mercoledì 10 luglio 2019

Che cos’è la traduzione secondo Vladimir Nabokov

«Chi desidera tradurre in un'altra lingua un capolavoro letterario, ha un unico dovere da rispettare: riprodurre con assoluta esattezza l'intero testo, e nient'altro che il testo. Il termine “traduzione letterale” è tautologico dal momento che qualsiasi altra cosa non è una vera traduzione ma un'imitazione, un adattamento o una parodia.»

L'attività di Vladimir Nabokov, autore che ritengo superfluo presentare, si dispiegava in tre ambiti: scrittura, entomologia e traduzione. Nella collana fondata da Emilio Mattioli che tanta cura e attenzione aveva dedicato alle questioni riguardanti la traduzione, curata ora da Antonio Lavieri, docente universitario traduttologo e traduttore lui stesso, Mucchi Editore ha appena pubblicato la raccolta dei testi inglesi (tradotti in italiano), in cui Vladimir Nabokov dispiega le sue teorie sulla traduzione. Il volume riunisce per la prima volta gli otto testi di Nabokov, e comprende anche l'articolo del critico letterario americano Edmund Wilson, imprescindibile per comprendere la risposta del nostro autore. Il titolo Traduzioni pericolose si riferisce probabilmente al clamore suscitato dalle idee di Nabokov, e alla fine dell'amicizia fra lui e Wilson a causa delle loro divergenze di vedute (e non solo), esplose intorno alla traduzione di Onegin. Il volume è curato dalla traduttrice e ricercatrice Chiara Montini, docente di letteratura francese e studiosa di genetica testuale, multilinguismo e traduzione. Chiara Montini è anche l'autrice della lineare e imprescindibile introduzione ai testi nabovokiani che permette al lettore di orientarsi fra gli articoli esponendone le premesse e offrendone un preciso sommario.
  
Vladimir Nabokov vaticinava di entrare nel Gotha dei letterati immortali con due opere: Lolita e la sua traduzione di Eugenio Onegin di Puškin. Con due storie di abusi quindi, la prima su una minorenne, la seconda in quanto la traduzione in sé è considerata un abuso sul testo originale. Lolita oggi è reputato uno dei capolavori della letteratura mondiale, mentre la traduzione di Eugenio Onegin (in seguito EO) seppure periodicamente ripubblicata, è ritenuta ormai solo un testo di interesse culturale e di studio.
Trilingue – inglese, russo e francese – si può dire dalla nascita, Nabokov inizia a tradurre all'età di sette anni. Traduce Colas Breugnon di Romain Rolland, Alice in Wonderland di Lewis Carroll, poeti francesi e inglesi fra i più grandi, tutto in russo, come anche i suoi primi romanzi e racconti nascono in russo sotto lo pseudonimo di Vladimir Sirin. Comincia a tradurre dal russo all'inglese nel 1940 quando, approdato in America, inizia a insegnare letteratura all'università e le traduzioni già disponibili di certi classici russi non lo soddisfano. EO sarà la sua ultima traduzione, di cui la prima edizione uscirà nel 1964, la seconda, da lui riveduta, undici anni più tardi, nel 1975. In seguito collaborerà solo alla traduzione delle proprie opere con traduttori selezionati, rigorosamente di sesso maschile, perché «sono dichiaratamente omosessuale in materia di traduttori».
Che cos’è la traduzione secondo Vladimir Nabokov
Nabokov affronta EO riesumando il principio della letteralità, della assoluta fedeltà al testo, che per la traduttologia moderna palesa il fallimento del traduttore, e per giunta richiede note in abbondanza. Ne scaturisce un'opera di un’inaudita voluminosità: quattro volumi, millecinquecento pagine che nega la “scorrevolezza”, criterio oggi fondamentale, e aborrisce la teoria diffusa, secondo la quale una buona traduzione è quella che non presenta le tracce del trapianto da una lingua all'altra. «Non ha tutti i torti Wilson quando afferma che nella sua traduzione di EO, Nabokov impedisce a se stesso “di dare libero sfogo alle sue capacità”», asserisce difatti Chiara Montini nella sua Prefazione. Dalla grande varietà di temi toccati provo a estrapolare qualche cenno andando di capitolo in capitolo. Il primo riporta L'arte della traduzione. Testi e poesie del 1941, e ne cito un passaggio che ho trovato particolarmente indicativo sulla figura del traduttore auspicata dal nostro Nabokov.
«A parte gli emeriti imbroglioni, i benevoli imbecilli e i poeti impotenti, esistono, grossomodo, tre tipi di traduttori. Questo non ha nulla a che vedere con le mie tre categorie del male – ignoranza, omissione, adattamento – anche se chiunque rientri in una delle tre tipologie può commettere errori simili. I tre tipi sono: lo studioso che desidera ardentemente che il mondo possa apprezzare quanto lui le opere di un ignoto genio; la scribacchina dalle buone intenzioni; e lo scrittore professionista che si rilassa in compagnia di un confratello straniero. Possiamo dedurre ora i requisiti che deve possedere un traduttore per poter fornire una versione ideale di un capolavoro straniero. Prima di tutto, deve avere altrettanto talento dell'autore che sceglie, o per lo meno lo stesso tipo di talento dell'autore che sceglie... Come secondo requisito, occorre una conoscenza perfetta delle due nazioni e delle due lingue e una dimestichezza perfetta dei dettagli che si riferiscono al comportamento e ai metodi del suo autore anche al contesto sociale delle parole, ai loro usi, alla storia e alle associazioni con l'epoca. E questo ci porta al terzo punto: oltre al genio e alla conoscenza il traduttore deve possedere il dono dell'imitazione ed essere capace di recitare, per così dire, la parte del vero autore impersonandone i vezzi di comportamento e di linguaggio, i modi di fare e i pensieri, con il massimo grado di verosimiglianza.»


Questo capitolo comprende anche i versi ironici, impietosi, eppure non privi di sensibilità, ai quali Nabokov dà il titolo Pietà per il grigio traduttore, scritti nel 1952.
Molto ingegnosa la sua metafora della traduzione come movimento a V: «giù per uno stelo e su per un altro. Questa è vera traduzione.» Il vero traduttore «dovrebbe ricevere somme principesche per il suo lavoro. Svarioni e cantonate dovrebbero essere puniti con multe salate; riaggiustamenti e omissioni coi ceppi.»
Il secondo capitolo si occupa dei problemi di traduzione dell'Onegin in inglese ed esordisce con la pertinente, splendida poesia tradotta da Enzo Siciliano per il volume Poesie pubblicato nel 1962 per Il Saggiatore. Anche in questo testo, scritto nel 1954 e pubblicato per la prima volta nel 1955, Nabokov esprime la sua totale disapprovazione della cosiddetta “scorrevolezza” come pregio di una traduzione. La sua idea di onestà nel tradurre EO prevede una traduzione non in rima, perché impossibile, corredata però con note esaustive e il senso assolutamente letterale del poema. Espone il minuzioso elenco dei problemi incontrati, andando a fondo in ogni anche trascurabile dettaglio.
Il terzo testo del volume è la prefazione a A Hero of Our Time.
«Il lettore inglese dovrebbe essere consapevole che lo stile della prosa di Lermontov in russo è inelegante, è secco e scialbo, è lo strumento di un giovane energico, incredibilmente dotato, veementemente onesto, ma inequivocabilmente inesperto. Il traduttore deve restituirlo fedelmente, per quanto possa essere tentato di compensare le mancanze ed eliminare le ridondanze.»

Il cammino servile. Ancora sulla traduzione di Onegin in inglese a lavoro concluso è il titolo del quarto capitolo, mentre il quinto, del 1964, si intitola Smartellando il clavicordo ed è la bocciatura della traduzione di EO da parte di Walter Arndt. Sono pagine e pagine di meticolose contestazioni di una traduzione acclamata dalla critica e vincitrice della metà del premio di traduzione Bollingen a Yale nel 1963. Nabokov la giudica invece il prodotto di ignoranza e presunzione.
Il sesto testo è Prefazione a Eugene Onegin, del 1964, il settimo è l'articolo del 1966 intitolato Risposta ai miei critici. Nabokov non ha mai reagito alle recensioni, positive o negative che fossero, dei suoi romanzi. «Se invece le critiche ostili non si rivolgono a quegli atti di fantasia, ma a un'opera di riferimento concreta come la mia traduzione annotata di EO, allora entrano in gioco altre considerazioni. Contrariamente ai miei romanzi, EO possiede un risvolto etico, elementi morali e umani. Riflette l'onestà o la disonestà, l'abilità o la negligenza di chi l'ha compilato. Se mi viene dato del cattivo poeta, sorrido; ma se invece mi viene dato dello studioso mediocre, allungo il braccio verso il mio dizionario più grosso.»

