel intitolata Beniamino e le cose dell'altro mondo, tuttora inedita in ungherese (titolo originale: Benjámin, avagy a másik világ dolgai), che però secondo il catalogo OPAC era stata rappresentata già al Teatro Argentina di Roma nel 1930. La traduzione italiana è della moglie dell'autore, Lidia Lengyel nata Gerő, e il testo è stato curato da Nina Di Majo che ha arricchito il volume della sua nota informativa, seguita dalla nota sull'autore di Marco Monreale.
Finalmente in italiano un’opera di Melchior Lengyel
Una commedia sofisticata, un triangolo amoroso che un po' per volta si trasforma in un quadrangolo, con sullo sfondo rari cenni ma molto amari, critici, alla situazione politica ungherese del momento, che vede il cancelliere Dollfuss allearsi con l'ammiraglio Horthy, capo del governo ungherese filofascista. Questo particolare sul piano cronologico colloca la pièce fra il 1932 e il 1934, più tardi rispetto alla data della prima rappresentazione italiana, quindi si suppone che sia un'aggiunta successiva.La trama, ambientata fra Budapest, un treno che trasporta i protagonisti su lidi sereni e  località in voga, riserva poche sorprese ma è raccontata con garbo e con una buona dose di conoscenza dell'animo umano. I dialoghi sono plastici al punto che il lettore ha la sensazione di assistere a uno spettacolo teatrale, e questo libretto è infatti una provocazione, un invito a portare la commedia in scena.
Finalmente in italiano un’opera di Melchior Lengyel
Far conoscere questo pezzo di Lengyel è un'operazione indubbiamente positiva, che però lascia un pizzico di amaro in bocca a quelli che conoscono la sua vasta e interessante produzione. Questa non è la sua commedia migliore, e nasce dunque spontaneamente la nostalgia, il senso di mancanza di altre sue opere che sfortunatamente non sono reperibili in italiano, e potrebbero invece essere portate in scena.


Concludo quindi ringraziando per questo grazioso libretto, nella speranza di poter vedere tradotte e vedere nei teatri altre pièce di Melchior Lengyel, che era uno dei protagonisti di un'epoca indimenticabile nella storia del teatro e del cinema. Se poi si potesse leggere in italiano anche il romanzo sulla sua vita, l'autobiografico Életem regénye (Libro della mia vita), un'impareggiabile testimonianza storica e culturale...

mercoledì 28 novembre 2018

Roberta Gado ci racconta "Piano D" di Simon Urban

Parola ai traduttori. Roberta Gado ci racconta “Piano D” di Simon Urban

Parola ai traduttori. Roberta Gado ci racconta “Piano D” di Simon UrbanTraduttrice dal tedesco di venticinque titoli e innumerevoli estratti per Keller, Voland, Viceversa Letteratura, BCD, Meridiano Zero, Ponte alle Grazie e Casagrande, insignita del Premio italo-tedesco per la traduzione letteraria, Roberta Gado è un’autentica mediatrice linguistica e culturale. Collabora con le principali fondazioni svizzere e il Babel Festival, co-dirige il Centro per la traduzione della prestigiosa Fiera del Libro di Lipsia, città in cui vive da alcuni anni con la famiglia, senza perdere di vista la letteratura italiana che patrocina presentando autori italiani in Germania in italiano e in tedesco. Laureata in Filosofia, Roberta Gado ha imparato il mestiere di traduttrice da autodidatta, diventando anche docente di corsi universitari di traduzione dal tedesco.
«Altro che Riunificazione! La DDR ha tentato la Rianimazione e ce l’ha fatta. Come, lo racconta il pubblicitario Simon Urban in un giallo geniale per inventiva e profondità d’analisi. Una traduzione difficile e (almeno per me) divertentissima. Ci ho aggiunto in calce un glossario dei termini più esotici, chissà se è utile: fatemelo sapere!»Roberta presenta sul suo sito con queste parole una delle sue ultime fatiche, Piano D di Simon Urban (pubblicato da Keller). Parole che hanno svegliato in me la curiosità per il libro che ho trovato affascinante, e il desiderio di sapere di più della traduzione e della traduttrice. Roberta si è subito dichiarata disponibile e mi ha fatto avere le sue risposte con congruo anticipo rispetto al termine stabilito. Più tedesca dei tedeschi, direbbe qualcuno.

