giovedì 12 luglio 2018

Uno sguardo libero. “Lo Spettatore” di Imre Kertész

Lo Spettatore, l'ultimo libro che vide la luce prima della morte dell'autore, non è il migliore di Imre Kertész, l'unico premio Nobel per la letteratura ungherese, ma forse quello più intimo, in cui il lettore riesce ad avvicinarsi di più a uno dei più grandi intellettuali dell'Europa Centrale del ventesimo secoloLo Spettatore, pubblicato nel 2016 e da poco disponibile in italiano grazie a Bompiani, l'anno della morte di Kertész, con la collaborazione dello storico della letteratura e il miglior conoscitore ungherese delle sue opere, Zoltán Hafner, è l'ultimo dei suoi diari. Abbraccia dieci anni di annotazioni, un arco temporale di grandi cambiamenti che vanno dal 1991, dopo la caduta del Muro, fino al 2001. Un periodo di fondamentali trasformazioni non solo storiche ma anche private: nel 1995, dopo quarantadue anni di unione, lo scrittore perde sua moglie Albina, e l'anno dopo sposa Magda che morirà pochi mesi dopo di lui, sempre nel 2016.
Sono annotazioni spesso senza data, sui temi più vari, con un occhio ai diari con i quali Kertész si confronta: di Sándor Márai, Géza Csáth, Thomas Mann, e in vivace dibattito spirituale con i filosofi che più hanno influenzato il suo pensiero: Wittgenstein, Hegel, Sartre. I temi centrali sono il lutto, la sua interpretazione, il suo rapporto con la scrittura e la fama, e le riflessioni sul suo essere ebreo in terra magiara in perenne, inesorabile conflitto, che non riuscirà mai a sciogliere.

All'incredulità per la morte di Albina, ai rimproveri a se stesso per non essere stato capace di darle sollievo negli ultimi tempi, subentra il dolce rimpianto e la gioia dell'amore per Magda, presente già prima della scomparsa di Albina, e l'immancabile autocommiserazione: «Bello è ciò che piace senza interesse... Oh Dio misericordioso! In opposizione a questo sta il fatto che anche il nostro lutto può diventare esperienza soltanto se si accompagna all'autocommiserazione.»
Uno sguardo libero. “Lo Spettatore” di Imre Kertész
Da giovane, Imre Kertész era amico dei miei genitori, lui e mio padre trascorrevano ore discettando di filosofia che entrambi coltivavano a livello amatoriale, con una sorta di amara ironia. Poi mio padre venne a mancare e i rapporti fra lui e mia madre si fecero sporadici, ma l'immagine di Imre Kertész che ci consegna una copia del suo libro appena pubblicato – era il 1975 – con le parole che sono un grido di dolore frammisto a paura e sensibilità eccessiva «Non lo leggerà nessuno, per favore, leggetelo almeno voi!» è un vivido fotogramma che conserverò finché avrò memoria. Era Essere senza destino e in parte si sbagliava: se in Ungheria il riconoscimento tardava ad arrivare, la traduzione tedesca quasi di colpo lo rese uno scrittore noto e aprì la strada al Nobel che gli venne assegnato per questo libro nel 2002.
«...non dimenticherò mai il momento in cui una ventina di anni fa, quando uscì Essere senza destino, ero seduto nel corridoio sospeso che porta al bistrot della cosiddetta Casa Editrice di Belle Lettere, e dissi a M.: “Ormai solo la fama mondiale mi può salvare.” In quel momento si trattava di un'affermazione altrettanto impossibile quanto la decisione che presi nel 1954, di diventare “scrittore”, uno scrittore che qui è inimmaginabile, perché non parte dal pragmatismo, non si adegua alle circostanze qui esistenti, e – per così dire – si commisura con l'eternità...»

Kertész era solo, in Ungheria non apparteneva a correnti letterarie, rappresentava solo se stesso. Si barcamenava, sempre in fragile equilibro, fra il suo essere ungherese e la sua origine ebraica, da quasi senza patria nella Weltliteratur. Non era allineato, visse gran parte dell'esistenza in esilio interiore e in libertà esterna, e provava sollievo, ma anche molte perplessità, riguardo al successo.
«...adesso ho almeno una prova del fatto che il contenuto più importante della mia vita è stato, in fondo, la libertà, che gli atti più importanti – le mie opere – sono stati atti di libertà.»
Uno sguardo libero. “Lo Spettatore” di Imre Kertész
Non aver mai ricoperto un ruolo ufficiale lo condannava a una sorta di marginalità che sfiorava l'inesistenza: mentre i servizi segreti seguivano passo passo gli intellettuali, di lui non c'era traccia negli archivi:
«È arrivato il rapporto del cosiddetto ufficio storico – tre mesi fa sono andato a chiedere, nell'ufficio che gestisce e archivia queste denunce, che mi consegnassero i documenti a me intestati, tutto quello che potrebbe essere stato scritto su di me tra il 1950 e il 1989. Ed ecco la risposta: “Lei non figura nei documenti d'archivio attualmente a nostra disposizione.” Dunque non hanno aperto alcun fascicolo su di me, nessuno mi ha denunciato. Ho preso un abbaglio! Ho vissuto la mia vita così, totalmente ignorato.»

Non gli sfuggivano le contraddizioni, il successo di Essere senza destino in Germania lo allietava e allo stesso tempo lo inquietava:
«Propriamente non ho ricevuto in nessun luogo tanto affetto, quanto me ne ha dato quella Germania, dove vollero uccidermi. Dopo Essere senza destino ritengo questa cosa naturale, ma se non esistesse questa particolare interrelazione non sarei colui che sono, e anche le mie storie tenderebbero al dolore individuale invece che a uno stile da letteratura mondiale, il che è appunto il risultato del riconoscimento di questa interrelazione. Si tratta di colpa ed espiazione, più precisamente di purificazione; queste forze profondamente morali, le forze del bene e del male; il sentimento e la curiosità che sentiamo verso la purificazione e la redenzione, non sono ancora scomparse nell'uomo; anzi, nel fitto misterioso di queste sfere si trova in forma latente più eccitazione che nell'edonismo insensibile del consumismo.»
Uno sguardo libero. “Lo Spettatore” di Imre Kertész
Non coltivava nessuna illusione, era infatti fra i pochi a non aver salutato con gioia nemmeno la caduta del Muro, e puntava il dito a vecchi e nuovi pericoli:
«...Il nazionalismo non è però che la forma effimera dell'odio e della distruzione universali. In verità si dovrebbero svelare i motivi profondi dell'odio e della distruzione universali, si dovrebbe indagare perché il mondo si odii così tanto, e per quale motivo si diriga con tanta foga verso la distruzione. In relazione alle culture sinora esistite possiamo notare due svolte: l'uomo ha perduto la fede, non solo nella vita ultraterrena, ma anche in quella terrena; la sua vita non ha un fine morale individuale (amore e redenzione) né ha più un orizzonte comunitario, creativo (forme di esistenza più alte, eccelse, più spirituali e creatrici) al quale desideri tendere. La seconda svolta – che del resto discende dalla prima – è che il modo di rapportarsi dell'uomo verso l'altro uomo è diventato un rapporto ostile, quello dell'omicida nei confronti della vittima, dell'omicida nei confronti dell'omicida, della vittima nei confronti dell'omicida.»


Auschwitz non lo abbandonava mai, non gli concedeva mai un attimo di tregua:
«Il rimprovero che si sente ripetere di continuo, cioè che gli ebrei non si opposero alla loro deportazione ad Auschwitz, non è che la proiezione dell'insopportabilità della vergogna. […] In fondo, neanche Gesù Cristo si oppose alla sua flagellazione o alla sua crocifissione. E per di più tutto questo non ebbe “nessun senso”. Eppure dovette accadere e, per il fatto di essere accaduto, non si cancella, mai più. In questo senso penso che né la crocifissione, né Auschwitz siano stati vani.»

È stato bello poter gettare più di qualche occhiata al mondo autonomo, indipendente di un uomo che racchiudeva in se stesso quasi tutta la nostra contemporaneità. Una lettura molto stimolante e scorrevole, grazie anche all'eccellente lavoro di Antonio Donato Sciacovelli, bravo traduttore dall'italiano anche di numerosi altri titoli ungheresi.

Il post sul blog Sul Romanzo

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