LEGGI ANCHE – I più grandi capolavori del XX secolo secondo Vladimir Nabokov


L'articolo è una riposta molto articolata e piuttosto polemica a Lo strano caso di Puškin e Nabokov di Edmund Wilson, apparso su «The New York Reviews of Books» nel 1965, che nel nostro libro è riportato in appendice. Uno dei più importanti critici letterari americani, Wilson era stato il mentore di Nabokov al suo arrivo negli Stati Uniti, e i due per un quarto di secolo avevano coltivato un'amicizia che si può definire stretta. Tuttavia, per motivi indipendenti dalla traduzione di EO, covava già della brace sotto la cenere. Lo scambio che non risparmia colpi anche bassi segna la fine dell'amicizia, come racconta Alex Beam in The Feud. Vladimir Nabokov, Edmund Wilson, and the End of a Beautiful Friendship (Pantheon Books, 2016).
L'ultimo, l'ottavo articolo, Sull'adattamento, del 1969, verte sulla traduzione letterale di una bella poesia di Mandelštam, pubblicata in una raccolta di Olga Carlisle Poets on Street Corners.


Questa pubblicazione rivolta principalmente a chi si occupa di traduttologia, aggiunge documenti fondamentali tradotti in italiano per la prima volta sui principi e sui sistemi che hanno guidato Vladimir Nabokov nelle sue traduzioni. Rappresentano un certo interesse anche per chi voglia solo integrare il quadro del Nabokov scrittore, perché in essi lui dà voce ai suoi gusti letterari spesso sorprendenti, e perché i suoi testi offrono un ricco contributo alla conoscenza della letteratura e della scrittura in generale.
L'articolo su SUL ROMANZO

lunedì 24 giugno 2019

LA SIBERIA E IL DESTINO FEMMINILE “Zuleika apre gli occhi” di Guzel’ Jachina

«Questo romanzo appartiene a un tipo di letteratura che credevamo irrimediabilmente perduto con il crollo dell’URSS. In epoca sovietica potevamo contare, infatti, su una nutrita pleiade di scrittori dalla doppia cultura, scrittori figli di una delle tante minoranze etniche dell’impero, ma che sceglievano di scrivere in russo». Inizia con queste parole la prefazione di Ljudmila Ulickaja al romanzo Zuleika apre gli occhi (Salani, 2017), opera prima della quarantaduenne scrittrice tatara Guzel’ Jachina che però mostra una maturità non certo da esordiente in questo libro voluminoso, molto composito, e impossibile da dimenticare.
Sì, in epoca sovietica la lingua russa ospitava molti autori non russi che oltre ad essere grandi scrittori padroneggiavano anche la lingua alla perfezione, come il kirghiso Ajtmatov, o i kazaki Kim e Sulejmenov. Il russo era anche la lingua veicolare che permetteva l’accesso alle opere di quegli scrittori sovietici non russi che preferivano scrivere nella loro lingua madre, come il georgiano Otar Chiladze, ma potevano raggiungere il meritato successo internazionale solo tramite la traduzione russa dei loro libri. Con il crollo dell’Unione Sovietica questo patrimonio si è disperso, grande quindi è la gioia di poter sconfinare di nuovo in un’altra cultura di quell’area, stavolta tatara, con Zuleika apre gli occhiopera pluripremiata e molto apprezzata non solo dalla Ulickaja ma anche da un altro grande contemporaneo noto anche in Italia come Evgenij Vodolazkin.
La trama tocca punti così estremi da sfiorare l’incredibile, ma sappiamo che la dittatura staliniana andava anche ben oltre. Finita nell’elenco dei kulaki, i contadini possidenti, nel 1930 Zuleika viene deportata come una delinquente qualsiasi. Dopo un viaggio durato sei mesi in un vagone bestiame arriva in Siberia dove partorisce, in condizioni inenarrabili, il figlio concepito prima della deportazione. Lo tira su nella taiga, trova se stessa, e trova persino l’amore nella persona del comandante russo che aveva assassinato suo marito. Sembra fiction, eppure la storia poggia su basi solide: è la ricostruzione della deportazione della nonna dell’autrice che elabora quindi insieme una tragedia familiare e una storica, in  uno dei capitoli più vergognosi della storia russa. Il romanzo unisce l’avventura alla quiete narrazione tipica dei grandi classici, ricca di colori, odori, suoni e sfumature sentimentali. Un’opera profonda ed estesa, un caleidoscopio di figure tipiche che rappresentano la società sovietica di un’epoca tragica; un grande romanzo in senso lato, di cui alcune parti potrebbero vivere anche vita autonoma. Il primo capitolo, Un giorno, per fare un esempio: è il quadro della vita quotidiana di una donna tatara qualsiasi, definita all’interno dei recinti costituti dal focolaio e dalla parete della stanza riservata alle donne nella società patriarcale.
Il titolo, Zuleika apre gli occhi, ricorre cinque volte nel corso del romanzo, per contrassegnare le cinque fasi principali della vita della protagonista, che si riscatta con molta sofferenza e con coraggio estremo, tirati fuori non per scelta ma per necessità. Il libro vanta una ricca selezione di allegorie, simboli, parafrasi e episodi surreali. In qualche caso proprio questi ultimi li ho trovati straripanti ed è l’unica nota critica che mi permetto di muovere al libro. Ho trovato straordinaria invece la parafrasi di Il Verbo degli uccelli del mistico e poeta sufipersiano Farid Al-Din ’Attar (morto nel 1221), uno dei capolavori della letteratura persiana, che viene inserita in vari punti della trama, principalmente sotto forma di una favola che Zuleika racconta al figlio. Un’allegoria di una bellezza travolgente, così come il sottinteso inno alla gioia per la vita, una fede nella luce che illumina l’oscurità, una forte impronta positiva che impregnano anche le pagine più tragiche, fino a riuscire a renderle addirittura luminose. Il raro dono di raccontare la tragedia senza deprimere, di insegnare la Storia senza saccenteria.
L’aspetto che colpisce di più nello stile narrativo di Guzel’ Jachina è la plasticità della tecnica cinematografica, la capacità di far vedere e non solo di far leggere. Allevia la fatica del lettore offrendogli solo piacere. È anche merito dell’eccellente lavoro di Claudia Zonghetti, pluripremiata traduttrice di molti autori russi del calibro di Tolstoj, Dostoevskij, Grossman, Bulgakov e Politkovskaja. Solo forse l’autore conosce il proprio testo meglio del suo traduttore che vive in simbiosi con esso anche per molti mesi. In più, il traduttore è anche un appassionato e profondo conoscitore della letteratura che traduce, quindi fonte preziosa di riflessioni, aneddoti, informazioni e suggerimenti. Approfitto dunque della disponibilità di Claudia Zonghetti per passarle la parola, pregandola di parlarci liberamente di Zuleika apre gli occhi e della letteratura delle etnie non russofone della Russia.
Zuleika e le altre:Zuleika apre gli occhi non è solo e soltanto un romanzo (necessario) sulla collettivizzazione forzata e la deportazione di interi popoli (argomenti di cui poco o nulla si sa e si legge, in Italia), e nemmeno è solamente la storia (straordinaria) di una donna fragile con un carico di sofferenze e prove che pochi riuscirebbero a sopportare. Zuleika apre gli occhi è un esempio misurato e straordinario di come la Storia entra nella storia, ma in una combinazione talmente intensa e insieme rarefatta, che in certi punti il confine tra realtà e fantastico è labilissimo (quando non viene proprio scavalcato del tutto), e ci si ritrova immersi in una situazione fuori del tempo, fra antichi usi e strazi moderni, fra personaggi realissimi da un lato e figure al limite della stilizzazione dall’altro (che da tanta stilizzazione, però, traggono la propria poderosa forza evocativa).
È vero, sì: Zuleika è una storia scritta come raramente capita. Precise ma asciutte, le descrizioni accompagnano chi legge in una realtà altra (nel tempo e nello spazio) senza nulla concedere all’esotismo da cartolina, e la narrazione è talmente intima da ricordare la voce calda e profonda dei “fuori campo” dei vecchi film epici. Ha scritto un critico russo che «leggendo di Zuleika che accarezza il naso di un puledro, subito si ha la percezione fisicadella sua mano ruvida e del velluto del manto dell’animale; se Zuleika ha freddo, il riflesso pavloviano del lettore è di rannicchiarsi sotto il plaid; se ha paura, viene fatto di controllare con la coda dell’occhio se c’è qualcuno, alle nostre spalle». Quella di Guzel’ Jachina, insomma, è una scrittura che il romanzo storico non aveva mai conosciuto prima: fresca nonostante l’argomento rovente, agile nonostante il piombo degli eventi narrati, visiva, cinematografica quasi (e dalla cinematografia viene infatti l’autrice), che offre con una leggerezza quasi straniante, a volte, l’orrore di ciò che accade.
Negli ultimi anni ho tradotto con grande curiosità tre romanzi di tre scrittrici profondamente radicate nella loro cultura di origine, ma che hanno guardato alle proprie storie scegliendo il filtro di una lingua “altra”, pur se altrettanto propria. Se per Guzel’ Jachina il tataro era la lingua dei nonni e che con i nonni è scomparsa o quasi, nel caso di Alisa Ganieva (La montagna in festa, la Nuova frontiera), cresciuta in Dagestan, e di Narine Abgarjan (E dal cielo caddero tre mele, Francesco Brioschi editore), armena, entrambe perfettamente bilingui, la scelta del tramite si poneva eccome.
Entrambe hanno usato il russo per dar voce ai propri personaggi, ma entrambe hanno colorato le pagine con innesti dell’altra loro lingua, imponendoci (per fortuna) di aprire gli occhi e le orecchie a lettere e suoni nuovi. Lo stesso, del resto, ha fatto Guzel’ Jachina, che per Zuleika ha attinto a piene mani agli etnoculturemi turco-tatari e al folclore locale.
E di folclore, cibo, spiriti e spiritelli, storie quasi dimenticate, abiti e arredi-madeleine sono piene le pagine di tutti e tre i romanzi, diversissimi fra loro (si spazia dal tema spinosissimo del nuovo Islam caucasico di Alisa Ganieva, alla dekulakizzazione di Guzel’ Jachina, alle catastrofi naturali e umane dell’Armenia di Narine Abgarjan), ma altrettanto uniti da una fortissima volontà di rinascita, di commistione, di mescolanza nel rispetto del diverso e, soprattutto, dal desiderio di conoscenza dell’altro da sé, che del diverso allontana la paura. E il compito della letteratura, del resto, è da sempre questo.

(Guzel’ Jachina, Zuleika apre gli occhi, trad. di Claudia Zonghetti, Salani, 2017, pp. 504, euro 19,90, articolo di Andrea Rényi)

L'articolo sul sito di Flanerì

lunedì 17 giugno 2019

Romanzo della follia e della libertà. “Tyll” di Daniel Kehlmann

Romanzo della follia e della libertà. “Tyll” di Daniel KehlmannQuando leggo qualcosa di veramente buono provo a immaginare cosa ne sarà fra cinquant’anni. Non lo saprò mai perché fra cinquant'anni io non ci sarò, ma molti dei lettori di Kehlmann sì, e con loro voglio fare una scommessa. Scommetto che Kehlmann sarà un autore letto e apprezzato anche nella seconda metà del nostro secolo, e soprattutto per questo libro. Credo che La misura del mondo, e forse qualcos'altro che Kehlmann scriverà dopoTyll (Feltrinelli)accompagneranno più generazioni, ma Tyll sarà anche studiato per l'ingegnosa commistione fra storia e fantasia, e sarà considerato come un caso di scuola della letteratura. Naturalmente contribuisce l'arte della scrittura di cui l'autore austro-tedesco è innegabilmente un grande maestro, ma il motivo principale è che in questo libro Kehlmann ha forzato il romanzo storico come nessun altro prima, creando una commistione molto impegnativa, eppure ben riuscita, in cui le difficoltà non scoraggiano, ma esercitano uno stimolo vitale. Mette il lettore continuamente alla prova e lo costringe a pesare pagina dopo pagina la percentuale di fiction da separare dalla storia vera e propria. Cosa che accade in tutti i romanzi che incorporano una fetta più o meno grande della Storia, dove però il lettore di solito sa che la cornice storica, ovvero la base su cui poggia il romanzo, è autentica. In Tyll questa distinzione è ardua, per non doversi impegnare troppo il lettore può optare per l'interpretazione interamente da fiction, ovvero per il tutto frutto dell'invenzione, ma vedendo comparire comunque persone realmente esistite e avvenimenti storici riportati nei libri di storia non può mai abbandonarsi al piacevolissimo flusso delle parole. Di conseguenza vive il romanzo non da percettore passivo, da lettore che si accomoda, ma con un continuo impegno mentale e anche sentimentale che interiorizza e consolida la lettura, rendendola indimenticabile.

Daniel Kehlmann, “l'enfant prodige della letteratura tedesca”, irrompe sulla scena letteraria mondiale nel 2003 con il suo quinto romanzo, Io e Kaminski (Voland, 2006), e diventa uno scrittore universalmente conosciuto appena trentenne, nel 2005, con il suo romanzo storico La misura del mondo, che solo in Germania vende 2,3 milioni di copie, e nel 2006 è il libro più venduto nel mondo. Seguono poi altri titoli che però non riescono a convincere completamente, fino a Tyll (nell'edizione italiana accompagnato da un per me incomprensibile sottotitolo, Il re, il cuoco e il buffone), che riceve un ottimo riscontro di critica quando il libro odora ancora di stampa, confermato anche dal notevolissimo successo commerciale e dalla rapidità con cui il romanzo viene diffuso in traduzione.
Romanzo della follia e della libertà. “Tyll” di Daniel Kehlmann
Till Eulenspiegel è un eroe popolare in Germania: i suoi sberleffi irriverenti veri e presunti fanno parte della tradizione, spuntano ovunque in mille forme. Dato per vissuto nel Trecento, compare per la prima volta in una raccolta del 1515 e da allora la sua storia è stata rielaborata numerose volte. Ma in fondo non possiamo nemmeno essere certi che sia mai esistito, se non è invece frutto della fantasia popolare depositata nei secoli; un personaggio che gli uomini e le donne vissuti in tempi in cui la scrittura era poco diffusa hanno creato per farsi giustizia, per esprimere il desiderio di fronteggiare, di prendere in giro chi nella vita reale non avrebbero mai potuto neppure sfiorare.
La Guerra dei trent’anni svoltasi fra il 1618 e il 1648, un altro caposaldo della trama di Tyll, è stata pure rievocata in molte opere a partire da Simplicissimus di Grimmelshausen del 1668, uno dei più grandi classici della letteratura tedesca. Parlare quindi di Eulenspiegel e della Guerra dei trent’anni possono rappresentare una novità per il lettore straniero, in nessun caso però per quello tedesco. Che fin da piccolo li ha ben saldi nella memoria e nell'immaginazione.
Romanzo della follia e della libertà. “Tyll” di Daniel Kehlmann
Kehlmann da sempre coltiva un mondo di illusioni, da bambino studiava da mago, non sorprende quindi la sua affezione all'illusionista Till Eulenspiegel, qui e altrove chiamato anche Tyll Ulenspiegel. Il protagonista vissuto nel 1300 in una storia del 1600 è comunque un avvertimento indiretto e schietto: leggere e credere coltivando il dubbio sul piano storico, ma riflettendo sui messaggi subliminali di cui il romanzo è ricchissimo. Tyll è il romanzo della follia e della libertà, in cui chi è ritenuto matto può farsi beffe di tutto. Invece di un racconto lineare l'autore tira dentro personaggi e filoni sempre nuovi che in qualche modo portano avanti anche il percorso di Tyll, fino a renderlo compiuto. Non è lineare nemmeno il piano temporale: la storia va avanti e indietro, eppure non spiazza lettore. Kehlmann ricorre a fonti, tuttavia le usa liberamente: non è fedele agli episodi descritti nel 1515 che è la sua prima fonte, utilizza in modo arbitrario Simplicissimus, e trasforma il romanzo intitolato Thyl Ulenspiegel di Charles de Coster del 1867, la sua terza fonte.
La trama è semplice e molto composita come un quadro di Bosch: Tyll è figlio di un mugnaio che per le sue curiosità e per gli interessi che tenta di coltivare senza mezzi e un'adeguata preparazione incorre nell'eresia. Il caso vuole che incontri dei gesuiti, pietre miliari nella storia culturale europea, che lo fanno condannare all'impiccagione. Tyll è costretto a scappare e porta con sé Nele, una giovane compaesana che non vuole arrendersi al destino che le riserverebbe la vita nel villaggio, e che ricorda la figura brechtiana di Madre Coraggio. Da girovaghi giocolieri percorreranno per lungo e per largo i luoghi della Guerra dei trent’anni, serviranno il Re d'Inverno, e Nele troverà marito prima di invecchiare, separandosi da Tyll. Un romanzo con dentro più romanzi e novelle, picareschi, barocchi, eppure moderni.

