Un'opera perfettamente compiuta. “L'asino del Messia” di Wlodek Goldkorn
«Sono un devoto, di più, un fanatico della memoria degli sconfitti e rivendico con tutte le mie forze la dignità della disfatta» è il filo conduttore lungo il quale si dipana la narrazione storica e culturale d'Israele a cavallo fra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta, vista con gli occhi di un giovane ebreo polacco che in Israele da adolescente diventa adulto.
L'antisemitismo non è mai stato estirpato nell'Europa dell'Est, neppure l'immane tragedia della Shoah lo ha cancellato, lo ha solo ammutolito per una manciata di anni. In Polonia il pogrom uccide di nuovo già nel 1946, e i moti studenteschi del 1968 lo risvegliano dal letargo: alcuni leader sono di origine ebrea, in generale gli ebrei sono ritenuti sionisti e revisionisti, e la rinata campagna antisemita costringe circa quindicimila ebrei polacchi a emigrare. Fra loro lascia la terra natale la famiglia Goldkorn, comunisti sionisti che scelgono Israele, un Paese giovane che sta vivendo l'euforia delle conquiste della guerra dei sei giorni dell'anno prima. Questo è il punto di partenza del libro decontestualizzato e caleidoscopico di Wlodek Goldkorn, scrittore e giornalista multilingue, autore già di un romanzo italiano di grande successo, Il bambino nella neve, di cui L'asino del Messia (Feltrinelli) è il seguito ideale.
Approdato sedicenne nella terra promessa, per Włodzimierz, Vladimir in polacco in onore di Lenin, e aspirante Asher (Felice) divenuto subito cittadino d'Israele, inizia il confronto fra aspettative e realtà, ossia fra il deserto simbolo della speranza, dell'ideale sionista e della patria nuova per gli ebrei dell'Europa Orientale, e i boschi della madrepatria che ricordano la persecuzione degli ebrei perché lì cercavano rifugio e lì venivano catturati. Un ebreo della diaspora che porta con sé lo yiddish, che chiama “la lingua assassinata” perché in Israele considerata la lingua di una cultura legata a un passato tragico, di zombie che «minacciavano di contagiare i ragazzi che a piedi nudi calpestavano la terra su cui costruire una patria nuova e sanissima».

La famiglia Goldkorn subisce il declassamento in sorte agli emigrati che vengono da condizioni elitarie, e il tipico capovolgimento dei ruoli: i figli si inseriscono più rapidamente e più facilmente nella nuova vita e nella nuova lingua, e diventano loro il sostegno dei genitori. Dopo l'entusiasmo iniziale seguono anni di disillusione, Israele perde la verginità e l'autore racconta la storia del conflitto arabo-israeliano senza infingimenti. Tuttavia l'amore per Israele resiste, semmai la fede nel sionismo subisce qualche smacco. E rimane la passione per le due lingue dell'ebraismo con le rispettive letterature cui in questo libro Wlodek Goldkorn erige un affascinante monumento. Dozzine di pagine offrono saggi della migliore letteratura yiddish altrimenti poco accessibile, e l'autore avvicina autori israeliani già ben noti che però presenta in forma inedita. Ho trovato molto curiosa e illuminante la vicenda di Siakh lokhamim, la conversazione dei combattenti, di Amos Oz, per citarne una.

L'asino del Messia risulta un libro raffinatamente inafferrabile fin quasi all'ultimo. Mi spiego meglio: sono tutte limpide e perfettamente comprensibili le tante storie che lo compongono a partire della molto ben riuscita narrazione di un sogno (raccontare i sogni è una delle imprese più difficili in letteratura) al viaggio in Polonia. Ognuna ha un capo e una coda e il lettore può gustarle come aneddoti o stralci di un libro di Storia o di sociologia, con una sempre discreta presenza autobiografica. Tutto molto scorrevole, anche le tragedie pur commovendo conservano una certa nobile serenità e superiorità, e il giudizio di condanna, laddove è presente, non si trasforma mai in rabbia, eppure i motivi non mancherebbero.
Leggendolo si impara tanto, è una delle non molte letture che ampliano davvero l'orizzonte del lettore senza usare toni accademici, tuttavia fino alla scoperta del significato del titolo e all'episodio che porta Wlodek Goldkorn sulla tomba di Ben Gurion non provavo la sensazione di un solido insieme filosofico e spirituale. Dopo sì, L'asino del Messia è un'opera perfettamente compiuta. Non voglio rovinare le bellissime sorprese con uno scialbo riassunto di quello che attende il lettore, anticipo solo un dettaglio non indifferente: fra i tanti personaggi seducenti che popolano le pagine del libro c'è anche l'amico paterno dell'autore, Zygmunt Bauman, e uno dei più grandi della Resistenza ebraica, Marek Edelman. Per me anche solo per loro due il libro meriterebbe la massima considerazione, figurarsi il resto.
L'originale dell'articolo su SUL ROMANZO
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