Le traduzioni invecchiano più dei testi originali. “Michael Kohlhaas” di Heinrich von Kleist
Michael Kohlhaas è una delle colonne portanti della letteratura tedesca ottocentesca di quello spirito geniale e irrequieto che fu Heinrich von Kleist, definito da Hermann Hesse «il massimo dei molti poeti atemporali tedeschi che sfuggono a qualsiasi inquadratura storica» e modello, fra gli altri, di Franz Kafka e Thomas Mann. In una conferenza tenuta al Politecnico di Zurigo nel 1954 quest'ultimo pronunciò le seguenti parole su Kleist: «Egli fu infatti uno dei più grandi, più arditi, più ambiziosi poeti di lingua tedesca, un drammaturgo senza eguali – anzi, senza eguali anche nella prosa, nell’arte narrativa – assolutamente unico, fuori di ogni ordine e tradizione, radicale nella dedizione ai suoi eccentrici soggetti fino alla pazzia, fino all’isterismo».
Questo Kurzroman, ovvero romanzo breve, del 1810, si ispira a un fatto vero accaduto nel Cinquecento, e racconta di un uomo onesto che, dopo aver subito un sopruso, diventa fuorilegge e assassino. La storia ruota intorno attorno all'ambiguità tra giustizia e vendetta, e il destino del protagonista è al tempo stesso logico e assurdo, appropriato e profondamente ingiusto.
L'opera in traduzione è presente nel catalogo di molte case editrici italiane. Nei decenni è stata tradotta dai migliori germanisti come Gabriella Bemporad, Paola Capriolo o Ervino Pocar, per menzionarne qualcuno, ma nessuna traduzione è mai definitiva, sono tutte superabili, come disse Samuel Beckett: «Try again. Fail again. Fail better». La ritraduzione dei classici è un tema ampiamente discusso in traduttologia. In un convegno del 2010 dal titolo “Ritradurre i classici: quando e perché?”, a proposito delle traduzioni delle opere di Kleist la scrittrice, traduttrice e accademica italiana Anna Maria Carpi, che in quel periodo curava una nuova edizione di opere kleistiane per Mondadori, disse che la ritraduzione era dovuta per la «folle interpunzione» del testo e per la «sovrabbondanza dei suoi periodi». Sempre secondo lei Kleist è uno di quei casi in cui chi ritraduce non può fare a meno di un «aggiornamento» con buona pace del “lettore filologo”. Di tanto in tanto i classici vanno ringiovaniti, in quanto garanti “di un noi storico da conservare e da tramandare”.

Una delle traduzioni più diffuse di Michael Kohlhaas è contenuta nel volume I racconti edito da Garzanti, a cura dello scrittore e traduttore Andrea Casalegno, che ha tradotto in italiano anche il Faust di Goethe. La traduzione risale al 1977, era precisa e conforme alle esigenze espressive di quel tempo. Per fare un confronto con la traduzione di Federico Ferraguto appena pubblicata da Fazi, ne riportiamo qui l'incipit:
«Lungo le rive della Havel viveva, intorno alla metà del sedicesimo secolo, un mercante di cavalli, chiamato Michele Kohlhaas, figlio di un maestro di scuola: uno degli uomini più onesti e al tempo stesso più spaventevoli del tempo suo. – Quest’uomo fuori dell’ordinario sarebbe potuto passare fino al suo trentesimo anno per il modello del buon cittadino. Possedeva una fattoria, in un villaggio che porta ancora oggi il suo nome, e vi si manteneva pacificamente, con i frutti del suo lavoro; i fanciulli che sua moglie gli aveva dato li tirava su nel timor di Dio, laboriosi e leali; non c’era uno dei suoi vicini che non avesse provato i benefici della sua generosità, o della sua giustizia; il mondo, in breve, avrebbe dovuto benedire la memoria se non avesse ecceduto in una virtù. Il senso di giustizia, infatti, fece di lui un brigante e un assassino.»

Vediamo ora la nuova traduzione dello stesso incipit che suona più vicina ai lettori dell'anno 2020:
«Verso la metà del sedicesimo secolo, sulle rive del fiume Havel, viveva un mercante di cavalli, chiamato Michael Kohlhaas. Figlio di un maestro elementare, fu uno degli uomini più onesti e nello stesso tempo più terribili del suo tempo. Fino ai trent'anni, quest'uomo straordinario avrebbe potuto rappresentare il modello di buon cittadino. In un villaggio che porta ancora il suo nome possedeva una fattoria e lì viveva tranquillamente grazie ai frutti del suo lavoro. Educava i figli, che la moglie gli aveva dato nel timore di Dio, nell'onestà e nella laboriosità. Tra i suoi vicini non ce n'era uno che non avesse beneficiato della sua magnanimità e della sua giustizia. In breve: se non avesse esagerato in una delle sue virtù, il mondo avrebbe dovuto benedire la sua memoria. Ma il suo senso di giustizia lo rese un bandito e un assassino.»
E non ci rimane altro che invitare il lettore a cimentarsi con le non molte pagine di quest'opera intramontabile, un testo felicemente ringiovanito nella nuova traduzione.
L'articolo su SUL ROMANZO
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