Regaliamo Tyll a chi sostiene che il romanzo è morto. E ringraziamo Monica Pesetti per l'eccellente traduzione.

L'articolo su SUL ROMANZO

mercoledì 5 giugno 2019

Risonanza dell'amore. “Settembre 1972” di Imre Oravecz

In principio era
il tu, era il là, era l’allora, era il cielo azzurro, era il sole, era la primavera, era il caldo, era prato, era il fiore, era l'albero, era l'erba, era l'uccellino, era la forza, era il coraggio, era la risolutezza, era la leggerezza, era la fiducia, era l'altruismo, era la ricchezza, era la gioia, era la serenità, era il riso, era il canto, era il parlare, era la preghiera, era la lode, era la stima, era l'affiatamento, era la dolcezza, era la lindura, era la bellezza, era l'affermazione, era la fede, era la speranza, era l'amore, era il futuro, poi il tu è divenuto lei, il là qua, l'allora l'adesso, il cielo azzurro fumo nero, il sole pioggia, la primavera inverno, il caldo freddo, il prato acquitrino, il fiore sterpo, l'albero cenere, l'erba fieno, l'uccellino preda, la forza fragilità, il coraggio codardia, la risolutezza indecisione, la leggerezza pesantezza, la fiducia sospetto, l'altruismo egoismo, la ricchezza povertà, la gioia dolore, la serenità inquietudine, il riso pianto, il canto strepito, il parlare balbettio, la preghiera bestemmia, la lode maledizione, la stima disprezzo l'affiatamento discordia, la dolcezza amarezza, la lindura sporcizia, la bellezza bruttezza, l'affermazione negazione, la fede dubbio, la speranza disperazione, l'amore odio, il futuro è divenuto passato e tutto ricominciava da capo.


Il ritorno nelle librerie di Settembre 1972 di Imre Oravecz è una bella notizia. Le Edizioni Anfora avevano già pubblicato questo romanzo in versi nel 2004. Dopodiché la casa editrice si è rinnovata, ha cambiato anche veste grafica, e ora sta ripubblicando le opere più interessanti del vecchio catalogo. Questo nuovo catalogo tutto ungherese di Anfora è una vera e propria consolazione in questi tempi cupi per l'Ungheria – associare il nome del Paese al suo regime politico è pressoché inevitabile –, ed è finalmente qualcosa di cui un'ungherese di nascita come me può andare orgogliosa in Italia.


Settembre 1972 è uno dei capolavori della poesia ungherese moderna, la copertina di Andrea Kiss e il progetto grafico di Csaba Heltai rendono il volume un oggetto d'arte, la prefazione dell'autore alla terza edizione ungherese lo arricchisce e ne spiega la genesi, e la traduzione di Vera Gheno è davvero lodevole. 
Risonanza dell'amore. “Settembre 1972” di Imre Oravecz
In patria Imre Oravecz (nato il 1943) è considerato il Ferlinghetti ungherese, un autentico innovatore della poesia contemporanea. Uno dei massimi esponenti della letteratura magiara, Oravecz è anche autore di romanzi, è stato redattore, traduttore e professore universitario. Nonostante una feconda produzione successiva, la sua opera più memorabile e più amata rimane Settembre 1972, composta nel 1988.
Si tratta di un romanzo in versi suddivisi in novantanove episodi, sui tormenti di un amore, che però racchiude in sé tante storie d'amore. La trama inizia nel settembre del 1972, da qui è il titolo del poema, quando il grande amore che in realtà unisce più esperienze, e non necessariamente solo dell'autore, è finito, la coppia si è già separata.
Oravecz getta luce sia nella sua prefazione che in un'intervista da lui rilasciata nel 2011 a László Bedecs sulle circostanze della nascita e sulla scelta curiosa del genere letterario. Citiamo da questa seconda:
«All'inizio degli anni Ottanta la crisi del mio terzo matrimonio, la causa legale per la custodia del bambino mi hanno buttato molto giù. Pensavo che in confronto la letteratura fosse solo un gioco, con finalità prive di interesse e significato. Credevo, e non era per la prima volta, che avrei smesso di scrivere. Alla fine il bambino è rimasto con me, l'ho tirato su io, a volte lottando, ma sempre con gioia. La delusione, però, non mi passava e vedevo inoltre che un bambino non può uscire bene da un divorzio. Questa crisi sentimentale e morale ha riaperto le ferite anche dei precedenti divorzi e ha messo in evidenza le umiliazioni mai elaborate. Ho cominciato a scrivere, come fosse un diario, i pezzi di Settembre 1972, inizialmente solo per me, come fosse una terapia. Volevo capire la situazione in cui mi trovavo, e quello che ci era successo. Dapprima mi interessava solo un momento, quello in cui nessuno riesce a immedesimarsi finché non ci si trova, e dopo non riesce a capacitarsi che sia potuto capitare davvero a lui. Sto parlando di una scena che mi torna in mente spesso, quella in cui l'ho trovata dove l'ho trovata, con qualcuno, e la situazione non lasciava spazio a fraintendimenti...»
Risonanza dell'amore. “Settembre 1972” di Imre Oravecz
Poi Oravecz parla della forma:
«...in questa unità mediamente di venticinque righe e consistente di una unica frase seppure più volte composta, ho trovato uno strumento, che grazie alla sua flessibilità strutturale e alla sua apertura linguistica ha aperto orizzonti infiniti. In questo tipo di testo potevano trovare posto tutti gli elementi stilistici, dai termini tecnici alle volgarità, dalle locuzioni pseudoscientifiche allo slang. Quindi ha resuscitato in me lo scrittore che stava per essere annientato dalla slavina sentimentale. Da quel momento in poi ho lavorato scientemente sul libro, che anche oggi considero un romanzo, pur sapendo che la critica ne discute volentieri il genere: se è poesia, poesia in prosa, o semplicemente prosa. Secondo me sono poesie che compongono un romanzo, così come lo è l'Iliade...»


A oltre trent'anni dalla prima edizione, in Ungheria Settembre 1972 rimane uno dei libri più letti e più apprezzati. Auguro buona fortuna alla sua edizione italiana.

Il pezzo Sul Romanzo

martedì 30 aprile 2019

Sessant'anni di amore non corrisposto. Storia di una donna raccontata da suo figlio

Era una vecchia quercia, sano fino al midollo anche in punto di morte. È crollato per terra mentre sfogliava, chino sul leggio, una pagina della Sinfonia in Sol minoredi Mozart. Quando lo hanno trovato, stringeva nella mano rigida un brandello della partitura, gli squilli dei corni all’inizio dell’Adagio. Una volta aveva detto a mia madre che la Sinfonia in Sol minoreè il più bel brano musicale mai composto. – Leggeva da sempre le partiture come altri leggono i libri. Di qualsiasi opera gli capitasse tra le mani, arcaica o frivola che fosse. Ma soprattutto andava a caccia del nuovo.»