Piano D di Simon Urban è stato un caso letterario in Germania, meritatamente, perché unisce il dilettevole all'istruttivo e ha il pregio dell'ottima scrittura. Può raccontarci com'è arrivato in Italia?
È una storia lontana, la racconto al passato remoto. Ricevetti Plan D prima che uscisse in libreria in Germania, nel 2011: la responsabile dei diritti dell'editore Schöffling, Kathrin Scheel, me lo aveva mandato immaginando che mi sarebbe piaciuto e sperando che lo proponessi in Italia. Quella volta però l’editor di una grande casa editrice mi precedette: si innamorò subito del libro e io appresi a partita ormai chiusa che lo avrebbe pubblicato Mondadori. Segnalai interesse spiegando la mia competenza in materia, mi proposero una prova di traduzione che discussi con Helena Janeczek, ai tempi addetta alla germanistica. Ricordo ancora benissimo la telefonata in cui mi fece pelo e contropelo sulla traduzione – fu una discussione preziosissima – e poi mi assegnò il lavoro.
Ancora non sapevo che lo avrei svolto nell'anno più micidiale della mia vita, tra divorzio, trasloco internazionale, inserimento delle mie figlie nelle scuole tedesche e cancro del nuovo compagno. Ricordo una sera in cui ero così stanca che il libro mi cadde nella vasca da bagno e si trasformò in un coso ondulato ingestibile che decisi di tenere a futura memoria. Ma consegnai puntualmente – detesto chiedere proroghe, preferisco concordare una scadenza congrua dall’inizio o rifiutare il lavoro in favore di altri –, la revisione andò a meraviglia, il pagamento arrivò puntualissimo, tutto bene. Se non che il libro, Piano D, non uscì e se ne persero le tracce; nel frattempo l’editor che lo aveva fatto acquistare aveva cambiato posto e addio. Ma con tutta la fatica che mi era costato – ricordavo troppo bene lo stato post-avvocato-e-pre-chemio in cui mi ero messa al computer certe mattine –, non ero disposta a darlo per perso. Provai a convincere l’ufficio legale di Mondadori a restituirmi i diritti sulla (mia...) traduzione, dato che erano decorsi i termini del contratto tra gli editori e Schöffling aveva ritirato la licenza a pubblicare il libro: invano. Mondadori si dichiarò però disposta – salto volutamente un paio di passaggi – a vendere la traduzione a un altro editore. Un amico come Roberto Keller si dichiarò subito disposto a prenderla: e così nel 2017 mi sono ritrovata a rivedere a distanza di anni una mia traduzione come se fosse di un’altra, è stata un’esperienza interessante.
Parola ai traduttori. Roberta Gado ci racconta “Piano D” di Simon Urban
Ha conosciuto anche Simon Urban, l'autore? Ce lo può presentare?
In tutti questi anni sono stata in contatto sia con Schöffling sia con gli altri traduttori del libro – che nel frattempo avevano pubblicato la loro versione e facevano il tifo per me – sia naturalmente con Simon Urban, il tifoso più paziente e accanito. Abbiamo diverse cose in comune: entrambi siamo appassionati di DDR pur venendo da fuori – lui è cresciuto nell'Ovest della Germania e io in Italia, credo di capire bene il suo sguardo sul Paese e la sua storia, le intenzioni che sottende –, entrambi siamo arrivati alla letteratura attraverso un altro tipo di scrittura, quella pubblicitaria. Amiamo i giochi di parole, la storia (anche) come storia di prodotti, destino di marchi e idee commerciali. Ricordo un periodo in cui ci mandavamo foto a slogan che trovavamo geniali, ci scambiavamo idee su come ricreare certi effetti. Non siamo ancora mai riusciti a incontrarci di persona, ma abbiamo un ottimo rapporto. Lui adora le graphic novel ed è stato felicissimo di vedere i disegni di Roberto Abbiati negli interni di copertina, ha voluto subito anche le cartoline che abbiamo dedicato ai personaggi del libro.
Parola ai traduttori. Roberta Gado ci racconta “Piano D” di Simon Urban
Il libro è il felice incrocio di un crime novel e un romanzo sociale, divertente, ironico, che a tratti sconfina nella satira. Che cosa l’ha convinta di più in Piano D? Qual è il personaggio che secondo lei ha colpito più degli altri nel segno?
L'idea alla base del libro, declinata anche in chiave economica e "corredata di accessori", mi è parsa subito divertente e più profonda di tante analisi socio-economiche classiche. Questa idea è poi sviluppata in una lingua ricchissima, con una voce letteraria ben precisa e mai piatta, diversa dallo stile un po' stereotipo di certi gialli e distopie. Simon Urban si diverte a ogni invenzione senza perdere di vista la profondità e la prospettiva, e come me ama le trame avvincenti. A differenza di lui io però non amo i libri lunghi, e quando un romanzo supera le trecento pagine penso automaticamente a dove si sarebbe potuto economizzare, forse perché sono una lettrice paziente ma lentissima. Dunque se fossi stata l'editor dell'originale avrei proposto di sacrificare qualche pagina, ma per il resto lo considero un libro molto riuscito, intelligente, brillante.
Quanto ai personaggi, trovo ben congegnata la combinazione tra l'agente dell'Est (Wegener), l'agente dell'Ovest (Brendel) e un commissario della vecchia scuola come Früchtl; immagino che aiuti anche le lettrici e i lettori italiani a orientarsi nel panorama Est-Ovest tra ideali comunisti, socialismo reale e capitalismo stramaturo, anzi marcio.
Parola ai traduttori. Roberta Gado ci racconta “Piano D” di Simon Urban

Parola ai traduttori. Roberta Gado ci racconta “Piano D” di Simon Urban
Il lettore italiano medio ha scarsa confidenza con il mondo che rappresentava la DDR, la Germania dell'Est, e difatti lei gli è venuta in soccorso anche con un glossario molto utile in fondo al libro. Ci sono dei momenti, dei passaggi nel libro in cui ha temuto di non riuscire ad accorciare abbastanza la distanza fra il lettore e il testo originale?
Il problema mi è stato presente da subito, con l'aggravante che temevo di non saper valutare bene l'entità di questa distanza, visto che coltivo un rapporto personale e familiare intenso con la DDR da venticinque anni: ho imparato il tedesco nell'ex Germania dell'Est, ho sposato in successione due tedeschi dell'Est e dunque tutta la mia vita adulta – me ne rendo conto adesso scrivendolo! – gravita intorno a certi temi. In questo senso è stata una buona prova del nove rivedere la traduzione a sette anni di distanza, tutti trascorsi in Germania con l'intento di “integrarsi” e di restare, considerando che avevo scritto la prima versione ancora imbevuta di Italia, appena tornata nella Germania orientale dopo diversi anni di assenza: mi ha stupito constatare la tendenza a spiegare di più nel 2018 che nel 2011, come se conoscere sempre meglio la DDR accentuasse la convinzione che "un italiano non può capire": invece sì che può, sono temi universali, continuo a ripetere a me stessa, fa parte del mio compito, e mi sono fidata dei lettori.
Nelle mie intenzioni il glossario non ha tanto la funzione di spiegare termini altrimenti incomprensibili, quanto di offrire un livello di lettura in più, un approfondimento per chi lo desidera. Non va dimenticato che il Muro è caduto ormai tanti anni fa e che anche i lettori tedeschi dai venti ai quarant'anni, soprattutto se cresciuti all'Ovest, sono privi dei riferimenti necessari a capire tutto – ma molto si intuisce e forse è sufficiente.
Uno dei problemi-chiave della traduzione è che, trattandosi di un'ucronia, molti termini e giochi di parole non ricalcano realtà esistenti e dunque ricercabili, ma sono costruiti sulla loro versione distopica che, in quanto inesistente al di fuori del romanzo, il lettore curioso non può trovare su internet. Il personaggio di turno, per esempio, non fa battute sul KaDeWe, acronimo di Kaufhaus des Westens, ovvero i grandi magazzini simbolo dell'opulenza occidentale visibili da Berlino Est, ma sul KaDeO, l'equivalente orientale (Kaufhaus des Ostens) che esiste solo nella DDR "rianimata" di Piano D: per capire le battute al lettore italiano manca un passaggio, se non due. Però la prima cosa che impara un'adattatrice pubblicitaria è: vietato spiegare le battute in traduzione perché non fanno ridere. Bella sfida, no?
Parola ai traduttori. Roberta Gado ci racconta “Piano D” di Simon Urban
Per concludere ci piacerebbe sapere cosa ne pensa della situazione della letteratura tedesca contemporanea tradotta in italiano: è ben rappresentata, oppure ci sono autori importanti, eppure assenti dagli scaffali italiani?
Mancano diversi autori importanti, ma soprattutto molte delle opere esistenti non ricevono adeguata diffusione tra lettori e studenti universitari (diversi dei quali stentano a leggere un libro tedesco in lingua originale). Il programma dell'editore Keller in questo senso è notevole e nei prossimi anni si arricchirà di voci fondamentali, come quella di Wolfgang Hilbig, per restare in tema di DDR.

Per la seconda foto, copyright: Marika Brusorio.
Le foto da n. 3 a n. 5 sono disegni di Roberto Abbiati e raffigurano tre personaggi del libro, rispettivamente Wengener, Hoffmann e Karolina.

L'articolo sul sito di Sul Romanzo

venerdì 16 novembre 2018

Ferenc Molnár, La piccola pasticceria

PRIGIONIERI, UNA PASSIONE AMOROSA

Ferenc Molnár, “La piccola pasticceria”

di  16 novembre 2018
Dopo sessantasette anni dalla prima e cinquantaquattro dalla seconda edizione italiana a cura della casa editrice Dall’Oglio la riedizione di questo breve romanzo rende omaggio a ben tre letterati. Il primo è Ferenc Molnár (1878-1952), l’autore ungherese che il lettore italiano conosce sicuramente per I ragazzi di via Pál, ma forse anche come l’autore di molte opere teatrali tuttora in cartellone nei teatri italiani, oltre che di qualche romanzo tradotto in italiano ma sfortunatamente non più disponibile in commercio. Gli altri due sono una coppia di traduttori, l’ungherese Balla Ignácz – Ignazio Balla (1885-1976) per gli italiani – e Alfredo Jeri (1896-1962). Pubblicato con il titolo Rabok (Prigioneri) nel 1907 a Budapest, e riedito una seconda volta nel 1928 in un unico volume insieme a un altro breve romanzo intitolato Ismerősök (Conoscenti), La piccola pasticceria (Elliot, 2018) è considerato un’opera minore giovanile nella vasta produzione letteraria dell’eclettico Molnár. Tant’è vero che l’ultima edizione ungherese risale al 1928, e di questo testo si trovano cenni solo nelle storie della letteratura ungherese più complete. Eppure meriterebbe la riscoperta anche in patria.
L’esile volume al quale forse sarebbe stato meglio lasciare il titolo originale, Prigionieri, ha in serbo parecchie sorprese piacevoli, a partire dalla trama ben tesa, fino all’intento di rompere gli schemi con una storia d’amore anticonformista, e ai pochi ma ben delineati caratteri che popolano le poco più di cento pagine. Una struttura narrativa dove tutto è ben dosato, presentata con un linguaggio raffinato, reso più efficace e convincente dalla revisione a cura della redazione di Elliot, perché la traduzione risale 1951 e risentiva del passare degli anni e della tecnica traduttiva imperfetta che caratterizzava il pur prestigioso operato della coppia di traduttori.
La piccola pasticceria è frutto di quel periodo narrativo di Molnár che lo prepara al genere in cui saprà dare il meglio di sé: il teatro. Scritto contemporaneamente al suo intramontabile I ragazzi di via Pál, il romanzo si colloca fra le sue ultime prose impregnate ancora di sentimentalismo, con sullo sfondo Budapest, città natale che ha reso sempiterna protagonista delle sue opere nel primo ventennio di produzione artistica.
Un giovane avvocato fresco di laurea e fidanzato della diciassettenne figlia ben educata, benpensante e conformista del direttore di un penitenziario di Budapest difende una cameriera di una pasticceria accusata di furto dell’incasso. L’ha incaricato la stessa imputata in virtù del cordiale rapporto che intercorreva fra i due come cliente e inserviente della pasticceria. Durante un colloquio in prigione la cameriera svela però il suo amore per l’avvocato, una passione per la quale è disposta a tutto e che piano piano lo conquista, tanto che lui sarà costretto a infrangere l’etica e le norme di comportamento della buona società borghese. Molnár tornerà a rielaborare questo tema con una trama molto simile trent’anni dopo, all’apice della sua carriera, in un’altra opera narrativa intitolata L’ussaro verde.
Se questo libro è arrivato a noi è merito di Ignazio Balla, fra le due guerre chiamato amichevolmente ambasciatore della cultura ungherese dal grande Kosztolányi: era il periodo d’oro del romanzo d’intrattenimento in Italia, un genere che diversi scrittori ungheresi coltivavano ed esportavano con grande successo. Ciò era possibile grazie al valido aiuto di traduttori, fra i quali il più noto era Balla, ungherese trasferitosi in Italia ormai quarantenne, che per migliorare la resa in italiano si faceva aiutare dal madrelingua Jeri. A sua volta Balla era anche un fecondo scrittore,  traduttore da altre lingue e, per uno scherzo del destino, fiero sostenitore del fascismo per tutta la sua vita, malgrado le sue origini ebraiche e le inevitabili persecuzioni. Giunse persino a scrivere una monografia sul duce, che conosceva personalmente. Al netto di questa peculiarità, Balla contribuì in ampia misura alla diffusione della letteratura ungherese in Italia, scegliendo e promuovendo più di venti romanzi di cui firma la traduzione con Jeri o altri cotraduttori.
(Ferenc Molnár, La piccola pasticceria, Traduzione di Ignazio Balla e Alfredo Jeri, Elliot, 2018, pp. 122, € 12.50)

giovedì 15 novembre 2018

L’assenza è ciò che dà ordine a un’opera, intervista a Péter Nádas

di Nóra WinklerWMN, traduzione e nota introduttiva di Andrea Rényi
L'articolo su Grafìas
Nóra Winkler e Péter Nádas ©Csiszér Goti/WMN – Goti Photography

Péter Nádas (o meglio Nádas Péter, come bisognerebbe scrivere secondo la regola che vale non solo per la lingua ungherese – ma anche per quella giapponese, per esempio – che vuole l’anteposizione del cognome al nome) nasce il 14 ottobre 1942 a Budapest, primogenito di una coppia di ebrei appartenenti alla piccola borghesia ungherese che lo fa battezzare con rito protestante. I genitori muoiono prematuramente e lui e il fratello minore di sei anni vengono affidati alle cure di parenti. Nádas interrompe gli studi superiori, che porterà a termine solo da adulto, impara l’arte della fotografia e trova impiego come fotografo presso una rivista. Nel 1962 inizia la sua relazione con la giornalista Magda Salamon, che sposerà nel 1990. Il suo primo volume, La Bibbia e altri racconti[1]una raccolta di racconti, esce nel 1967, ma il vero riconoscimento arriverà con il romanzo, terminato nel 1972 e pubblicato solo cinque anni dopo, Fine di un romanzo familiare[2]. Fra il 1974 e il 1979, lavora come redattore e revisore al periodico pedagogico “Gyermekünk” (Nostro figlio). Dal 1979, svolge la professione di giornalista e fotografo, e si dedica alla stesura del suo primo grande romanzo, Libro di memorie[3], composto prevalentemente nei suoi ritiri in campagna, prima a Kisoroszi e poi nel piccolo villaggio, abitato da poche decine di anime, di Gombosszeg. Portato a termine Libro di memorie nel 1985, comincia la stesura del suo secondo monumentale romanzo, Párhuzamos történetek (“Storie parallele”). Trova però il tempo per occuparsi anche di opere più brevi e i suoi lavori vengono regolarmente tradotti in diverse lingue. La critica ungherese e quella internazionale, sempre più attente e interessate al suo lavoro, gli assegnano premi man mano più prestigiosi. Nel 1993 viene colpito da infarto, ma riesce a rimettersi e riprende la sua attività di scrittore. Nel 1995 viene insignito del Premio di Lipsia. In Francia nel 1998 Libro di memorie è il miglior libro straniero dell’anno. Nel 1999 Rowohlt, storica casa editrice tedesca, pubblica tutte le sue opere in edizione tascabile. Contemporaneamente si afferma anche come fotografo, con diverse mostre in Europa. Nel 2005 esce, dopo diciotto anni di lavoro, Storie parallelein tre volumi. Ormai Péter Nádas è uno scrittore universalmente acclamato dalla critica e molto amato dal pubblico. Da anni il suo nome compare regolarmente fra i potenziali candidati al Nobel per la letteratura. Nel 2017 ha pubblicato in due volumi la sua ultima fatica, un meraviglioso romanzo autobiografico di 1212 pagine intitolato Világló részletek (“Dettagli illuminanti”). In Italia, Péter Nádas ha avuto una storia editoriale avventurosa, in gran parte ancora da scrivere e in attesa di un meritato e, si auspica il meno tardivo possibile, rilancio. 
Quest’anno, in un contesto di forte concorrenza, Világló részletek (“Dettagli illuminanti”), il memoir di Péter Nádas, è stato insignito del premio Aegon [nel 2017 l’ambito riconoscimento era invece andato a un altro autore monumentale della letteratura ungherese – che dopo l’assegnazione del Man Booker International Prize nel 2015 ha riscosso una rinnovata attenzione sia editoriale che di pubblico anche fuori dall’Ungheria –, László Krasznahorkai, per il romanzo (ancora inedito in Italia) Báró Wenckheim hazatér című (“Il ritorno a casa del barone Wenckheim”)].
Világló részletek dal canto suo è un’opera davvero imponente e anche il tavolo più solido appare intimorito sotto il peso delle sue quasi 1300 pagine.
Nádas mi riceve nella sua casa nel vecchio quartiere della Fortezza, nucleo originario di Buda[4], in mezzo a oggetti che per lui hanno un significato speciale, alle sue opere e a scaffali colmi di libri. Una scrivania rivolta verso la luce che proviene da due finestre occupa il centro della stanza nella quale vengo accolta. È uno spazio tranquillo, arioso e ordinato che è un po’ come ci si immagina Nádas stesso. Prima di ogni cosa, mi mette in mano il secondo volume di Világló részletek, perché ricorda che l’ultima volta che ci siamo incontrati mi aveva fatto dono, accompagnato dalla sua dedica, solo del primo libro.

Servono anni per scrivere un romanzo monumentale. Cos’è che spinge a farlo?
Nessuno desidera affrontare tanto lavoro, ma alla fine è l’opera che lo decide. Lo osserva anche Thomas Mann nei suoi diari: voleva scrivere una novella e nacque la Montagna magica, quello che sarebbe dovuto essere solo un racconto si trasformò nel Doctor Faustus. Certi materiali esigono molto spazio. Io c’entro, ma relativamente. E quei miei libri che lei vede così mastodontici sono stati sottoposti a energiche sforbiciate. Cerco di tagliare tutto il superfluo, e quello che vede è solo ciò che rimane.

