lunedì 26 agosto 2013

Per i cent'anni di Boris Pahor

Oggi compie cent'anni uno dei grandi uomini del ventesimo secolo, lo scrittore sloveno Boris Pahor. Tanti auguri di buon compleanno e grazie infinite! 

Domenica pomeriggio. Il nastro d'asfalto liscio e sinuoso che sale verso le alture fitte di boschi non è deserto come vorrei. Alcune automobili mi superano, altre stanno facendo ritorno a valle, verso Schirmeck; così il traffico turistico trasforma questo momento in qualcosa di banale e non mi permette di mantenere il raccoglimento che cercavo. So bene che anch'io, con la mia macchina faccio parte di questa processione motorizzata, eppure sono sicuro che, vista la mia passata intimità con questi luoghi, se sulla strada fossi solo, il fatto di viaggiare in automobile non scalfirebbe l'immagine onirica che dalla fine della guerra riposa nell'ombra della mia coscienza. Lo ammetto, non riesco ad accettare fino in fondo l'idea che questo posto di montagna, cardine del mio mondo interiore, sia visitabile da chiunque; e soffro anche un po' di gelosia non soltanto perché occhi estranei percorrono uno scenario che fu testimone della nostra anonima prigionia, ma anche perché questi sguardi curiosi (ne sono assolutamente certo) non potranno mai penetrare nell'abisso di abiezione in cui fu gettata la nostra fiducia nella dignità umana. Ecco che però, giunta da chissà dove, inizia a insinuarsi nel mio animo anche una piccola soddisfazione per il fatto che questa altura dei Vosgi non sia più il territorio segreto di una lontana dannazione consumatasi tutta in se stessa, ma sia diventata un luogo verso cui si dirigono i passi di innumerevoli persone. E queste persone, anche se la loro immaginazione sarà insufficiente per la visita che li attende, riusciranno tuttavia a intuire, attraverso le vie del cuore, l'inconcepibile realtà del destino di quei loro figli perduti.
Necropoli, traduzione di Ezio Martin, revisione di Valerio Aiolli, Fazi, 2008

sabato 24 agosto 2013

Cesare Zavattini su Marinka Dallos

Un dipinto di Marinka Dallos (1929-1992)
Scriveva Cesare Zavattini in merito alla pittura di Marinka Dallos:

"(Gianni Toti) sarebbe rimasto stupito se si fosse accorto che sua moglie nell'esordire aveva chiuso gli occhi anziché aprirli di più. Era andata a vedere dentro di sé. Mise poi del bianco sulla tela bianca, una corta pennellata, e resto lì a guardare. Il suo destino era forse quello dell'arte astratta o dell'arte informale? Voleva rappresentare una pozzanghera, mi ha detto, larga non più di dieci metri e lunga altrettanto, che nel suo villaggio natale ai primi freddi diventava di ghiaccio e tale restava fino a marzo, i fanciulli vi pattinavano sopra con un lampo da uccelli, e i ferri dei pattini la rigavano di un bianco più bianco del bianco. La testa le si riempì subito di grida, di voci indimenticabili e su quel candore a poco a poco, senza che sapesse disegnare, sorgevano le strade, le case, gli alberi e gli abitanti di Nograd coi loro usi e costumi. Era dunque una narratrice lirica, questa ungherese che vive in Italia, questa persona colta che dipinge ingenuo, che diffida del folclore e lo affronta come una realtà primaria. La sposa che le amiche stanno vestendo, immensa, ha le calze locali, ma più sposa di così, in assoluto, non potrebbe essere anche per queste calze locali. Che bel quadro, sessuale e favoloso, con un soffitto preciso, di legno tangibile e una prospettiva insolita nei naifs, sempre frontali. Voglio dire che questa ambiguità sarà sempre più il suo stile e la nostra meraviglia."

venerdì 23 agosto 2013

Sulla traduzione

Vedo la traduzione come il tentativo di produrre un testo così trasparente da non sembrare tradotto. Una buona traduzione è come una lastra di vetro. Si nota che c'è solamente quando ci sono delle imperfezioni: graffi, bolle. L'ideale è che non ce ne siano affatto. Non dovrebbe mai richiamare l'attenzione su di sé.
Norman Shapiro
Trad. Marina Guglielmi

giovedì 22 agosto 2013

Egon Schiele e l'arte

Egon Schiele (1890-1918) 
"L'arte non può essere moderna, l'arte è eterna."
(Kunst kann nicht modern sein, Kunst ist urewig.)

