Péter Nádas
«No
Innate Principles in the Mind.»
John
Locke
An
Essay Concerning Human Understanding
1.
Le
rose appassite con le loro fragili radici, i rampicanti oscillanti e
le foglie sgargianti di acanto frusciavano a lungo, con fragore, ogni
volta che il monumentale cancello di ferro, così difficile da
spostare nell'una e nell'altra direzione, veniva aperto o chiuso. I
suoni confusi del metallo non oliato si facevano stra attraverso il
giardino silenzioso e rimbombavano quindi stanchi sulle pareti della
villa a un piano, ricoperte di stucchi.
La
villa, fiera delle proprie dimensioni, si adagiava comodamente sul
giardino, ma chi l'aveva costruita aveva avuto sufficiente senso
della misura da non ostentare quella superbia dal lato della strada.
La facciata si mimetizzava perfettamente fra gli abeti dagli alti
fusti, gli arbusti ornamentali e il giardino roccioso. La veranda e
il giardino d'inverno, delimitato da una fitta recinzione, si
affacciavano invece sul profilo della città avvolto nella nebbia.
Le
sei stanze, chiaramente progettate per uno stile di vita molto
diverso dal nostro, sembravano fuori moda a confronto
dell'appartamento che avevamo in città e restammo a bocca aperta di
fronte all'ingresso in marmo e all'enorme sala da bagno con le
maioliche azzurre. I nostri mobili si perdevano fra le pareti
imponenti di quelle sei stanze dal soffitto tanto alto che
riscaldarle era impossibile; e così la gioia e lo stupore iniziali
pian piano vennero mutando in disappunto. Alla fine i miei
rinunciarono a due camere e le diedero in affitto a una giovane
coppia. A volte non ci incontravamo per mesi.
Il
giardino era molto grande.
Bighellonavo
per intere giornate senza meta. Fumavo di nascosto, oppure portavo
fuori la sedia a sdraio e leggevo.
Mi
annoiavo, alla ricerca di qualcosa da fare, tuttavia programmavo le
mie giornate. Tornato a casa da scuola pranzavo, passeggiavo nel
giardino battendomi svogliatamente un bastone contro le gambe,
contemplavo impettito le fioriere, mentre il fox-terrier dal pelo
corto mi seguiva dappertutto.
Dopo
aver fatto più volte il giro del giardino mi cambiavo, indossavo una
vecchia tuta e correvo fuori. Meta mi aspettava davanti alla porta,
seduto composto e scodinzolando felice. Quello era il momento della
«corrida».
Sventolavo
una pezza rossa e cominciavo a correre. Meta mi saltava dietro, la
acchiappava e la tirava, la lasciava andare, io la facevo vorticare
sopra la sua testa e lui seguiva quel movimento con tutto il corpo,
in una giravolta frenetica. Guaiva, uggiolava, ringhiava, la
afferrava di nuovo. Io tiravo e lui la serrava tra i denti. Io non
mollavo la presa, gli strappavo la pezza di bocca, poi correvo via,
il cane sempre dietro; mi atterrava, ci rotolavamo nell'erba, mi
agguantava il polso, mi saltava addosso, poi partiva al galoppo con
la pezza... e questo è quello che succedeva, giorno dopo giorno.
Andavamo avanti finché il fianco non cominciava a farmi male per il
troppo ridere e per la corsa.
A
volte Meta dimenticava le regole, prendeva sul serio la lotta;
ringhiava, guaiva, digrignava i denti, mostrava minaccioso le
spaventevoli gengive e il palato maculato.
La
paura mi eccitava persino più di quanto facesse con il cane. E così
non stavo al gioco, non cedevo. Fu in una di quelle occasioni che mi
aggredì.
La
stoffa gli si era impigliata nei denti. Io continuai a tirare finché
sollevai in aria anche lui. Guaiva per il dolore e, dopo aver
raccolto tutte l forze, riuscì a liberarsi. Dalla bocca gli
penzolava un brandello di stoffa rossa.
Mi
morse una gamba. Per qualche secondo persi conoscenza. Per lo
spavento, perché in realtà non sentivo dolore; infatti mi fece
appena un graffio. Accanto a me c'era una zappa abbandonata
sull'erba. La afferrai con gesti lenti, a mente fredda. Meta si
appiattì a terra con gli occhi imploranti. Cominciai a colpirlo.
Sanguinava. Ai primi colpi guaiva ancora, poi chiuse gli occhi e
sopportò in silenzio il lacerarsi della pelle e della carne sotto la
zappa affilata.
Fu
la ripugnanza a fermarmi. Se non fosse stato per quel senso di
disgusto, non so cosa avrei fatto, spinto dal furore e dal desiderio
di vendetta. Lo lasciai lì.
Non
lo trovammo per giorni. Mio padre lo scorse il sabato pomeriggio
dietro a un mucchio di fieno. Lo tirò fuori e lo portò
nell'ingresso.
Gli
occhi del cane brillavano di paura, il corpo bruciava di febbre,
pagliuzze di fieno si erano attaccate alle ferite, sul pelo c'era
sangue raggrumato. Respirava a fatica, con la lingua penzoloni si
leccava il muso.
Mia
madre lo lavò, lo bendò, gli diede da bere, poi cercarono di capire
chi avesse potuto ridurlo così. Forse era stata colpa di Meta, che
aveva rubato un pollo... Io non dissi nulla.
La
mattina dopo, mentre andavo in bagno, quasi inciampai nel corpo
irrigidito di Meta. Si era trascinato fino alla porta, forse voleva
morire all'aperto... Entrai nella stanza dei miei atteggiando
un'espressione tragica. Erano ancora a letto. Era domenica mattina.
«É
morto» dissi e scoppiai a piangere. Mi accucciai vicino a mia madre,
ma sottrassi la testa alle sue carezze. Non sentivo bisogno di
consolazione.
(La Bibbia e altri racconti, con una prefazione inedita dell'autore, BUR, 2009, trad. di Andrea Rényi)

2 commenti:
Questo arriverà a breve nella mia collezione :D
Letto.
Veramente bello, i personaggi sono interessantissimi ed il linguaggio extra verbale viene dipinto con magnifiche descrizioni sulla natura umana. La Bibbia è gelosia, invidia, voglia di vivere, di strappare un sogno, fantasticare, distruggere, nascondersi, svelarsi appena, contemplazione, sessualità, senso sacrale, provarci, confessarsi, offendersi, perdere il controllo. Tutto questo si cela dietro la personalità dei personaggi principali.
Mi ha colpito molto la scena in cui le pagine della Bibbia vengono strappate e Sidi, sentendosi schernita, comincia a piangere, perché accusata di aver fatto la spia. Ci vuole tanta dedizione per non cedere alle provocazioni, solo una forte fede ti permette di non rinnegare le idee in cui si crede.
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