All’inizio non sospetta nemmeno quanto lungo sarà il testo?
So dove sono diretto ma non ho idea dello spazio che ci vorrà. Viene fuori strada facendo, giorno dopovilaglo-reszletek-nadas giorno. In letteratura, nella Bibbia, nella scrittura, sono interessanti i dettagli. La trama in quanto tale è una novità. Basta vedere i romanzi americani di un tempo: Moby Dick è un libro corposo, i romanzi di Theodore Dreiser sono in due volumi. La brevità, il susseguirsi di dialoghi e descrizioni, è un’esigenza imposta agli autori da Hollywood. Una tendenza nuova rispetto alla scrittura. Una parte dei lettori lo gradisce molto certo, ma non è una peculiarità della narrativa, bensì della sceneggiatura.
Anche leggendo i migliori come Hemingway o Fitzgerald si ha la sensazione di vedere un film. Un’esigenza imposta agli editori a partire dagli anni Venti che a loro volta l’hanno trasferita agli scrittori ed è diventata una moda diffusa in tutto il mondo. Ma non tutti amano le semplificazioni, io per esempio decisamente no, e fra l’altro non tutti ne sono capaci.

Semplificare significa falsificare la ricchezza e la complessità che la vita rappresenta?
Non direi così, perché l’uomo vive un certo tipo di complessità e se la si ritrova in una novella, come accade in Cechov, va anche bene. Più raramente capita di trovarla anche in Hemingway.
La compattezza è poesia. La prosa è diversa, dispiega, esamina, approfondisce, guarda dietro. Osserva gli episodi, la loro concatenazione, i protagonisti, i grandi flussi narrativi e la loro interazione. Questo è il compito della prosa. Che può anche arrivare a condensare, ma mancherà sempre di qualcosa, e non rispecchierà la vita nella sua qualità di flusso epico. Mentre la narrazione, lo sforzo di raccontare sono state inventate proprio per questo.

Questa è un’affermazione ingannevole, perché quando raccontiamo una storia la revisioniamo: tagliamo gli elementi privi d’interesse, ne mettiamo in risalto altri; apportiamo delle modifiche.
Sì, e lo scrittore pur essendo dopo qualche decennio di attività un esperto, incontra ugualmente sorprese fino all’ultimo momento. Le accettiamo, ne prendiamo conoscenza, non le temiamo. Per esempio, nelle grandi favole dell’antichità come quelle di Esopo o delle Mille e una notte, ci sono notevoli divagazioni. E sono lì per tenere sveglia l’attenzione, cosa che può essere possibile soltanto se si evita la monotonia.

nadas_peter_grafiasLe divagazioni, i mondi interessanti che si spalancano uno dopo l’altro, servono a scacciare la noia del lettore?
Al lettore servono soprattutto perché possa rendersi conto della ricchezza della vita. Sa che è così, ma non ha tempo di occuparsene finché deve mantenere i figli, deve lavorare, deve conseguire dei risultati. Quindi è compito dello scrittore trovare il tempo necessario.


E lei ce l’ha presente, ne è consapevole per tutto il tempo della scrittura? Affinché emergano questi ricchi dettagli della vita che il lettore possa sperimentare?
Assolutamente sì. Mi ci concentro su sedici ore. O meglio su centosedici.

Qual è il numero che più si avvicina alla realtà?
Diverse migliaia. Quando si scrive un testo così corposo come Világló részletek, il cervello umano diventa un computer. Redige contemporaneamente testo e immagini. Sa quando, dove e che cosa mettere, e che risposte deve ottenere dal punto di vista delle armonie. Sa dov’è diretto il ritmo e quali soluzioni troverà una volta arrivato. Significa gettare continuamente uno sguardo in avanti e uno all’indietro, tornare indietro nelle pagine e consultare le note.
Con Esterházy [Péter Esterházy (Budapest 1950-2016) tra i maggiori scrittori contemporanei ungheresi] ci divertivamo molto quando ci raccontavamo degli appunti geniali presi su pezzetti di carta gelosamente custoditi e poi mai più consultati. A lavoro finito, rispuntano fuori questi foglietti, li consultiamo e constatiamo sbigottiti che cosa di molto meglio avremmo potuto fare, capiamo cosa sarebbe potuto nascere. Mentre il libro è già stato stampato e pubblicato.
Non è un problema. Fa parte delle cose che si comprendono e accettano da vecchi: che quello che dimentico deve essere dimenticato. Merita di essere dimenticato. Sarà pure stato un buon episodio, ma ormai non si inseriva più nel sistema, e non se ne sente alcuna mancanza.

Con questo romanzo, il compito non era forse trovare proprio questi episodi? I piccoli episodi che gravitano intorno ai grandi ricordi importanti, quelli custoditi dalla radice del ricordo, che da soli non emergerebbero mai, perché secondari?
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©Péter Nádas
La memoria non funziona in questo modo. Lei parla di radici, io invece li chiamo cespugli, do un nome a quello che sta sopra, lei invece a quello che sta sotto.
Succede che per caso mi viene in mente un’idea, una frase, un’immagine, un odore – come Proust ricordava il sapore delle madeleine, un dolce semplicissimo –, che per l’effetto del cespuglio a sua volta mi fa tornare in mente tutto il resto. Da quel momento in poi è inarrestabile. Ci vengono in mente tanti ricordi di tante cose e la memoria corre in tante direzioni. Lo scrittore deve gestire la memoria, perché la letteratura non è la vita ma è la vita delle parole; e la vita del testo è una vita diversa. Tuttavia, il modello si trova nel pensiero, nella serie di associazioni di idee. Che funziona nello stesso modo per tutti. Nessuno ricorda in modo diverso.

