giovedì 26 luglio 2012


La Repubblica 25 luglio 2012-07-25
 Lo scrittore dei “Demoni” rifiutò con orrore la concezione della Storia formulata dal padre dell’idealismo: l’idea che passi inosservata l’esistenza
 La rivolta di Dostoevskij
Quel gesto disperato contro la filosofia di Hegel
 Il principio perseguito dall’autore russo, secondo l’ungherese Laszló Foldényi, è che nessuno può essere estromesso dal corso delle vicende umane
 di Alberto Manguel

Devo la scoperta di Làszló Földényi a Cees Nooteboom, che in uno dei suoi assalti epistolari insistette perché lo leggessi e mi in­viò uno dei suoi saggi, Dostoevskij leg­ge Hegel in Siberia e scoppia a piangere, pubblicato in italiano dal Melangolo qualche anno fa. Tra le tante vie che ci portano a leggere un libro (che hanno tutte qualcosa di misterioso) c’è quella del titolo. Magari non ci sentiamo im­mediatamente attratti verso un testo intitolato la Divina Commedia o Le contemplazioni, ma solo un cuore di pietra può resistere a Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere.
Io lo lessi immediatamente, tutto di un fiato, e poi lo lessi una seconda vol­ta, e poi una terza: il contenuto non fa­ceva assolutamente torto allo splendi­do titolo. La mia ignoranza dell’unghe­rese è assoluta e mi dovetti limitare perciò a leggere qualcuna delle opere di Foldényi tradotte in spagnolo e in te­desco: sufficienti per giudicarlo un pensatore brillante, originale, lucido; ho seguito con piacere le sue illumi­nanti considerazioni filosofiche, stori­che ed estetiche. I suoi libri sulla ma­linconia, l’arte e la critica sono dei ca­polavori.
Molto tempo fa, le scoperte di Co­pernico spostarono la visione auto­centrata del nostro mondo su un’an­golazione che da allora si è spostata sempre più in là, verso i margini dell’u­niverso. La presa di coscienza che noi esseri umani siamo aleatori, minimali, un’apparecchiatura casuale per mole­cole autoreplicanti, non induce ad alte speranze o grandi ambizioni. Eppure, quello che Nicola Chiaromonte ha chiamato «il tarlo della coscienza» fa anch’esso parte del nostro essere, e pertanto, noi, queste particelle di pul­viscolo cosmico, per quanto effimere e distanti siamo anche uno specchio in cui tutte le cose, noi stessi inclusi, ci ri­flettiamo. Questa modesta gloria do­vrebbe bastarci. Il nostro passaggio (e, su una scala minuscola, il passaggio dell’universo insieme a noi) sta a noi registrarlo: un paziente e vano sforzo cominciato quando per la prima volta abbiamo iniziato a leggere il mondo. Chiamiamo Storia quella storia in svol­gimento che pretendiamo di decifrare mentre la fabbrichiamo. Dostoevskij aveva capito tutto quando diceva che se la nostra fede nell’immortalità ve­nisse distrutta, «tutto sarebbe permes­so». Così come la Storia, non abbiamo bisogno che l’immortalità sia vera per credere in essa.
Fin dall’inizio, la Storia è la storia rac­contata dai suoi testimoni, vera o falsa che sia. Nell’VIII libro dell’Odissea, Ulisse elogia l’aedo che canta le sven­ture dei greci: «Tu narri quello che i Da­nai patirono e quanto patirono; uno tu sembri che era presente o che abbia udito da loro». Quel «sembri» è essen­ziale. La Storia quindi è la storia di quel­lo che noi diciamo che è successo, an­che se le giustificazioni che diamo per la nostra testimonianza non possono, per quanto ci sforziamo, essere giusti­ficate. Secoli dopo, in una polverosa aula di università in Germania, Hegel avrebbe diviso questa «invenzione di ciò che è avvenuto» in tre categorie: la prima è la Storia scritta dai presunti te­stimoni diretti (ursprünglische Ge­schichte); la seconda è la Storia come meditazione su se stessa (reflektieren­de Geschichte); la terza è la Storia come filosofia (philosophische Geschichte), che alla fine si trasforma in quella che tutti chiamiamo Storia mondiale (Welt-Geschichte), la storia infinita che include se stessa nel racconto.
Immanuel Kant, in precedenza, ave­va immaginato due diverse concezioni della nostra evoluzione collettiva: la Historie, che indicava il mero resocon­to dei fatti, e la Geschichte, un’elabora­zione ragionata di quei fatti, perfino un’a-priori Geschichte, la cronaca di un corso annunciato di eventi a venire. Per Hegel, quello che importava era la comprensione (o l’illusione della com­prensione) dell’intero flusso degli eventi, compreso il letto del fiume e gli osservatori sulla riva, e per potersi me­glio concentrare sul corso principale escludeva i margini, le pozze laterali e gli estuari.
Foldény immagina che questo sia l’orrore scoperto da Dostoevskij: che la Storia, di cui sa di essere la vittima, ignora la sua esistenza, che la sua soffe­renza passa inosservata o, ancora peg­gio, non assolve a nessuno scopo nel flusso generale della specie umana. Quello che Hegel propone, agli occhi di Dostoevskij (e di Foldényi) è quello che Kafka dirà poi a Max Brod: «C’è speran­za, ma non per noi». Il caveat di Hegel è ancora più terribile dell’esistenza illu­soria proposta dagli idealisti: veniamo percepiti, ma non veniamo visti.
Un presupposto del genere, per Földényi, (e altrettanto dovette sem­brare a Dostoevskij) è inammissibile. Non solo la Storia non può estromette­re nessuno dal suo corso, ma è vero an­che l’inverso: è necessario il riconosci­mento di tutti perché la Storia possa es­sere. La mia esistenza, l’esistenza di qualsiasi uomo, è condizionata al vo­stro essere, all’essere di qualsiasi altro uomo, ed entrambi dobbiamo esistere perché Hegel, Dostoevskij e Földényi esistano, dato che noi (gli anonimi al­tri) siamo la loro convalida e la loro za­vorra, noi li portiamo in vita leggendo­li. È questo il significato di quell’antica intuizione che siamo tutti parte di un insieme ineffabile in cui ogni singola morte e ogni sofferenza specifica in­fluenza l’intera collettività umana, un insieme che non è limitato da ciascun io materiale. Il tarlo della coscienza mi­na la nostra esistenza, ma allo stesso tempo la convalida; non serve a nulla negarla, nemmeno come atto di fede. «Il mito che nega se stesso», dice Földényi saggiamente, «la fede che pretende di sapere: questo è l’inferno grigio, questa è la schizofrenia univer­sale su cui è inciampato Dostoevskij».
La nostra immaginazione ci consen­te sempre una speranza in più, al di là della speranza spezzata o realizzata, una frontiera finora apparentemente irraggiungibile, che alla fine raggiun­geremo solo per proporne un’altra an­cora più in là. Dimenticare questa illi­mitatezza (come cercava di fare Hegel «potando» la sua concezione di quello che conta in quanto Storia) può riusci­re a garantirci la piacevole illusione che ciò che avviene nel mondo e nella no­stra vita sia pienamente comprensibi­le, ma riduce la contestazione dell’uni­verso al catechismo e quella della no­stra esistenza al dogma. Come sostiene Földényi, quello che vogliamo non è la consolazione di ciò che appare ragio­nevole e probabile, ma le inesplorate terre siberiane dell’impossibile.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

Il libro
Si intitola
“Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere” il libro di Làszló F. Földényi uscito nel 2009 (Il Nuovo Melangolo pagg. 59, euro 8), trad. Andrea Rényi

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