mercoledì 7 agosto 2013

15 validi motivi per rimanere a vivere in Serbia


1. Puoi acquistare a basso costo un diploma di laurea che potrebbe permetterti di diventare anche capo di Stato.
2. Puoi assistere a concerti di vedove di criminali di guerra condannati in via definitiva.
3. Se trascorri abbastanza tempo in un caffè, prima o poi possederai un'impresa di successo.
4. Qui puoi guadagnare le somme più alte di denaro fittizio che non ti saranno pagate nemmeno anni dopo.
5. Non devi saper fare nulla e puoi ugualmente diventare qualcuno.
6. Se proprio non sai più dove sbattere la testa, potrai sempre diventare politico.
7. Puoi stare contemporaneamente ai due lati della giustizia: la mattina fare il poliziotto e il pomeriggio il gangster.
8. Non importa se sei cattivo, se insisti potrai diventare l'esempio ideale di molti.
9. In nessuna parte del mondo i politici sono tanto vicini al popolo: se sei fortunato puoi beccarti un ceffone personalmente da un ministro.
10. Se sei arrabbiato puoi distruggere teatri, fontane, persino intere città.
11. Puoi cambiare opinione tutti i giorni, grazie all'amnesia collettiva nessuno ci farà caso.
12. Non sprecare tempo con lo studio della Storia, potrai spiegarla dal tuo punto di vista.
13. In Occidente devi spendere grosse cifre per salire su un treno d'epoca, qui non esiste altro.
14. Se abiti vicino a un buon locale notturno, puoi goderti gratis le performance delle più grandi star del turbo folk, e i fan ti vomitano persino in giardino.
15. Se sei disoccupato, puoi divertirti tutto il giorno cercando di sbrigare la pratica agli sportelli dai vetri scorrevoli.
(Fonte: http://nkpress.blog.hu/2013/08/06/15_dolog_ami_miatt_erdemes_szerbiaban_maradni)

martedì 6 agosto 2013

La curva della felicità

Secondo un recente articolo di Huffington Post l'Ungheria sarebbe il Paese più infelice del mondo cosiddetto occidentale. Gli ungheresi sarebbe incontentabili. Forse sì, forse no. Ci devo pensare ancora.

lunedì 5 agosto 2013

Ungheresi a Hollywood

'It is not enough to be Hungarian - you need talent, too!' e 'Being a Hungarian does not necessarily make you a genius!' recitavano i cartelli affissi alla porta di uno studio a Hollywood e all'ingresso di MGM negli anni '20 del secolo scorso. Perché molti dei protagonisti del cinema dell'epoca erano immigrati ungheresi o figli di immigrati ungheresi nati già negli USA, ed erano sotto perenne pressione di altri ungheresi appena sbarcati negli States alla ricerca di facili carriere nel mondo del celluloide.


Chi erano? Ne menziono solo alcuni delle dozzine che hanno iscritto il loro nome nella storia universale del cinema.

William Fox, fondatore dei Fox Studios era nato in Ungheria e prima di trasferirsi in America si chiamava Vilmos Fried.

Michael Curtiz, il regista di Casablanca, era di Budapest e nella casa natale portava ancora il nome di Manó Kertész Kaminer.


Adolph Zukor, producer e fondatore di Paramount Pictures e dei Loew's Theaters, era ungherese di nascita insieme al suo omonimo George Cukor (Zukor o Cukor significa zucchero in lingua magiara), regista premiato con l'Oscar.

Non possiamo dimenticarci di Béla Lugosi, il magnifico Dracula, e dei tre fratelli Korda, il più grande dei quali, Alexander, è considerato il padre del cinema britannico nonché produttore di numerosi film di successo anche a Hollywood.

Miklós Rózsa ha vinto tre Oscar per le colonne sonore di altrettanti film epocali, mentre il nome di Tony Curtis è noto a chiunque amasse le commedie hollywoodiane, prima di tutte A qualcuno piace caldo.