L'autore, lo scrittore svizzero Urs Widmer (1938-2014), non lo ha mai confermato pubblicamente, ma quest'incipit e in generale il ritratto di Edwin, il grande amore mai corrisposto della madre, conduce al direttore d'orchestra svizzero Paul Sacher (1906-1999), mentre Clara, la protagonista femminile, è con ogni probabilità la parafrasi della madre dell'autore. A lei il figlio scrittore dedica questo toccante requiem pubblicato in Svizzera nel 2000, tradotto per la prima volta in italiano nel 2002 da Eugenio Lio per Bompiani con il titolo L'uomo amato da mia madre, e ora splendidamente ritradotto – con il titolo Il grande amore di mia madre – da Roberta Gado per Keller, che di Urs Widmer nel 2015 aveva già tradotto, sempre per Keller, Il sifone blu, e nel 2017 Il libro di mio padre. Di quel padre che in questo libro compare fugacemente come il ripiego di Clara per tentare di costruirsi un'esistenza sopportabile, un surrogato a quella che lei avrebbe voluto trascorrere al fianco di Edwin.

Edwin è di origini povere e modeste ma con una dedizione e un trasporto tipici solo dei geni, e grazie all'aiuto di un maestro che probabilmente corrisponde alla figura del direttore, compositore e pianista austriaco Felix Weingarten (1863-1942), da analfabeta musicale diventa direttore d'orchestra. Ancora giovanissimo fonda a Basilea la Junges Orchester, che nella vita reale si chiamava Basler Kammerorchester, con un profilo innovatore. Per non seguire pedissequamente gli eventi accaduti, Widmer colloca l'esordio dell'orchestra di Edwin, la Junges Orchester, nel luglio del 1927, invece la Basler Kammerorchester suonò per la prima volta il 21 gennaio dello stesso anno. Nel corso della narrazione tante altre differenze emergeranno fra la Storia e la fantasia dell'autore, ma il filo con la realtà storica non si spezzerà mai.

Sessant'anni di amore non corrisposto. Storia di una donna raccontata da suo figlioClara è figlia unica di un uomo arricchito che perde tutto il Venerdì Nero del 1929, un colpo che per lui sarà fatale e letale. Da un giorno all'altro Clara si ritrova povera in canna e scopre la parentela italiana del padre. Aveva cominciato a sostenere l'orchestra di Edwin da ragazza ricca, continuerà a ricoprire il ruolo di tuttofare indispensabile anche da nullatenente. Ha dei rapporti sessuali con Edwin che però non vuole null'altro da lei, e non la illude neppure.
La carriera di Edwin è in rapida salita, con il successo arriva anche il denaro e in un'orchestra di fama ormai mondiale di Clara ci sarà sempre meno bisogno. Edwin dirige nuove composizioni che entreranno nell'albo delle musiche più innovative del ventesimo secolo.
«In quel periodo lo Junges Orchester annunciò la prima assoluta di una nuova opera di Béla Bartók. Bartók l’aveva scritta per Edwin, su sua commissione. (E nel suo chalet di villeggiatura nei pressi di Adelboden, a essere precisi. Ebbro di felicità, aveva trascorso quattro settimane in una stanza che odorava di legno vecchio, senza mai leggere i giornali. Così si perse 108 diverse cosette, tra cui lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Edwin salì da lui in Rolls per riferirgli l’inimmaginabile. Bartók annuì, scosse la testa, deglutì; ma, ecco, non aveva ancora orchestrato il finale dell’opera e doveva subito rimettersi al lavoro.)»
Edwin passa attraverso le forche caudine del nazismo e della seconda guerra mondiale corazzato della sua musica, sposa una donna ricca e per Clara rimane solo l'omaggio floreale firmato E., che per molti anni le arriva puntualmente il giorno del suo compleanno. L'anno che non lo riceverà più rappresenterà lo spartiacque fra la vita e la morte, seppure non intesa in senso fisico.
Si sposa anche Clara e avrà un bambino che la seguirà passo passo, quasi mendicandone l'amore. I nervi fragili la faranno entrare e uscire da cliniche psichiatriche, finché non ne avrà abbastanza e morirà suicida a ottantadue anni.
Un'elegia, un requiem a una madre, a una donna, che ha investito tutta la sua vita sentimentale in un colosso dell'interpretazione musicale, che però non ha mai provato nulla per lei. Sessant'anni di amore non corrisposto e sessant'anni di storia svizzera ed europea. Un'epopea lirica, coinvolgente e istruttiva, scritta in una lingua brillante, in una tonalità dolente e ironica, compassionevole e distaccata.
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L'articolo SUL ROMANZO

sabato 6 aprile 2019


MADAMA DORÉ

Stelio Mattioni, “Il re ne comanda una”

di  6 aprile 2019

Dopo più di mezzo secolo dalla prima edizione di Adelphi, la casa editrice romana Cliquot ha ridato alle stampe – e bene ha fatto – Il re ne comanda una (2019) dello scrittore triestino Stelio Mattioni (1921-1997), scoperto e molto apprezzato da un altro grande triestino, il critico letterario e consulente editoriale Bobi Bazlen. Il romanzo era fra i cinque finalisti del Premio Campiello nel 1969, vinto poi da L’airone di Giorgio Bassani.
«Uno scrittore che mi pare del tutto eccezionale. Non somiglia a nessuno, ha un mondo fantastico proprio e di grande forza, ed è misterioso sul serio, senza nessuna compiacenza fumistica» scriveva di lui Italo Calvino a Elio Vittorini, e questo romanzo ne è testimone con la sua trama che sconfina nel surreale, con protagonisti improbabili che però vestono caratteristiche comuni e verosimili, con la sua ambientazione collocata con tanto di indirizzo al centro storico di Trieste, ma allo stesso tempo avulsa dalla realtà e atemporale. Una pièce teatrale, una favola pirandelliana precisa nei dettagli, vivida e inquietante.
Una giovane donna semianalfabeta, oppressa dal matrimonio con un ubriacone e dai debiti che questi ha contratto, si presenta con le sue due figlie alla porta del creditore di suo marito in cerca di una nuova vita che non può che cominciare con il riscatto dei debiti. La casa del creditore si rivela un microcosmo autonomo e completamente isolato dal mondo, comandato da Lui, il creditore.
Ognuno ha un ruolo in quel mondo a parte che comprende un laboratorio che produce qualcosa di misterioso, un giardino che si rivela una giungla, e un harem che Lui domina con complesse regole erotiche. La figlia più piccola sarà presto risucchiata dal padre che assedia, ubriaco, la casa, per riprendersi le sue donne. La figlia più grande, accomodante e lasciva, si inserisce invece nell’ingranaggio, mentre la madre combatte per ricavarsi un ruolo dignitoso, ma soccombe, e anche quando le si offre la libertà sceglie il mondo chiuso.
Il Sessantotto era anche ribellione femminista e Mattioni si rivela un attento osservatore della condizione femminile. Tina, la protagonista, è priva di mezzi economici ed intellettivi, è anche sola, abbandonata a se stessa. Ciononostante vuole provvedere alle due figlie e cavarsela. La sua fuga è un grido disperato, un atto cieco, e difatti finisce di nuovo in una condizione di sudditanza che non sa più abbandonare. Scopre però la sessualità: dopo quindici anni di matrimonio prova per la prima volta il piacere erotico e sarà questo a trovarle un posto nella gerarchia del microcosmo di Lui. Un mondo alienante e alienato, dove in fondo anche il ribelle tollerato è allineato, dove tutti sono infelici, eppure saggiamente accondiscendenti nei confronti del proprio destino. Perché secondo Mattioni combattere contro la sorte è invano.
I personaggi impensabili e la trama imprevedibile non sarebbero comunque sufficienti per spiegare l’effetto magico che questa lettura esercita sul lettore. La lingua colta, densa e precisa, le scelte lessicali a volte sorprendenti concorrono in misura determinante alla seduzione di quest’opera.  «Mattioni scrive divinamente. La sua lingua è schietta, come quella di un thriller di oggi, ma non troverete una parola fuori posto, una metafora poco efficace, un dialogo noioso, non troverete nemmeno un passaggio confuso» dice Alcide Pierantozzi nella prefazione.
Per descrivere Mattioni molti ricorrono alla definizione “kafkiana”. Claudio Magris, uno dei massimi esperti di letteratura triestina, precisa: «Mattioni è stato spesso definito – anche da me – “kafkiano”, ma la sua surrealtà ha poco a che vedere con Kafka e si inserisce piuttosto in quella tradizione fantastica, puntigliosamente descrittiva e sottolineata di Kubin e di altri, inclini – a differenza di Kafka – a spiegare la realtà oscura piuttosto che a farla vivere nella sua nuda oggettività».