Ha detto che il testo sarà tanto lungo quanto deve esserlo. Da dove arriva però la motivazione per comporlo? In quale parte del corpo ha origine la sensazione di doverlo scrivere?
Vi partecipano tutte le parti del corpo, compresi gli organi. Fra l’altro, limitatamente al tempo del lavoro, avvengono anche importanti trasformazioni.
Ad esempio, per trasformarsi in donna occorre una sensibilità, una percezione diversa. Nel senso biologico della parola. In quel caso avviene una vera e propria trasformazione. Non sto scherzando.
Forse soltanto mia moglie potrebbe raccontarlo, ma anche lei può notare solo i segnali esterni. parallel_stories_peter_nadasNaturalmente capita di rado. Quando lavoravo a Párhuzamos történetek (“Storie parallele”), mi trasformavo in donna per settimane, assumevo una percezione femminile su molte cose. Contribuivano le ricerche, le letture, gli interrogatori che facevo a amiche e conoscenti femminili su determinati argomenti. Interrogatori dettagliati ai quali non erano mai state sottoposte prima, ai quali si sottraevano o rispondevano volentieri. Dopodiché ero io a dovermi immedesimare, dal parto alla penetrazione. E fino a un certo punto non era impossibile. Tuttavia erano insiti anche grandi errori. Per fortuna avevo delle lettrici che mi avvertivano se con la fantasia prendevo una direzione sbagliata e quindi immancabilmente maschile.
Una volta Éva Ruttkai [celebre attrice ungherese del secolo scorso (Budapest 1927-1986)] mi dimostrò in quante parti del corpo è possibile generare una voce. Cominciò sopra la testa e poi continuò per tutto il corpo. Ovunque scaturiva una voce: dalla pianta del piede, dal centro della gamba, voci diverse da quelle emanate dal petto o dalla gola. Un attore dovrebbe sapere generare una voce con ogni parte del corpo. Fa parte del suo mestiere.

È possibile individuare l’origine del desiderio che porta a dedicarsi alla scrittura per così tanto tempo?
Non lo so. Io ho cominciato a scrivere a undici anni e non ho mai più smesso. Ecco. Punto.
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Péter Nádas @Csiszér Goti/WMN – Goti Photography
Scrive tutti i giorni? 
Tutti i giorni. Anche oggi, prima del vostro arrivo, ho buttato giù degli appunti.

Tiene un diario?
No. No, non ne ho mai tenuto uno.

Sarebbe stato uno spreco di tempo?
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Péter Nádas ritratto in una foto di famiglia. ©Péter Nádas
Leggo volentieri diari, è un genere letterario molto interessante. Non mi sono però mai sentito importante al punto da prendere annotazioni su di me. Nelle annotazioni c’è sempre qualcosa che parla agli altri. Ci sono diari molto egoisti. Thomas Mann ha lasciato dieci volumi in cui racconta di tutto, anche delle questioni più intime e più astratte. Aveva una consapevolezza di sé che io non ho. Io so scrivere solo mascherato, da attore. Mi serve una sorta di trasposizione.

Ho l’impressione che l’intera esistenza di uno scrittore sia spesa al servizio di qualcosa. Anche se è un lusso poterselo permettere, altrimenti forse non avrebbe continuato a farlo dall’età di undici anni.
Una vita di lusso in quanto faccio solo quello di cui sento la necessità, il bisogno, e l’ho fatto per tutta la vita.

Anch’io intendevo questo.
Questo è il lato lussuoso. Per il resto è schiavitù.

Appunto, dicevo che è un servizio.
La religione si è appropriata del termine servizio, si tratta comunque di una sorta di consapevolezza del proprio dovere. Che è imprescindibile. Ogni giorno lavorativo ha una fase introduttiva, in cui si raggiunge una certa altura, oppure non si arriva da nessuna parte. Oppure si arriva almeno a correggere quello che si è scritto il giorno prima. Lavoro, gioia, ineluttabilità, tante cose assieme. Non ci sono giorni di festa né si parte per andare in vacanza. La sera devo fare attenzione all’alcol per non compromettere l’indomani mattina. Bisogna sapere quando è il caso di interrompere e quando invece bisogna proseguire. Quali legami si possono stringere e quali no, in base allo stato del lavoro. Si conduce una vita monacale. Si rimane fuori da molte cose che per gli altri sono del tutto normali.
Quando è stato pubblicato il Libro di memorie mi sono divertito molto perché qualcuno mi ha dato dell’erotomane. Può darsi, dicevo, stando seduti interi anni alla scrivania. Anche il marchese de Sade sedeva alla Bastiglia e scriveva quell’opera pregna di terrificante fantasia che aveva molto a che fare con la realtà, ma non certo con la sua.
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©Péter Nádas
Questa vita è fatta anche di rinuncia attiva: ne è sempre consapevole?
Rinuncia, sì. Automutilazione nell’interesse di qualcosa. Con i lavori molto estesi la cosa più difficile è mantenere lo stesso livello. C’è il ricambio delle cellule umane ogni sette anni, quindi le persone cambiano. Anche se non esistono trasformazioni radicali e si rimane quello che si era a quattro anni, continuiamo a cambiare, e le nostre vite sono suddivise in fasi. Io questo non posso permetterlo.

Allora è stato deciso: lei vivrà in eterno.
No, no, anzi, consumiamo abnormi quantità di energie. Gli scrittori di prosa di solito non vivono a lungo.