Paul Newman era nato negli Stati Uniti, ma sua madre, Theresa Fetzko, era immigrata da Homonna (Ungheria) e suo padre era figlio di Simon Neumann, un ebreo di Kassa, città che all'epoca apparteneva all'Ungheria, ora alla Slovacchia, mentre sua madre era un'ebrea polacca. A Kassa, storica città ungherese che diede i natali anche a Sàndor Màrai (Kosice in slovacco), vive tuttora un ramo della sua famiglia.











lunedì 22 luglio 2013

Thomas Szasz, uno psichiatra di origine ungherese


If you talk to God, you are praying;
   If God talks to you, you have schizophrenia.

   --Thomas S. Szasz, The Second Sin, 
   Anchor/Doubleday, Garden City, NY. 1973, Page 113.

Thomas Stephen Szasz (inglesizzazione di Tamás István Szász) (Budapest15 aprile 1920 – Manlius8 settembre 2012) è stato uno psichiatra statunitense di origine ungherese.
E' stato professore emerito di psichiatria presso lo Health Science Center, della State University di New York, sede di Syracuse. È uno dei principali critici dei fondamenti morali e scientifici della psichiatria.
È noto in particolare per due libri: Il mito della malattia mentale e The Manufacture of Madness: A Comparative Study of the Inquisition and the Mental Health Movement.

sabato 20 luglio 2013

András Nyerges, Ponte

Ponte Margit (Margherita), Budapest


Il mondo è tutto ponti. Anche il cielo
è un grande splendore visto di sotto,
armatura azzurra d'acciaio, e sopra,
le nubi vanno ad altri sistemi solari.

E sotto i fiumi son ponti i pesci;
le scaglie, volontà che stringe.
Sopra il corpo, l'arco del senno
si stende come strada sui prati.

E, pilastro più duro del sasso,
con solido muro il dubbio, quale
carceriere, imprigionato da me.

Ed anche tu sei ponte che mi servi.
Io sono due rive opposte e come l'acqua
il tuo sguardo traccia intorno a me i suoi anelli.

Trad. di Paolo Santarcangeli, 1962

*   *   *
(Intervista a Nyerges: NON DAVANTI AI BAMBINI )

mercoledì 17 luglio 2013

Un articolo di Paolo Di Paolo su Attila József oggi su La Stampa


Attila József , così sognava
il figlio della lavandaia


La statua di Attila József, a Budapest, accanto al palazzo del Parlamento: il governo del populista Viktor Orbán vorrebbe rimuoverla per ripristinare l’assetto fascista della piazza

Ribelle e visionario, il poeta ungherese è oggi un simbolo
della lotta contro il regime autoritario di Orbán: a migliaia
in piazza a Budapest per difendere
la sua statua
PAOLO DI PAOLO
Se passate da Budapest, andate a cercarlo. Accanto al fastoso palazzo del Parlamento, in una piccola piazza, c’è un uomo giovane: magro, immobile, seduto su una gradinata. Ha in mano un cappello e tiene gli occhi bassi. Sembra molto stanco, ma non sconfitto. Quando il governo ungherese – guidato dal conservatore populista Viktor Orbán – ha annunciato la rimozione della statua del poeta Attila József, per ripristinare l’assetto fascista della piazza, migliaia di persone si sono date appuntamento per difenderla, in un atto di resistenza poetica e politica insieme. Perché la scommessa della giovinezza di József, morto trentenne nel 1937, è stata proprio questa: pensare la politica come rivolta e come poesia. Alimentare un grande fuoco davanti al quale gli uomini possano «scongelarsi». È il fuoco dei vetrai, impastato di sangue e di sudore, di quelli che portano la luce nelle città come poeti.  

Animato dallo spirito del ribelle e dalla lucidità del visionario, Attila resisteva al proprio tempo ingrato, provava a non cedere, come un melo selvatico - l’immagine è sua - che resiste all’uragano. E così è diventato uno dei simboli delle proteste contro il governo Orbán, contro la progressiva riduzione della libertà di espressione e dissenso, contro modifiche a una costituzione che si fa pericolosamente meno democratica.  
«Su una spalla del povero c’è il mondo»: il giovane József scrive l’epica dei senza-niente, chiede a Dio di sgombrare il mondo dal male, con una disperazione pari allo slancio di un «minuscolo cuore», che balbetta, che spera, mentre «sempre più diventa buio». Se c’è una cosa che ha imparato subito è che si impara da tutti i lavori. Da bambino faceva il guardiano ai maiali, e anche nel sudicio ha imparato qualcosa - la quiete e la voracità. Ha venduto acqua nei cinema, il film era lo stesso per giorni: così ha imparato la bellezza dei dettagli. Ha fabbricato girandole di carta, e ha imparato che cosa sono i colori. Ha recapitato pacchi, e così deve essergli venuto in mente un verso che avrebbe scritto anni dopo: «Il dolore è un postino grigio». Ha fatto lo strillone di giornali, e così ha imparato che le notizie da gridare di solito sono cattive. È stato mozzo su una nave, è stato contabile e istitutore. 