(Stelio Mattioni, Il re ne comanda una, Prefazione di Alcide Pierantozzi, Cliquot, 2019, pp. 248, € 18,00 | Recensione di Andrea Rényi)

La recensione su Flanerì avesse avuto più ragioni di odiare

mercoledì 20 marzo 2019

“Ruta Tannenbaum” di Miljenko Jergoviċ

Un romanzo che sembra un quadro di Chagall. “Ruta Tannenbaum” di Miljenko Jergoviċ

Ammirando le opere di Marc Chagall qualche volta mi è venuta spontanea la domanda su come il maestro russo avrebbe scritto, se invece della pittura avesse scelto l'arte della parola per riprodurre il suo mondo. Ruta Tannenbaum, il romanzo dello scrittore bosniaco Miljenko Jergoviċ, fin dalle prime pagine mi ha dato l'impressione di avere a che fare con una scrittura che ricorda molto da vicino i quadri di Chagall. Ricca di metafore, di un’inconfondibile impronta lirica, eppure profondamente legata al mondo reale, al concreto, e rigorosamente attinente all'universo ebraico.
Nella sua nota conclusiva al romanzo l'autore chiarisce che avrebbe voluto scrivere la biografia di Lea Deutsch, un'attrice bambina croata di origine ebraica, vittima della Shoah ad appena sedici anni, non avendo trovato abbastanza materiale ma la chiara volontà di dimenticarla, ha optato per una biografia fittizia, con figure di secondo piano esistite nella realtà. La trama si svolge a Zagabria fra le due guerre mondiali, la casa dei Tannenbaum è collocata nella via in cui visse Lea Deutsch, e Jergoviċ descrive i bei palazzi austroungarici del quartiere così come li poteva vedere Lea, figlia unica della curiosa coppia Tannenbaum. Anche se in fondo a lei l'autore riserva poco spazio, perché la figura principale è il padre dalla doppia personalità e la vera protagonista è la Storia di quell'area geografica, a partire dalla dissoluzione della monarchia austro-ungarica all'ascesa del nazismo. Il romanzo vuole essere «una piccola pietra sulla soglia della sua casa [di Lea Deutsch], visto che altra tomba lei non ne ha». E già che l'autore dichiara che «i miei pensieri su Ruta Tannenbaum sono stati accompagnati dalla Quinta, Settima, Tredicesima e Quattordicesima Sinfonia di Dmitrij Šostakoviċ», è consigliabile seguire il suo suggerimento e accompagnare la lettura dalla sua selezione musicale. Perché funziona, è la sua colonna sonora ideale.

Prima di inoltrarci nel libro è doveroso notare e complimentarsi con la casa editrice Nutrimenti per la menzione del nome del revisore della traduzione (Riccardo Trani), dell'impaginatore (Emmanuela Nese) e dell'art director (Ada Carpi) che hanno contribuito alla nascita del libro. Figure molto importanti, eppure troppo spesso rimaste anonime.
Un romanzo che sembra un quadro di Chagall. “Ruta Tannenbaum” di Miljenko Jergoviċ
Salamon Tannenbaum detto Moni è un ebreo assimilato che nel primo capitolo esordisce in una scena grottesca in cui viene punito corporalmente perché non aveva capito un importante passaggio storico. Scrivano in un ufficio, ometto poco intelligente – «Oh Moni, mio caro Moni, il buon Dio non t'ha dato tanto cervello, quanto zafferano c'è nella polenta dei poveri!» – cerca di mimetizzarsi di giorno, ma vive una seconda identità di nobile decaduto di notte, facendosi rispettare e persino benvolere da magliari e delinquenti di una certa leva. Finisce in una storia molto più grande di lui e da quel momento in poi torna a essere solo Moni, un uomo senza qualità, cittadino, marito e padre senza pregi né difetti. Solo la morte, perché vittima consapevole degli ustascia, lo riscatterà e gli conferirà una qualche nobiltà. Non più giovane sposa Ivka Singer, una bella donna non più giovane nemmeno lei, mettono al mondo una bambina prodigiosa che sarà cresciuta e avviata da piccola da una vicina di casa folle quanto può essere folle una figura in un quadro di Chagall. Il marito della vicina di casa, un insignificante e accomodante ferroviere, è invece la parabola dell'uomo mite ma amorale che dopo un involontario battesimo di fuoco abbraccia la causa nazista. Il padre di Ivka, Abraham, incarna il ruolo dell'ebreo profetico, biblico, che nella sua persona unisce il passato e il futuro.
«Poi, sulle prime pagine dei giornali, apparve la notizia che la Germania aveva compiuto l'annessione, e la faccia ottusa di Seyss-Inquart fu abbellita dalla notizia della definitiva caduta della città di Vienna. Abraham Singer era seduto accanto alla finestra a guardare gli enormi alberi dei tempi di Maria Teresa che non avevano ancora perso le foglie, e pensava che nessuno avrebbe mai potuto provare quella sensazione, né annotare nei libri di storia il fatto che lui stava seduto accanto alla finestra a guardare gli enormi alberi dei tempi di Maria Teresa mentre passo dopo passo, annessione dopo annessione, la morte gli si avvicinava. Questa morte diventerà moderna proprio come il cappello di Panama. I vecchi ebrei saranno ammazzati, i giovani cacciati in Africa e la nipote di Abraham avrà l'occasione di diventare una vera tedesca, perché non ricorderà mai di essere stata qualcos’altro.»
Un romanzo che sembra un quadro di Chagall. “Ruta Tannenbaum” di Miljenko Jergoviċ
Il nonno Abraham non avrebbe potuto vederlo perché sarebbe morto prima, in tempo per non essere ucciso anche lui. Ruta non sarebbe potuta diventare una tedesca, nonostante avesse la preparazione e anche la disponibilità alla trasformazione, perché è stata inghiottita anche lei nel vuoto della Shoah.
Pubblicato nel 2006, Ruta Tannenbaum nel 2007 è stato insignito del premio Meša Selimoviċ, un premio che in ogni anno viene attribuito al miglior romanzo in Montenegro, Serbia, Bosnia-Erzegovina e Croatia, e da allora è stato tradotto in tutte le principali lingue straniere. È l'undicesima opera tradotta in italiano di Miljenko Jergoviċ, che in Italia haanche ricevuto il premio Grinzane Cavour per il suo Mama Leone.
L'autore è nato nel 1966 a Sarajevo, in Bosnia, e si è trasferito nel 1994 a Zagabria, in Croazia. Romanziere, poeta, traduttore e giornalista molto prolifico, Jergoviċ è stato definito da Paolo Rumiz il nuovo Ivo Andriċ.


Perché leggere questo romanzo? Perché della Zagabria di quell'epoca si sa poco, ancor meno della minoranza ebraica croata. Perché la trama è interessante, sorprendente, i personaggi sono piuttosto ben costruiti, anche se in qualche caso i contorni non sono precisi e le proporzioni non del tutto indovinate. Perché la narrazione fiabesca e la lingua adeguatamente raffinata fanno breccia nel cuore del lettore. Perché la traduttrice pluripremiata, Ljiljana Aviroviċ, anche questa volta ha consegnato alle stampe un lavoro limpido e prezioso.