Diamo un’occhiata alle unità minori, alle parole; per esempio da dove viene la parola briftasni?
Dalla lingua di Budapest, dove nella metà dell’Ottocento si parlava ancora il tedesco, o almeno due se non cinque, ma in realtà un numero indefinito, di lingue. Quando si iniziava a costruire, alla fine dell’Ottocento, la città diventava plurilingue perché arrivavano i ruteni, gli slovacchi e portavano le loro lingue che contribuivano a questa mescola. In particolare i termini tecnici che usiamo ancora oggi – o almeno fino a ieri, perché la mia visione non arriva all’oggi –, insomma che usavamo fino a ieri erano prevalentemente di origine tedesca. Anche se li consideriamo come se fossero ungheresi oppure magiarizzati.

Possiamo trovare un paragone che rispecchi il progredire di questo libro? Abbiamo parlato di cespuglio o radici dei ricordi, ma c’è questa continua apertura a nuove strade e questo incessante ritorno indietro, quindi la comparazione con il cespuglio regge solo fino a un certo punto, l’accostamento sarebbe calzante solo se scoprissimo che sottoterra tutte le radici si congiungono. Cosa si può dire di quest’esperienza narrativa, delle sue congiunzioni, che sono come…? Ce lo dica lei.
Strutture differenti in movimento che si congiungono. Se una voluminosa opera in prosa non dispone di una struttura interna tale da permettere al lettore di procedere con cognizione di causa, finisce con il ridursi in polvere. Vale anche per l’autore, neppure lui riesce ad andare avanti. Queste strutture devono essere più pesanti, più importanti del materiale che portano. Uno scrittore deve sapere di struttura più di quanto appaia. Si dice, anche se la formulazione non è abbastanza precisa, che emerge solo la punta dell’iceberg, il resto nuota in profondità.peter_nadas_cover

Sì, neppure questa formulazione è precisa, perché qui si tratta di connessioni, di legami incrociati.
Di ordini. Ci sono molti tipi di ordini. Uno riguarda le scelte lessicali, un altro tutto quello che ho tralasciato, che non ho incluso nel testo. I lettori di Világló részletek reclamano molte assenze. Cose che non ho inserito nel testo (ride). Così, su due piedi, non saprei dire quali, ma è il risultato di riflessioni.
Con Miklós Mészöly [(Budapest 1921-2010) scrittore, drammaturgo e saggista] e Péter Esterházy era possibile discutere molto bene di questioni professionali, e con Esterházy ci siamo detti molte volte che un testo non porta in sé soltanto quello che c’è scritto, ma anche tutto quello che è stato lasciato fuori.

Dunque quello che manca è stato omesso di proposito.
Sì, e come nella musica, le omissioni hanno un certo ritmo, seguono un certo ordine. Così come le frasi hanno un ordine, ce l’hanno anche le frasi monche. Grácia Kerényi, studiosa di filologia classica, dopo un po’ di tempo ha notato che io non usavo gli articoli. “Peti” (ero molto giovane all’epoca) diceva indignata, “Peti, non si possono non mettere gli articoli!”. “Grácia, anche gli articoli possono essere omessi. Se serve, si può fare a meno anche dell’articolo”.

Anche nelle nostre relazioni sappiamo di che cosa non dobbiamo parlare. Ma quei temi sono presenti nel suo libro, eccome.
Anche l’assenza produce un ordine. Pure la questione di cui non posso parlare perché non deve essere toccata. Ci sono testi completamente privi anche del più lontano accenno all’aspetto fisico delle persone. Non sappiamo come sono fatte, tuttavia ce ne facciamo un’idea partendo dalla loro voce, dal tono.
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©Péter Nádas
István Eörsi [(Budapest 1931-2005) scrittore, traduttore, poeta ma anche politologo ungherese] ha notato una volta qualcosa che mi sfuggiva: descrivevo con cura maniacale degli oggetti piuttosto insulsi rispetto al punto di vista della vicenda, di un personaggio o di una trama. Per me invece non lo sono per niente.
Mobili, stanze, atmosfere, viste, panorami da finestre, immagini della natura. Esterházy osservava invece che mi occupavo sempre della natura, mentre lui gridava ai quattro venti che la odiava. Chi legge le sue opere se ne rende conto: non trattava mai la natura, al massimo prendeva in prestito da me le descrizioni naturali. E lo faceva con grande piacere. Ma lui non se ne occupava.

La natura è ben reale, lo scrittore invece si intrattiene per lo più nella propria testa dove crea un mondo, seduto davanti al computer e…
Io non scrivo al computer.

Allora come?
Scrivo a mano. Io devo vedere i miei personaggi. Devo vedere quello che fanno e devo vedere il paesaggio in cui si inseriscono, la stanza, i colori. Lo schermo, le font, mi disturbano.

La calligrafia invece no?
Scrivo automaticamente. Su un pezzo di carta in grembo, mentre guardo fuori dalla finestra.

Per lavoro crea mondi spirituali e anche noi sostiamo nel nostro mondo immaginario quando leggiamo. Mentre, come forma di riposo, non si dedica a qualcosa di fisico, di reale? Che ne so, come piantare dei fiori, fare la pasta, lavorare l’argilla?
Invidio terribilmente gli artisti che creano con le mani. Hanno un rapporto completamente diverso con tutto. Tuttavia anch’io lavoro con la materia. Devo capire com’è fatta.
Da giovane, provavo davanti allo specchio le espressioni facciali, i gesti che mi premevano in quel momento. Esattamente come gli studenti di pittura alle lezioni di anatomia che vogliono vedere cosa genera cosa, che cosa muove i muscoli. Ho dovuto impararlo. Ora non lo faccio più, ma in passato dovevo sperimentare casi estremi per verificare. Provare dei ruoli. Spero che non mi abbia visto nessuno dalla finestra.

Invece è accaduto?
C’era stato un tempo in cui prendevo in affitto a Kisoroszi una camera, la cosiddetta camera pulita di una casa contadina, ed è capitato che la signora Zsuzsi, la vecchia che me la affittava, faceva vedere a qualche privilegiato cosa stessi facendo. In paese non capivano come trascorressi intere giornate. Una volta mi confessò di avermi spiato insieme ad altri.

