Riporto la lettera di un'amica veronese, Elvira Marinelli, su "La Bibbia" di Péter Nàdas, perché le sue parole compongono una recensione sensibile e molto interessante:
"ll primo racconto LA BIBBIA è uno straordinario universo sonoro. Sì, la cosa che mi ha subito stupito profondamente e coinvolto, inducendomi a immedesimarmi nel protagonista e a immergermi nei luoghi descritti, è stata la forte, costante presenza di suoni e rumori. Sono i suoni e i rumori a tratteggiare il profilo degli ambienti, a scandire la quotidianità nei suoi rituali e nelle sue sorprese, a segnare confini, a tracciare linee direttrici per il pensiero e per gli spostamenti/movimenti, a segnare il ritmo delle emozioni, a evocare ricordi, a permettere di orientarsi nella nebbia, nella confusione, nella paura. I suoni e i rumori costituiscono come una mappa entro cui il ragazzo si muove nella quotidianità che gli adulti che gli stanno intorno vorrebbero silenziosa. “I rumori componevano un insieme, si incolonnavano.” Rumori e suoni attesi, amati o temuti. Rumori e suoni che danno sicurezza ma talvolta spaventano. Che si impongono, che contrastano il grande silenzio che regna nella casa. Nel giardino. Il silenzio tra lui e suo padre, (“sempre fuori della sua portata”) tra lui e la madre (che capisce di non poter amare), che non hanno tempo e attenzione per lui, che non colgono le sue esigenze di piccolo adolescente curioso del mondo e bisognoso, com’è normale, di compagnia, di affetto, ascolto, fisicità nelle relazioni. Un silenzio “martellante nelle orecchie”, pregno di ipocrisia, formalità di rapporti, paure, sospetti, pregiudizi. Ma questo silenzio Andrea vuole forse rappresentare qualche cosa d’altro? È forse una metafora del silenzio a cui si è costretti sotto un regime? Non so se esagero e vedo anche quello che non c’è…
Davvero mirabile com’è tratteggiata la figura di questo ragazzino, come Nádas ce lo fa sentire da dentro, dall’interno profondo e misterioso delle sue emozioni, delle sensazioni, dei sentimenti. Ce li fa scoprire insieme a Gyuri, ne restiamo stupiti, angosciati o felici insieme a lui. Ne prendiamo atto e ci interroghiamo su di essi a mano a mano che lui stesso li prova e li scopre. Ma tutti i personaggi sono ben delineati. Contraddistinti da precisi gesti e parole. Sembrano pronti per un copione cinematografico. Pensavo mentre leggevo al “Barone rampante”, a Cosimo e al suo giardino, ma anche ad altri giardini luoghi di avventure e formazione e conquista delle proprie autonomie.
Insomma è un racconto intenso, profondo, coinvolgente scritto magistralmente con un grande senso di partecipazione da parte dello scrittore che sembra calarsi completamente nel personaggio e che lo descrive così bene da farcelo toccare, vedere e sentire. La scrittura è sapiente, talvolta così imprevedibile e perfino sconcertante, nelle dettagliate descrizioni che respingono una lettura superficiale e frettolosa . Un racconto silenzioso e assordante, forse in bianco e nero, o meglio con pochi colori, fatta forse eccezione per il giardino. Con quel color beige della valigetta del padre ch’è tutto un programma, con colori accesi solo nei sogni e nell’immaginazione del ragazzo (il velluto rosso, il tulle rosa), con quell’unica macchia di colore in casa, l’azzurro delle maioliche del bagno e della stufa. Unici punti caldi e accoglienti di quell’ambiente freddo, forse.