L'articolo su SUL ROMANZO

mercoledì 27 febbraio 2019

Marina Stepnova, Le donne di Lazar'


TRE DONNE E IL VENTESIMO SECOLO RUSSO

Intervista a Corrado Piazzetta, traduttore di “Le donne di Lazar’” di Marina Stepnova

di  25 febbraio 2019

Copertina di Le donne di Lazar di Marina Stepnova
«Nel 1985 Lidočka compì cinque anni e la sua vita andò a rotoli. Era la prima volta che si incontravano tanto da vicino, Lidočka e la sua vita, e fu per questo che entrambe fissarono nella mente con un’intensità vertiginosa ogni piccolo, salato, umido dettaglio della loro ultima estate felice». Così recita l’incipit folgorante di Le donne di Lazar’ di Marina Stepnova (Voland, 2018)  e la scrittura potente non verrà mai meno nelle più di quattrocento pagine di questo romanzo russo. Attraversa per lungo e per largo il terribile, sanguinario ma anche magnifico ventesimo secolo in cui la Russia prima, e l’Unione Sovietica poi, hanno avuto un ruolo determinante.
Camminiamo nella Storia seguendo le tracce del geniale fisico nucleare di origini ebraiche Lazar’ Lindt nato nel 1900: il suo destino si rispecchia nelle vite di tre donne a lui legate in qualche modo. Tre donne vicine e allo stesso tempo lontane, persino estranee: Marusja, moglie del professore che lo scopre e lo avvia alla carriera di scienziato, una signora trent’anni più grande di Lindt che gli fa da amorevole madre e che lui ama con un amore che va ben al di là di quello filiale; Galina, che sarà costretta a sposarlo giovanissima quando lui è già vecchio; infine Lidočka, la nipote che Lindt non ha mai incontrato. Sono loro le donne del titolo, sono e non sono di Lazar’.
Marusja, la moglie del mentore di Lindt, è la figura cruciale della lunga esistenza di Lazar’. Lei lo accoglie appena diciottenne, fuggito a Mosca dalla provincia probabilmente in seguito a un pogrom, subito dopo la Rivoluzione d’ottobre. Marusja non ha avuto figli e non sperava più di poterne avere, Lindt le regala la maternità che la natura le ha negato e lei lo ricambia con il calore della casa, l’affetto, la bellezza, la cura della sua persona. Marusja è l’icona della donna russa ottocentesca, è sempre prodiga e disponibile, e aiuta donne e bambini privi di mezzi durante la guerra. Lazar’ Lindt cercherà lei in tutte le donne, e per magia Marina Stenova riuscirà a farla rivivere in sua nipote Lidočka.
Galina Petrovna finisce nelle grinfie di Lindt, osannato e onnipotente sessantenne. Con un intrigo la ragazza è catapultata tra le sue braccia da fidanzata di un ragazzo semplice, entrambi senza particolari ambizioni se non quella di realizzare il più banale dei sogni d’amore. Galina è una nuvola rosa, che da un giorno all’altro si trova al centro della nomenklatura, e madre di un bambino che non può amare, perché frutto di una imposizionedi violenza anche se commessa con amore e tenerezza. La ragazza sentimentale diventa un’adulta anaffettiva, dura e calcolatrice, un uccello di paradiso in gabbia. Neppure la nipote di cinque anni, l’orfana di suo figlio, fa breccia nel suo cuore. Non la può abbandonare perché porta il suo stesso cognome, ma se ne prende cura solo con il denaro, che ha in abbondanza.
Perduti i genitori all’età di cinque anni, Lidočka cresce in ambienti elitari disciplinati, colti, ma privi di calore. Può diventare ballerina, ha talento ed è capace di sopportare anche la dura disciplina, ma desidera soltanto affetto, una casa, una famiglia. Tre donne, tre vite, tre periodi storici, un affresco che a tratti ricorda Tolstoj, Nabokov e Ulickaja, ma anche Il dottor Živago di Pasternak.
Le donne di Lazar’ (2011) è il secondo di tre romanzi di Marina Stepnova. Con questo libro si è classificata terza al più prestigioso premio letterario russo – il Bol’šaja kniga – ed è stata finalista fra gli altri ai premi Russkij Booker, Nacional’nyj bestseller e Jasnaja Poljana. Il libro ha ottenuto un ampio consenso di critica, ed è stato tradotto in ventiquattro lingue.

Più del recensore, può raccontare e svelare il libro il suo traduttore, perché il traduttore con esso trascorre a volte anche molti mesi e si immerge in quelle profondità che il lettore semplice raramente può o vuole toccare. Ho avuto l’opportunità di porre qualche domanda al traduttore di questo splendido libro, Corrado Piazzetta, e lui ha risposto volentieri, anche a domande che non riguardano strettamente Le donne di Lazar’, ma possono interessare in generale gli amanti della letteratura russa.
Caro Corrado, sapevo della tua passione per la lingua russa, ti conoscevo però soltanto come abilissima voce italiana di Penelope Lively. Il romanzo monumentale della Stepnova metterebbe in difficoltà anche un traduttore molto preparato e di lungo corso, quindi ti faccio i miei complimenti più sinceri. Com’è caduta la scelta di un esordiente, anche se esperto traduttore in un’altra combinazione linguistica, su questo libro che porta in sé tutte le difficoltà che una traduzione editoriale può rappresentare?
Cara Andrea, innanzitutto ti ringrazio molto dei complimenti. Come dici tu, la lingua e la cultura russe sono sempre state una mia grande passione, nata molto tempo fa quando mi imbattei per puro caso in un corso di russo trasmesso da quello che allora si chiamava Terzo canale (la neonata Rai Tre). Sempre in quegli anni è sbocciato anche l’amore per l’altra mia grande passione linguistica, ovvero l’inglese, che come giustamente ricordi è stato per anni la mia principale lingua di lavoro (e ti ringrazio di aver citato Penelope Lively, autrice che ho amato molto). In tutto questo tempo, però, il mio desiderio di lavorare con scrittori russi non si è mai spento (e, a dire il vero, oltre dieci anni fa ho tradotto per Guanda una serie di microracconti di un giovane autore russo poi finito nel dimenticatoio, per non parlare di La mite di Dostoevskij che mi era stata commissionata da una piccolissima casa editrice fallita poco prima che la mia traduzione vedesse la luce). I miei contatti col mondo editoriale, però, erano prevalentemente con case editrici che non lavorano mai o quasi mai col russo, e quindi ho ritenuto che il miglior modo per trovare nuovi canali fosse quello di presentarsi con una proposta inedita. Tutto ciò per dire che quando ho scoperto l’esistenza di Marina Stepnova, e ho visto che i suoi romanzi non erano ancora approdati in Italia, ho pensato che potesse essere un’autrice interessante da proporre. Come primo approccio, ho scelto Ženščiny Lazarja(titolo originale di Le donne di Lazar’) perché dalle poche righe di sinossi mi sembrava una vicenda che mi sarebbe potuta piacere. E così è stato, il libro mi ha convinto fin da subito, sia per la portata della storia, sia per la costruzione dei personaggi, sia per la lingua sontuosa e duttile di cui l’autrice dispone con grande maestria; lo stile della Stepnova mi ha davvero conquistato, la sua ricchezza, la sottile ironia che pervade l’intero racconto, anche nei momenti più tragici. Mi sembrava un’opera capace di incontrare i gusti di un pubblico più ampio del ristretto numero di addetti ai lavori, oltre che una bella sfida dal punto di vista del mio lavoro di traduttore. Queste le ragioni per cui ho deciso di intraprendere il non facile cammino di ricerca del referente giusto: ho dovuto bussare a un po’ di porte e ho incontrato varie difficoltà (i russi, specialmente se contemporanei, hanno vita più ardua in Italia, per varie ragioni – vuoi perché ritenuti, spesso a torto, poco allettanti per i lettori, vuoi perché sono poche le case editrici con editor che conoscono la lingua, e quindi in grado di revisionare adeguatamente le traduzioni), ma alla fine sono approdato a Voland, che all’inizio non avevo preso in considerazione perché non avevo mai avuto modo di collaborarci prima d’allora. Come ben sai, è un editore piccolo, ma molto attento alla qualità e pronto ad accogliere proposte nuove; oltretutto, come suggerisce il nome stesso, da Voland la letteratura russa è la benvenuta, perciò le donne di Lazar’ hanno finalmente potuto trovare la loro casa italiana.

