giovedì 3 agosto 2017

Ancora di "Fiamme" di György Dragomán, Einaudi

Oggi ne ha parlato Luca Scarlini qui: Il Segnalibro

E queste sono le parole di Franco Cordelli su La Lettura del 28 maggio 2017:


L’io io io non funziona (più)

Bilanci «Fiamme» di György Dragomán e «Il ritorno» di Hisham Matar mostrano i limiti di un racconto orizzontale, lineare, esplicito: intrattenimento, in pratica. Per cercare il senso della letteratura si deve tornare, per esempio, a due romanzi centrati s


Senza sembrare convincente Andrea Bajani, recensendo Fiamme del romeno di lingua ungherese György Dragomán, ne paragonava lo stile a quello di Agota Kristof. L’accostamento risultava poco convincente: possibile che a così breve distanza di tempo, e tra due scrittori che si esprimono in lingue diverse (lei in francese essendo nata in Ungheria), vi fosse un simile accostamento? Invece Bajani aveva ragione. Rispetto al precedente romanzo Il re bianco, Dragomán è come se avesse fatto un passo indietro cercando di farne uno in avanti, verso uno stile più riconoscibile, più pronunciato: vale a dire uno stile elementare, infantile — che mostrasse con chiarezza come a parlare (o a pensare) fosse un non adulto.
Pure, essendo questo ciò di cui voglio dire, lo stile, non è il punto. Il punto è che Il re bianco e Fiamme, diversi, si assomigliano tremendamente. Se ne capisce la ragione. Dragomán è ossessionato dalla vita del suo Paese, che immagina simile se non identica a quella di tutti i Paesi vissuti sotto il regime comunista: e nel- l’uno e nell’altro romanzo non fa che ripetere le stesse cose, mostrare gli stessi casi di oppressione, di invivibilità, di sopraffazione, di violenza, di tortura. In realtà, ciò che domina nei romanzi di questo scrittore è ciò che chiamiamo contenuto o forse, meglio, tema. È la ragione per cui li si legge, li si traduce, li si commenta. Qualcosa di simile si vede in un libro di Hisham Matar, uno scrittore nato a New York di origine libica: Il ritorno.
Nato nel 1970 e autore di due romanzi, Nessuno al mondo e Anatomia di una scomparsa, Matar nel nuovo Il ritorno racconta di un viaggio a Bengasi nel marzo del 2012 insieme alla madre e alla moglie Diana, fotografa. Ci si aspetta una cronaca dal vivo, o da vicino, della recente caduta di Gheddafi, e così in parte è. Pure, anche Il ritorno di fatto è un libro il cui tema è la violenza della dittatura: «Gli oppositori del regime venivano impiccati nelle piazze e negli stadi. Ai dissidenti in fuga dal Paese si dava la caccia e alcuni venivano sequestrati o assassinati. Negli anni Ottanta in Libia si manifestò anche la prima decisa resistenza armata alla dittatura. Mio padre era una delle figure di spicco dell’opposizione». Ma il padre di Matar presto esce di scena, dalla scena del romanzo ossia dalla scena della vita: clandestino, scomparso, morto. In realtà tutta la famiglia era finita in prigione, per usare un termine eufemistico: «Zio Mahmoud, zio Hmad e i miei cugini Saleh e Ali scoprirono di essere tutti rinchiusi là dentro». «Mi è venuta la nausea — ricorda Hisham — come se il mio cuore si fosse spezzato». «Come se il mio cuore si fosse spezzato» è una frase che mi ha colpito per la sua chiarezza e ovvietà — identifica (e semplifica) l’immediata e irrimediabile reazione emotiva di fronte a una notizia drammatica che coinvolge l’intera famiglia e presumibilmente il padre, la persona che non viene nominata. A questo punto il libro di Matar non ha più segreti, si può continuare a leggere o si può smettere, sarebbe la medesima cosa.
Ma non è questa la caratteristica dominante della letteratura narrativa del nuovo secolo? Che cosa cerchiamo in essa se non una notizia approfondita, diciamo vissuta, ben raccontata e a noi fino a questo momento ignota? È, non per nulla, una delle prerogative della letteratura mondiale, dell’essere ciò che continuiamo almeno in parte a chiamare romanzo, il prodotto di una cultura ovunque diffusa, da ogni dove emergente. Essa, prima di tutto, ci parla di fatti, persone, luoghi simili ai nostri, che conoscevamo e che continuiamo almeno in parte a vivere e conoscere, con in più, o di diverso, un elemento che un tempo definivamo snobisticamente esotico e che ormai esotico non può essere ma che nell’esotico ha le sue radici. Vorrei aggiungere: la letteratura narrativa contemporanea mostra di avere in comune, come sua prerogativa d’eccellenza, questo esotismo che possiamo definire racconto di un caso inedito ovvero estremo, raro, in qualche modo prelibato. Dominanti, da un punto di vista referenziale (stilistico, eccetera) sono la prima persona (la testimonianza, reale o supposta), la memoria (dell’accaduto), la ricostruzione storica (non proprio il romanzo storico ma la ricostruzione, con la sua pretesa di verità

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