venerdì 30 agosto 2013

Sulla traduzione dall'ungherese all'italiano - dal blog di Giuseppe Dimola




Traduttori: "traditori" indispensabili.



Secondo lo scrittore e critico letterario svedese Olof Lagercrantz , per studiare un testo straniero in profondità lo si deve tradurre nella propria lingua, ma subito il compito si rivela impossibile, “ci si può avvicinare al testo, ma non si può mai raggiungerlo”.
Più prosaicamente il tedesco Carl Bertrand, che a fine ‘800 ha tradotto in tedesco la Divina Commedia, sentenziò: “Le traduzioni sono come le donne. Quando sono belle non sono fedeli, e quando sono fedeli non sono belle”.
Ancor più drastica una sentenza proverbiale che gioca sulle parole: “Traduttori: traditori”.

Per Sándor Márai il traduttore (fordító) è un ‘artista ma “è sempre anche uno scrittore mancato”. Il traduttore è spinto dalla passione e, per vivere, deve fare altri lavori, anche perché tradurre (fordítani) è difficile ma ancor più duro è trovare un editore disponibile a pubblicare l’opera tradotta.
Anche se la correlazione tra lingua e cultura non è ancora scientificamente definita, un fatto appare certo: tradurre non è un semplice lavoro di mediazione linguistica ma anche culturale (è la ragione del fallimento dei traduttori automatici).
Il fondatore della moderna linguistica, Ferdinand de Saussurre (1857-1913), ha sostenuto che è la cultura a forgiare una parola (significato e significante). Ciò pone diversi problemi alla “comunità dei traduttori”, tra cui uno di principio: se ogni lingua codifica i propri significati sulla base di una specifica esperienza culturale, tali forme proprie – idiomatiche – sono in senso stretto intraducibili.
Come fare allora per applicare – nella traduzione (fordítás) – il fondamentale principio del rispetto del vero e del bello in letteratura?
Si tratta, basandosi su una cultura fondata sul rispetto tra pari, di comprendere le intenzioni dell’opera. Qui sta il “bello e il vero” in una traduzione, non in quello che piace al traduttore o al lettore, e nemmeno all’autore. Operazione difficile, che richiede al traduttore capacità di autocritica e umiltà (l’espressione “parlare come un libro stampato” segnala che occorrerebbe liberarsi di una concezione sacerdotale di chi scrive o traduce).
Il traduttore, infine, deve rendersi trasparente, invisibile al lettore. È inevitabile però che il suo essere “mediatore culturale” eserciti un’influenza sul testo. È opportuno quindi avere un atteggiamento critico verso la traduzione, ma sarebbe anche utile conoscere il lavoro dei traduttori, oscuro ma prezioso e indispensabile (cosa sarebbe la civiltà umana senza la circolazione della cultura attraverso la traduzione dei testi?).

I più noti traduttori letterari dall’ungherese all’italiano a cavallo del 2000 sono indicati dalla ricercatrice universitaria Cinzia Franchi nel contributo “Tradurre la letteratura ungherese” sullaRivista di Studi Ungheresi del 2008. Si tratta di docenti o ricercatori universitari - madrelingua o italiani - o linguisti professionisti (alcuni scomparsi).
Eccone i nomi: Gianpiero CavagliàMarinella D’AlessandroStefano De BartoloEszter De MartinCinzia FranchiÉva GácsAlfredo LavariniMatteo MasiniArmando NuzzoNóra PálmaiAndrea RényiZsuzsanna RozsnyóiKrisztina SándorPéter SárközyMariarosaria SciglitanoBeatrice TöttössyBruno Ventavoli.
A questo elenco aggiungo: Paolo Santarcangeli, che ha fondato nel ’65 la Cattedra di Lingua e Letteratura Ungherese dell'Università di Torino e ha tradotto le poesie di Endre Ady; Antonio Donato Sciacovelli, che ha tradotto tra l’altro La Sorella di Sándor Márai; Laura Sgarioto che – anche con Krisztina Sándor – ha tradotto altri romanzi di Márai (La donna giusta, Truciolo, Divorzio a Buda).
Ne cito ancora altri, che hanno dato un contributo alla traduzione, o traducendo testi anche non letterari o occupandosi dei relativi problemi nei due sensi (ungherese-italiano e italiano-ungherese): Umberto AlbiniSauro AlbisaniFederigo ArgentieriPaolo AgostiniRaffaele BorrelliEdith BruckCarlo CamilliGabriella CaramoreAndrea CsillaghyEdoarda Dala KisfaludiPaolo DriussiZsuzsanna FábiánNicoletta FerroniAlexandra ForestoDanilo GhenoTomaso KeményIrén KissKatalin KissMárta KöszegiZsuzsanna Kovács RomanoSilvia LeviAndrea LókiMaya NagyGiorgo PressburgerBrian Stefen Paul,Roberto RuspantiMargherita StoccoGyózó SzabóTibor SzabóAndrás SzeghyMelinda Tamás-Tarr BonaniPaolo TellinaDag TessoreLászló TóthÉva TörzsökImre Várady,Júlia VásárhelyiNicoletta VastaUmberto Viotti.