Anche il secondo racconto mi è piaciuto, anche questo ragazzino mi ha conquistato con il suo impegno “a comprendere il mondo da solo”, non compreso, trattato come un adulto, senza alcun rispetto da parte del padre per il suo dolore, senza alcuna attenzione per il suo diverso modo di soffrire, senza alcun accompagnamento verso l’elaborazione di un lutto e il mistero della morte… questo ragazzino e quel suo pianto liberatorio, finalmente, fino allo sfinimento e la sua voglia di aiutare non compresa, la sua tristezza e consapevolezza di non essere capito scambiate per freddezza… in una casa in cui dopo la morte della madre l’allegria appartiene forse solo alle gocce che cadono dalla grondaia. Terribile e stilisticamente incisiva, a sottolineare inequivocabilmente l’estraneità e la distanza di quel padre, la scelta dello scrittore di chiamarlo sempre “il giardiniere”. La paratassi insistente sembra ulteriormente scarnificare insieme ai discorsi tutte le possibili relazioni umane.
Anche il secondo racconto mi è piaciuto, anche questo ragazzino mi ha conquistato con il suo impegno “a comprendere il mondo da solo”, non compreso, trattato come un adulto, senza alcun rispetto da parte del padre per il suo dolore, senza alcuna attenzione per il suo diverso modo di soffrire, senza alcun accompagnamento verso l’elaborazione di un lutto e il mistero della morte… questo ragazzino e quel suo pianto liberatorio, finalmente, fino allo sfinimento e la sua voglia di aiutare non compresa, la sua tristezza e consapevolezza di non essere capito scambiate per freddezza… in una casa in cui dopo la morte della madre l’allegria appartiene forse solo alle gocce che cadono dalla grondaia. Terribile e stilisticamente incisiva, a sottolineare inequivocabilmente l’estraneità e la distanza di quel padre, la scelta dello scrittore di chiamarlo sempre “il giardiniere”. La paratassi insistente sembra ulteriormente scarnificare insieme ai discorsi tutte le possibili relazioni umane.
Il terzo racconto, scritto in un altro periodo, dopo anni, è difficile e misterioso. Filosofico. Un po’ onirico e surreale, a tratti assurdo. La stessa struttura sintattica delle frasi, l’alternanza dei tempi presente e passato, il passaggio continuo dalla prima alla terza persona… oltre al contenuto, contribuiscono a rendere complessa la lettura e la comprensione. Talvolta mi sembra di sentire un coro di voci, come in un dramma pirandelliano, in cui a stessa situazione viene vissuta e narrata da diversi, anche contrastanti punti di vista.. Turba e inquieta. Non so se è importante capire, o se lo scopo dello scrittore sia proprio quello di creare inquietudine, insicurezza, disagio. E ancora una volta ti chiedo se tutto questo sia funzionale ad un messaggio che lo scrittore vuole dare al di là della storia in sé. Quello stare alla finestra ad aspettare, o appartato, quasi nascosto nell’angolo, con gli occhi chiusi, alieno anche in mezzo alla gente, è forse una metafora del vivere sotto un regime, privati della libertà personale e della propria individualità? Penso che dovrò rileggerlo per orientarmi un po’ di più. Bello comunque vedere come lo scrittore scelga di usare una lingua diversa a seconda non solo della situazione e dei personaggi, ma anche delle reazioni ed emozioni che vuole suscitare nel lettore.
Per quanto riguarda invece la prefazione dell’auture posso dirti che sono bellissimi i dettagli del suo rapporto con le contadine e sul cibo. È un discorso importante sul valore delle cose semplici che sono così preziose nei momenti di difficoltà. ”Aspetto dignitoso” è l’espressione chiave. In una dimensione di vita “mordi e fuggi” come quella di oggi in cui non c’è tempo per gustare veramente le cose, di riflettere sul loro valore, di apprezzare le loro intrinseche caratteristiche, l’elenco dei frutti e delle verdure spicca, è una macchia di colore intenso nel grigio della vita senza libertà, che ridà dignità alla persona, in quanto permette di superare la semplice dimensione della sopravvivenza."
Péter Nàdas, La Bibbia, BUR, 2009, trad. A. Rényi

3 commenti:
non ho mai letto Nádas, mi sa che è la volta buona per cominciare...
Che bella recensione! Mi permetto di condividerla su FB.
Grazie! E' di Elvira Marinelli. (Sono su Fb anch'io.)
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