martedì 16 ottobre 2018

Iván Mándy, Soprabito

SOPRABITO

IVÁN MÁNDY


Traduzione dall’ungherese di

Andrea Rényi



Titolo originale Kulikabát

Tratto da Budapesti legendák, Magvetö, Budapest, 1994.

 



La traduzione di Andrea Rényi ha vinto il 1° premio del concorso di Traduzione Letteraria dell’Accademia d’Ungheria di Roma, edizione 2007.


* * *

Iván Mándy (Budapest, 23 dicembre 1918 – Budapest, 6 ottobre 1995), scrittore ungherese insignito della massima onorificenza, il premio Kossuth, è autore di oltre 30 volumi tra romanzi, raccolte di novelle, sceneggiatore e attore cinematografico. Da suoi lavori furono tratte le sceneggiature di cinque opere cinematografiche.

* * *

- Desidera, signorina?
Un vecchio sorridente con i baffi bianchi stava davanti a Irénke sulla porta della bottega. Accanto a lui c’erano due manichini e dentro la bottega da una barra di ferro pendeva una lunga fila di abiti femminili colorati simile a un grazioso ponte allegramente sospeso.
Irénke trovava nel vecchio una figura familiare, come se avesse già parlato con lui altre volte. Non si meravigliava affatto che, scendendo le scale, l’avesse presa per un braccio e portata dentro la bottega. Continuava a sorridere, con il viso proteso verso quello di lei.
- Non la lascerei andare altrove. Qui, dal vecchio signor Blúz può trovare tutto. Sa che somiglia a mia figlia? Forse ha la sua corporatura, ma lei è un po’ più esile. Dunque, cosa desidera?
Irénke spiegava.
- Vorrei un soprabito, rosso. Sono stata già in tanti posti, in via Népszinház, nella Grotta del Drago. Da lì sono arrivata qui, in piazza Teleki.
- Come? Nella Grotta del Drago? – il signor Blúz aggrottava le sopraciglia spesse e grigie. – Nella Grotta del Drago da Prokesch e Mattanowich? Quelli vendono solo stracci e si fanno pagare caro, non si può dire che abbiano molti scrupoli. La moglie di Prokesch fa la soubrette, la soubrette… ci sarebbe molto da raccontare! Insomma è scappata di casa e lavora in un locale di infimo ordine. – Allora un soprabito? Rosso, naturalmente. Proviamone uno.
Entrò una donna alta, dai capelli neri. Lanciò un sorriso a Irénke e uscì. Un uomo basso e calvo stava passeggiando davanti al negozio in camicia bianca. Guardò un attimo dentro. Come una scimmia, pensò Irénke, ora si mette a saltellare. – Oh, ma questo é…
- Giallo – disse il signor Blúz. – E’ un soprabito giallo.
Irénke non si capacitava come mai avesse già il soprabito addosso. Stava davanti allo specchio nel soprabito giallo. Accanto a lei il signor Blúz, la donna con i capelli neri e l’ometto basso e calvo. Parlavano tutti ma Irénke sentiva solo Blúz.
- … e poveretta stava andando da Prokesch e Mattanowich! Per fortuna non da Sárdi, meno male proprio! Perché quello è pure scortese. – Si giri, per favore! – Come? Chi è Sárdi? Lo sappiamo benissimo. Era un semplice agente, è stato dentro per qualche affare sporco e dicono che durante la guerra abbia fatto la spia, l’informatore, ma io l’ho solo sentito dire, poi ha sposato una donna ricca e ora vuole ammazzare sua moglie, la sta facendo impazzire. Di notte la tira giù dal letto per farle preparare una frittata. Ha certe pretese, vere manie, perché torna a casa ubriaco.
Fecero fare una giravolta a Irénke, poi le fecero fare un passo di lato come in una strana danza. Nel frattempo lei pensava al suo fidanzato e al loro appuntamento alle sei davanti al cinema.
All’improvviso le strapparono via il soprabito giallo.
- Era stretto al collo – fece cenno Blúz con la testa. – Dico sempre quando c’è un problema, io non imbroglio nessuno. Ne proviamo un altro. Abbiamo tempo, non è vero? Allora questo rosso.
Girando di lato Irénke vide una vecchia. Stava seduta su una sedia da giardino dietro, accanto ai paltò, nell’angolo buio, vestita di nero. Risaltava solo il suo viso, e le due mani gialle poggiate sul bracciolo della sedia. Stava seduta in silenzio. Dietro di lei si avvertiva un lungo corridoio stretto pieno di manichini vecchi, logori e vestiti consunti. – Ed era tanto strano sentir venire da fuori una voce piena, allegra.