È possibile conoscere la storia delle traduzioni italiane delle opere letterarie ungheresi, leggendo l’articolo di Péter Sárközy sulla Rivista di Studi Ungheresi del 2004.

Infine, per approfondire natura e origine della mediazione culturale (in senso ampio) tra Italia e Ungheria, segnalo gli atti di un convegno del 2002 a Udine pubblicati dall’”Associazione italoungherese Vergerio”: Hungarica varietas. Mediatori culturali tra Italia e Ungheria (Edizioni della Laguna, 2004), a cura di Adriano Papo e Gizella Németh.

lunedì 26 agosto 2013

Per i cent'anni di Boris Pahor

Oggi compie cent'anni uno dei grandi uomini del ventesimo secolo, lo scrittore sloveno Boris Pahor. Tanti auguri di buon compleanno e grazie infinite! 

Domenica pomeriggio. Il nastro d'asfalto liscio e sinuoso che sale verso le alture fitte di boschi non è deserto come vorrei. Alcune automobili mi superano, altre stanno facendo ritorno a valle, verso Schirmeck; così il traffico turistico trasforma questo momento in qualcosa di banale e non mi permette di mantenere il raccoglimento che cercavo. So bene che anch'io, con la mia macchina faccio parte di questa processione motorizzata, eppure sono sicuro che, vista la mia passata intimità con questi luoghi, se sulla strada fossi solo, il fatto di viaggiare in automobile non scalfirebbe l'immagine onirica che dalla fine della guerra riposa nell'ombra della mia coscienza. Lo ammetto, non riesco ad accettare fino in fondo l'idea che questo posto di montagna, cardine del mio mondo interiore, sia visitabile da chiunque; e soffro anche un po' di gelosia non soltanto perché occhi estranei percorrono uno scenario che fu testimone della nostra anonima prigionia, ma anche perché questi sguardi curiosi (ne sono assolutamente certo) non potranno mai penetrare nell'abisso di abiezione in cui fu gettata la nostra fiducia nella dignità umana. Ecco che però, giunta da chissà dove, inizia a insinuarsi nel mio animo anche una piccola soddisfazione per il fatto che questa altura dei Vosgi non sia più il territorio segreto di una lontana dannazione consumatasi tutta in se stessa, ma sia diventata un luogo verso cui si dirigono i passi di innumerevoli persone. E queste persone, anche se la loro immaginazione sarà insufficiente per la visita che li attende, riusciranno tuttavia a intuire, attraverso le vie del cuore, l'inconcepibile realtà del destino di quei loro figli perduti.
Necropoli, traduzione di Ezio Martin, revisione di Valerio Aiolli, Fazi, 2008

sabato 24 agosto 2013

Cesare Zavattini su Marinka Dallos

Un dipinto di Marinka Dallos (1929-1992)
Scriveva Cesare Zavattini in merito alla pittura di Marinka Dallos:

"(Gianni Toti) sarebbe rimasto stupito se si fosse accorto che sua moglie nell'esordire aveva chiuso gli occhi anziché aprirli di più. Era andata a vedere dentro di sé. Mise poi del bianco sulla tela bianca, una corta pennellata, e resto lì a guardare. Il suo destino era forse quello dell'arte astratta o dell'arte informale? Voleva rappresentare una pozzanghera, mi ha detto, larga non più di dieci metri e lunga altrettanto, che nel suo villaggio natale ai primi freddi diventava di ghiaccio e tale restava fino a marzo, i fanciulli vi pattinavano sopra con un lampo da uccelli, e i ferri dei pattini la rigavano di un bianco più bianco del bianco. La testa le si riempì subito di grida, di voci indimenticabili e su quel candore a poco a poco, senza che sapesse disegnare, sorgevano le strade, le case, gli alberi e gli abitanti di Nograd coi loro usi e costumi. Era dunque una narratrice lirica, questa ungherese che vive in Italia, questa persona colta che dipinge ingenuo, che diffida del folclore e lo affronta come una realtà primaria. La sposa che le amiche stanno vestendo, immensa, ha le calze locali, ma più sposa di così, in assoluto, non potrebbe essere anche per queste calze locali. Che bel quadro, sessuale e favoloso, con un soffitto preciso, di legno tangibile e una prospettiva insolita nei naifs, sempre frontali. Voglio dire che questa ambiguità sarà sempre più il suo stile e la nostra meraviglia."

venerdì 23 agosto 2013

Sulla traduzione

Vedo la traduzione come il tentativo di produrre un testo così trasparente da non sembrare tradotto. Una buona traduzione è come una lastra di vetro. Si nota che c'è solamente quando ci sono delle imperfezioni: graffi, bolle. L'ideale è che non ce ne siano affatto. Non dovrebbe mai richiamare l'attenzione su di sé.
Norman Shapiro
Trad. Marina Guglielmi

giovedì 22 agosto 2013

Egon Schiele e l'arte

Egon Schiele (1890-1918) 
"L'arte non può essere moderna, l'arte è eterna."
(Kunst kann nicht modern sein, Kunst ist urewig.)

mercoledì 7 agosto 2013

15 validi motivi per rimanere a vivere in Serbia


1. Puoi acquistare a basso costo un diploma di laurea che potrebbe permetterti di diventare anche capo di Stato.
2. Puoi assistere a concerti di vedove di criminali di guerra condannati in via definitiva.
3. Se trascorri abbastanza tempo in un caffè, prima o poi possederai un'impresa di successo.
4. Qui puoi guadagnare le somme più alte di denaro fittizio che non ti saranno pagate nemmeno anni dopo.
5. Non devi saper fare nulla e puoi ugualmente diventare qualcuno.
6. Se proprio non sai più dove sbattere la testa, potrai sempre diventare politico.
7. Puoi stare contemporaneamente ai due lati della giustizia: la mattina fare il poliziotto e il pomeriggio il gangster.
8. Non importa se sei cattivo, se insisti potrai diventare l'esempio ideale di molti.
9. In nessuna parte del mondo i politici sono tanto vicini al popolo: se sei fortunato puoi beccarti un ceffone personalmente da un ministro.
10. Se sei arrabbiato puoi distruggere teatri, fontane, persino intere città.
11. Puoi cambiare opinione tutti i giorni, grazie all'amnesia collettiva nessuno ci farà caso.
12. Non sprecare tempo con lo studio della Storia, potrai spiegarla dal tuo punto di vista.
13. In Occidente devi spendere grosse cifre per salire su un treno d'epoca, qui non esiste altro.
14. Se abiti vicino a un buon locale notturno, puoi goderti gratis le performance delle più grandi star del turbo folk, e i fan ti vomitano persino in giardino.
15. Se sei disoccupato, puoi divertirti tutto il giorno cercando di sbrigare la pratica agli sportelli dai vetri scorrevoli.
(Fonte: http://nkpress.blog.hu/2013/08/06/15_dolog_ami_miatt_erdemes_szerbiaban_maradni)

martedì 6 agosto 2013

La curva della felicità

Secondo un recente articolo di Huffington Post l'Ungheria sarebbe il Paese più infelice del mondo cosiddetto occidentale. Gli ungheresi sarebbe incontentabili. Forse sì, forse no. Ci devo pensare ancora.

