APPUNTI DURANTE LA LETTURA DI "PARTENZA E RITORNO" DI GYÖRGY KONRÁD (Keller editore, traduzione di Andrea Rényi)
di Elvira Marinelli
Mi
piace lo stile descrittivo, il gusto cromatico di Konrad. Nel
raccontare la sua infanzia, sembra sfogliare con noi un album di
fotografie in bianco e nero che hanno però alcuni elementi colorati,
forti, che emergono e si staccano assumendo una loro identità ed
evidenza: il berretto rosso, il muro giallo, la tovaglia blù. Sono
ricordi di un'infanzia felice ricca di profumi, suoni, colori. Mentre
leggiamo sentiamo l'odore della lavanda, della legna da ardere, della
tortina di ricotta e ci giungono all'orecchio il crepitio del fuoco
nella stufa di maiolica, le voci di casa e i rumori della strada. La
lingua del ricordo dà un ritmo alla nostra lettura: nel rivivere e
ricreare luoghi, persone, oggetti l'autore sembra chiederci il tempo
di comporre e concretizzare anche noi, con tutti i nostri sensi, quel
mondo perduto.
Apprezzo
moltissimo l'attenzione per gli oggetti, la descrizione del loro
aspetto e di come sono disposti in un certo luogo, vicino ad altri,
dentro abitudini e riti quotidiani. Questo mi piace perché immagino
dietro ogni oggetto un gesto, un pensiero, la mano che lo ha usato e
la decisione di qualcuno che lo ha toccato con un preciso scopo.
Questa
attenzione descrittiva e questo gusto per il colore, tipiche di un
pittore, di un fotografo, non sono presenti solo nella parte della
memoria dell'infanzia felice, dove stanno a sottolineare la
spensieratezza e il piacere del vivere, ma continuano anche nella
seconda parte, quella del lungo racconto dalla deportazione dei
genitori, dove le macchie di colore sullo sfondo grigio e tetro
assumono un valore di marcato dolore, di assillante e lancinante
memoria: la stella gialla canarino, il recinto verde della stazione,
le camicette bianche delle Croci frecciate.
Bello,
interessante lo spaccato della borghesia ebrea ungherese. Mentre
leggo, all'inizio mi chiedo se ci sia o no nostalgia nella prima
parte del racconto… se c'è, la nostalgia mi sembra come
trattenuta, chi racconta sa che quella realtà è irrimediabilmente
perduta, ma usa un certo distacco… perché? Forse per non farsi
travolgere dal dolore, forse perché ancora non riesce a credere che
tutto sia stato possibile e poi sia finito veramente? Ma poi nelle
ultime pagine c'è forse una risposta… c'è un discorso sulla
nostalgia, quando Konrad parla del suo ritorno al paese nel 2000,
invitato dal municipio che avrebbe voluto da lui una rievocazione del
passato nostalgica e commossa. Allora un po' capisco… sono passati
molti anni e molte riflessioni e scritture. La nostalgia, la
sensazione di trovarsi a casa convivono nella sua mente, come in un
quadro incorniciato del suo paese, insieme alla visione attuale dello
stesso paese dal vivo e con la memoria dell'allontanamento degli
ebrei, della nazionalizzazione e del saccheggio dei loro beni. Vuole
dunque forse dirci Konrad che c'è un'ipocrisia di fondo nella
memoria ufficiale che lui avverte? Il ricordo ormai rispettabile
degli ebrei cui viene riconosciuto un contribuito al bene del paese è
accompagnato dalla consapevolezza e dall'ammissione che quegli stessi
ebrei furono disprezzati, allontanati e privati delle loro proprietà?
Non so se ho ben capito ciò a cui vuole alludere l'autore.
Netta
la differenza tra la prima parte del libro così ricca di ricordi di
una infanzia felice e quella del dramma.
In
questa seconda lunga, drammatica parte ci sono pagine esemplari con
immagini potenti. L'invasione tedesca, la cattura, la deportazione,
la vita senza i genitori, le perdite, le fughe, gli stenti, i
pericoli, la fine dell'infanzia, le atrocità, le case sventrate, il
rapporto con la morte sempre in agguato. E tutto raccontato con un
disarmante linguaggio realistico, diretto, senza metafore, quasi con
l'ingenuità di un bambino che assiste a fatti e situazioni tragiche
e ne parla con toni surreali, perché non capisce il senso di ciò a
cui assiste.
C'è
una sequenza di scene macabre raccontate con sarcasmo quasi
grottesco, dal Danubio decorato con cadaveri di donne e bambini, alla
pentola rossa della zuppa colpita dalla mitraglia di un caccia al
posto della sua testa, al sangue del dottor Erdos che cade
sull'elegante ma finto marmo rosa del pavimento, alla testa del
soldato morto che penzola dalla cassa vicino ai fagioli sgranati in
cantina.
La
tragedia delle vittime e la ferocia degli assassini sono narrate come
se la realtà circostante, quotidiana, dagli elementi naturali agli
oggetti, assistesse impassibile: le rondini continuano ad essere
felici e le cicogne nidificano come sempre. Come è possibile questo?
Forse come è possibile aver voglia di pattinare sotto un
bombardamento, credere che anche in guerra la dignità è più
importante della sicurezza, pensare alla morte senza enfasi? Oppure,
meraviglia dell'infanzia, godere sul balcone della luce d'aprile con
un libro in mano immergendosi nella perfezione dell'attimo.
Ci
sono immagini e parole forti che non si possono dimenticare dopo la
lettura di questo libro, anzi si devono segnare e annotare per
ritrovarle: il vagone con gli occhi delle donne ebree, la nudità
della casa spaccata a metà con la madia ancora attaccata alla
parete, lui bambino fermo sul balcone a Budapest, i bambini ebrei che
corrono come selvaggina nel bosco terrorizzata dai cacciatori, le
serrande abbassate del negozio del padre davanti alle quali ogni
giorno Konrad passa, l'immondizia sul pavimento della casa ritrovata
con dentro i temi un tempo tanto lodati, il suo viso nello specchio
che esprime meraviglia e il manichino di donna con gli occhi estratti
da una lama.
È
un marzo arcigno, fangoso, grigio e rigido… Konrad e la sorella pur
a pochi passi dalla loro casa sono costretti al silenzio, alla
rinuncia dei sogni, le loro illusioni vengono schernite, perché non
sono che bambini.
E
a quel punto c'è un particolare descrittivo incredibile, filosofico…
c'è un vento che muove le lettere dei parenti sul pavimento e le
pagine del messale. Ma da dove viene questo vento? Che vento è? È
un vento metafisico… è il segno che c'è ancora vita, nonostante
tutto?
Nonostante
il ritorno dei genitori e la ripresa della vita al paese, non è
possibile dimenticare e consegnare all'oblio tanti amici e parenti e
conoscenti morti… che somiglianza straordinaria con le parole di
Ungaretti in San Martino del Carso "…nel
cuore
nessuna croce manca" !!!


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