- Domani andiamo in piscina!
- Mio figlio va matto per il nuoto – disse Blúz. – Ha vinto anche un campionato scolastico. Io ormai gioco solo a scacchi, a scacchi e a domino. E a poker.
Irénke guardava ancora la vecchia. Come se gli altri non la vedessero nemmeno. Chiude un occhio e d’un tratto la bottega vola via con tutti quei capotti colorati e con il signor Blúz.
- E devo ancora comprare i biglietti!
- Come cara? – Blúz si sporgeva verso Irénke infilando una mano dietro sotto il soprabito.
La ragazza arrossì. Come ha potuto svelare la cosa dei biglietti? Ora però racconta al signor Blúz.
- Il mio fidanzato se la prende tanto comoda che persino i biglietti del cinema li devo comprare io. E’ un caro ragazzo, bravo, ma poltrone. E se è così ora come sarà più in là?
- Dipende tutto dall’educazione!
Era la donna con i capelli neri a parlare. Tirò leggermente avanti la manica del soprabito.
- Credo che sia largo. Gli uomini vanno educati.
Dietro sollevarono in due l’orlo del capotto, come se volessero gonfiare la ragazza per farla volare via. La donna con i capelli neri le passò la mano sul viso e quel tocco la fece sentire assonnata. Quasi non avvertiva che le stavano tenendo il braccio facendole fare delle giravolte. Come se stesse scivolando pian piano in una vasca d’acqua calda.
Il signor Blúz le sussurrava in un orecchio.
- Se fossi più giovane solo di dieci anni!
Irénke cominciava a ridere e d’un tratto aveva addosso la giacca di un completo verde con u foulard giallo sul collo.
- Ma non intendevo questo!
- Gliela stiamo facendo provare solo per la misura.
Da fuori si udiva un rumore simile al battito di lastre di latta. Qualcuno lanciò un grido verso l’interno.
- Signor Blúz, l’aspetto stasera da Szimplicsek!
Irénke allungò la mano verso il foulard, ma improvvisamente glielo strapparono via. Il signor Blúz la spogliò anche del completo. Lei aspettava che le mettessero addosso di nuovo qualcosa. Forse una mantellina leggera o un impermeabile, una giacca a vento, un turbante,  e ancora uno scialle. – Le sembrava di stare sul trenino del luna park che passa sotto le gallerie e a ogni curva compaiono e scompaiono facce sempre diverse.
Blúz parlava.
- Che uomo gagliardo ero prima del matrimonio! Cominciavo il pomeriggio al café Szimplicsek. Mi aspettavano già i ragazzi. Biliardo fino a sera, poi ci trasferivamo alla Corona di Latta, una magnifica osteria in piazza Mátyás, nessun altro serve una grappa così buona. Alla fine la mia fidanzata mi trovava in una bettola di Józsefváros. E cosa pensa, cara signorina, cosa le dicevo? – Va a casa, mughetto mio, vattene luce dei miei occhi, testolina vuota, altrimenti ti tiro appresso qualcosa! -  E si, facevo la bella vita, ma poi… - Fece un cenno con la mano.
Irénke aveva addosso di nuovo il soprabito rosso. La girarono e davanti a sé aveva l’uomo basso e calvo. Non riusciva quasi più a capire perché stessero parlando del suo fidanzato.
Il basso e calvo metteva le mani sulla vita della ragazza, poi le faceva scivolare più in alto. All’improvviso aggiustò una grinza sul cappotto.
- Ecco, forse questo andrà bene.
Girarono di nuovo Irénke. Lei sembrava smarrirsi in queste giravolte. Inclinava languida la testa in avanti, le braccia pendevano rigide ai lati. – Sopra di lei sulla barra di ferro cominciavano a dondolare lentamente gli abiti femminili colorati e da loro sporgevano dei fiori. Ma no, non erano fiori, bensì visi di donna che ridevano. Le sembrava di sentirle.
- Oh cara, cara…
Irénke scoppiò in una risata. Felice, come se nulla più la preoccupasse. La donna dai capelli neri la accarezzò. Come un vitellino obbediente piegò la testa nel palmo di lei.
- Cara signora…
Alzò lo sguardo e vide Csengö e Bengö, quei due simpatici personaggi di cui ha letto tante volte sulla rivista Aller. Da dove saranno arrivati? Csengö stava davanti a lei in un lungo mantello nero, con scarpe di lacca dalla punta schiacciata e il tracagnotto Bengö aveva un cappotto verde legato con lo spago.