È stato quasi tutto, Attila József. Ma più di tutto avrebbe voluto essere un filosofo e un poeta. Un professore gli disse: le due aspirazioni non vanno d’accordo, meglio tentare la fortuna altrove. Ma la fortuna non si è mai presentata alla porta di Attila. Postini grigi invece sì: recapitavano per lui giorni disperati senza soldi e senza lenzuola, a Vienna. Eppure non ha mai smesso - né a Vienna, né a Parigi, a Cagnes-sur-mer, o nella sua Budapest - di scrivere versi. Ha creduto nella poesia e nella rivoluzione, questo ungherese nato all’inizio di un secolo feroce, così come ha creduto nei propri vent’anni: «I vent’anni la mia forza / i vent’anni li vendo». Non aveva eredità da spendere che non fosse la sua stessa energia. Il padre era operaio in una fabbrica di saponi; la madre una lavandaia: «Era mia madre, piccola, moriva presto: le lavandaie muoiono presto». Attila aveva da giocarsi la forza fisica e una voce per benedire e maledire il mondo, per pronunciare la rabbia e l’offesa, per dichiarare l’amore a una ragazza di nome Flora, per inneggiare alla rivoluzione. Iscritto al partito comunista, ne fu espulso come deviazionista. 

Era un «vate proletario», un francescano, o cos’altro? Inseguiva un sogno di felicità privata e collettiva: quello che, da queste parti, siamo quasi riusciti a smettere di sognare. «Oh Europa, quante piaghe porti in te», scriveva - e protestava contro l’invecchiare di tutto: perfino la rivoluzione «tossicchiando si accoccola su pietre aguzze». «Uomo ungherese - la sua bandiera è un cencio, / un piatto vuoto il suo cibo; / siamo nazione che coglie erbacce: per noi / viene una morte rappezzata, scalza!». Qualcuno ha visto in József un Villon novecentesco, e in effetti nei suoi versi c’è un dito puntato contro le ipocrisie della società, del potere, l’invito a colpirle, ad abbatterle con «l’ascia larga» per udire «lo strillo del deserto feudale». Ma c’è soprattutto lo slancio di un idealista, il batticuore di chi invita l’amico a farsi come un filo d’erba («più dell’asse terrestre sarai grande»), di chi scrive la sua «preghiera per gli stanchi», o per i cani sporchi, fradici, arruffati rimasti senza nessuno. È l’estremismo generoso e quasi impraticabile di chi riesce a custodire lo stupore anche di fronte al peggio, e prepara una staffetta per gli idealisti del futuro. 

«Non vi offendete, vecchie pietre, se vi calpesto. Sono meno immobile di voi e sono più forte» scriveva Attila József. Anche lui, a vent’anni, sognava un amore giusto: «Oh, se avessi un’innamorata l’amerei come il fiume il suo letto». A trenta, con Flora, gli sembrò di avere trovato la felicità, di avere arginato l’incubo ricorrente della depressione. Lei invece gli spezzò il cuore? Fatto è che un giorno d’inizio dicembre, anno 1937, a Szárszó, Attila si distese sui binari al passaggio di un treno. La scena, come un presagio, sta in una delle sue prime poesie: «Ha vesti stracciate, è giovane. Il cielo si è fatto grigio». 

Resta, di Attila József, la forza con cui ha difeso i sogni delle lavandaie come sua madre e delle tessitrici, i cenci unti e i pezzi di muro, ai bordi della città, incerti se cadere. La rugiada e il vento notturno, le case dei contadini, il Danubio, la pioggia e le «parole piane, primitive» con cui racconta il dolore che zampilla sui gradini, una rivoluzione possibile, l’umanità intorno a sé - stanca ma non sconfitta. Il volto di ciascuno - dice un suo verso - «è una piccola periferia».