Marina Stepnova utilizza vari registri, fa molti riferimenti culturali e lavora con un lessico particolarmente ricco. Da traduttore, come hai vissuto tutto questo ben di dio?
Come accennavo prima, è stata una bella sfida. La varietà di registri, la generosità con cui la Stepnova attinge al vasto lessico russo, lo stile spesso fiorito, i gergalismi, i numerosi riferimenti a fatti storici o a figure realmente esistite: tutto questo mi ha dato parecchio filo da torcere. Sono infinitamente grato alla rete per la quantità di fonti a cui consente di accedere con pochi clic, risorsa oramai imprescindibile per i traduttori: poter consultare in un attimo dizionari monolingue di ogni tipo, corpus letterari, esempi vivi di fraseologie, di modi di dire; distinguere citazioni letterarie da creazioni originali dell’autrice; verificare l’esattezza dei riferimenti storici (a onore della Stepnova – e, immagino, della sua redazione –, sempre precisi fin nei minimi dettagli). Tutto ciò non solo ha reso un po’ meno arduo il mio lavoro, ma mi ha permesso di migliorare l’accuratezza della traduzione, di ridurre il margine di dubbio e di lasciare meno spazio alle interpretazioni. E sono infinitamente grato alla stessa Stepnova, con cui sono stato in contatto fin da prima di iniziare il lavoro, e che si è sempre dimostrata più che disponibile a venirmi incontro e a rispondere con una rapidità spesso sorprendente alle mie non poche domande. È stata un’esperienza molto bella anche dal punto di vista umano, perché i nostri scambi mi hanno consentito non soltanto di ottenere un risultato di qualità migliore, ma anche di conoscere una bellissima persona, di trasformare un rapporto di lavoro in amicizia. Forse a questo ha contribuito anche la grande passione della Stepnova per l’Italia (lei e il marito hanno una casa in un paesino della Toscana, dove vengono spesso a trascorrere le vacanze, e infatti proprio in occasione di quest’ultime ferie natalizie abbiamo avuto modo di conoscerci finalmente di persona e di organizzare un paio di presentazioni del romanzo) e la sua gioia per il fatto che il Paese da lei tanto amato abbia finalmente deciso di pubblicarla.

Ti sei affezionato a qualcuno dei personaggi del libro, e se sì, a chi e perché?
Tra i personaggi principali, il mio preferito è senza dubbio Galina Petrovna. È un personaggio tragico, una ragazza che viene strappata alla sua vita e ai suoi sogni per ritrovarsi costretta a vivere accanto a un uomo anziano che detesta, rinchiusa in un mondo elitario fatto di privilegi ma di aridità sentimentale, che nemmeno la nascita di un figlio prima, e l’arrivo inaspettato di una nipotina poi, riescono a scalfire. La conosciamo all’inizio del romanzo già donna matura, algida, insensibile, a modo suo spietata, ma nel corso della storia scopriamo gradualmente la sua vicenda e il suo dramma, cosa che dà al personaggio uno spessore tragico, appunto, e ci fa quasi simpatizzare per lei, nonostante la sua alterigia, gli abiti costosi, i gioielli, i profumi, e la coltre di ghiaccio che le soffoca i sentimenti. Tra i personaggi minori, invece, mi sono rimaste nel cuore due coppie: i bambini Isaak ed El’vira/Elečka, che si incontrano da sfollati nella casa di Čaldonov e Marusja durante la Seconda guerra mondiale, e che poi passeranno insieme il resto della vita (fra l’altro, sono gli unici personaggi del libro ispirati a persone reali: i genitori dell’autrice, infatti, si conobbero in circostanze analoghe a quelle di Isaak ed Elečka ed ebbero una vita coniugale altrettanto lunga), e la coppia degli Carёv, i due giovani ricercatori che Lidočka conosce da adulta in quanto abitano nell’appartamento in cui viveva da piccola con i genitori, prima di rimanere orfana e di finire in casa della nonna Galina Petrovna. Di quest’ultimi ho apprezzato particolarmente quel loro incarnare le migliori qualità dell’intelligencija russa, la loro attenzione alla sostanza più che all’apparenza, il loro calore e il loro gioire per le piccole cose quotidiane: tutte qualità che mi hanno fatto riscoprire parte del motivo per cui mi sono innamorato di quel popolo, e che purtroppo trovo sempre meno negli esponenti di quello stesso popolo, con cui talvolta mi capita di avere a che fare in questi ultimi anni.

Un traduttore ha sempre un quadro piuttosto completo della letteratura della lingua dalla quale traduce, quindi è anche una fonte di consigli letterari. Da intenditore, te la sentiresti di indicarci qualcuno fra gli autori e i titoli russi pubblicati in italiano
Quando si parla di autori russi, il riferimento immediato è ai grandi nomi della letteratura classica – e giustamente, aggiungerei: i giganti dell’Ottocento russo, da Puškin a Tolstoj e a Dostoevskij, come pure maestri del Novecento quali Bulgakov o Pasternak o Solženicyn, rimangono figure imprescindibili, e le loro opere dei capisaldi la cui potenza continua ad affascinare ogni generazione (e, a questo proposito, mi permetto di segnalare la nuova traduzione di due fra i capolavori più iconici dell’Ottocento russo, Anna Karenina e Guerra e pacedi Tolstoj, ritradotti per Einaudi da due valentissime traduttrici, rispettivamente Claudia Zonghetti ed Emanuela Guercetti, nonché la pubblicazione della versione integrale di Il primo cerchio di Solženicyn, tradotto per Voland dall’ottima Denise Silvestri). Ciò non significa, tuttavia, che la letteratura russa contemporanea non offra nomi e opere di qualità: penso, ad esempio, a Zachar Prilepin, o a Ljudmila Ulickaja, o al premio Nobel Svetlana Aleksievič, o a Vladimir Sorokin. Personalità molto diverse fra loro ma di indubbio valore letterario, e che non sempre da noi riescono ad avere l’attenzione e il riconoscimento che meritano. Spero cheil lavoro di noi traduttori e delle case editrici che scelgono di puntare in quella direzione porterà a una sempre maggiore conoscenza dei “nuovi russi” (e uso l’espressione nel suo senso migliore), e spero pure che di questa schiera farà parte anche Marina Stepnova.

Spero che Le donne di Lazar’ sia solo l’inizio di una brillante carriera di traduttore dal russo. Hai già in cantiere qualche novità e qualche titolo che ti piacerebbe tradurre o che ritieni debba comunque essere tradotto in italiano?
Tradurre dal russo, nonostante l’offerta tutt’altro che irrilevante, non è una strada molto agevole, per  i motivi di cui si parlava prima. Comunque sì, ho qualcosa di nuovo in ballo, ma le notizie non sono ancora definitive e quindi, per scaramanzia, preferirei non parlarne. In generale, cerco di tenere gli occhi aperti su quello che arriva dalla Russia, in particolare su opere o autori che propongono visioni alternative, o in ogni caso al di fuori dagli schemi più battuti: credo che, in quest’epoca di nuovi conformismi, sia importante mantenere uno sguardo capace di osservare il mondo da punti di vista trasversali, uno sguardo che sappia rendere la realtà nelle sue infinite sfaccettature, magari anche quelle più scomode, quelle che tendono a essere ignorate se non osteggiate dal discorso ufficiale. Recentemente mi sono imbattuto in un’opera alquanto originale, una “autobiografia” di Gesù Cristo a opera di un autore, Oleg Zobern, che unisce erudizione teologica a uno stile dissacrante e ironico, e ci presenta un Cristo profondamente umano, che con i suoi metodi ben poco ortodossi – e talvolta a un passo dalla blasfemia – si avvicina all’essenza del suo messaggio più di quanto non facciano le narrazioni canoniche. Mi ha molto colpito il fatto che un’opera del genere sia stata pubblicata nella Russia di oggi, dove il peso della religione – e soprattutto della Chiesa – è molto più forte che in passato, e perciò mi piacerebbe che questa voce potesse avere un’eco anche al di fuori dai confini patrii. Se non dovesse andare in porto la proposta cui accennavo prima, potrei considerare questa autobiografia sui generis come una possibile proposta da presentare in giro. Staremo a vedere.
Grazie a Corrado Piazzetta per le tante informazioni preziose e non resta che augurare buona lettura, Le donne di Lazar’ non è un capolavoro, di opere perfette o quasi perfette ce ne sono molto poche, ma è sicuramente una lettura di ottimo livello.

L'articolo su FLANERI'
(Marina Stepnova, Le donne di Lazar’, trad. di Corrado Piazzetta, Voland, 2018, pp. 448, € 20.00)