lunedì 5 agosto 2013

Ungheresi a Hollywood

'It is not enough to be Hungarian - you need talent, too!' e 'Being a Hungarian does not necessarily make you a genius!' recitavano i cartelli affissi alla porta di uno studio a Hollywood e all'ingresso di MGM negli anni '20 del secolo scorso. Perché molti dei protagonisti del cinema dell'epoca erano immigrati ungheresi o figli di immigrati ungheresi nati già negli USA, ed erano sotto perenne pressione di altri ungheresi appena sbarcati negli States alla ricerca di facili carriere nel mondo del celluloide.


Chi erano? Ne menziono solo alcuni delle dozzine che hanno iscritto il loro nome nella storia universale del cinema.

William Fox, fondatore dei Fox Studios era nato in Ungheria e prima di trasferirsi in America si chiamava Vilmos Fried.

Michael Curtiz, il regista di Casablanca, era di Budapest e nella casa natale portava ancora il nome di Manó Kertész Kaminer.


Adolph Zukor, producer e fondatore di Paramount Pictures e dei Loew's Theaters, era ungherese di nascita insieme al suo omonimo George Cukor (Zukor o Cukor significa zucchero in lingua magiara), regista premiato con l'Oscar.

Non possiamo dimenticarci di Béla Lugosi, il magnifico Dracula, e dei tre fratelli Korda, il più grande dei quali, Alexander, è considerato il padre del cinema britannico nonché produttore di numerosi film di successo anche a Hollywood.

Miklós Rózsa ha vinto tre Oscar per le colonne sonore di altrettanti film epocali, mentre il nome di Tony Curtis è noto a chiunque amasse le commedie hollywoodiane, prima di tutte A qualcuno piace caldo.

Paul Newman era nato negli Stati Uniti, ma sua madre, Theresa Fetzko, era immigrata da Homonna (Ungheria) e suo padre era figlio di Simon Neumann, un ebreo di Kassa, città che all'epoca apparteneva all'Ungheria, ora alla Slovacchia, mentre sua madre era un'ebrea polacca. A Kassa, storica città ungherese che diede i natali anche a Sàndor Màrai (Kosice in slovacco), vive tuttora un ramo della sua famiglia.











lunedì 22 luglio 2013

Thomas Szasz, uno psichiatra di origine ungherese


If you talk to God, you are praying;
   If God talks to you, you have schizophrenia.

   --Thomas S. Szasz, The Second Sin, 
   Anchor/Doubleday, Garden City, NY. 1973, Page 113.

Thomas Stephen Szasz (inglesizzazione di Tamás István Szász) (Budapest15 aprile 1920 – Manlius8 settembre 2012) è stato uno psichiatra statunitense di origine ungherese.
E' stato professore emerito di psichiatria presso lo Health Science Center, della State University di New York, sede di Syracuse. È uno dei principali critici dei fondamenti morali e scientifici della psichiatria.
È noto in particolare per due libri: Il mito della malattia mentale e The Manufacture of Madness: A Comparative Study of the Inquisition and the Mental Health Movement.

sabato 20 luglio 2013

András Nyerges, Ponte

Ponte Margit (Margherita), Budapest


Il mondo è tutto ponti. Anche il cielo
è un grande splendore visto di sotto,
armatura azzurra d'acciaio, e sopra,
le nubi vanno ad altri sistemi solari.

E sotto i fiumi son ponti i pesci;
le scaglie, volontà che stringe.
Sopra il corpo, l'arco del senno
si stende come strada sui prati.

E, pilastro più duro del sasso,
con solido muro il dubbio, quale
carceriere, imprigionato da me.

Ed anche tu sei ponte che mi servi.
Io sono due rive opposte e come l'acqua
il tuo sguardo traccia intorno a me i suoi anelli.

Trad. di Paolo Santarcangeli, 1962

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(Intervista a Nyerges: NON DAVANTI AI BAMBINI )