lunedì 8 giugno 2015

Nota di una lettrice su "Partenza e ritorno" di György Konrád



APPUNTI DURANTE LA LETTURA DI "PARTENZA E RITORNO" DI GYÖRGY KONRÁD (Keller editore, traduzione di Andrea Rényi)

di Elvira Marinelli    



Mi piace lo stile descrittivo, il gusto cromatico di Konrad. Nel raccontare la sua infanzia, sembra sfogliare con noi un album di fotografie in bianco e nero che hanno però alcuni elementi colorati, forti, che emergono e si staccano assumendo una loro identità ed evidenza: il berretto rosso, il muro giallo, la tovaglia blù. Sono ricordi di un'infanzia felice ricca di profumi, suoni, colori. Mentre leggiamo sentiamo l'odore della lavanda, della legna da ardere, della tortina di ricotta e ci giungono all'orecchio il crepitio del fuoco nella stufa di maiolica, le voci di casa e i rumori della strada. La lingua del ricordo dà un ritmo alla nostra lettura: nel rivivere e ricreare luoghi, persone, oggetti l'autore sembra chiederci il tempo di comporre e concretizzare anche noi, con tutti i nostri sensi, quel mondo perduto.

Apprezzo moltissimo l'attenzione per gli oggetti, la descrizione del loro aspetto e di come sono disposti in un certo luogo, vicino ad altri, dentro abitudini e riti quotidiani. Questo mi piace perché immagino dietro ogni oggetto un gesto, un pensiero, la mano che lo ha usato e la decisione di qualcuno che lo ha toccato con un preciso scopo.

Questa attenzione descrittiva e questo gusto per il colore, tipiche di un pittore, di un fotografo, non sono presenti solo nella parte della memoria dell'infanzia felice, dove stanno a sottolineare la spensieratezza e il piacere del vivere, ma continuano anche nella seconda parte, quella del lungo racconto dalla deportazione dei genitori, dove le macchie di colore sullo sfondo grigio e tetro assumono un valore di marcato dolore, di assillante e lancinante memoria: la stella gialla canarino, il recinto verde della stazione, le camicette bianche delle Croci frecciate.

Bello, interessante lo spaccato della borghesia ebrea ungherese. Mentre leggo, all'inizio mi chiedo se ci sia o no nostalgia nella prima parte del racconto… se c'è, la nostalgia mi sembra come trattenuta, chi racconta sa che quella realtà è irrimediabilmente perduta, ma usa un certo distacco… perché? Forse per non farsi travolgere dal dolore, forse perché ancora non riesce a credere che tutto sia stato possibile e poi sia finito veramente? Ma poi nelle ultime pagine c'è forse una risposta… c'è un discorso sulla nostalgia, quando Konrad parla del suo ritorno al paese nel 2000, invitato dal municipio che avrebbe voluto da lui una rievocazione del passato nostalgica e commossa. Allora un po' capisco… sono passati molti anni e molte riflessioni e scritture. La nostalgia, la sensazione di trovarsi a casa convivono nella sua mente, come in un quadro incorniciato del suo paese, insieme alla visione attuale dello stesso paese dal vivo e con la memoria dell'allontanamento degli ebrei, della nazionalizzazione e del saccheggio dei loro beni. Vuole dunque forse dirci Konrad che c'è un'ipocrisia di fondo nella memoria ufficiale che lui avverte? Il ricordo ormai rispettabile degli ebrei cui viene riconosciuto un contribuito al bene del paese è accompagnato dalla consapevolezza e dall'ammissione che quegli stessi ebrei furono disprezzati, allontanati e privati delle loro proprietà? Non so se ho ben capito ciò a cui vuole alludere l'autore.

Netta la differenza tra la prima parte del libro così ricca di ricordi di una infanzia felice e quella del dramma.
In questa seconda lunga, drammatica parte ci sono pagine esemplari con immagini potenti. L'invasione tedesca, la cattura, la deportazione, la vita senza i genitori, le perdite, le fughe, gli stenti, i pericoli, la fine dell'infanzia, le atrocità, le case sventrate, il rapporto con la morte sempre in agguato. E tutto raccontato con un disarmante linguaggio realistico, diretto, senza metafore, quasi con l'ingenuità di un bambino che assiste a fatti e situazioni tragiche e ne parla con toni surreali, perché non capisce il senso di ciò a cui assiste.

C'è una sequenza di scene macabre raccontate con sarcasmo quasi grottesco, dal Danubio decorato con cadaveri di donne e bambini, alla pentola rossa della zuppa colpita dalla mitraglia di un caccia al posto della sua testa, al sangue del dottor Erdos che cade sull'elegante ma finto marmo rosa del pavimento, alla testa del soldato morto che penzola dalla cassa vicino ai fagioli sgranati in cantina.

La tragedia delle vittime e la ferocia degli assassini sono narrate come se la realtà circostante, quotidiana, dagli elementi naturali agli oggetti, assistesse impassibile: le rondini continuano ad essere felici e le cicogne nidificano come sempre. Come è possibile questo? Forse come è possibile aver voglia di pattinare sotto un bombardamento, credere che anche in guerra la dignità è più importante della sicurezza, pensare alla morte senza enfasi? Oppure, meraviglia dell'infanzia, godere sul balcone della luce d'aprile con un libro in mano immergendosi nella perfezione dell'attimo.

Ci sono immagini e parole forti che non si possono dimenticare dopo la lettura di questo libro, anzi si devono segnare e annotare per ritrovarle: il vagone con gli occhi delle donne ebree, la nudità della casa spaccata a metà con la madia ancora attaccata alla parete, lui bambino fermo sul balcone a Budapest, i bambini ebrei che corrono come selvaggina nel bosco terrorizzata dai cacciatori, le serrande abbassate del negozio del padre davanti alle quali ogni giorno Konrad passa, l'immondizia sul pavimento della casa ritrovata con dentro i temi un tempo tanto lodati, il suo viso nello specchio che esprime meraviglia e il manichino di donna con gli occhi estratti da una lama.

È un marzo arcigno, fangoso, grigio e rigido… Konrad e la sorella pur a pochi passi dalla loro casa sono costretti al silenzio, alla rinuncia dei sogni, le loro illusioni vengono schernite, perché non sono che bambini.
E a quel punto c'è un particolare descrittivo incredibile, filosofico… c'è un vento che muove le lettere dei parenti sul pavimento e le pagine del messale. Ma da dove viene questo vento? Che vento è? È un vento metafisico… è il segno che c'è ancora vita, nonostante tutto?

Nonostante il ritorno dei genitori e la ripresa della vita al paese, non è possibile dimenticare e consegnare all'oblio tanti amici e parenti e conoscenti morti… che somiglianza straordinaria con le parole di Ungaretti in San Martino del Carso "…nel cuore 
nessuna croce manca" !!!


Nessun commento: