giovedì 5 settembre 2013

György Somlyó, Favola sulla pioggia




Il pomeriggio sul corpo metallico della caffettiera. Attravreso le tende appena spostate il muro giallo di fronte è colorato in grigio dalla pioggia sottile. Sul balcone una gialappa si arrampica sul filo teso. Una è più avanti dell'altra. Come tanto tempo fa nel Parco Inglese le navi spinte dall'acqua. Ma l'estremità delle piante si separa dal filo senza foglie, un po' inchinata, come la testa del serpente; quasi quasi si sente il sibilo. Piove. Piove anche qua dentro, anche se qui dentro la pioggia non ci bagna. Assorbiamo il suo colore, il suo peso, come se impercettibilmente tutto fosse inzuppato d'acqua. Anche l'aria. Il crepuscolo che sprofonda lentamente. Le note soavi del pianoforte, che traboccano umilmente, come se fossero pieni d'acqua. Piove.
Quante volte ho già detto che mi piace fissare la pioggia lenta. Chi sa, se irrimediabilmente riesco ad amare soltanto cià che è lontano da me? O di tutto riesco soltanto a credere che lo amo?
Desidero grandi cieli che si aprono, con il grande colore rosso della sera liberata dalla pioggia. E desidero che almeno per un momento io non debba vedere sullo scintillio opaco del corpo di metallo della caffettiera,
che il tempo sta passando.
Traduzione di Nóra Pálmai
("Favole contro la favola", Lithos, 2007)

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