venerdì 16 novembre 2012

Péter Nádas, La Bibbia - incipit


Péter Nádas
La Bibbia



«No Innate Principles in the Mind.»
John Locke
An Essay Concerning Human Understanding

1.

Le rose appassite con le loro fragili radici, i rampicanti oscillanti e le foglie sgargianti di acanto frusciavano a lungo, con fragore, ogni volta che il monumentale cancello di ferro, così difficile da spostare nell'una e nell'altra direzione, veniva aperto o chiuso. I suoni confusi del metallo non oliato si facevano stra attraverso il giardino silenzioso e rimbombavano quindi stanchi sulle pareti della villa a un piano, ricoperte di stucchi.
La villa, fiera delle proprie dimensioni, si adagiava comodamente sul giardino, ma chi l'aveva costruita aveva avuto sufficiente senso della misura da non ostentare quella superbia dal lato della strada. La facciata si mimetizzava perfettamente fra gli abeti dagli alti fusti, gli arbusti ornamentali e il giardino roccioso. La veranda e il giardino d'inverno, delimitato da una fitta recinzione, si affacciavano invece sul profilo della città avvolto nella nebbia.
Le sei stanze, chiaramente progettate per uno stile di vita molto diverso dal nostro, sembravano fuori moda a confronto dell'appartamento che avevamo in città e restammo a bocca aperta di fronte all'ingresso in marmo e all'enorme sala da bagno con le maioliche azzurre. I nostri mobili si perdevano fra le pareti imponenti di quelle sei stanze dal soffitto tanto alto che riscaldarle era impossibile; e così la gioia e lo stupore iniziali pian piano vennero mutando in disappunto. Alla fine i miei rinunciarono a due camere e le diedero in affitto a una giovane coppia. A volte non ci incontravamo per mesi.
Il giardino era molto grande.
Bighellonavo per intere giornate senza meta. Fumavo di nascosto, oppure portavo fuori la sedia a sdraio e leggevo.
Mi annoiavo, alla ricerca di qualcosa da fare, tuttavia programmavo le mie giornate. Tornato a casa da scuola pranzavo, passeggiavo nel giardino battendomi svogliatamente un bastone contro le gambe, contemplavo impettito le fioriere, mentre il fox-terrier dal pelo corto mi seguiva dappertutto.
Dopo aver fatto più volte il giro del giardino mi cambiavo, indossavo una vecchia tuta e correvo fuori. Meta mi aspettava davanti alla porta, seduto composto e scodinzolando felice. Quello era il momento della «corrida».
Sventolavo una pezza rossa e cominciavo a correre. Meta mi saltava dietro, la acchiappava e la tirava, la lasciava andare, io la facevo vorticare sopra la sua testa e lui seguiva quel movimento con tutto il corpo, in una giravolta frenetica. Guaiva, uggiolava, ringhiava, la afferrava di nuovo. Io tiravo e lui la serrava tra i denti. Io non mollavo la presa, gli strappavo la pezza di bocca, poi correvo via, il cane sempre dietro; mi atterrava, ci rotolavamo nell'erba, mi agguantava il polso, mi saltava addosso, poi partiva al galoppo con la pezza... e questo è quello che succedeva, giorno dopo giorno. Andavamo avanti finché il fianco non cominciava a farmi male per il troppo ridere e per la corsa.
A volte Meta dimenticava le regole, prendeva sul serio la lotta; ringhiava, guaiva, digrignava i denti, mostrava minaccioso le spaventevoli gengive e il palato maculato.
La paura mi eccitava persino più di quanto facesse con il cane. E così non stavo al gioco, non cedevo. Fu in una di quelle occasioni che mi aggredì.
La stoffa gli si era impigliata nei denti. Io continuai a tirare finché sollevai in aria anche lui. Guaiva per il dolore e, dopo aver raccolto tutte l forze, riuscì a liberarsi. Dalla bocca gli penzolava un brandello di stoffa rossa.
Mi morse una gamba. Per qualche secondo persi conoscenza. Per lo spavento, perché in realtà non sentivo dolore; infatti mi fece appena un graffio. Accanto a me c'era una zappa abbandonata sull'erba. La afferrai con gesti lenti, a mente fredda. Meta si appiattì a terra con gli occhi imploranti. Cominciai a colpirlo. Sanguinava. Ai primi colpi guaiva ancora, poi chiuse gli occhi e sopportò in silenzio il lacerarsi della pelle e della carne sotto la zappa affilata.
Fu la ripugnanza a fermarmi. Se non fosse stato per quel senso di disgusto, non so cosa avrei fatto, spinto dal furore e dal desiderio di vendetta. Lo lasciai lì.
Non lo trovammo per giorni. Mio padre lo scorse il sabato pomeriggio dietro a un mucchio di fieno. Lo tirò fuori e lo portò nell'ingresso.
Gli occhi del cane brillavano di paura, il corpo bruciava di febbre, pagliuzze di fieno si erano attaccate alle ferite, sul pelo c'era sangue raggrumato. Respirava a fatica, con la lingua penzoloni si leccava il muso.
Mia madre lo lavò, lo bendò, gli diede da bere, poi cercarono di capire chi avesse potuto ridurlo così. Forse era stata colpa di Meta, che aveva rubato un pollo... Io non dissi nulla.
La mattina dopo, mentre andavo in bagno, quasi inciampai nel corpo irrigidito di Meta. Si era trascinato fino alla porta, forse voleva morire all'aperto... Entrai nella stanza dei miei atteggiando un'espressione tragica. Erano ancora a letto. Era domenica mattina.
«É morto» dissi e scoppiai a piangere. Mi accucciai vicino a mia madre, ma sottrassi la testa alle sue carezze. Non sentivo bisogno di consolazione.

(La Bibbia e altri racconti, con una prefazione inedita dell'autore, BUR, 2009, trad. di Andrea Rényi)

2 commenti:

Prince_Johnny ha detto...

Questo arriverà a breve nella mia collezione :D

Prince_Johnny ha detto...

Letto.
Veramente bello, i personaggi sono interessantissimi ed il linguaggio extra verbale viene dipinto con magnifiche descrizioni sulla natura umana. La Bibbia è gelosia, invidia, voglia di vivere, di strappare un sogno, fantasticare, distruggere, nascondersi, svelarsi appena, contemplazione, sessualità, senso sacrale, provarci, confessarsi, offendersi, perdere il controllo. Tutto questo si cela dietro la personalità dei personaggi principali.

Mi ha colpito molto la scena in cui le pagine della Bibbia vengono strappate e Sidi, sentendosi schernita, comincia a piangere, perché accusata di aver fatto la spia. Ci vuole tanta dedizione per non cedere alle provocazioni, solo una forte fede ti permette di non rinnegare le idee in cui si crede.