Csengö e Bengö afferrarono le braccia della ragazza e le sollevarono. Fecero toccare le dita delle mani sopra la sua testa. Le cadde una ciocca davanti, sul viso, poi le sue ciocche si scomposero, ma la sensazione provocata non era affatto spiacevole.
Infine Csengö e Bengö la lasciarono andare. Uscirono muti come erano entrati.
- Sta provando un vestito dietro l’altro, ma non sa scegliere. Alla fine che vuole comprare?!
La voce era severa e Irénke si spaventò. – Un rosso, un rosso…
Il vecchio Blúz scuoteva la testa beffardo.
- Un rosso, un rosso … Ma se ce l’ha addosso già da tanto, cara signorina, il soprabito! Che bisogno c’è di provarlo tanto a lungo? Far perdere tempo agli altri!
- Come se non avessimo altro da fare – disse la donna con i capelli neri.
E il bassotto calvo:
- Comanda tutto intorno, mentre racconta la storia della sua vita.
- Ma io davvero no…
- Non ha nemmeno raccontato nulla, non è vero? – Le sopraciglia spesse del vecchio Blúz si contraevano davanti a Irénke come se da un momento all’altro volessero saltarle addosso. – Non ha forse menzionato il suo fidanzato? Che è un tipo pigro, grossolano, buono a nulla, incapace e solo Dio sa cos’altro. Le fa pure comprare i biglietti del cinema, anche al teatro vanno solo una volta al mese perché ama risparmiare quel caro spilorcio! Ci ha intrattenuto con questi racconti e ci ha persino chiesto dei consigli. Forse per il soprabito dobbiamo anche educare il suo fidanzato?
- Ognuna ha il fidanzato che si merita – disse la donna.
Circondarono Irénke in tre. Lei non riuscì neppure a muoversi. Il suo viso divenne rosso come un palloncino. Fece un gesto per posare il soprabito, ma Blúz le afferrò il braccio.
- Vuole toglierselo, restituirlo? Andarsene con tutto il comodo per comprare altrove! E noi possiamo esser contenti che una signorina di mondo si è degnata di parlare con noi, poveri, miseri bottegai senza il becco di un quattrino. Si è abbassata a rivolgerci la parola.
Il calvo mise le mani in tasca.
- Anche noi potremmo avere un negozio al Centro, di sicuro! Ma noi non vogliamo imbrogliare, abbindolare i clienti. E’ anche vero che non sappiamo lusingare, ammaliare. Diciamo pane al pane, vino al vino.
- Se vi ho offeso, se per caso vi avessi offeso … - balbettava la ragazza. Gettò uno sguardo all’indietro verso la vecchia e la voce le si strozzò in gola.
La vecchia pendeva gialla, immobile tra i vecchi cappotti come una lampadina su un filo sottile. Sembrava che volesse fare un cenno ai paltò, alle giacche, ai loden che avrebbero assalito Irénke.
Il signor Blúz alzò la mano.
- Vuole forse tornare alla Grotta del Drago da Prokesch e Mattanowich?! Prego, si accomodi!
Come per incanto i vestiti da donna presero a fluttuare sulla barra di ferro, i cappotti allungarono le loro maniche scure, i pantaloni allargarono le gambe. – Sembrava che volessero aggredire come mostri del sottosuolo.
Irénke si afflosciò all’indietro fra le braccia di Blúz. Il vecchio la prese sotto le ascelle e il piccolo calvo la afferrò per le gambe.
Blúz e suo figlio tennero la ragazza come se la volessero immergere in un fiume scuro. La alzarono un po’, poi la abbassarono dondolandola su e giù. D’un tratto la stesero completamente, poi la piegarono fino a farle toccare la fronte con il ginocchio.
Blúz e l’altro si scambiarono un’occhiata sopra il corpo ripiegato su se stesso. Lo allungarono per piegarlo di nuovo. Alla terza volta avevano in mano ormai solo un vestito da donna, un vestito da donna vuoto e penzolante.
Blúz, il vecchio Blúz gettò il vestito sull’attaccapanni come se fosse una pelle da far seccare, gli diede qualche colpetto e lo scaraventò sulla barra di ferro fra gli altri.
La vecchia si alzò piano dalla sedia da giardino come se le sue membra si sollevassero ognuna per conto suo, e disse:
- Chiudiamo.
 (bibliomanie.it)

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