mercoledì 15 febbraio 2012

Attila József, Presso il Danubio

1
Stavo seduto sotto lo scalo sulla prima pietra
guardavo come naviga via la scorza d'anguria.
Assorto nel mio destino avvertivo appena
come ciarla la superficie e tace il profondo.
Come se il Danubio fluisse dal mio cuore;
era torbido, saggio, grande.

Ogni onda e ogni moto era un sussulto
un tendere e afflosciarsi come i muscoli
quando l'uomo lavora lima batte
fa mattoni di tufo, vanga.
Mi cullava anche, con delle favole come mia madre,
lavava tutti i panni sporchi della città.

Cominciava a gocciolare
ma come fosse la stessa cosa, la pioggia smetteva.
E tuttavia come chi osserva la pioggia battente
da un anfratto - guardavo il circostante:
un venir giù monotono da parere eterno,
incolore, ciò che si colorava, qua e là, era passato.

Il Danubio era un continuo scorrere. E come un bimbo
nel fertile grembo incurante di una madre,
la schiuma giocava buona buona, ridacchiandomi in faccia.
E sulla corrente del tempo vacillava
come lapidi tombali in cimiteri cadenti.

2
Io mi son un che guarda da millant'anni
ciò che all'istante vede.
Un attimo, e lì è la totalità del tempo
che centomila avi guardano unitamente a me.

Vedo ciò che no  hanno veduto perché zappavano
uccidevano abbracciavano, facevano il dovuto.
E immersi nella materia loro vedono
(devo confessarlo) ciò che io non vedo.

Sapevano l'un dell'altro cose come gioia e tristezza;
a me il passato, a loro il presente.
Scriviamo versi - loro che tengono la mia matita
e io li sento, me ne ricordo.

3
Mia madre era di kun, mio padre per metà transilvano
e per metà, se non del tutto, rumeno.
Dalla bocca di mia madre era dolce il cibo
dalla bocca di mio padre era bello il vero.
Se mi muovo, sono loro che si abbracciano,
il che talvolta mi rattrista -
è la vita che trascorre, e di questo io sono fatto. "Vedrai
quando non ci saremo più!... - così mi parlano.

Mi si rivolgono perché io sono già loro;
nel mio essere debole è così che sono forte,
chi ricorda, sa di essere più dei molti
perché fino alle cellule sono ogni avo -
sono l'Avo, che dal preesistente si moltiplica,
felicemente mi fondo con mio padre e mia madre
e a loro volta loro due si scindono
così io mi moltiplico in un uno appassionato!

Sono il mondo - tutto, che era e ciò che è:
le tante generazioni che vicendevoli si assalgono.
I conquistatori mi vincono da morti
e la sofferenza dei vinti mi tormenta.
Arpàd e Zalàn, Werboczi e Dòzsa -
turchi tartari slavi rumeni in uno
nel mio cuore, che già col passato è in debito
e con un sereno futuro - ungheresi d'oggi!

... Io voglio lavorare. E' già
pesante fatica dover confessare il passato:
al Danubio, alle tenere onde che abbracciano
presente passato e futuro.
La lotta che hanno combattuto i nostri avi
già il ricordo la discioglie in pace:
organizzare finalmente il daffare comune
è lavoro nostro, e non è poco.

(Trad. di Edith Bruck)

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