È divertente immaginare persone in punta di piedi sotto la finestra nel tentativo di sbirciare dentro.
Vedevano soltanto me al tavolo seduto a fare nulla. Al massimo scrivevo, oppure stavo in piedi a un banco e battevo a macchina. Era tutto qui. Per loro non era lavorare.

In effetti.
E soprattutto non lavoravo nessuna materia. Un tempo a Kisoroszi aveva lavorato anche uno scultore, Miklós Melocco, che martellava la pietra calcarea. Quello sì che era lavoro ben identificabile.

I romanzieri raccontano spesso che una volta centrato un personaggio, lo osservano a distanza di qualche passo, affinché il personaggio stesso possa descriversi e scrivere la propria trama, seguendo una propria verità.
Sì, quando capita un personaggio del genere va solo assecondato.

Ma se lavora con i ricordi personali, come può essere colto di sorpresa?
La sorpresa è sempre necessaria. Un giorno senza è una gran brutta giornata. È molto interessante, perché mi avvio da varie direzioni verso qualcosa e queste vie, queste direzioni si incrociano. Tuttavia non sono io a decidere gli incroci, ma solo le direzioni. L’incrociarsi di due vie sembra un fenomeno naturale. In realtà gli incroci cui assisto sono sorprendenti. Se però nel testo questa serie di sorprese non assume una qualche forma di ordine, il testo si mette a zoppicare o a oscillare.

Világló részletek è un intreccio di ricordi. Se riguardassimo a questa mattina, pensa che la ricorderemmo in modo diverso, lei e io?
Certamente. Ne sono sicuro. Abbiamo vettori diversi, per così dire. Portiamo cose diverse da fonti diverse. L’unica cosa che abbiamo davvero in comune è la lingua. Com’era la parola che chiedeva?

Briftasni.
Briftasni. A me per esempio non verrebbe mai in mente di interrogarmi sulla sua origine perché la nostra è una lingua fatta a strati, che è semplicemente la lingua di Budapest, ma so in quali quartieri usano la parola briftasni al posto di “portafogli”. Nel settimo, nell’ottavo e nel sesto. Non negli altri. Un termine usato soprattutto in provincia. Gli artigiani e i commercianti tiravano fuori il briftasni. Le classi sociali più elevate non lo tiravano fuori, perché pagavano qualcun altro affinché lo facesse per loro, oppure lo prendevano senza dire nulla, in nessun caso pronunciavano la parola briftasni, al limite parlavano di portafoglio o portamonete.

Questa parola evoca mio nonno nato a Tereske, nella regione Fejér, e vissuto nel sesto distretto di Budapest. Esattamente come l’ha descritto.
Bene. Un ricordo maschile. Le donne non avevano briftasni, ma soltanto portafogli.

Si ricorda quando anni fa registrammo un’intervista a New York? Mi incuriosisce sapere che cosa si ricorda di quell’occasione, per capire se abbiamo ricordi molto diversi fra noi.
Ricordo parecchio. I ricordi sono diversi perché ognuno di noi ha un diverso punto di vista. Mi racconti lei i suoi e io li commenterò.

Ricordo il suo albergo, la stanza dove facemmo le riprese sembrava un salone, il rivestimento color oro spento della poltrona, lei poggiato allo schienale.
Per esempio io l’albergo non me lo ricordo.

Il ricordo più vivido è il suo pullover di lana. Da allora, quando penso a lei, la vedo sempre con quel pullover addosso. Ricordo anche che ne parlammo, che il collo a V del pullover di lana è un codice. Noi vediamo un raffinato capo d’abbigliamento, borghese e ben tenuto, ma poiché avevo letto le sue opere sapevo della sorprendente densità di significato presente sotto la piacevole superficie. Per nascondere la quale lei non ricorre all’inganno, ma la rende per così dire indossabile, celando così al mondo il tumulto interiore. Mi viene in mente sempre questa sua immagine. Una vita ricca, sensibile, di buona qualità, in versione tessile.
Capisco cosa intende. Da quando ne ho memoria mi sono sempre vestito in questo modo, quindi per me è naturale. Anche oggi. Mi metto la giacca solo per le grandi occasioni.
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Nóra Winkler e Péter Nádas @Csiszér Goti/WMN – Goti Photography
Concludo con una domanda cerimoniosa, ma va bene anche una sua risposta in pullover. L’umanità, la sua incredibile capacità di accettare, che potrei definire come una vera e propria forma di affetto, che è presente in tutti i suoi libri, ovviamente non è il risultato del lavoro, deve esserle congenita. Come fa a guardarsi intorno con tanta comprensione ed empatia?
Non posso parlarne senza mettere me stesso al centro della questione, anche perché io non la sento in questo modo e non lo dico apposta. Secondo me si tratta di dovere professionale. Senza il quale la faccenda non funziona. Sento decisamente alienante la letteratura in cui lo scrittore si erge sopra i protagonisti, in pratica li disprezza in quanto stupidi, cretini, incapaci. Perché significa che non si è avvicinato abbastanza a loro, oppure che non è stato all’altezza della situazione. E per questo non è riuscito ad avvicinarli. La prossimità mi piace molto, il che comporta tutta una serie di cose, anche non permesse. Una sorta di sapere poi chiamato conoscenza a posteriori, del retroscena. Che per me è invece a priori.





[1] Péter Nádas, La Bibbia e altri racconti, traduzione di Andrea Rényi, BUR, Milano 2009.
[2] Péter Nádas, Fine di un romanzo familiare, traduzione di Laura Sgarioto, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2009.
[3] Péter Nádas, Libro di memorie, traduzione di Laura Sgarioto, Alexandra Foresto, Vera Gheno e Krisztina Sándor, Dalai, Milano 2012.
[4] Budapest nasce nel 1873 dalla fusione di tre città, Buda, Óbuda e Pest, ciascuna delle quali aveva il suo centro storico. La Fortezza era quello di Buda.